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I protagonisti di una tragedia
La vera storia dell'eccidio di Cefalonia
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Convegno a Firenze 24 ott. 2003
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Da www.uomoqualunque.it :

" TE LO RICORDI COMPAGNO PACIFISTA? "

Ti ricordi compagno del tuo passato? Di quando “uccidere un fascista non era reato”? Ti ricordi di quando – anche allora – marciavate per la pace, ma lasciavate per terra qualche testa aperta a colpi di chiave inglese? Ti ricordi di Praga e dei tuoi carri armati… e prima ancora di Budapest o di quando sedevi in trattoria con chi voleva Trieste iugoslava? Ti ricordi compagno di quel muro che ha diviso l’Europa e delle tante guerre che le svariate “armate rosse” portavano in giro per il mondo? Ti ricordi compagno quando i tuoi segretari del PCI stringevano le mani dei dittatori più sanguinari della storia? Ti ricordi le fosse comuni, i gulag e ti ricordi le foibe? Ti ricordi compagno i missili puntati contro l’Occidente… e i Vopos, te li ricordi?
Ti vengono in mente ogni tanto questi trascorsi?

Ti ricordi compagno, quando per te era giusto fare il tifo per l’URSS anche nelle partite di calcio contro la nostra nazionale? Ti ricordi quando bruciavate i tricolori? Ti ricordi di chi sputò sulla tomba di Nazario Sauro? Ti ricordi compagno, di quando impedivate a noi di entrare a scuola o all’università e di quante mani grondanti di sangue impugnavano le tue bandiere nelle manifestazioni? Ti ricordi compagno delle brigate rosse, di quello che scrivevate sui giornali, di come diventava atto di giustizia proletaria rubare, rapire, gambizzare, uccidere?
Te le ricordi queste cose? Le facevate anche allora “in nome della pace”.

Se tutto ciò ti sembra lontano, ricorderai compagno di quando tu stesso, non più tardi di ieri, rompevi vetrine e bruciavi cassonetti e auto parcheggiate. Ricordi senz’altro gli assaltati con il volto coperto, le bottiglie molotov, i sassi e le spranghe contro i carabinieri. Almeno questo lo ricordi, compagno pacifista?

Caro compagno, se l’Italia è ancora un paese democratico, civile e – guarda un po’… - persino pacifico, non lo dobbiamo certo a te e sappiamo benissimo cosa vuol dire per te nascondersi dietro una bandiera arcobaleno, così come Togliatti, sessant’anni fa, si nascondeva dietro alla “colomba della pace”. Lo conosciamo il tuo pacifismo per disarmare gli altri.
Ma è possibile che non se ne ricordino anche i cattolici? Possibile che i preti abbiano dimenticato la Spagna, Midtzenty, la Chiesa del silenzio, le persecuzioni in Cina…
Non ti ricordi compagno sacerdote pacifista??

Fausto Longo

(Dedico l'articolo che precede a quanti mi accusano di "anticomunismo viscerale": meglio "anticomunista viscerale" che complice di incredibili nefandezze. M. F.)

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Da "La Provincia di Sondrio" del 17.2.03

"IL VERGOGNOSO SILENZIO SULLE FOIBE"

Cari lettori, questa lettera mi è stata spedita il 7 febbraio, tre giorni prima della manifestazione organizzata a Roma dalla Federazione delle associazioni degli esuli istriani per ricordare il calvario, appunto, di quegli italiani dimenticati. Ho voluto pubblicarla oggi perché mi pare un seguito ideale alle due lettere di ieri e l’altro ieri, che avevano come tema il dovere della memoria. Dicevo, soprattutto ieri, che negli ultimi cinquant’anni c’è stato - comprensibilmente e giustamente - un forte richiamo alla necessità di tenere vivo il ricordo dei crimini di nazisti e fascisti, e una certa reticenza - incomprensibile e ingiusta - nel ricordare i crimini dei regimi comunisti. La tragedia delle foibe è uno dei tanti capitoli di questa vergognosa storia di silenzi sui crimini dei regimi comunisti, e la lettera di questi comaschi dalle origini giuliano-dalmate ci dà l’occasione per spiegare, sia pur brevemente, che cosa accadde. Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 in Istria - una terra di confine, ma italiana, come ha ricordato recentemente lo storico Francesco Perfetti - i partigiani slavi di Tito fucilarono ventimila italiani e li fecero sparire nelle foibe, cavità tipiche dei terreni calcarei. Quei ventimila non erano fascisti, erano semplicemente italiani, e per questo vennero uccisi. Una “pulizia etnica” in piena regola, insomma. Poi, il 10 febbraio del 1947, in seguito al Trattato di Pace, le province di Pola, Fiume e Zara, ma anche parte di quelle di Trieste e Gorizia, passarono alla Jugoslavia comunista: 350.000 italiani si trovarono costretti a fuggire, abbandonando la loro terra e le loro case. Di tutto questo non c’è praticamente traccia nei libri di storia sui quali per mezzo secolo abbiamo studiato nelle nostre scuole e università. Un silenzio reso ancora più grave dal fatto che ancora oggi, in Italia, in molte città ci sono vie intitolate alla memoria del dittatore Tito, cioè al capo di quei carnefici. Ecco, questo è stato il modo in cui si è scritta la storia in Italia. E nessuno si azzardi a dire che questa è una ricostruzione “di destra”. Alla manifestazione di Roma, anche il presidente dei deputati diessini Luciano Violante ha detto che «tutta l’Italia ha un debito ancora insoluto nei confronti di quegli italiani». E il capogruppo al Senato della Margherita, Willer Bordon, ha ammesso: «Bisogna riconoscere che i libri di storia hanno taciuto su mo ltissime cose». Peccato che l’Unità abbia liquidato la ricorrenza con questo titolo: «Foibe, all’inizio di tutto c’è il fascismo». Michele Brambilla m. brambilla@laprovincia. it

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Dal quotidiano "IL TEMPO" di Roma:
Parla Aga Rossi, tra i protagonisti del Salone del Libro Storico
Conti aperti col passato
«Nessuna memoria condivisa senza la verità su fascisti e antifascisti»
di FRANCESCO CARELLA

«LA MEMORIA condivisa? Senza la verità sul nostro passato, rimarrà una chimera». Esordisce così Elena Aga Rossi, storico contemporaneista di scuola defeliciana, studiosa della seconda guerra mondiale, nonchè docente alla scuola superiore della pubblica amministrazione presso la Presidenza del Consiglio. Tra pochi giorni manderà in libreria, per i tipi del Mulino, un suo libro, «Una Nazione allo sbando», già molto apprezzato ed ora arricchito, in occasione della terza edizione, di nuovi capitoli sulle vicende dell'esercito italiano dopo l'8 settembre. E domani pomeriggio alle 16, nell’ambito del Salone del Libro Storico che si tiene a Roma, parteciperà con Giano Accame, Pasquale Chessa, Lutz Klinkhammer, Giampaolo Pansa, Paolo Pezzino e Gabriele Ranzato al tavola rotonda su «Una storia violenta».
«Ancora oggi - riprende Aga Rossi - l'Italia è l'unico Paese europeo nel quale a più di mezzo secolo di distanza dalla sconfitta dei regimi fascista e nazista, termini come fascismo e antifascismo continuano ad avere una valenza politica dirompente e sono usati spesso strumentalmente nella lotta politica. Segno evidente della difficoltà di chiudere un'epoca storica».
Affermazioni nette, senza sfumature, che puntano dritto al cuore del problema: l'Italia non ha ancora fatto i conti, in modo pieno, con il proprio passato, né con quello fascista, né con la guerra civile, che dal 1943 al 1945 lacerò il Paese.
«Non c'è dubbio alcuno - spiega Aga Rossi - che all'indomani del secondo dopoguerra in tutte le democrazie europee si sia consumata una sorta di rimozione collettiva sulle vicende del nazifascismo. Ma se in Germania, grazie anche agli stimoli giunti da studiosi stranieri, si è messa in moto una ricerca storiografica che sta scavando, senza più remore, nella questione del consenso al nazismo, in Italia questi argomenti devono essere maneggiati, ancora oggi, con molta cautela».
La domanda, a questo punto, è semplice: perchè?
«Dopo la fine del secondo conflitto mondiale - risponde l'allieva di Renzo De Felice - era molto forte nel nostro Paese l'esigenza morale e politica di superare la guerra civile e di costruire su nuove fondamenta l'identità e l'unità nazionale. Tutto questo spinse le diverse forze politiche a porre i valori dell'antifascismo come base del nuovo regime repubblicano, innalzando la Resistenza da fatto storico a entità mitologica. La scelta della categoria dell'antifascismo, quale fondamento del nuovo Stato italiano, ha finito con il favorire un approccio ideologico sia nella pratica politica che nella storiografia nazionale».
Il che significa, detta in altri termini, che molte verità sarebbero state ignorate?
«Ignorate e distorte. Gli storici per un lungo periodo hanno sottovalutato il consenso che il fascismo raccoglieva presso buona parte della popolazione italiana. Consenso che continuò fino alla guerra e che venne confermato dalle adesioni al pur screditato regime neofascista della Repubblica sociale.L'approccio ideologico allo studio della storia,di cui parlavo prima, ha portato all'elaborazione di una visione apologetica della Resistenza in cui veniva messo addirittura ai margini il ruolo cruciale delle truppe angloamericane nella liberazione del nostro Paese. La storiografia,in particolar modo quella azionista e quella vicina al partito comunista, è stata la più attiva nel creare questo mito, fino ad accreditare la tesi che il movimento partigiano fosse costituito prevalentemente da comunisti».
Oggi, però, sappiamo che quel movimento ha avuto una composizione assai più ricca. Solo pochi anni fa, in coincidenza della pubblicazione postuma di un suo libro di memorie, la stragrande maggioranza degli italiani è venuta a sapere che dal 1943 al 1945 presidente del massimo organo direttivo della resistenza, il Clnai, era stato il liberale Alfredo Pizzoni.
«Ma i silenzi non finiscono qui. La prima resistenza armata prese corpo in quella parte dell'esercito che al momento dell'armistizio rifiutò l'intimazione tedesca di cedere le armi e di continuare a collaborare con la Germania. Questa pagina della storia patria, nonostante l'alto numero di caduti stimato in circa ventimila persone, cifra calcolata per difetto, è ancora oggi poco conosciuta. Occorre aggiungere che la Resistenza fu, così come accadde in altre parti d'Europa, un fenomeno ristretto, cui la maggioranza della popolazione rimase estranea».
Non si trattò, quindi, di «lotta di popolo»,come recita uno dei miti più sacri della storia e della politica del nostro Paese?
«Non fu lotta di popolo. La zona grigia, di cui parlò per primo De Felice, è sempre stata assai ampia. Gran parte della popolazione italiana cercò di rimanere al di fuori dello scontro».
Che fare per superare le divisioni?
«Io sono ottimista. A patto che vengano affrontate tutte le parti mancanti della nostra storia. Il fascismo e la guerra civile del '43-'45 attendono altre scritture. La costruzione di una memoria se non condivisa, almeno accettata, richiede questo sforzo».
mercoledì 20 novembre 2002
(Con particolare soddisfazione sottolineo la menzione che, a pagina 310 del suo libro, E. Aga Rossi ha fatto de "La vera storia dell'eccidio di Cefalonia". M.F.)

