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CI VOLEVA GIAN ENRICO RUSCONI.....
Ci voleva il professor Gian Enrico Rusconi con il suo "CEFALONIA - Quando gli italiani si battono" per gettare lo scompiglio tra i custodi delle "balle" sacre su Cefalonia.
Il cattedratico piemontese evidentemente non se l'è sentita di avallare la versione canonica e, con un libro dai toni assai moderati ma dal contenuto innovatore sfata quasi tutti i tabù faticosamente elaborati e resi intoccabili dalla morente Sinistra storico - culturale italiana.
Sarà interessante vedere come si comporteranno nei suoi confronti i sepolcri imbiancati che fino ad oggi hanno finto di ignorare lo scrivente senza accorgersi che, invece, stava per terminare la loro carriera di imbalsamatori della verità.
Riportiamo di seguito l'articolo de "LA STAMPA" che illustra il libro in questione:

UN SAGGIO DI GIAN ENRICO RUSCONI «RIVEDE» CRITICAMENTE LA VERSIONE CANONICA DEL COMPORTAMENTO DELLA DIVISIONE ACQUI

CEFALONIA 1943
Il coraggio di essere italiani

di Gian Enrico Rusconi
24 maggio 2004

Eppure gli italiani a Cefalonia non volevano fare né gli eroi né i martiri. Semplicemente dopo l'8 settembre desideravano tornare in patria, a casa - ma in sicurezza. Con le loro armi. I tedeschi, invece, esigono il loro disarmo, come sul territorio nazionale. Il comandante Antonio Gandin - dopo una lunga trattativa, tra disordini e insubordinazioni della truppa - prende la decisione di resistere all'imposizione tedesca. La Acqui si trova in una situazione militare difficilissima, attacca e subisce la vendetta tedesca.

Ma perché soldati tedeschi normali, scelti e valorosi (Gebirgsjäger equivalenti agli alpini italiani) si comportano come criminali? Perché con la loro ferocia smentiscono la leggenda della correttezza della Wehrmacht? La ragione è semplice: si sono sentiti traditi. Non è una giustificazione ma una spiegazione soggettiva. Il loro comandante, il generale Hubert Lanz, non è affatto un fanatico nazista.

Al contrario è un militare che in altre drammatiche circostanze, in Russia, ha criticato apertamente gli ordini di Hitler, esponendosi ai rimproveri dei suoi superiori. Anche nel suo comportamento a Cefalonia, che nel processo di Norimberga gli costerà una condanna a dodici anni di prigionia, emergono tratti singolari. Il generale tedesco infatti fino all'ultimo vorrebbe evitare lo scontro con gli italiani. Ma, una volta iniziate le ostilità, non sa fermare il massacro ordinato dall'alto («non fate prigionieri»). Credibili o meno che siano le sue giustificazioni, Lanz gioca la sua parte in una tragedia dove si mescolano onore e tradimento, coraggio e simulazione, azzardo e vendetta.

Queste passioni soggettive riportano, da parte italiana, all'orgoglio militare e patriottico e da parte tedesca alla sindrome del tradimento. Ma questi sentimenti non esauriscono la trama effettiva del dramma. Per quanto riguarda gli italiani, rinchiudere la vicenda di Cefalonia dentro il codice del patriottismo è un'operazione troppo stretta.

Certamente i valori della lealtà istituzionale e della fedeltà al giuramento al re contano molto per gli ufficiali. Ma essi stessi sono divisi su come interpretarli in concreto dopo l'8 settembre. Alcuni arrivano alla soglia della aperta insubordinazione contro il loro comandante, giudicato troppo debole verso le richieste tedesche. Quanto ai semplici soldati, molti si dichiarano disposti a combattere non semplicemente per amor di patria o per obbedienza agli ordini di una lontana e impotente autorità nazionale - ma perché vogliono tornare a casa con sicurezza.

