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° ° °

Questa è la conclusione cui si arriva dopo aver letto il saggio “La Resistenza di Cefalonia tra memoria e storia” di Isabella Insolvibile, allieva del prof. Guido D’Agostino docente di Storia contemporanea presso l’Università di Napoli, Presidente dell’Istituto Campano della Resistenza ed esponente di primo piano del
PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
in quota al quale è stato anche Assessore alla Cultura nella Regione Campania.

L’editore però non è, come a prima vista si potrebbe pensare, l’Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia (ANPI) ma una filiazione dell’ANRP (Ass. Naz. Reduci Prigionia), cioè la neonata Fondazione Archivio Nazionale Ricordo e Progresso, partorita con un colpo di genio, (si noti la sigla identica), dalla prima, per proseguirne l’opera sotto diversa dicitura ed in varie direzioni, lasciando, ovviamente, all’altra il compito di perseverare nell’opera intrapresa in favore dei Reduci dalla Germania e purtroppo mandata a monte proprio dal governo socialista di Schroeder verso cui si rivolgevano presumibilmente le simpatie e le speranze della maggior parte dei ricorrenti rappresentati dall'ANRP e trattati alla stregua di “amanti traditi” da un ingrato partner ideologico, nell’occasione mostratosi insensibile alle loro richieste risarcitorie.

Se, dunque, l’ANRP malgrado prestigiose assistenze legali e roboanti comunicati sparsi ai quattro venti ha clamorosamente “toppato”, la sua filiazione, cioè la predetta (Fondazione) ANRP ha intrapreso, come si è detto, la via dell’Editoria pubblicando saggi di vari autori nella collana “Quaderni anrp”, di cui l’ultimo nato è quello dianzi accennato; con esso l’art. 3 dello Statuto dell'ANRP secondo cui la stessa “ha carattere apartitico” viene clamorosamente smentito non solo dall’innegabile appartenenza dell’Insolvibile e del suo 'presentatore - rifondarolo' D’Agostino, al “clan” della Sinistra - da me definito, come ella stessa scrive, dei “Pinocchi marxisti”- ma soprattutto dal contenuto e dalle conclusioni riflettenti il pensiero smaccatamente “sinistro” dell’Autrice.

A sostegno di esso, infatti, ella cita in continuazione, a mo’ di assiomatici paradigmi, le dotte dissertazioni cultural – politico- storiche di svariati personaggi della galassia comunista, a lei evidentemente graditi, da colui che appare come un suo idolo, cioè l’ormai datato Antonio Gramsci, per giungere -attraverso il “compagno” Natta- ai più recenti Collotti, Franzinelli, Giustolisi, Rochat ed altri, citati come vere e proprie fonti della verità assoluta cui abbeverarsi.

Ovviamente non mancano critiche verso gli spregevoli revisionisti, ivi compreso lo scrivente che, addirittura, diffonderebbe notizie infondate attraverso il suo sito internet, contribuendo a mantenere “divisa” la memoria di Cefalonia su cui lei ed i suoi dotti referenti –poveretti! – hanno sudato le proverbiali sette camicie al ‘nobile’ scopo di farla digerire agli italiani.

Altro che Resistenza di Cefalonia, viene voglia di dire: la vera resistenza la devono fare gli altri nei confronti di gente come la Insolvibile ed i suoi “mentori”, compresi quanti, per ignoranza dei fatti o dolosamente, cioè per consapevole adesione a dette tesi mutuate da una ben precisa parte politica e storicamente ridicole, si annidano in diversi ambienti, comprese, purtroppo, le FFAA.

Ciò premesso, mi corre obbligo di rilevare che l’illustre autrice ha detto una cosa assolutamente falsa a pag.. 41 dove, a proposito delle mie posizioni avverse ad Apollonio ha scritto:

“A sostegno della sua tesi, il Filippini riporta le testimonianze del colonnello Ricci –fascista di fede dichiarata, favorevole alla cessione delle armi e poi collaborazionista – e del capitano Pampaloni”.