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Da "La Stampa" del 7 sett.2002:
"Giuseppe Mayda, Storia della deportazione in Italia, Torino 2002

Si parla anche dei fanti della Divisione 'Acqui': quanto ai militari, rimasti privi di comando e di ordini, si trattò di una deportazione di massa anche se non tutti i soldati sbandati si arresero (la divisione Acqui fu solo il caso più clamoroso, ma occorre ricordare almeno la Pinerolo che si unì alla resistenza greca)scrive Angelo d'Orsi recensendo il volume
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Angelo d'Orsi forse non sa oppure omette di dire che la Div. Pinerolo venne disarmata dagli "amici" greci ed i suoi militari rinchiusi in campi di prigionìa da cui migliaia di essi non fecero più ritorno per l'inumano trattamento ricevuto. Ne "La vera storia dell'eccidio di Cefalonia" ampia menzione è fatta di tale orrore commesso dai partigiani comunisti dell'ELAS, con i quali militò la Medaglia d'Argento Pampaloni, da Ciampi additato come "eroe" di Cefalonia. Di tale massacro di italiani - analogamente a quanto avvenne per le foibe- non si è mai parlato per non dispiacere le Sinistre e, per meglio confondere le acque si è continuato a cianciare di Divisione Partigiana e di altre amenità. Proprio per ciò lo scrivente è particolarmente fiero di aver fatto chiarezza, anche su tale punto, nel suo libro.
Massimo Filippini.

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Da "LA GAZZETTA DEL SUD"
A Firenze un convegno che va contro la storia
L'INSOSTENIBILE GLORIA DI STALIN
di Girolamo Cotroneo

In un racconto di Leonardo Sciascia, La morte di Stalin , il protagonista, il calzolaio Calogero Schirò, già sconvolto dalla scomparsa del capo del comunismo mondiale («Per un paio di giorni non uscì di casa, certe facce non voleva nemmeno vederle, nemmeno coi compagni della morte di Stalin voleva parlare; a Stalin lo legavano ricordi e speranze, come in un rapporto tenace ed esclusivo, in amicizia»), ricevette, per così dire, il colpo di grazia, quando seppe che nel corso del XX Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, Nikita Krusciov aveva demolito la figura dell'uomo che aveva dato giustizia e speranza al mondo intero. Poiché da allora smise di frequentare la sede del partito, andò a parlare con lui un deputato, il quale gli ricordò che, nonostante i suoi errori, Stalin aveva fatto anche cose molto grandi: «Penso a Stalingrado – disse Calogero – e poi l'avanzata fino a Berlino; piangevo di gioia quando i russi arrivarono a Berlino. / Sono pagine di gloria: e chi può cancellarle queste pagine - disse il deputato».
C redo sia proprio un sentimento simile – forse meno sfumato, poco disposto a riconoscere gli “errori” di Stalin – quello che anima gli organizzatori della commemorazione di Stalin che dovrebbe avere luogo oggi a Firenze. Un evento non proprio folcloristico visto che, come ha scritto Giuliano Zincone, in certi settori della sinistra italiana «serpeggia una specie di tenerezza verso gli impresentabili antenati». Del resto, nel 1975, un intellettuale comunista, Riccardo Guastini, definiva Stalin «un vero genio filosofico», provocando l'irritata reazione di Norberto Bobbio, che si chiedeva come mai «la lingua non gli sia raggelata pronunziando quel nome». Non è il solo caso. Un intellettuale in passato non sempre tenero con i comunisti italiani, Giorgio Galli, nel 1998, in un volume dal titolo In difesa del comunismo nella storia del XX secolo , ha scritto che «gli anni nei quali Stalin liquida, coi processi di Mosca, la vecchia guardia leninista e i vertici dell'Armata Rossa», e «manda a morte e nei campi di concentramento» un numero pressoché incalcolabile di cittadini sovietici, sono in stretta relazione con quelli della “caccia alle streghe”, con quell'insieme «di processi manipolati con la tortura e di stermini di massa, che hanno devastato l'Europa tra la metà del XV e la metà del XVI secolo». Da qui la conclusione che sia il “lager” che il “gulag”, sia Hitler che Stalin, sono ricollegabili ai «depositi ancestrali della storia europea», dei quali sarebbero stati l'ultima manifestazione. Questa giustificazione “storicistica” di Stalin – lascio per ora da parte Hitler – rientra nella tendenza a distinguere tra “stalinismo” e “comunismo”, che trova anch'essa un precedente nel racconto di Sciascia. Il deputato comunista che parla a Calogero Schirò, dice che lo stalinismo era come un tumore nel corpo di un uomo apparentemente sano, che l'occhio clinico di un medico riesce a scoprire: il tumore, sia pure con un intervento doloroso, viene asportato e quell'uomo è di nuovo sano e pronto a riprendere la sua vita. Il sospettoso Calogero Schirò osservava che «i tumori si riproducono»; ma vincente fu allora la linea del deputato: lo stalinismo divenne un incidente di percorso, un “errore della storia”, corretto il quale l'“idea” avrebbe ripreso il suo trionfale cammino.
L a “distinzione” era piuttosto fragile, e venne confutata dai “ nouveaux philosophes ” francesi e da diversi studiosi italiani, primo fra tutti Luciano Pellicani. Né a recuperarla vale l'argomento di Giorgio Galli, che vede le stragi come una costante della storia europea fino alla seconda guerra mondiale, dopo la quale si sarebbero spostate in Asia e in Africa: argomento che, appunto, mette sullo stesso piano Hitler e Stalin. Ma a questo proposito vorrei avanzare una tesi inconsueta. Joachim Fest, un autorevole storico del nazismo, nel suo ultimo libro dedicato alla caduta del Terzo Reich, La disfatta , ha scritto che «ciò che fa di Hitler un fenomeno “mai visto” nella storia, deriva dal fatto che non fu guidato da nessuna idea di civilizzazione», ove invece «perfino il dispotico regime di Stalin si ammantò, sia pure in modo estremamente debole, di una promessa per l'avvenire». Ma proprio questo rende, a mio parere, Stalin peggiore di Hitler: il quale si presentò subito – bastava leggere, e non tra le righe, Mein Kampf – come il “male” (che i paesi liberi dell'Occidente non vollero vedere), mentre Stalin illuse milioni e milioni di Calogero Schirò in tutto il mondo, facendo loro credere che quello era il cammino verso la giustizia e verso la libertas major , come in quegli anni un filosofo italiano definiva la “libertà comunista”. Nessuno a Firenze oggi dirà queste cose: ma non sono purtroppo soltanto gli ultimi stalinisti a non riconoscere e a non accettare, per dirlo in linguaggio hegeliano, le “dure repliche della storia”.
(domenica 2 marzo 2003)

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Dal quotidiano "IL TEMPO" dal 6.3.2003
CHI È SENZA PECCATO TIRI PIETRE SU LENIN
di FRANCO CARDINI

IOZIP Vissarionovich Dzugasvili, nome di battaglia "Stalin", cioè "l'uomo d'acciaio", morì il 5 marzo 1953, e i giornali (non solo quelli comunisti) scrissero che si era spento un Faro di Civiltà. Ricordo bene quel 5 marzo, nella mia povera casa di San Frediano, il quartiere più popolare di Firenze, quello di Vasco Pratolini. Ricordo il rotocalco a colori con la foto del Vojd, in russo "guida" (nessuno ce lo diceva in Italia, ma i russi lo chiamavano "Duce").
Rammento che in casa mia piangevano tutti: anche il nonno anarchico, la nonna ultracattolica, perfino lo zio fascista. In Parlamento, lo commemorava commosso il cattolico e filoasburgico De Gasperi. Oggi sembra impossibile: ma quello era il clima di allora, nonostante la guerra fredda.
Come fu possibile? Lo fu perché Stalin era il vero, se non il solo, vincitore della seconda guerra mondiale e del nazismo. Perché neppure gli Alleati, dopo aver contribuito a costruire il suo mito, potevano permettersi di sconfessare se stessi picconandolo. Né erano in grado di regalarsi il lusso di raccontare al mondo quel che fin troppi sapevano molto bene, cioè chi era stato davvero Stalin e che cos'aveva significato: dal momento che lo sapevano fin troppo bene fin da quando si erano alleati con lui, e avevano ben chiaro quale fosse il peso della loro complicità. E sarebbe mai stato possibile, d'altronde, battere Hitler senza rendersi complici di Stalin?
Oggi mi capita di tornare di quando in quando in Russia, un Paese nel quale ho compiuto qualche soggiorno di studio e che conosco forse benino, ma soprattutto che amo profondamente.
E ritrovo le gigantografie di Stalin in certi surreali cortei nei quali sfilano, mischiati in pittoresco e solo in apparenza illogico disordine, sante icone, foto di Nicola II, bandiere anarchiche, bandiere imperiali czariste, bandiere rosse.
A ricordare il comunismo, a parte l'ingombrante mummia di Lenin sulla Piazza Rossa, sembra siano rimaste solo le bandiere rosse del periodo stalinista (le altre sono scomparse), l'inno nazionale con le parole cambiate ma la musica voluta da Stalin e il suo faccione di montanaro georgiano. Molti russi ancora si commuovono, quando parlano di lui: e alcuni sono anche pope e monaci ortodossi.
E i crimini da lui commessi, quelli che affollano il Libro Nero del Comunismo con tanto entusiasmo propagandato dal presidente Berlusconi? Li ricordiamo, certo: ma, intanto, sono usciti anche Il Libro Nero del Capitalismo e più di recente, in Francia, Le Livre Noir du Colonialisme diretto da Marc Ferro che senza dubbio avrà presto anche una traduzione italiana. Non che i crimini altrui giustifichino, e neppure ridimensionino, quelli di Stalin o di Hitler, certo. Ma servono a ricordarci di che lacrime grondi e di che sangue, da sempre, non solo (come diceva il Foscolo celebrando il Machiavelli in termini analoghi a quelli che, più tardi, sarebbero stati quelli di Antonio Gramsci), "lo scettro a' regnatori", ma anche la storia tutta. Il che, tradotto in termini romaneschi, sarebbe come a dire che "er più pulito c'ha la rogna". Grande verità storica: che omette tuttavia di aggiungere - come tutte le verità storiche, le quali sono sempre parziali - che la rogna ce l'hanno tutti, ma chi più e chi meno; che c'è chi se la gratta in pubblico, chi la nasconde e chi la cura con mezzi medici o empirici; chi, avendola, se ne vergogna e si tira in disparte per curarsi e chi invece va senza pudore e senza coscienza in mezzo alla gente a seminare il contagio.
Chi era, dunque, il maresciallo Stalin? Se, come molti oggi ricordano, il nostro dovere di memoria e di gratitudine per gli Stati Uniti d'America è immenso dato che ci hanno liberato dal nazismo, non è con la sua memoria che dovrebb'essere condiviso? Ma questo suo indubbio merito obiettivo - magari, in linea di principio, perfino involontario: in fondo, non fu lui bensì Hitler a interrompere nel '41 l'alleanza di fatto germano-sovietica stipulata nel 1939...- basta a farci dimenticare i suoi immensi crimini? Che d'altronde non furono soltanto suoi: dopo che il suo ex complice e lacché Nikita Kruscev ne ebbe denunziati alcuni, nel XX Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, successe di tutto e di più. Il comunismo sovietico ha scritto, dal '53 all''89, alcune tra le sue pagine più vergognose: dalla repressione della rivolta ungherese fino alla distruzione dell'equilibrio ecologico in Siberia e in Asia Centrale e all'invasione dell'Afghanistan. Di tutto ciò, Stalin non ha colpa alcuna.
Ma allora, quali debbono essere i limiti della memoria storica? Si dice che il "dovere di non dimenticare" è il fondamento stesso della nostra libertà e del carattere morale della democrazia. Lo si ripete con più forza, in Italia, da due anni a questa parte: da quando abbiamo istituito il 27 gennaio come "Giorno della Memoria"? Ma tale ricorrenza deve servire a richiamare tutti gli orrori perpetrati dall'umanità nei secoli contro se stessa, o almeno i più recenti: oppure il solo genocidio contro gli ebrei, l'Olocausto, la Shoah? Non nascondiamoci che su ciò non si è mai trovato un accordo.
L'"unicità dell'Olocausto" significa che esso è imparagonabile a qualunque altra forma di genocidio o che esso è nella sua terribilità esemplare? E la riluttanza a confrontarlo ad esempio con il genocidio perpetrato dai turchi nei confronti degli armeni all'inizio del secolo scorso o con quello di cui si sono resi responsabili i coloni inglesi nel Nuovo Mondo e poi gli statunitensi fra Sei e Ottocento nei confronti dei native Americans nasce davvero dal fatto che i differenti episodi sono davvero inconfrontabili in se stessi o dall'opportunità di non provocar suscettibilità in Turchia o negli USA, potenze amiche? E perché poi, per condannare un episodio orribile, sarebbe necessario lo strumento del confronto? Non sono, certi orrori, condannabili in sé e per sé, al di là dell'esistenza di analoghi orrori compiuti in differenti contesti? Il Lager giustifica e assolve forse il Gulag? Il terrorismo palestinese giustifica e assolve forse pagine orribili come gli eccidi di Sabra e Chatila? Gli innocenti che muoiono da quasi un anno e mezzo sotto i bombardamenti in Afghanistan sono forse meno tali perché tremila americani, non meno innocenti di loro, sono morti a New York l'11 settembre del 2001?
A più riprese in America, anche di recente, Condoleeza Rice è tornata - rivolgendosi ai suoi fratelli neri americani - a sottolineare che tutti i cittadini statunitensi debbono "dimenticare" le pagine oscure del passato della loro patria: cioè, appunto, il genocidio dei pellerosse e la schiavitù nei neri. Questo perché "la ricerca della convivenza civile esige che si dimentichi il passato". Non è, il messaggio della signora Rice, diametralmente opposto a quello che scaturisce dalla nostra ricorrenza del 27 gennaio? E con quale diritto una medesima società può ricorrere ora alla tenacia del ricordo, ora all'amnesia civica? E' vero che in inglese la struttura lessicale dei verbi che indicano "perdonare" e "dimenticare" è molto vicina: il che è sintomo importante, a livello sia antropologico sia giuridico. Ma, al contrario, presupposto moralmente necessario del perdono non è invece la memoria?
Come ricordare dunque il maresciallo Iozip Stalin mezzo secolo dopo la sua scomparsa? Il modernizzatore della Russia, il vincitore del nazismo o il massacratore d'interi popoli? La memoria storica non può non esser totale, senza censure e senza dimenticanze di comodo: perché nulla della complessità storica va mai perduto. Ma ciò pone a noi e al nostro tempo domande scomode e inquietanti, che vanno ben oltre Stalin, che toccano le nostre scelte di adesso.
E i nostri silenzi, le nostre contraddizioni, le nostre viltà. Dopo l'11 settembre, e alla vigilia di un nuovo probabile conflitto, quanto siamo davvero a posto con la nostra coscienza? Questa la domanda che dobbiamo porci, nel rinnovare (o prima di rinnovare) la nostra inorridita condanna del tiranno Stalin: che non serve alla storia, la quale non è un tribunale che condanni o assolva ma una scienza che studia le ragioni intime degli accadimenti del passato; ma che serve comunque a noi, alla nostra immagine morale dinanzi alla storia stessa.
E allora, se constateremo di esser senza peccato, scagliamo pure contro Stalin l'ennesima pietra di una lapidazione che dura dal 1956. E ch'egli probabilmente merita appieno. Ma noi, siamo davvero degni d'infliggergliela?
Franco Cardini