Naturalmente anche questo è «onore del soldato». Ma è pur sempre in nome dell'onore, dell'amore di patria e della responsabilità verso la truppa che lo stesso generale comandante Gandin inizialmente negozia con i tedeschi, convinto di poter trattare essi con franchezza e lealtà.

Il comandante deve fare anche un'altra scelta: obbedire ai suoi diretti superiori ad Atene che lo invitano di fatto alla resa o al Comando supremo che da Brindisi - tardivamente - invita alla resistenza? Qui entra in gioco anche la valutazione politica. Infatti la scelta di seguire le disposizioni di Brindisi si connota di fatto come «antifascista». Ovviamente nel significato ben circoscritto che il termine «antifascista» ha nel settembre 1943 nell'ambiente militare.

Lo stesso governo Badoglio del resto si presenta - innanzitutto agli angloamericani - come «antifascista». Reciprocamente «fascista» è semplicemente chi non riconosce il nuovo governo e sta dalla parte dei tedeschi. É difficile capire se a Cefalonia, in alcuni ufficiali, ci sia un antifascismo politicamente più qualificato.

Nel corso della trattativa con i tedeschi, c'è un episodio molto significativo. La mattina del 13 settembre un inviato tedesco ammara con un idrovolante a Cefalonia e invita il generale Gandin a raggiungere in volo Vienna per parlare con Mussolini, che era stato appena liberato dal Gran Sasso. I tedeschi ritengono che il duce lo avrebbe certamente convinto a passare con i tedeschi.

Ma Gandin lascia cadere l'invito e si preoccupa invece di avere garanzie più certe per la trattativa in corso per il rimpatrio delle sue truppe. Questo episodio conferma, da un lato, l'immagine che i tedeschi avevano del generale italiano come virtualmente ricuperabile per la loro causa.

Ma dall'altro rivela con chiarezza l' effettivo orientamento politico di Gandin. Non sappiamo quanto questo atteggiamento sia motivato da convincimenti personali «antifascisti», dalla fedeltà al re o dalla volontà di non abbandonare i suoi uomini. Verosimilmente è l'insieme di tutti questi motivi.

Ma la preoccupazione principale del generale in quelle giornate sono l'atteggiamento polemico di un gruppo di ufficiali e le turbolenze di alcuni reparti. Il comando deve farsi obbedire dai suoi soldati che diventano improvvisamente irrequieti e indisciplinati. Alcuni si scoprono antifascisti in quanto antitedeschi. In seguito alcuni di quelli che sopravviveranno alla battaglia e al massacro, passando attraverso altre dolorose esperienze, presenteranno retrospettivamente il loro atteggiamento e il comportamento della Acqui nel suo insieme come consapevole affermazione di libertà politica e civile, come un atto di democrazia.

Ma «democrazia» è un nome estraneo alle migliaia di giovani che resistono ai tedeschi e cadono mitragliati sulle aspre alture dell'isola jonica. La patria che hanno nel cuore e sulle labbra mentre sono abbattuti non è ancora quella democratica che li festeggia oggi dando al loro sacrificio il significato di un passo verso la libertà politica, che essi non immaginavano. Qui incominciano le difficoltà e le controversie interpretative.

Nella memoria ufficiale della Repubblica la divisione Acqui a Cefalonia offre l'esempio principale della «resistenza militare» antitedesca, parte integrante, anzi momento iniziale del movimento di liberazione nazionale. È segno di continuità del patriottismo italiano dal Risorgimento alla Resistenza.

Questa interpretazione risale già al primo governo dell'Italia liberata (presieduto da Ferruccio Parri) e ha trovato recentemente un nuovo energico impulso da parte del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. «Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento. Quella scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza di un'Italia libera dal fascismo».

Queste parole hanno creato consensi ma anche reazioni di segno opposto. Hanno rilanciato una lettura ben diversa (già sostenuta nel passato) dell'intero evento di Cefalonia, presentato come caratterizzato innanzitutto da gravi forme di ribellione che sarebbero state la vera causa dello scontro armato insensato con i tedeschi, che il comandante avrebbe potuto e voluto evitare con opportune trattative.