A a tal proposito faccio presente che

IO NON HO MAI PARLATO NEL MIO LIBRO E NEL PRESENTE SITO

del col. Ezio Ricci, già com. te del 317° ftr., pronunciatosi per la cessione delle armi nel Consiglio di Guerra indetto da Gandin, assieme a tutti gli ufficiali Comandanti di Corpo, con esclusione del solo cap. freg. Mastrangelo, comandante della Marina e, quindi, non facente parte della Div. Acqui, ma dipendente dal proprio Comando Marina.
(Prevenendo una prevedibile osservazione dei Pinocchi marxisti in merito al col. Romagnoli com. te del 33° e quindi di Apollonio, falsamente considerato contrario alla cessione delle armi faccio presente che anch'egli si espresse, pur con qualche perplessità, per detta cessione,
chiedendo solo che gli venisse impartito un ordine “scritto”).

Tornando al col. Ricci , la gentile autrice dovrebbe spiegare come abbia fatto, una studiosa del suo calibro, a scrivere una tale panzana, che sarà presa per oro colato dai poveracci che leggeranno il suo libro, sempre che ci sia qualcuno che, oltre agli affiliati all’Istituto della Resistenza Campano presieduto dal “Rifondarolo” D’Agostino, abbia lo stomaco di farlo.

Aggiungo, per inciso, che sul col. Ricci ella è anche male informata: questi infatti, pur essendo o meglio, “apparendo” fascista come molti ufficiali all’epoca, non “collaborò” con i tedeschi ma fu loro prigioniero a differenza di Apollonio che, come riportò il Pubblico Ministero nella Requisitoria del 20 marzo 1957, “era tanto affiatato con essi (i tedeschi ndr) da riuscire, dopo breve tempo dall’eccidio di Cefalonia, ad essere ammesso come commensale alla mensa di ufficiali tedeschi”. ( Req. Pag. 82)..

E già che ci sono voglio anticipare, dal mio prossimo libro, una “chicca” per una storica di razza come ha dimostrato di essere l’Insolvibile, dalla quale non voglio nemmeno essere ringraziato: fu proprio il “fascista di fede dichiarata” col. Ricci –prigioniero e non collaboratore dei tedeschi- a cacciare in malo modo l’Apollonio il quale gli si era rivolto, dopo l’eccidio, per avere una sua dichiarazione che, esaltandone i sentimenti fascisti –sempre manifestati fino all’8 settembre- ne agevolasse il proposito di collaborare con i tedeschi come in effetti avvenne.

Il resto la storica Insolvibile lo leggerà sul mio libro che, mi dispiace per “la memoria divisa” cui ella tiene tanto, sta per uscire….

In ogni caso si informi meglio prima di dire cose non vere ed eviterà in futuro altre figuracce.

A questo punto, poiché le critiche che la storica mi rivolge sono sempre le solite, provenienti dall'ormai vetusto armamentario della Sinistra, preferisco riderci su anzichè perdere tempo a replicare a chi non sente ragioni se non quelle provenienti da Gramsci che, guarda caso, fu uno dei fondatori insieme con Andrea Viglongo (padre del 'desaparecido' Donatello altro mio feroce critico come l'Insolvibile) ed altri, del Partito Comunista Italiano nel 1921, o dalla sua “famiglia d’adozione”, come ella definisce “il personale …dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza”.

Con chi ha tali maestri riconosco l’impossibilità di qualunque dialogo e mi rimetto al giudizio della gente, cosa che evidentemente alla ‘storica’ non va a genio avendo ella scritto in chiusura del capitolo quanto segue:

“Purtroppo la versione di Filippini ha larga diffusione, soprattutto grazie alla facilità cui vi si accede attraverso Internet. Il sito, allettante e di facile consultazione, fornisce un rapido e sbrigativo quadro di riferimento per chi non abbia competenza dei fatti e sia semplicemente “incuriosito” da essi. Questo contribuisce a rendere la memoria sempre più “divisa” e, quel che peggio, non consente un approccio oggettivo con la verità storica”.

Non so come definirebbero tale giudizio a Napoli, sua città natale, coloro che fossero a me favorevoli: so però quel che direbbero a Roma, a lei ed ai suoi partners:
"ROSICATE COMPAGNI, ROSICATE”.

Con questo concludo non senza rinnovare al mio amico Enzo Orlanducci, segretario dell’ANRP la richiesta già avanzata, in altra pagina del sito, ad alcuni Membri del Comitato Direttivo, di attivarsi per fondere la loro Associazione con l’ANPI, stante l'identico linguaggio e gli stessi contenuti ideologici di entrambe che giustificano pienamente il titolo di questo articolo:
SI SCRIVE ANRP MA SI LEGGE ANPI.

Massimo Filippini

25 settembre 2004

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