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Da "IL TEMPO" del 9 marzo 2003
Berlusconi: «Il mondo politico riconosca il valore di Sogno»
TORINO — «Edgardo Sogno costituisce una figura emblematica nella storia d'Italia dello scorso secolo meritevole di essere conosciuta e riconosciuta nel suo valore profondo». È quanto scrive Silvio Berlusconi in un messaggio inviato al convegno organizzato a Torino in occasione della pubblicazione del libro «Libertà e seconda Repubblica», contenente alcuni scritti inediti dell’ex ambasciatore scomparso nell'agosto del 2000. Berlusconi, nella sua lettera, ricorda che, «a causa del suo anticomunismo e del suo atlantismo, Sogno è stato oggetto di un grave accanimento giudiziario, di evidente ispirazione politica. Subì perfino l'onta del carcere, senza che contro di lui vi fosse alcuna prova di colpevolezza, solo per avere sostenuto la difesa delle istituzioni democratiche dal pericolo di una possibile dittatura e per avere indicato l'esigenza di una riforma costituzionale, soprattutto attraverso il rafforzamento del potere esecutivo».
Anche il ministro della Difesa, Antonio Martino, ha ricordato Edgardo Sogno: «Amato od inviso resta uno dei grandi ispiratori della Repubblica e della vita democratica, da lui concepita e vissuta con visione lungimirante, da autentico anticipatore, ovvero al di fuori di quei condizionanti schemi ideologici che per lunghi decenni hanno soffocato la politica e la cultura nazionale». «Antifascista, combattente per la libertà, strenuo difensore della causa dell'Europa e dell'Occidente contro il totalitarismo - ha osservato ancora il ministro della Difesa - mai si piegò a minacce o lusinghe, mai acconsentì a compromessi umilianti, a ritirate, a piccole o grandi ipocrisie».
Da parte sua l’ex ambasciatore Sergio Romano ha definito Sogno «un uomo di grandi passioni, di grandi emozioni e di grandi impulsi. C'era qualcosa di molto impulsivo in lui». «Era un liberale - ha aggiunto Romano - aveva avuto un ruolo molto importante nella resistenza e sognava un'Italia presidenzialista. Il suo modello era quello gollista francese. Era un uomo impaziente. Questo lo rendeva al tempo stesso estremamente simpatico ma qualche volta anche pericoloso».

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Da l' “UNIONE SARDA” del 2.1.03

- SOPRAVISSUTO A CEFALONIA -

Fra un mese Eugenio Lecca compirà 84 anni e ancora una volta si chiederà come mai la sorte gli abbia consentito di sopravvivere sessant'anni più di quanto sembrava avesse stabilito. Ci pensa in ogni compleanno - ogni 28 gennaio - dal 1943. Era soldato a Cefalonia quando i tedeschi fucilarono quasi seimila suoi commilitoni e altri cinquemila caddero nell'impari combattimento. Lui è fra i pochi ormai che possono raccontare in prima persona di quella spaventosa e inutile carneficina cui ebbe la fortuna di scampare.
È un uomo alto, robusto, riservato. Tutte le mattine s'incontra di buon'ora con pochi amici per la quotidiana chiacchierata al profumo della pineta della sua Sinnai. Un paio d'ore di buon'aria e poi ciascuno torna in famiglia. Eugenio Lecca non ama raccontarsi e neppure tutti i suoi coetanei sinnaesi - cresciuti con lui - ne conoscono la storia. Si sorprende che qualcuno gli chieda una testimonianza; ma capisce che una pagina di storia deve pur uscire dal forziere dei ricordi privati per contribuire al capitale della memoria comune. Racconta, dunque: partendo da quando, ventenne, dovette trasformarsi da agricoltore in artigliere. Partì da Sinnai il 4 aprile 1939. Assieme a quattro compaesani della sua leva: li ricorda mettendoli mentalmente in riga, come in caserma...
Cappai Enrico, Frau Costantino, Pau Pietro, Remondini Gino. Fummo destinati a Bolzano, IX reggimento di Artiglieria, divisione Brennero. Il 10 giugno 1940 la dichiarazione di guerra. Cappai e Frau andarono volontari in Libia: sono morti lì. Pau e Remondini furono mandati in Russia: e non sono tornati. Io venni destinato in Francia, dove i tedeschi ebbero subito la meglio. All'inizio del '41 partii per la Grecia. Mi ammalai in Albania, mi rispedirono a Bolzano, dopo qualche mese mi ritrovai in Grecia. Facevo parte della postazione di difesa contraerea sull'Acropoli di Atene, e soltanto nel '43 ebbi il cambio alla batteria. In agosto fui mandato a Cefalonia.
Ero imbarcato su un dragamine, "Patrizia", che operava come contraerea e come spazzamine tra le isole: Santa Maura, Ledo, Zante... Un giorno, davvero un bel giorno, eravamo in sosta ad Argostoli, la capitale di Cefalonia. C'era un cinema all'aperto, io però non uscii e ascoltavo la radio. Non credevo alle mie orecchie, eppure ogni cinque minuti si ripeteva la voce di Badoglio che annunciava l'armistizio. Era l'8 settembre 1943. Mi precipitai fuori per dare la notizia ai miei compagni e non ci credettero. Ma nel cinema entrò un ufficiale: fece irruzione, interruppe la proiezione del film (un film con Alida Valli) e allora scoppiò il finimondo: tutti urlavano felici e sparavano in aria. La guerra era finita, potevamo tornare a casa! Ma come?
Ci organizzammo. Bisognava raggiungere Malta. Il 9 settembre prese il mare un naviglio di pescherecci, dragamine e due cacciatorpedinieri: ce ne andavamo, ma quasi subito ci raggiunsero gli Stukas tedeschi. Volevano affondarci, ci imposero di tornare indietro. I cacciatorpedinieri, più veloci, ci abbandonarono dileguandosi al largo. Rientrammo, e apprendemmo dalla radio che Cefalonia era in mano agli italiani. Ad Argostoli fui messo in una postazione contraerea con la mitragliatrice da 20 millimetri. Ma stavolta contro i tedeschi. La cosa era cambiata.
I tedeschi ci mandavano messaggi: «Eravamo insieme fino a ieri... Vi salverete se restate dalla nostra parte». Alcuni dei nostri militari passarono al loro fianco. Il resto, neppure per idea. Io e gli altri della postazione restammo fermi lì, e a un certo punto i tedeschi sbarcarono alle nostre spalle. Fu l'inizio della strage.
Diecimila morti, almeno la metà dei quali passati per le armi: fucilati lì per lì. Due o tremila uccisi in combattimento, con le armi in mano. Altri, fatti prigionieri, ho saputo che annegarono mentre li portavano via. Duemila italiani si salvarono nell'ospedale di campo ad Argostoli; altri riuscirono a unirsi ai partigiani greci.
Io ero tra gli scampati, al momento, essendo finito nell'ospedale da campo. Non potevamo dirci salvi. Anzi, ero convinto che mi avrebbero ucciso. Ricordo con angoscia che venne un ufficiale tedesco e urlò: «Se ci sono ufficiali, escano fuori. Dobbiamo fare una lunga marcia e gli ufficiali potranno muoversi in macchina». Molti dei nostri ufficiali erano travestiti da soldati semplici. Tutti quelli che uscirono furono fucilati subito, sentimmo le urla. Un colonnello fu mitragliato da un tedesco davanti a un lavatoio.
Perché noi ci salvammo? L'ho capito dopo. In quei giorni i tedeschi avevano tirato fuori dal carcere Mussolini e lo condussero in Germania. La prima cosa che Mussolini chiese a Hitler fu di salvare i soldati italiani. Io di certo fui salvato da questo: i soldati che erano in ospedale vennero risparmiati. Ma non era finita.
Ci fecero uscire dall'ospedale da campo. Cadaveri e cadaveri erano stesi su tutte le strade: i corpi degli italiani che avevano combattuto contro i tedeschi o che erano stati fucilati. Una quantità incredibile, la città era piena di cadaveri italiani. Da Cefalonia ci portarono a Patrasso, lì ci misero in fila, facemmo davvero una lunga marcia: fino ad Atene, dove ci misero in un campo di concentramento.
Lavoravo, con tanti altri, ogni giorno al porto del Pireo. E ogni giorno un ufficiale tedesco veniva al campo per dirci che era meglio che passassimo dalla loro parte, perché loro erano i più forti, avevano le armi migliori, erano i migliori del mondo... Alcuni si fecero convincere. Anche perché lì si soffriva la fame; e si mangiava sempre meno. Ma la maggior parte di noi rimase a lavorare e sopportare la fame. I greci ci conoscevano, ci mostravano simpatia e ci davano da mangare quel che potevano: fichi secchi e cose del genere. La salvezza era nella fuga, ma fuggire era impossibile. O meglio: sembrava impossibile. Un giorno...
Lì circolavano anche i soldati italiani che avevano detto sì ai tedeschi. Circolavano liberamente perché, pur non essendo stati ancora forniti dell'uniforme tedesca, avevano al braccio una visibile fascia: Deutsche Wehrmacht. Un bel giorno dunque (anche quello fu un bel giorno) amici greci ci fecero avere un paio di quelle fasce per aiutarci a scappare passando inosservati. Un grosso rischio, o la va o la spacca. Fummo in due a tentare: io e un lombardo. Era una mattina. Con la fascia al braccio uscimmo dal recinto del porto, i tedeschi di guardia ci salutarono e ci allontanammo come se niente fosse. Non lontano ci aspettava un camioncino, saltammo su, i greci ci portarono via e ci tennero nascosti. Mi unii ai partigiani, entrai nella formazione socialista del gruppo Hellas (l'altro era il KKY) e ripresi la guerra, stavolta in montagna. Nell'ottobre di quell'anno tornai in Italia: a Taranto potei reindossare la divisa italiana. Fino alla fine della guerra. Il destino non mi voleva tra gli undicimila caduti.
Mauro Manunza