In realtà le due tesi (Cefalonia primo atto della Resistenza o episodio di insensato comportamento militare) sono spesso formulate in modo tale da non far giustizia all'effettivo comportamento del comandante, degli ufficiali e dei soldati della Acqui tra l'8 e il 23 settembre 1943. Vengono sovraccaricate di assunti politici che forzano il dato storico. Diventano un classico caso di esercizio di politica della storia.

«Politica della storia» non è da non intendersi semplicisticamente come sinonimo di manipolazione storica, bensì come tentativo di rivendicare un senso politico univoco a situazioni e a scelte storiche che univoche non erano, anche se rimangono significative per la collettività nazionale.

In questo senso si è creata una versione ufficiale dell'evento di Cefalonia che tende a minimizzarne i suoi aspetti contraddittori, in nome di valori positivi che sono dichiarati esemplari per i cittadini di oggi. Questa è la versione «canonica», cui si contrappone polemicamente un'altra versione che si basa su assunti politici differenti e su una lettura che si autodefinisce «revisionistica». In questo senso su una nota rivista di storia contemporanea Sergio Romano ha parlato di «Cefalonia, pagina nera della storia militare italiana».

Il libro Cefalonia 1943. Quando gli italiani si battono cerca di fare chiarezza anche su questo punto. Esso «rivede» criticamente la versione canonica del comportamento della Acqui, rivisitando i concetti di resistenza militare, di fedeltà istituzionale e i rapporti con dell'ex-alleato tedesco. Appaiono modificati alcuni caratteri della vicenda militare e politica di Cefalonia che tuttavia può rimanere esemplare ancora per noi oggi - sia pure in termini diversi.

Sinteticamente si segnalano cinque punti critici. 1) L'obiettivo primario (non solo in senso cronologico) per la Acqui di stanza a Cefalonia, come di tutte le truppe d'oltremare, è il rimpatrio. Si tratta di un'operazione logistica, militare e politica estremamente impegnativa. Essa mette in luce, da un lato, l'impotenza del comando supremo italiano, privo di mezzi sufficienti per attuarla e dall'altro dà piena legittimazione alla trattativa di Gandin. Il rientro in Italia delle truppe d'oltremare è previsto dagli accordi armistiziali con gli anglo-americani ma non è mai stato predisposto in termini operativi, da nessuna parte. Si creano così aspettative che saranno frustrate.

2) L'alternativa iniziale per gli italiani a Cefalonia non è: cedere le armi trattando con i tedeschi oppure non cedere le armi e combattere (come avrebbero affermato gli ufficiali sostenitori dell'immediata lotta antitedesca, in polemica contro la presunta cedevolezza del loro comandante). Il vero dilemma è un altro: il ritorno in patria lo si ottiene con la battaglia aperta o con un negoziato franco e onorevole, come tenta di fare per alcuni giorni il generale Gandin?
Si tratta di un negoziato tormentato, che si svolge tra la crescente impazienza (che diventa simulazione) dei tedeschi, la insofferenza (al limite della insubordinazione) di alcuni ufficiali italiani e la turbolenza di alcuni reparti della truppa. Il generale comandante si trova al centro di questo campo di tensioni.

3) Centrale e controversa rimane la questione della vera o presunta «insubordinazione» di alcuni ufficiali, innanzitutto del reggimento di artiglieria. Ma è cruciale per la ricostruzione critica della vicenda. Che si tratti di una «violenta crisi disciplinare» (come dice il primo rapporto ufficiale delle autorità militari del 1945) o di un'autentica «sedizione» (come afferma l'interpretazione revisionista) il vero punto che conta è stabilire se essa abbia condizionato la decisione finale del generale Gandin. E, in via subordinata, se abbia interpretato i sentimenti della maggior parte dei soldati.

