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"LA TRAGEDIA DI CEFALONIA"
'Una verità scomoda'
di Massimo Filippini
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Massimo Filippini
-LA TRAGEDIA DI CEFALONIA-
Una verità scomoda
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"A mio Padre e a quanti, come Lui, obbedirono ai Superiori"
Massimo Filippini
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PREFAZIONE
di
Luciano Garibaldi

A Massimo Filippini va riconosciuto il merito di avere fatto chiarezza su una delle tragedie più sanguinose, ma anche più oscure, della seconda guerra mondiale.
E' un'impresa, la sua, che gli è costata lacrime e dolore, perchè l'ha portata a termine nel nome di suo Padre, il maggiore Federico Filippini, fucilato dai tedeschi a Cefalonia assieme a migliaia di nostri soldati che non volevano, e soprattutto non dovevano morire.
E perchè è stato sistematicamente osteggiato e contrastato dai cantori della vulgata ufficiale, specializzata nel capovolgere la verità e nell'esaltare le gesta di chi lancia il sasso e nasconde la mano.
Ai familiari dei Caduti di Cefalonia è toccata, purtroppo, la sorte di vedere in questi sessant'anni, incensati quei militari ed in particolare alcuni ufficiali che, ubbidendo ai loro sentimenti antifascisti -per alcuni già venati di rosso, come presto dimostrerà la loro contiguità con l'organizzazione comunista greca dell'ELAS- si ribellarono al gen. Gandin che stava trattando, attaccarono i tedeschi senza preavviso e scatenarono in tal modo la loro ferocia, salvo poi, scampati alla rappresaglia, mettersi al loro servizio per salvare la pelle.
Per recepire a fondo il messaggio di verità che scaturisce dalle pagine di Filippini, bisogna ovviamente partire dall'8 settembre, data fatidica alla quale si fanno risalire tutti i mali postumi dell'Italia. Rientra in una tendenza molto italiana all'autoflagellazione e al masochismo continuare a battersi il petto, ben oltre mezzo secolo dai fatti, per ciò che il Re avrebbe o non avrebbe fatto, per la "fuga" da Roma del sovrano e del governo, per la tragica ambiguità delle parole pronunciate dal maresciallo Badoglio alla radio alle 19.45 dell'8 settembre 1943: "il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".
Quante volte è stato scritto che, al posto di quest'ultima, assurda e sibillina frase, avrebbe potuto esser dato apertamente l'ordine: "Reagite con le armi a qualunque attacco tedesco ?" Quante volte il Re e Badoglio sono stati maledetti per non avere predisposto un piano, una parola d'ordine, un documento d'istruzioni cifrate, una busta sigillata da aprire all'ora X, qualcosa, insomma, in grado di orientare in maniera precisa il nostro esercito mettendolo in gradi di prevenire la reazione tedesca ?
Nessuno, però, ricorda le responsabilità degli Alleati ed in particolare del comandante supremo, il generale Dwight Eisenhower che, durante le trattative per l'armistizio aveva promesso, all'atto dell'annuncio della resa italiana, il lancio su Roma della 82. a Divisione aviotrasportata e uno sbarco a Nord della capitale, ma non mantenne nè l'una nè l'altra promessa. Anzi, senza preventivamente avvertire Roma, convocò i corrispondenti della stampa internazionale e comunicò al mondo intero che l'Italia aveva gettato le armi. Con la conseguenza del frettoloso e approssimativo messaggio di Badoglio alle Forze Armate, della mancata difesa della capitale e, infine, della "fuga" del Re e del governo a Pescara e, da qui, a Brindisi.
Con questo importante e documentato libro -che è anche un inequivocabile atto d'accusa- Massimo Filippini inchioda alle loro responsabilità sia i capi politici e molitari dell'Italia dell'8 settembre, sia gli Alleati, il cui comportamento nelle due tragiche settimane durante le quali si consumò la tragedia di Cefalonia, fu di sovrana indifferenza e di spocchioso disprezzo verso i nostri soldati. Non diversamente da quanto lo era stato in occasione dell'affondamento della nave ammiraglia italiana, la corazzata "Roma", colata a picco con tutto il suo equipaggio (oltre 1500 morti) anche in conseguenza dello sconcerto creato nell'animo dei nostri ufficiali e dei nostri marinai dalla pretesa alleata di vedere consegnarsi le nostre navi in quell'isola di Malta che invano gli italiani attaccarono già nel 1940 e che, negli anni seguenti ,anche per oscure connivenze mai completamente chiarite, non era stata più disturbata.
Molti furono, dopo l'8 settembre, gli episodi di resistenza militare ai tedeschi: il più noto resta quello di cui furono protagonisti i granatieri del generale Solinas e i carristi della "Ariete", al comando di Raffaele Cadorna, i quali, a Roma e attorno a Roma, resistettero fino al 10 settembre agli attacchi tedeschi. Si combattè ferocemente, con decine di carri armati germanici distrutti e centinaia di morti, in città e nelle campagne attorno alla capitale. Poi, a mezzogiorno di quel 10 settembre, il Comandante tedesco consegnò a quello italiano un ultimatum di Kesselring: "Se entro le ore 16 non verrà accettata la resa, ordinerò di far saltare le condutture dell'acqua, di ottoporre Roma a bombardamento aereo e terrestre e le mie truppe sferreranno un attacco generale mettendo a sacco la città". L'ultimatum fu accettato. Alle ore 16 in punto, un tenente colonnello italiano firmava la resa. Roma veniva proclamata "città aperta" e affidata al comando del generale Carlo Calvi di Bergolo, genero del Re. Nessuna rappresaglia venne attuata contro i soldati italiani che avevano combattuto in esecuzione dell'ordine di Badoglio e poi si erano arresi. Ma vi sono altri episodi non meno significativi. A Orte, il generale Caracciolo di Feroleto, di fronte a una pattuglia tedesca che gli intimava la resa, dapprima ordinò ai due carabinieri di scorta di sparare, poi afferrò un fucile e sparò personalmente addosso all'ufficiale germanico. "Come sempre", racconterà in seguito, "davanti alla forza il comandante del reparto divenne mansueto. Tamponandosi la ferita, lasciò le macchine e scappò in gran fretta". A La Spezia, la Divisione alpina "Alpi Graie" combattè fino all'11 settembre. A Salerno il generale Ferrante Gonzaga, dopo avere sdegnosamente cacciato un tedesco che osava intimargli la resa, fu assassinato nel suo ufficio a raffiche di mitra. A Bari, il generale Bellomo difese fino all'ultimo il porto (il che non lo salverà dalla fucilazione ad opera degli inglesi vincitori solo perchè, nella zona sottoposta al suo comando, una sentinella aveva sparato, un anno prima, a prigionieri inglesi che tentavano di fuggire, uccidendone uno).
Altri reparti, fuori d'Italia, riuscirono a tener testa e anche a battere duramente i tedeschi. Avvenne in Corsica, dove 300 italiani caddero nella difesa di Bastia, a Zara che resistette fino al 27 settembre, a Spalato, dove si formò una battaglione "Garibaldi" composto quasi per intero da carabinieri. Ma tutti questi gloriosi eventi furono accomunati da una caratteristica: nessuna vendetta dopo la resa. Perchè ? E perchè, invece, a Cefalonia venne attuata la terribile rappresaglia ?
La risposta è nel libro di Massimo Filippini. Perchè a Cefalonia non vi fu, da parte dei tedeschi, una intimazione di resa alla quale -secondo il pur confusionario ordine di Badoglio- si sarebbe dovuto rispondere reagendo. Vi fu invece un premeditato, vile e pretestuoso attacco contro due imbarcazioni tedesche con vari morti. E questo avvenne quando già da tempo era iniziata la trattativa tra il generale Gandin e il comandante tedesco: una trattativa non preceduta da alcun attacco avversario, che il generale Gandin aveva deciso -nell'esercizio dei suoi poteri di Comandante- per preservare i suoi uomini da una sicura carneficina: che, infine, imponeva ad entrambi gli schieramenti, sia sulla base dell'onore militare, sia in base alla Convenzione di Ginevra, di restare in attesa della sua conslusione.
Come ampiamente documentato dalla Relazione Picozzi del 1948, che Filippini ha il merito di avere riportato alla luce e che venne subito insabbiata perchè avrebbe indicato al disprezzo e al disonore coloro i quali, disubbidendo al loro comandante, avevano infranto le leggi di guerra scatenando la rabbia e la voglia di vendetta di un esercito di cui era ben nota la durezza e, in molti casi, l'autentica ferocia, la tragedia di Cefalonia ha dei colpevoli non soltanto con nomi e cognomi tedeschi, ma anche con nomi e cognomi italiani.
Dopo oltre sessant'anni è giusto che questi ultimi vengano, se non deprecati, almeno non esaltati.