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Le parole del Reduce Lecca - "Lì circolavano anche i soldati italiani che avevano detto sì ai tedeschi. Circolavano liberamente perché, pur non essendo stati ancora forniti dell'uniforme tedesca, avevano al braccio una visibile fascia: Deutsche Wehrmacht" - confermano pienamente il "collaborazionismo" avutosi in Grecia come a Cefalonia, da parte di nostri militari superstiti, con i tedeschi: se ciò può comprendersi per coloro che non brigarono per combatterli, non può assolutamente essere giustificato per chi, come il "capo" indiscusso della rivolta contro il gen. Gandin, aprì addirittura il fuoco -di propria iniziativa- contro di essi e, successivamente, ad onta del motto da lui coniato e rivendicato "Con i pezzi o sui pezzi", accettò di essere posto -dagli stessi assassini dei suoi commilitoni- a capo dei militari "collaborazionisti" lamentandosi, nel dopoguerra, di non essere stato insignito di Medaglia d'Oro la cui proposta di conferimento, ancorchè avanzata ben due volte (!), dai generali Infante prima e Bernabò poi, le Autorità Militari preposte, non ritennero di dover accogliere mostrandosi, forse per la prima volta coerenti con le risultanze dei fatti che ad esse dovevano essere ben note malgrado l'apparente patina di "rispettabilità" che vollero conferire alla vicenda.
Massimo Filippini
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Dal Sito Internet
www.difesa.it

CEFALONIA 1943 La tragedia della Divisione "Acqui"

Occupata dalle forze italiane nel maggio del 1941, alla firma dell' armistizio che pose fine, dopo sei mesi, alla campagna di Grecia, l'isola ionica di Cefalonia era presidiata dalla 33^ Divisione di fanteria da montagna " Acqui" , al comando del Generale Antonio Gandin.
Dopo la firma dell' Armistizio con gli Alleati, 1'8 settembre 1943, alla Divisione fu ntimata la resa. Dal Generale Gandin venne sollecitato un ordine esplicito da parte del Comando Supremo e da Brindisi, dove ormai sedeva il Governo Badoglio fu ordinato via radio, con messaggio in codice, di resistere.
Nell’isola c'erano viveri per novanta giorni e munizioni per circa un mese e gli uomini avevano la volontà di battersi. E le forze della Divisione " Acqui" si batterono, fino ad essere sopraffatti il 21 ottobre, dopo aspri combattimenti.
Nell'isola di Cefalonia ed in eventi immediatamente successivi persero la vita 9646 soldati italiani dell’ “Acqui”.


http://www.difesa.it/2giugno02/temi/cefalonia.shtm

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La ricostruzione, sia pure sintetica, dei fatti di Cefalonia, di cui al su riportato sito dell'ESERCITO ITALIANO, è la palese dimostrazione del pietoso stato in cui circa sessant'anni di menzogne e di travisamenti hanno ridotto il ricordo di Cefalonia.
In questo caso non si tratta di malafede o di uso ideologico dei fatti -come è prassi costante della sinistra- ma di ignoranza di essi, assolutamente ingiustificabile per la sua provenienza proprio dall'Istituzione che avrebbe il dovere di ricostruirli con il massimo rigore ed esattezza, in quanto parte integrante del suo patrimonio "genetico".
E' semplicemente vergognoso che sul sito internet del nostro Esercito, l'apposito spazio "dedicato" a Cefalonia contenga macroscopiche inesattezze denotanti una completa ignoranza dei fatti o, nel migliore dei casi, una conoscenza approssimativa di essi.
Quanto sopra è ancor più riprovevole perchè denota una assoluta mancanza di controllo di quel che si è scritto, tanto più imperdonabile di fronte al conclamato proposito delle Autorità Militari di dare il giusto risalto alla tragedia di Cefalonia che, però, non va ricordata soltanto con la partecipazione di soldati, in uniformi d'epoca, alla sfilata del 2 giugno, ma soprattutto attraverso la ricostruzione dei fatti esatta e priva di travisamenti.
Passando ad analizzare le "perle" di detta rievocazione, osserviamo, in primo luogo, che in essa si parla della "33^ Divisione di Fanteria da montagna Acqui al comando del gen.Gandin" facendo confusione con il 33^ reggimento di Artiglieria da montagna che, al comando del col. Mario Romagnoli, era uno dei Reggimenti di cui si componeva la Divisione "Acqui" comandata dal gen. Antonio Gandin.
Si tratta, come è evidente, di un'inesattezza imperdonabile specie per la sua collocazione oltre che per la sua redazione che, è da presumere, sia stata compiuta da un militare (!).
Altra inesattezza incredibile è quella con cui ci si riferisce al 21 ottobre come giornata in cui cessarono i combattimenti, mentre la resa avvenne il 22 settembre (!).
Di fronte a ciò, come diceva Troisi, "non ci resta che piangere".
Di una cosa però dobbiamo esser riconoscenti all'ignoto redattore delle "dolenti" note sull'argomento, di non averci torturato con l'evocazione di "referendum" indetti da Gandin ma di aver rispettato la Verità riferendo dell' ORDINE DI RESISTERE INVIATO DAL COMANDO SUPREMO, DA BRINDISI AL GENERALE GANDIN: ciò lo riscatta ampiamente delle inesattezze scritte in precedenza per le quali lo invitiamo a dare un'occhiata al presente sito e ad approfondire, eventualmente, i fatti con la lettura de "La vera storia dell'eccidio di Cefalonia".

Massimo Filippini

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Dal "MESSAGGERO" del 15 marzo 2003

Pro e contro/A Torino studiosi di tre generazioni si confrontano su revisione e revisionismi in Italia.

Dal Risorgimento all’età liberale, dal fascismo alla Resistenza. Con un principio guida: non c’è ricerca senza ripensamenti. Sganciati, però, da fini politici
Più storia, meno ideologia
di FULVIO CAMMARANO -

REVISIONE e revisionismo. Apparentemente sembrano termini simili invece c’è di mezzo una voragine: l’ideologia. La parola revisionismo ha una lunga storia ma in sostanza, come ricorda Bruno Bongiovanni, sino agli anni 60 riguardava solo le relazioni internazionali (dopo la I guerra mondiale l’epiteto era riferito a coloro che volevano mettere in discussione i termini dei trattati di pace) o l’ambito dell’ortodossia comunista (il socialdemocratico tedesco Eduard Bernstein alla fine dell'800 fu definito revisionista perché aveva escluso il crollo catastrofico del capitalismo profetizzato da Marx). Da allora il termine è però migrato in ambito storiografico.
Il detonatore, per l’Italia, fu la straordinaria biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice tra gli anni 60 e gli anni 90. Un apice polemico che negli ultimi tempi sta tuttavia scemando. Lo stesso convegno in corso a Torino, del quale parliamo qui a fianco, ne è la dimostrazione. Oggi molte questioni che sino a pochi anni fa sarebbero state oggetto di anatema da parte di settori della storiografia “canonica" sono dibattute vivacemente ma senza porre steccati invalicabili. Ci stiamo avviando verso l’epoca della “revisione", vale a dire della pratica storiografica seria che rivede i risultati delle ricerche precedenti senza spirito di parte. Se la storia smette di essere guerra di religione, ricorda Angelo d’Orsi, ne guadagnano tutti e si finisce anche per togliere un’arma ai politici privi di scrupolo. E allora vengano pure i grandi duelli.
Per il Risorgimento e l’età liberale, spicca, tra i tanti esempi possibili, l’interpretazione che tende a rivalutare gli stati pre-unitari sulla base della, presunta o meno non importa, bontà dei rispettivi governi rispetto al successivo, violento ed autoritario, regno “italo-sabaudo". Pio IX, i Borbone, la mitica amministrazione austriaca sono improvvisamente diventati “buoni e bravi". Va da sé che la tesi può far comodo a chi è interessato a diffondere una cultura politica antiunitaria ma in fondo tutto ciò appare irrilevante di fronte alla banale constatazione che i Savoia hanno vinto non perché erano i migliori governanti ma semplicemente perché hanno saputo assecondare il bisogno dell’opinione pubblica del tempo di un regime costituzionale. I piemontesi forse erano “più cattivi" ma accettarono, rischiando in proprio, di trasformare quella massa di sudditi in cittadini.
Più delicate, ovviamente, appaiono le polemiche relative ai periodi successivi. Per quanto riguarda il ventennio fascista, ad esempio, un tema esemplare che continua a dividere gli studiosi rimane quello del consenso al regime. Per gli eredi della storiografia di sinistra il consenso è solo di facciata. Il sistema mussoliniano risultava infatti attraversato da profonde divisioni. Erano addirittura i fascisti e gli stessi gerarchi, secondo Salvatore Lupo, a non consentire con Mussolini. Dalla parte opposta invece si fa notare che, per quanto imbarazzante, non si può negare che Mussolini sedusse la gran parte degli italiani ed anzi fu il primo vero tramite, sin dagli albori dello stato unitario, per l’integrazione delle masse nello stato. Il fascismo insomma, concordano Roberto Vivarelli e Claudio Pavone, non è stato solo Salò, come qualcuno vorrebbe far credere, per accreditare l’immagine di un paese con una forte consapevolezza antifascista ma anche per “normalizzare" il ventennio 1922-1943.
D’altronde è proprio questo, da diversi anni, uno dei periodi più controversi della storiografia. Alla tesi che vuole l’8 settembre 1943 come il punto di rottura di tutto il vecchio mondo e dunque come il momento di una rinascita del paese interamente affidata all’insorgenza partigiana che, affiancando le truppe alleate, pone le fondamenta del futuro riscatto nazionale, si contrappone la prospettiva di chi, come Elena Aga Rossi, non ritiene che si sia mai davvero concretizzata quella sorta di parola d’ordine, “tutti a casa", che preannunciava lo “squagliamento" dello stato italiano in seguito all’annuncio dell’armistizio. Al contrario lo stato italiano continuava a vivere nella resistenza dei militari italiani ai nazisti, resistenza di cui Cefalonia è diventata il simbolo.
Insomma né “morte della patria" nell’accezione voluta da Galli della Loggia né legittimazione di nuovi gruppi dirigenti su basi resistenziali, ma continuità dello stato, pur all’interno della caduta di un regime. Grosse e complesse questioni che non a caso gli organizzatori dell’incontro hanno voluto affrontare puntando sul confronto tra generazioni di studiosi per rendere visibile il processo di emancipazione da un termine, revisionismo, che dovrebbe d’ora in poi limitarsi a indicare coloro che hanno volutamente scelto questo nome per negare l’esistenza storica della shoah. Qui si è valicato non solo il confine della credibilità storiografica ma anche quello della decenza e della coscienza civile. Per tutti gli altri, cioè coloro che vogliono confrontarsi sulle basi di una seria e argomentata ricerca, l’auspicio è che prevalga una predisposizione alla libertà che vive anche di eresia e ironia.
E’ infatti il conformismo il vero nemico di ogni spirito libero e forse quella tendenza degli intellettuali ad accomodarsi pigramente nel “canone", è stata decisiva per il radicamento del fascismo. Un’esigenza di “revisione" a cui gli storici sono particolarmente sensibili, visto che non c’è vera ricerca storica senza incessante ripensamento basato sul libero accesso alle fonti, indipendenza di giudizio e fantasia interpretativa, ma che riguarda anche tutti coloro che vivono la propria cittadinanza e il proprio lavoro come qualcosa di più di un inerte fortilizio di diritti acquisiti.