La nostra tesi è che gli ufficiali intransigenti («irriducibili» o «ribelli» come sono chiamati - benevolmente o con riprovazione - nella storiografia su Cefalonia) si muovono effettivamente sul filo del rasoio della insubordinazione, creano quelli che nella letteratura sono chiamati (anche qui con approvazione o con disapprovazione) i «fatti compiuti» di ostilità contro i tedeschi. Ma è un comportamento comprensibile nella eccezionalità della situazione. Il generale Gandin lo tollera, non perché è debole o succube, ma perché ravvisa in esso la componente estrema di quell'insieme di fattori oggettivi e soggettivi di cui deve tener conto per la decisione finale dello scontro.

4) Su questo sfondo si relativizza il valore del cosiddetto «referendum» della truppa, cioè la consultazione di alcuni reparti salutata (a sinistra) come una innovativa «rottura dell'autoritarismo militare», e condannata (a destra) come cedimento demagogico ed episodio di «sovietismo militare». In realtà se si esaminano i pochi materiali testimoniali a disposizione, entrambe le affermazioni appaiono insostenibili. La rapida consultazione di alcuni reparti (nella notte tra il 13 e 14 settembre) è un gesto irrituale da parte di un comandante, sensibile verso i sentimenti della truppa in una situazione eccezionale. Ma la decisione di interrompere le trattative con i tedeschi e di prepararsi all'azione di guerra matura in lui sulla base di altre ragioni.

5) Parliamo infine dei tedeschi e della loro sindrome del tradimento. La questione del tradimento va affrontata tenendo distinte la problematica che riguarda il comportamento del governo Badoglio in generale da quella della condizione specifica di Cefalonia.
I soldati italiani sull'isola jonica non intendono lo scioglimento della loro unità d'azione con i tedeschi come un «tradimento», ma piuttosto come una manifestazione di autonomia e di autodifesa. Loro non vogliono fare guerra più a nessuno, ma desiderano tornare a casa in sicurezza.

Questo sentimento soggettivamente legittimo entra in collisione con il timore - altrettanto legittimo - dei tedeschi che le isole di Cefalonia e Corfù, prive di difesa, siano esposte ad uno sbarco o anche solo a puntate offensive anglo-americane che metterebbero in pericolo l'intero dispositivo militare tedesco in Grecia e nei Balcani. Questa preoccupazione non sfugge a Gandin e ai suoi stretti collaboratori e spiega la loro disponibilità originaria a lasciare agli ex-alleati le batterie fisse (che del resto erano state loro concesse dai tedeschi) ed anche altre armi pesanti, in cambio di un ordinato rientro in patria. Questa disponibilità però si trasforma in fermezza nella resistenza alle pretese tedesche, quando ci si rende conto che non ci sarà alcun rimpatrio.

Tra le truppe tedesche, l'accusa di tradimento diventa licenza di massacro con la diffusione del Führerbefehl, dell'ordine personale di Hitler, del 18 settembre - quindi ad ostilità già iniziate - che ingiunge di «non fare prigionieri italiani a Cefalonia a causa del comportamento insolente e traditore tenuto dal presidio dell'isola». Dopo la guerra, posti di fronte alla responsabilità di avere consentito l'eccidio, tutti gli ufficiali tedeschi presenti a Cefalonia negheranno d'avere trasmesso l'ordine di Hitler che si sarebbe diffuso quindi oralmente al di fuori dei canali dei comandi ufficiali. È una difesa non credibile e grottesca.

Rimane l' ultimo motivo - psicologicamente il più importante - che spiega la durezza dello scontro. I tedeschi erano convinti che alla fine gli italiani avrebbero ceduto come avevano fatto in molte altre occasioni. Invece questa volta gli uomini della Acqui a Cefalonia resistono. Sfatano la leggenda che «gli italiani non si battono».
 
 
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