Luciano Garibaldi

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Massimo Filippini -figlio di un Caduto di Cefalonia- già nel 1998, con il volume "La vera storia dell'eccidio di Cefalonia", è uscito allo scoperto, rivisitando in chiave critica i fatti avvenuti nell'isola greca nel settembre 1943.
Con la presente opera - frutto anche di ulteriori, approfondite e pazienti ricerche di documenti da decenni seppelliti negli archivi - l'autore precisa ancora meglio la sua posizione che è duramente, ma giustamente polemica nei confronti della "vulgata" ufficiale, divenuta -dopo il suo primo libro - incredibilmente prolifica di pubblicazioni il cui limite è dato dalla reiterazione di vetusti argomenti colmi di omissioni e reticenze; egli ha così buon gioco nel contestare e denunciare alla pubblica opinione quello che fino ad oggi è stato presentato come un "mito" mentre, purtroppo, fu solo un'immane e oltretutto inutile tragedia.
Coloro che si sono atteggiati ad Eroi senza esserlo stati e i loro incensatori, troveranno "scomoda" la verità qui raccontata: ma è bene che prima o poi i falsi miti cadano.
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IL LIBRO E' DISPONIBILE DA NATALE 2004

Per informazioni rivolgersi a:

massimo.filippini@cefalonia.it
massimofilippini1936@libero.it

oppure a

Istituto Bibliografico Napoleone S.a.s. I.b.n.
00185 Roma (RM) - Via dei Marsi, 57

tel. 06.4469828 - 06.4452275

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