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Testo del commento inviato al "NUOVO" in occasione della visita di Vittorio Emanuele di Savoia a Napoli.

Si vergognino le istituzioni

Dopo aver tenuto in esilio forzato gente che all'epoca del ventennio era un bambino o non era neanche nata adesso che, dopo quasi sessant'anni (!), si è 'concesso' loro di tornare nella 'loro' patria, ci si compiace di snobbarli. Questo avviene in un paese che ha fatto rientrare assassini come Moranino e li ha eletti senatori. Ciò non meraviglia se a farlo sono i comunisti e i loro accoliti ma che a farlo siano le Istituzioni è penoso. Che si vergognino.
Sabato 15 Marzo 2003 - Massimo Filippini

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Da "LA NAZIONE" del 22.3.03

Sindaci a Roma: «Aprite l'armadio della vergogna»

«E' stata una cerimonia molto bella, toccante: abbiamo riascoltato le storie strazianti di tanti, troppi eccidi. La speranza è che questa manifestazione serva a riaprire l'armadio della vergogna». Così il sindaco di Massa, Roberto Pucci, di ritorno da Roma, ha commentato la giornata che il Comune capitolino ha dedicato alle stragi naziste rimaste impunite. La giornata, alla quale Pucci ha partecipato con il gonfalone della città, si è conclusa con un invito pressante al presidente della Camera perchè Montecitorio approvi al più presto la legge, già approvata al Senato, che prevede l'istituzione di una commissione d'inchiesta sulle stragi nazi-fasciste nel '43-45. Alla giornata hanno partecipato i sindaci di Sant'Anna di Stazzema e di Marzabotto, comuni martiri della resistenza, l'Anpi, l'Associazione per le vittime di Cefalonia e gli amministratori di 143 comuni, tra cui Massa. L'armadio della vergogna è quello che contiene le prove di 2274 reati commessi durante l'occupazione nazifascista, rimasto per mezzo secolo nascosto nella sede della Procura militare, prima di essere scoperto nel '94. Sono passati altri 9 anni senza giustizia.

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In merito a quanto sopra e restando nell'ambito di Cefalonia, vorremmo sapere sulla base di quale diritto l'Ass. per le Vittime di Cefalonia pretenda di rappresentare le stesse.
E' ORA DI FINIRLA CON L'ESISTENZA DI ASSOCIAZIONI CHE PARLANO A NOME DELLE VITTIME DI CEFALONIA, RAPPRESENTANDO SOLO UNA MINIMA PARTE DI ESSE, CIOE' QUELLA DI CHI, IN BUONA O MALA FEDE, SOSTIENE LA "VULGATA" MENZOGNERA CHE DA DECENNI TRAVISA E MISTIFICA LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI.
M.F,

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Da "La Nuova Ferrara"
LETTERE
mercoledì 26 marzo 2003

Onoriamo i ferraresi che militarono
nel Corpo Italiano di Liberazione
Marina Ramponi

Ho molto apprezzato la lettera di Cavallini pubblicata sabato 22 marzo. In essa si fa esplicito riferimento alle forze armate regolari ed al tributo di sangue da esse offerto nella guerra di liberazione.
Il C.I.L. (Corpo Italiano di Liberazione) venne costituito nel 1943 e quest'anno se ne celebrerà il 60º anniversario. In esso furono inquadrati anche molti ferraresi, fra i quali ricordo l'avv. Anselmi, già presidente Unuci, che a Monte Lungo fu anche decorato al valore.
Però a Ferrara non c'è una sola targa che ricordi il contributo dei ferraresi che combatterono in divisa a fianco degli Alleati.
C'è - è vero - una lapide che ricorda il massacro di Cefalonia, ma si tratta di un singolo episodio, per quanto importante e significativo.
Chiedo a Cavallini se non sarebbe giusto, da parte del Comune, onorare pubblicamente - come finora mai è stato fatto - anche quei ferraresi che combatterono nel Corpo Italiano di Liberazione, onorando la Patria e la libertà.
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FINALMENTE QUALCUNO SI RICORDA CHE OLTRE AI PARTIGIANI CI FU ANCHE CHI ONORO' "LA PATRIA E LA LIBERTA" COMBATTENDO CON L'UNIFORME DELL'ESERCITO REGOLARE.
M.F.
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Dal sito web "Politica on line":
- Giulietto Chiesa, Lo Storico Stalinista -

"L’ultima sparata del Giulietto è stata l’affermazione che il nazifascismo è stato sconfitto soprattutto dall’Armata Rossa. Vale la pena di trascrivere la divertente e nello stesso tempo documentata replica di Paolo Granzotto sul Giornale.

Il sangue non è acqua e quello che scorre nelle vene di Giulietto Chiesa è rosso. Rosso come “bandiera rossa la trionferà”, rosso come la stella rossa dell’Armata Rossa. Anni di permanenza a Mosca, nella Mosca centrale del comunismo, del politburo, del comintern, del KGB, hanno lasciato il segno condizionando il pensiero di Chiesa e non c’è muro di Berlino o svolta della Bolognina che tenga: quello è e quello rimane.Un po’ di date, che non fanno mai male. L’URSS fa capolino sullo scenario bellico il 17 settembre 1939. Ma non per combattere il nazismo, quanto per collaborare con esso nella spartizione manu militari della Polonia: metà a Hitler e metà a Baffone. I due erano amiconi e il primo non dimenticava che se era diventato Führer lo doveva al secondo. Già, perché nelle cruciali elezioni tedesche del 1932 per il Bundestag, socialdemocratici e comunisti ottennero 221 seggi, mentre i nazisti ne ebbero 196. Gli schieramenti di sinistra avrebbero potuto dunque sbarrare la strada al nazismo se Stalin non avesse vietato ai compagni tedeschi di accordarsi coi socilademocratici. E fu così che Hitler venne nominato cancelliere (lo ricordo anche a Enzo Biagi, il quale sostiene che andò al potere col 90 per cento dei suffragi). Ma torniamo a bomba. Impegnata nelle pulizie etniche in Polonia – le fosse di Katyn, per dirne una – Mosca lasciò mano libera ai tedeschi che invadevano, una via l’altra, Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Francia. Si risvegliò quando l’ex alleato scatenò l’offensiva contro la Russia, il 22 Giugno del ’41. Ed è solo da quella data che l’Unione Sovietica prese a combattere il nazismo. Sei mesi dopo scesero in campo gli Stati Uniti che l’8 novembre sbarcavano in Marocco e in Tunisia. Pertanto, sostenendo che l’intervento americano fu tardivo Giulietto Chiesa dice una bischerata. La prima della serie. Ci ha già pensato Mario Cervi a ristabilire la verità, ma giova ripetere che senza l’aiuto dell’America Stalin sarebbe stato tutt’al più in grado di difendersi dai colpi di maglio della Wehrmacht. Altro che liberare l’Europa dal nazismo. Dal settembre del ’41 Washington, oltre a concederle un primo prestito di un milione di dollari, fornì all’Unione Sovietica centinaia e centinaia di migliaia di tonnellate di armamenti e materie prime che nei primi due anni ammontarono a 171 navi, 2mila 800 carri armati, 1960 aerei, 527mila 692 tonnellate di munizioni e 44mila 583 tonnellate di carburante. Approvvigionamenti vitali, come confermò lo stesso Stalin. Quando, all’inizio del 1943, gli Stati Uniti gli fecero sapere che gli Uboot tedeschi stavano infliggendo gravissime perdite ai convogli e che il flusso dei rifornimenti avrebbe subito un momentanea contrazione, replicò immediatamente: ”Voi comprendete senza dubbio che ciò non potrà non influire sfavorevolmente sulla situazione delle truppe sovietiche”. In base a questi fatti dire, come dice Chiesa, che il merito della sconfitta tedesca spetta all’Unione Sovietica, è un’altra bischerata. La seconda. Perché il grosso lo fecero gli angloamericani che con lo sbarco in Normandia portarono la guerra nel cuore stesso del nazismo. Con l’apporto dell’armata rossa, certo, ma dell’Armata rossa in larga parte approvvigionata dagli Usa. Tant’è che fino allo sbarco alleato in Francia Stalin rimase inchiodato sul fronte occidentale. Non dice niente a Giulietto Chiesa il fatto che l’Unione Sovietica abbia dichiarato guerra al Giappone solo l’8 agosto del 1945, all’indomani di Hiroshima?

Considerazione personale.
In una storia parallela si potrebbe ipotizzare che senza lo sbarco in Normandia i tedeschi avrebbero potuto scatenare contro l’URSS tutta il loro sforzo bellico. Baffone avrebbe avuto bel altre gatte da pelare. L’esito della guerra forse sarebbe stato lo stesso ma almeno non avremmo oggi un Giulietto Chiesa (alias Stalin) che ci affligge con le sue stronzate".
23-02-2003
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Da "LA NAZIONE" del 19 aprile 2003:

"25 APRILE: Resa giustizia ai gay e alle lesbiche"

Esprimiamo soddisfazione per il consenso espresso dall'Amministrazione provinciale e comunale, circa la nostra richiesta di partecipazione alla celebrazione ufficiale del 25 Aprile prossimo, in piazza S.Michele. Finalmente anche i gay e le lesbiche, vittime delle persecuzioni nazifasciste, potranno essere commemorate degnamente. Si rompe un muro di silenzio che, per troppi anni, ha avvolto queste vicende. In un periodo contrassegnato da un forte revisionismo storico (che, in certi casi, si trasforma in vero e proprio negazionismo), con la nostra presenza in piazza il 25 Aprile, vogliamo non solo ricordare il sacrificio dei gay e delle lesbiche uccisi/e nei campi di sterminio nazista o mandati al confino dal regime fascista, ma anche mettere in guardia tutti dalla sottovalutazione delle nuove forme di fascismo che si manifestano anche nella nostra città. L'anniversario della Liberazione assume per noi, in virtù dell'opportunità che c'è stata data, un significato ancora maggiore: è la prima tappa di un percorso che ha come obiettivo la «liberazione» dei gay e delle lesbiche lucchesi dalla paure e dalle discriminazioni subìte a causa della loro «diversità». E' l'occasione per invitare tutti e tutte ad uscire allo scoperto, per rivendicare il diritto a vivere la propria vita serenamente. E' la circostanza giusta per aprire un canale di comunicazione con i cittadini, per sfatare luoghi comuni e pregiudizi. Non ci limiteremo soltanto a parlare dal palco, ma allestiremo, per tutto il giorno (in piazza S.Michele, sotto i loggiati), una mostra sulle persecuzioni subite dagli omosessuali durante il nazifascismo.
Circolo Lucca Gay-Lesbica
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"COSI' SIAMO AL COMPLETO"
M.F.
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Da "Brescia Oggi" del 19 aprile 2003

LETTERE AL DIRETTORE
IL CLIMA DELLE CELEBRAZIONI
Il significato del 25 Aprile

La Festa della Liberazione cade quest’anno in un clima drammaticamente segnato dall’iniziativa anti 25 Aprile di alcuni parlamentari di Forza Italia. I quali hanno detto a chiare lettere che, non appena se ne determinassero le condizioni, sono pronti ad affidare alla Casa delle libertà, cioè al centrodestra, la proposta prioritaria di abolire la Festa nazionale del 25 Aprile, data storica della Liberazione, perché a detta dei proponenti l’abolizione della Festa del 25 Aprile, tra cui don Gianni Badget Bozzo, uomo vicino al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la Resistenza nonsarebbe stata un movimento popolare ed avrebbe diviso la coscienza nazionale. Don Gianni Badget Bozzo, che ha rilasciato sul tema un’intervista ad un settimanale di diffusione nazionale, «con evidente quanto involontaria ironia riscopre strumentalmente il Risorgimento e, pur di contrapporlo alla lotta antifascista e alla Resistenza, lo definisce momento di unità tra gli italiani». «È l’ennesima iniziativa volta a far violenza alla storia italiana ed a quella europea colpendo i simboli e gli ideali della sconfitta dei totalitarismi e dell’avvento della democrazia, nel clima politico attuale di dilagante revisionismo, di odiose provocazioni come la devastazione del Sacrario partigano della Benedicta, la devastazione del monumento eretto a Cernobbio in ricordo di Giorgio Perlasca che da solo ha salvato migliaia di ebrei in Ungheria, li ha sottratti ai vagoni piombati di Eichman, e ai campi di sterminio del sistema nazi-fascista, di rivalutazioni di personaggi e atti del regime fascista». Alle menzogne e alle provocazioni rispondiamo da Brescia, Medaglia d’argento al valor militare della Resistenza, con un grande 25 Aprile, che deve essere un momento di riconoscenza verso coloro che con sacrificio e sangue, scrissero incancellabili pagine di storia del nostro Paese. L’Anpi provinciale ritiene doveroso ricordare in questo 25 Aprile 2003 che la Resistenza in Italia e in Europa ha eliminato il veleno mortale del Nazismo e del Fascismo. La Resistenza italiana che ha partecipato a questa lotta di civiltà, ha potuto consegnare alla Costituzione repubblicana i valori della giustizia e della libertà, della solidarietà e della pace sui quali realizzò il consenso più alto della storia dell’Italia democratica. Questi sono i valori nei quali tutti i cittadini debbono riconoscersi, in quanto fondamento dell’unione nazionale e della democrazia. I volontari della libertà chiamano i giovani, le donne, gli uomini, tutte le forze politice e sindacali democratiche a riunirsi solidali in difesa della Costituzione, strumento irrinunciabile di democrazia e testimonianza delle lotte e dei sacrifici dai quali è nata la nostra Repubblica. Il 25 Aprile è il suggello unitario dell’evento storico dal quale la democrazia italiana ha ripreso il suo cammino nell’Europa restituita alla libertà. Questo cammino non deve essere insidiato mettendo a rischio i diritti costituzionali, lasciando irrisolti conflitti di interessi, attaccando i diritti del lavoro e i sistemi della giustizia, della scuola e dell’informazione. Il 25 Aprile chiama gli italiani all’impegno per una libertà vivente da difendere e testimoniare giorno per giorno. Ora e sempre Resistenza!
RENATO BETTINZIOLI
Portavoce dell’Anpi provinciale di Brescia
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Sono passati quasi sessant'anni ma loro continuano nel monotono e fegatoso BLA BLA BLA....
Non vi siete accorti, compagni, che la guerra è finita da un pezzo?
M.F.
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Da "La Nazione" del 20 aprile 2003
Adriano Sofri parlerà della Liberazione


Adriano Sofri parlerà della Liberazione in Oltrarno. Lo farà su invito del gruppo dei Democratici di Sinistra di Palazzo Vecchio attraverso un video che sarà registrato martedì prossimo nel carcere di Pisa dove Sofri sconta la condanna a 22 anni per l'omicidio del Commissario Calabresi. Con Sofri (nella foto piccola), che parlerà in differita, interverranno alla Sala Vanni di piazza del Carmine il consigliere ds Giorgio Bonsanti, il parlamentare Michele Ventura e il segretario della sezione Oltrarno Ezio Barbieri.
L'iniziativa, alle 18, non mancherà di sollevare polemiche, anche in casa Ds: l'incarico di celebrare la Liberazione, dato a un uomo che più tribunali della Repubblica hanno giudicato colpevole di un crimine efferato, stride con le posizioni di tutela della giustizia e della magistratura su cui il partito è da sempre schierato. Ma il capogruppo Ugo Caffaz non la pensa così e difende questa scelta: «Sofri su questa materia è uno dei pensatori più lucidi che io abbia letto e porrà sicuramente dei motivi di dibattito, una forte carica di attualizzazione della Liberazione dopo quasi sessant'anni. E' giusto dar voce a chi sta in carcere, la prigione non deve essere una tomba. Eppoi io penso che Sofri dovrebbe essere amnistiato immediatamente. In galera si perde tutto tranne che il cervello».
Ogni tentativo di metter fine alla storica contrapposizione tra destra e sinistra sulla guerra di liberazione sembra naufragato: «Sentiamo affermare che i martiri sono da tutte e due le parti e che la memoria è di tutti — continua Caffaz, che è un esponente della comunità ebraica e non può dimenticare ciò che ha sofferto dal nazifascismo —. Noi pensiamo il contrario, non si può mistificare la storia: il 25 aprile è la data della sconfitta della dittatura fascista e nazista, anche grazie agli Americani, e resta un monito a non riprovarci più. Sofri la pensa così, con una netta distinzione tra buoni e cattivi. Il revisionismo odierno è inaccettabile, il perdonismo uno sport troppo facile».
Per Ezio Barbieri la scelta dell'Oltrano non è casuale: qui è morto il comandante Aligi Barducci, detto Potente, uno degli eroi della battaglia che i partigiani ingaggiarono l'11 agosto 1944 per liberare la città. E aggiunge: «Sofri darà un grosso stimolo. Anche per non essere d'accordo».
Dopo una merenda-cena, che si annuncia frugale, alle 21 una fiaccolata partirà da piazza Tasso e, dopo aver attraversato l'Oltrarno, arriverà in piazza Santo Spirito dove ci sarà un concerto del giovane gruppo musicale dei «Fiati sprecati».
Le manifestazioni ufficiali del 25 aprile invece cominciano alle 10,30 con la consueta cerimonia al monumento ai caduti in piazza dell'Unità Italiana. Dopo la deposizione di corone e le preghiere, il corteo arriverà in Palazzo Vecchio dove nel Salone dei Cinquecento ci saranno le celebrazioni.
Alle 17, in piazza della Signoria, concerto della Filarmonica Rossini.
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COME TROVATA NON C'E' MALE: "Un condannato "definitivo" per omicidio premeditato in danno di un (presunto) avversario politico, ricorderà, naturalmente deprecandoli, gli "omicidi" commessi dai "nazifascisti".
Analogamente, per stigmatizzare gli autori di uno stupro si dovrebbe incaricare un condannato per lo stesso reato: il carcere -come giustamente detto dal diessino Caffaz - non deve essere una tomba e quindi è doveroso sentire chi ha una specifica "competenza", sia teorica che pratica, sui singoli reati specie se comprovata da rilevanti condanne penali. Si potrebbero, addirittura, trasformare le carceri in altrettanti Atenei affidando le mansioni di Rettore a detenuti scelti, preferibilmente, tra gli ergastolani.
M.F.

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Da "IL TEMPO" del 20 aprile 2003
In Liguria il 25 aprile corona anche ai morti di Salò
IL vicepresidente della Giunta regionale ligure, Gianni Plinio, di Alleanza nazionale, propone di deporre, in occasione dell’anniversario del 25 aprile, una corona di fiori anche al Sacrario dei morti della Repubblica sociale ed immediata arriva la dura reazione dei Ds che, attraverso il capogruppo in consiglio, Paolo Perfigli, giudicano l’atto «una vera e propria provocazione politica e morale».
La proposta di Plinio, fatta propria dalla Giunta regionale, «risponde - come ha spiegato lo stesso vicepresidente - ad una esigenza che fu sottolineata lo scorso anno dal presidente della Repubblica Ciampi, il quale lanciò un nobile appello affinché ai morti, tutti i morti, da qualunque parte stessero, fosse concessa la pietà umana».
«Proprio dopo quell’appello - spiega ancora Plinio - la Regione Liguria decise, già lo scorso anno, di aumentare il contingente di corone che vengono ogni anno depositate, in occasione del 25 aprile, su sacrari, cippi e targhe: oltre alle otto da sempre inviate per ricordare i Caduti della Resistenza, ne fu aggiunta una destinata al Sacrario dei Caduti della Repubblica di Salò nel cimitero genovese di Staglieno, dove riposano 1500 soldati. Quest’anno abbiamo semplicemente rispettato la nuova consuetudine».
Secondo il capogruppo dei Ds nel consiglio regionale ligure, Paolo Perfigli, invece, «l’iniziativa è una offesa al 25 aprile, che è la festa della Liberazione: in questa giornata si ricordano e si onorano gli oppressi e le vittime del nazifascismo, si celebra il grande valore della Resistenza che è la base della nostra Repubblica. È una provocazione voler onorare nell’ anniversario della Liberazione i caduti della Repubblica sociale che furono gli oppressori dei partigiani».
Ribadisce Plinio: «Si tratta di una polemica pretestuosa, rozza e miserabile. Con questa decisione, in realtà, la Regione Liguria compie un atto di grande civiltà».
domenica 20 aprile 2003
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Dall'Archivio de "IL GIORNO"
"Longoni, eroe di Cefalonia"
SEREGNO — La figura di un eroe della divisione Acqui, il capitano Angelo Longoni, scomparso di recente, è stata ricordata a Seregno suo paese d'origine.
L'ufficile era uno dei pochi sopravvissuti al massacro dei diecimila soldati italiani trucidati dall'esercito tedesco nell'isola greca di Cefalonia dopo l'armistizio del '43.
Una targa è stata consegnata dal sindaco, Gigi Perego alla moglie, Loretta Landriscina, a nome dell'amministrazione comunale.
L'iniziativa, promossa dal circolo culturale «Seregn de la memoria», si è svolta al termine della messa celebrata da don Giuseppe Villa nel santuario dei Vignoli.
«Un eroe d'altri tempi - ha ricordato il sindaco - che riporta alla memoria pagine della nostra storia che rimaranno sempre impresse nella mente delle future generazioni».
Nell'occasione è stato distribuito un opuscolo sulla vita di Angelo Longoni, dove vengono riportati episodi di cui era stato protagonista. Nel libro di Alfio Caruso dal titolo «Italiani dovete morire» si parla del massacro della divisione Acqui nell'isola di Cefalonia dopo l'armistizio del '43. Longoni era definito la «primula rossa»: in sella ad una vecchia Guzzi organizzò la resistenza alla Wermacht spostandosi per trasmettere ordini, organizzare imboscate, mantenere i collegamenti.
«Strappandosi i gradi - si legge - riuscì a sfuggire alla Gestapo che continuava a cercarlo negli alloggiamenti degli ufficiali. Nessuno mai dei suoi soldati l'aveva tradito anche durante la dura prigionia».
Longoni era molto noto a Seregno anche come giocatore di calcio e allenatore della squadra locale. E Paolo Trabattoni ha consegnato ai familiari una medaglia del club degli azzurri.
di Mario Galimberti
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L'avv. Longoni, capitano d'artiglieria di complemento, fu uno degli ufficiali che, insieme con Apollonio e Pampaloni, cospirò contro il Comando di Divisione, venendo nel dopoguerra sottoposto al noto procedimento penale conclusosi nella farsa del "proscioglimento istruttorio", e non dell' "assoluzione" -come da talune parti interessate si va cianciando- sua e degli altri imputati, alla faccia dei morti causati, anche e soprattutto, dalle loro iniziative che dettero luogo a gravissimi reati rimasti impuniti all'atto del loro compimento e, successivamente, dopo lo scandaloso proscioglimento, elevati alla dignità di atti "eroici" da un potere politico insensibile verso le Vittime dei fatti e mafioso nei confronti dei responsabili della loro morte.
Anch'egli come Apollonio "si strappò" i gradi, nonostante il motto, "sull'arma si cade non si cede", coniato dal suo amico ma poco rispettato da entrambi, in aperta contraddizione con la qualifica di "eroe" loro attribuita.
Lo stralcio che segue, tratto dalla Relazione sui fatti di Cefalonia, compilata da lui e conservata all' Ufficio Storico dell'Esercito la dice lunga sulla sua partecipazione alla rivolta contro il Comando della "Acqui".
Riferendosi ai giorni immediatamente successivi all'8 settembre egli scrisse: "La nostra tenda divenne così il centro del movimento antitedesco: DA LI' FURONO FATTE PRESSIONI SUL COMANDO DI DIVISIONE PERCHE' ALLE PRETESE TEDESCHE FOSSE OPPOSTO UN NETTO RIFIUTO; DI LI' PARTIRONO I PRIMI ORDINI PER L'ORGANIZZAZIONE DELLA RESISTENZA; DI LI' SORSE LA VENTATA DI ARDORE CHE CONVICENDO I DUBBIOSI E TRASCINANDO I PAVIDI, DOVEVA FARE DELLA DIV. "ACQUI" UN'ANIMA SOLA; LI' CONVENNERO I CAPI RIBELLI DELL'ISOLA PER STUDIARE UNA COLLABORAZIONE VENUTA POI DEL TUTTO A MANCARE PER L'ASSENTEISMO DEI LOCALI NEI GIORNI DEL COMBATTIMENTO".
Le parole riportate sembrano più quelle di un Comandante in capo piuttosto che di un modesto capitano di complemento il cui dovere, in quei frangenti, sarebbe stato di prestare obbedienza ai Superiori anzichè fare quello che fece.
Meno male che, almeno, ci illuminano sull'equivoco comportamento dei celebrati "Patrioti" greci i quali, dopo aver ottenuto armi da Ufficiali italiani indegni di tale nome, si eclissarono, a dimostrazione di quanto non gliene fregasse niente della sorte di noi italiani.
Bisognerebbe che Amos Pampaloni, amico fraterno degli assassini comunisti greci -i famigerati "andartes"- spiegasse al suo amico Ciampi in che modo si comportarono costoro onde evitare che quest'ultimo, dopo le scuse porte ai greci nella sua visita a Cefalonia del 1° marzo 2001, li ringrazi anche per un aiuto che assolutamente non vi fu.
Massimo Filippini
21 aprile 2003

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Da "IL NUOVO" del 21 APRILE 2003

FI: il 25 aprile onore alle vittime dei comunisti
La proposta di un deputato bolognese al sindaco Guazzaloca: "Nel dopoguerra centinaia di persone furono massacrate in nome dell'odio ideologico".


BOLOGNA - Il 25 aprile si avvicina e allora perché non "usarlo" per fare i conti con il nostro passato? E perché non farla diventare la festa oltrechè dei vincitori nella guerra di Liberazione anche dei vinti? Fabio Garagnani deve esserselo chiesto, al punto da proporre al sindaco di Bologna Giorgio Guazzaloca che in occasione delle celebrazioni del 25 aprile ci sia "un esplicito riferimento anche alle vittime del terrore di sinistra che macchiò di sangue le nostre terre nel periodo 1945-1948".
Con un' iniziativa destinata a suscitare nuove polemiche, il deputato di FI e capogruppo in Comune torna a riproporre che venga reso onore alla centinaia di morti "che in Emilia Romagna e a Bologna in particolare - afferma - sono da mettere sul conto della violenza comunista a secondo conflitto mondiale concluso".
"E' indubbio - sostiene Garagnani nella lettera inviata a Guazzaloca - che nel triennio in questione centinaia di persone (cattolici, liberali, riformisti) furono massacrate in nome dell'odio ideologico che tra gli anni '43-'45 aveva contrapposto partigiani e repubblichini in una vera e propria guerra civile. Un terrore che mirava unicamente a proporre anche in Italia un regime analogo a quello che stava per essere instaurato nei Paesi dell'est europeo".
Secondo Garagnani, si tratta "di porre rimedio ad una ingiustizia e di ridare dignità a tante vittime innocenti nonché consolazione ai loro familiari. In poche parole - prosegue - ricomporre in un abbraccio solidale tutti i morti, condannando la violenza in quanto tale e mettendo da parte la retorica e i luoghi comuni che hanno caratterizzato per troppo tempo le celebrazioni della Resistenza".

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Da l'Espresso dell'11 nov. 2000
STORIA / L'ECCIDIO DEI SOLDATI ITALIANI A CEFALONIA NEL SETTEMBRE '43


No generale, non ci arrendiamo
Furono pochi ufficiali, artiglieri e marinai i primi a reagire ai tedeschi. Uno scrittore svela una delle pagine più belle della II guerra mondiale. Mai raccontata
di Alfio Caruso
Un manipolo di eroi o piuttosto soldati indisciplinati sulle cui coscienze pesa il massacro di oltre novemila commilitoni? Che ruolo ebbero gli ufficiali che nel settembre del '43 sull'isola greca di Cefalonia non vollero arrendersi ai tedeschi? «Furono eroi. E sono stati dimenticati». Alfio Caruso, che alla vicenda ha dedicato un libro ("Italiani dovete morire", Longanesi), non ha dubbi: se la prende con il «Paese di Azzeccagarbugli» che nel dopoguerra mise sotto processo alcuni dei sopravvissuti accusandoli di rivolta e insubordinazione, mentre in Germania si proteggevano i veri responsabili di un massacro studiato a tavolino.
È il settembre 1943. L'armistizio coglie di sorpresa gli 11.700 soldati italiani della divisione "Acqui" che presidia l'isola. E li mette di fronte a una scelta drammatica: la vita o l'onore, arrendersi ai tedeschi o combattere. Il comandante della divisione, il generale Antonio Gandin, temporeggia, ma alcuni dei suoi ufficiali organizzano la resistenza. Alla fine hanno la meglio: la "Acqui" non si arrende. I tedeschi inviano aviazione e marina. Ed è la strage: 1.300 italiani morti negli scontri, quasi seimila passati per le armi con ferocia dopo essersi arresi, altri tremila, fatti prigionieri, affogati per l'affondamento delle navi su cui erano stati caricati. Una delle tante pagine buie della Wehrmacht. Ma anche «una delle più belle pagine dell'esercito italiano. Eppure è tra le più dimenticate», scrive Caruso in "Italiani dovete morire", una commovente ricostruzione del massacro di Cefalonia, in libreria dal 20 ottobre, di cui pubblichiamo un'anticipazione.
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ALFIO CARUSO COME EMILIO SALGARI ?
E' questa la domanda che il lettore avveduto si pone leggendo il suo libro.
I toni enfatici usati per conferire dignità di epopea ad una vicenda che vide prevalere la prepotenza e la tracotanza di pochi scellerati, da cui derivò il martirio di tanti innocenti, riecheggiano quelli di Emilio Salgari nei suoi romanzi d'avventure con eroi come Sandokan o il Corsaro Nero.
Ma qui si parla di gente fatta ammazzare per davvero e ciò, francamente, appare eccessivo.
Il libro va bene per quella gran massa di persone che, essendo digiuna di letture, preferisce il "feuilleton" alla realtà ovvero leggende imbonitrici alla verità storica, magari proposte da chi con i fatti narrati non ha nulla a che fare anzi molto, se si considera l'aspetto economico della questione.
Il tutto ovviamente alla faccia di chi, dei fatti, è rimasto Vittima.
Massimo Filippini
22 aprile 2003

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Da "IL TEMPO" del 23 aprile 2003
Polemiche politiche sul 25 aprile
La sinistra: il premier vada a Marzabotto; la Cdl ricorda i crimini dei partigiani


Per la prima volta l’anniversario della Liberazione celebrato anche al Quirinale
IL 25 aprile sarà celebrato per la prima volta, quest’anno, anche al Quirinale. Oltre alle iniziative che avranno luogo in molte località, specialmente quelle che vissero in modo particolarmente drammatico la presenza dei nazisti, quindi, venerdì nel Cortile d’Onore dove, alla presenza del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, il capo dello Stato consegnerà sei medaglie d’oro al valor civile ad altrettanti Comuni protagonisti della Resistenza: Casalecchio di Reno (Bologna), Verghereto (Forlì), Ferentino (Frosinone), Valle Corsa (Frosinone), Castelforte (Latina), S.Cosma e Damiano (Latina). Premiata alla memoria anche una delle vittime della strage nazista a S.Anna di Stazzema, Genny Bibolotti Marsili che morì per proteggere il figlio, facendogli scudo contro le raffiche di mitra dei tedeschi. Le tribune montate nel grande piazzale interno del palazzo presidenziale ospiteranno seicento invitati.
Quest’anno però la festa della Liberazione, viene celebrata anche con ampio strascico di polemiche. A innescarle ci ha pensato il deputato dei Ds Giulietti il quale ha invitato Berlusconi a recarsi a Marzabotto. Bondi, portavoce di Forza Italia, ha a sua volta invitato Giulietti «a fare tutte le polemiche che vuole, ma a lasciare stare Marzabotto». «Neanche lì - ha detto - i comunisti hanno le carte in regola» e ha rilevato che «va studiato il comportamento dei partigiani rossi, i quali radicalizzando lo scontro con i nazisti in ritirata hanno fatto pagare alle popolazioni civili un prezzo troppo alto».
Nello scambio si è inserito il sindaci proprio di Marzabotto, De Maria, il quale ha ricordato che «la storia del massacro nazifascista di Marzabotto è stata purtroppo scritta con il sangue di centinaia di civili innocenti: tentare di confondere la natura di quegli eventi a fini di propaganda politica rappresenta davvero una caduta di stile che non dovrebbe appartenere ad un parlamentare della Repubblica», e ha asserito che «le parole dell’on.Bondi relative all’eccidio di Marzabotto sono gravi ed inaccettabili».
Il portavoce di An Mario Landolfi, dal canto suo, afferma che si sta manifestando «la solita tentazione della sinistra di utilizzare a fini di parte una ricorrenza nazionale» e che invece col 25 aprile si dovrebbero «commemorare tutti i caduti e i martiri, anche quelli che furono uccisi solo perché non comunisti, a guerra addirittura finita».
Prima che la polemica, nella giornata di ieri, montasse, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi (Udc), aveva fatto un parallelo fra la Liberazione dell’Italia e quella dell’Iraq, e aveva sottolineato che «gli alleati non solo ci hanno liberato, assieme ai nostri partigiani, da una dittatura, ma ci hanno anche aiutato a diventare un Paese libero e democratico», ma anche che «non tutti i partigiani combatterono per la democrazia e la libertà». «Una parte di loro», ha sottolineato Giovanardi, si batté «per imporre in Italia, anche dopo la guerra, un regime di tipo stalinista, non esitando ad eliminare fisicamente chi la pensava in modo diverso».
mercoledì 23 aprile 2003

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Da "Il Resto del Carlino> del 25 aprile 2003

Cerimonia ufficiale col comandante
che si ribellò ai nazisti a Cefalonia


La celebrazione del 58° anniversario della Liberazione si aprirà oggi alle 8 con la partenza da piazza Saffi del tradizionale Trofeo cicloturistico di medio fondo «Sul cammino delle Libertà». Il percorso toccherà vie e luoghi del Comune ove la Resistenza è significativamente ricordata
Alle ore 10,30 sempre in Piazza Saffi si terrà la deposizione di corone d'alloro ai lampioni ed al Sacrario dei Caduti per la Libertà nel Chiostro San Mercuriale. Alle ore 10,45 inizierà la cerimonia ufficiale con il saluto del Sindaco di Forlì, Franco Rusticali e il discorso celebrativo di Amos Pampaloni, Medaglia d'argento al valor militare, Comandante del 33° Reggimento d'artiglieria che si ribellò ai nazisti a Cefalonia nel 1943. Seguirà la premiazione dei concorsi indetti dal Comune e rivolti agli studenti forlivesi.
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L'hanno promosso ! Da Comandante della 1^ batteria a Comandante del 33° Reggimento!
M.F.
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Da "L'Unione Sarda" del 25 aprile 2003

La polemica sul 25 aprile
Questa festa è di tutti gli italiani
di Bruno Vespa


Perché guastare in pochi giorni quel che si è cercato di costruire negli ultimi dieci anni? La polemica sul 25 aprile, da qualunque parte la si tiri, è sbagliata.
Per cinquant’anni, fino al ’93, la festa della Liberazione è diventata progressivamente la festa di una parte. Non c’era celebrazione in cui si ricordassero le migliaia di soldati alleati morti per cacciare i nazifascismi. Non una parola di misericordia per chi aveva combattuto dalla parte sbagliata. Non un ricordo per i martiri di Cefalonia e gli eroi di El Alamein, mentre i giovani ignoravano che accanto ai partigiani “rossi” avevano lottato, sia pure in numero inferiore, i partigiani “bianchi”.
La Liberazione era diventata una festa “rossa” che sembrava destinata ad estinguersi lentamente con la morte dei protagonisti della Resistenza. Ma il simbolo era stato talmente forte da essere preferito, quando si dovettero ridurre le festività civili, al 2 giugno, nascita della Repubblica. Per molto tempo siamo stati l’unico paese al mondo a non festeggiare il proprio compleanno, fino al salutare ripristino imposto da Ciampi.
Il 25 aprile del ’94 il centrosinistra reagì alla prima vittoria di Berlusconi con la più spettacolare manifestazione antifascista che si ricordasse da tempo. L’alleanza con Fini aveva fruttato in campagna elettorale al fresco presidente del Consiglio l’appellativo di “Cavaliere nero”, dunque occorreva richiamarsi saldamente alla Resistenza. Trascorsi quella mattinata nell’ufficio di Gianfranco Fini per raccontare la festa della Liberazione “dall’altra parte”. Scrutai ogni angolo del tavolo e di ogni bacheca alla ricerca di qualche cimelio che documentasse i legami sentimentali del giovane segretario con il Ventennio. Niente. Fini era certamente più avanti del suo partito: quando prima delle elezioni il federale di Firenze l’aveva accolto al suono dell’Inno a Roma (“Sole che sorgi/libero e giocondo”), egli lo aveva gelato: “Abbiamo cambiato musica. Cerca di cambiare disco”.
Il passo più vistoso da sinistra lo fece due anni dopo Luciano Violante. Appena eletto presidente della Camera senza i voti del Polo (che per questo rinunciò alla presidenza del Senato), Violante fece un discorso sui “ragazzi di Salò” che strappò le lacrime di Mirko Tremaglia. Dopo cinquant’anni il Grande Gelo cominciava a sciogliersi. Da allora si intravide un percorso in discesa. I giovani (e non solo) scoprirono la ferocia che entrambe le parti avevano mostrato in tanti episodi della guerra civile italiana. Seppero che se i nazisti (e non solo) avevano anche da noi compiuto i loro massacri (Risiera di San Sabba), i comunisti titini (e non solo) avevano occultato le loro stragi di italiani nelle foibe. Si scoprì che tanti libri di storia erano parziali oltre il lecito e che dopo la vergogna dell’8 settembre migliaia di soldati italiani avevano preferito farsi massacrare piuttosto che passare con i tedeschi.
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FINALMENTE UN GIUSTO MODO DI RICORDARE IL 25 APRILE.
QUESTA E' "MEMORIA CONDIVISA", NON QUELLA DEI COMUNISTI, CHE IL QUIRINALE PREDILIGE.
M. F.
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Articolo della Repubblica del 28 febbraio 2001

La Memoria
Cefalonia, il viaggio di Ciampi per la strage dimenticata.
di Mario Pirani

Con la visita a Cefalonia Ciampi inserisce una tappa essenziale nel viaggio ideale che ha intrapreso, ormai da qualche tempo, con l'esplicita ambizione di sollecitare gli italiani ad un recupero del senso della Nazione e della storia patria, di cui andrebbero condivisi i grandi discrimini, pur nella diversità delle opzioni politiche odierne. Per questo il presidente della Repubblica nelle visite precedenti a Piombino, a S. Anna di Stazzena, a Trieste, tanto per ricordarne qualcuna, ha posto al centro dei suoi interventi un discorso sulla Resistenza non celebrativo né ripetitivo di una stanca vulgata, quanto di consapevole riflessione.
L'esigenza posta dal presidente della Repubblica trova a Cefalonia il suo risvolto più esplicito. Per più di un motivo: perché qui si ebbe il primo, grande episodio di resistenza italiana all'esercito nazista; perché questa resistenza fu, ad un tempo, militare e popolare, in quanto decisa da un referendum fra tutti i reparti della Divisione Acqui; perché, infine, nell'isola jonica venne commesso uno sterminio di massa, senza paragoni, per dimensione, nelle vicende che seguirono l'8 settembre. Eppure quell’episodio che avrebbe dovuto scandire il punto d’inizio della Resistenza, subì il velame di una memoria debole e non si inserì mai appieno nella cronologia simbolica del cinquantennio repubblicano.
Solo l’iniziativa presa dal nostro giornale in merito, qualche anno orsono, ruppe l’incantesimo negativo.
Il perché ha più di una spiegazione: la storiografia politica della Resistenza fu ispirata dall’idea che questa fu un movimento nazional popolare, guidato da una avanguardia politica, incentrata sulla alleanza dei partiti antifascisti, organizzata nei Cln (Comitati di liberazione nazionale), con un netto prevalere, peraltro, della sinistra, dal Pci al Partito d’azione.
Di conseguenza il ruolo delle Forze Armate (che rifulse non solo a Cefalonia ma nell’Egeo, in Jugoslavia, in Corsica, a Barletta, a porta S. Paolo, a Piombino, nei lager dell’internamento, nel ricostituito esercito del Sud e, infine, nelle stesse formazioni partigiane, che erano comandate, non a caso, dal generale Cadorna) venne messo in secondo piano.
Nell’immaginario collettivo la dimensione unitaria e nazionale della Resistenza subì così un vulnus, che finì per imprimerle un profilo essenzialmente di sinistra. Sul terreno politico le conseguenze furono diverse. Comunque la legittimazione della Repubblica e la collocazione internazionale dell’Italia nel dopoguerra trovarono nella Resistenza la base fondativa.
Il cosiddetto «arco costituzionale» è filiazione diretta dei Cln ed esso assicurò non solo la stesura della Costituzione ma suggellò, sia la formazione dei governi, sia il patto consociativo non scritto che regolò per decenni i rapporti tra maggioranza e partito comunista all’opposizione.
In questo contesto il ricordo pubblico della Resistenza finì per disseccarsi nella retorica ripetitiva delle celebrazioni ufficiali e per subire l’usura delle vicende politiche.
Ma col venir meno del quadro partitico di riferimento, dopo Tangentopoli, e con la crisi del partito comunista, dopo il crollo del muro di Berlino, si è aperto un processo di contestazione anche delle basi fondanti della Repubblica, giustamente individuate nel legame inscindibile tra Resistenza e Costituzione.
Lo scontro ideale per l’egemonia culturale tra destra e sinistra si svolge attorno a questo crinale. Le polemiche suscitate dal cosiddetto neo revisionismo ne costituiscono uno dei momenti salienti. Ma anche qui occorre fare delle distinzioni, in particolare attorno alla definizione della lotta di Liberazione come guerra civile, tesi sostanziata da una ormai celebre e approfondita disamina di Claudio Pavone.
Il quale peraltro, mentre ne affrontava gli aspetti tutti italiani (e, perciò stesso, di certame finale tra fascisti e no) si guardava bene dal confondere il giudizio tra i due fronti e dal negare il valore rifondativo della Resistenza. Per quanti, invece, interpretano l’8 settembre come punto d’avvio di un processo di «morte della Patria», che non avrebbe mai ritrovato da allora la piena autonomia di Nazione indipendente, la formulazione di «guerra civile» è fortemente riduttiva: la guerra di Liberazione è stato lo scontro di due.fazioni minoritarie, in un quadro di destrutturazione dello Stato e di crollo delle istituzioni, trascinate nel gorgo dalla fuga della monarchia e dallo sfascio dell’esercito. Il giudizio di De Felice, in particolare sul ruolo delle forze armate, è senza appello. Non stupisce che i suoi allievi non si siano scaldati più che tanto per Cefalonia.
Il pensiero neo revisionista ha per contro coltivato e approfondito una specie di principio di equanimità fra repubblichini e partigiani, i primi riscattati dalla «buona fede» con cui si batterono, i secondi, malgrado l’eroico impegno, penalizzati dall’assenteismo di una maggioranza grigia e opportunista, quanto insidiati da una preponderante partecipazione comunista, portatrice di finalità tutt’altro che patriottiche ma di potere politico, per di più etero guidato.
Questa griglia ottica è falsificante. La «buona fede» non è una categoria interpretativa della Storia. Anche Hitler era in buona fede. E se è auspicabile l’umana pietas per i ragazzi di Salò, questa non può confondersi col giudizio storico e neppure con quello etico. Il generale Gandin, fucilato a Cefalonia con suoi soldati per esser rimasto fedele al giuramento, non può essere messo sullo stesso piano del maresciallo Graziani, che quel giuramento aveva rinnegato e si era messo al servizio dei tedeschi.
L’equiparazione appare, invece, percorribile per quanti assumono la definizione di «guerra civile» come dato assoluto, quasi quello che si combatteva fosse un conflitto esclusivamente italiano. Ma non era affatto così. L’Italia nel ‘43’45 era solo uno scacchiere di uno scontro mondiale tra democrazia e nazismo. Quella era la posta mortale in gioco. In quella battaglia epocale e in quel preciso quadro storico gli Stati Uniti, l’Inghilterra e l’Urss stavano da una parte, Hitler, i suoi alleati e seguaci dall’altra.
Quindi, quali che siano i crimini, gli errori e le degenerazioni del comunismo, precedenti e antecedenti quell’epoca, allora l’Armata rossa combatteva oggettivamente per la salvezza del mondo libero, da Stalingrado fino all’irruzione nei recinti spinati di Auschwitz, dove strappò allo sterminio gli ultimi superstiti . Grazie agli eroi di Cefalonia e alla Resistenza che da lì iniziò, l’Italia è riuscita a schierarsi dalla parte giusta, dopo che era stata trascinata in una infausta alleanza e condotta alla sconfitta. Se ci fossimo piegati a quel destino, allora sì la Patria era morta. E qui si pone, appunto, un altro snodo del dibattito storiografico, che anche di recente si è acceso attorno al libro di un ex brigatista nero : gli alleati erano da considerarsi «occupatori» dell’Italia o liberatori da accogliere e da appoggiare anche con la lotta armata?
Il quesito non è di poco momento. La prima risposta è quella che accompagnò la nascita e la vita del Msi, fino alla svolta di Fiuggi. La seconda è quella che dette la Resistenza.
Il fatto, assolutamente positivo, che Alleanza nazionale abbia compiuto, sotto l’impulso di Fini, un marcato distacco da quell’assunto non comporta, però, una vidimazione assolutoria sul piano storico della repubblica di Salò né delle motivazioni dei suoi adepti. Non c’è parificazione, né allora né oggi, tra chi stava dalla parte della democrazia e della libertà, sia che portasse le stellette o la falce e martello sul berretto e chi stava dalla parte del nazifascismo, con il teschio delle brigate nere o le insegne delle Ss.
Gli uni hanno salvato la Patria e rilegittimato l’Italia, gli altri l’avrebbero asservita ai carnefici di Cefalonia.
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BREVE COMMENTO:

Si tratta del Blà,Blà posto in atto dalle sinistre dopo aver ignorato per appena sessant'anni la vicenda.
Come loro costume, è infarcito di luoghi comuni, falsità e giustificazioni postume per essersi ricordati, così tardi, di essa.
Naturalmente è da respingere 'in toto' e per esso vale il detto omerico che va messo in atto per tutte le ricostruzioni storiche compiute dalla Sinistra: TIME "DANAOS ET DONA FERENTES"

MF.





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