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Vedi presentazione in Home Page
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Dal Sito Nazionale di
FORZA ITALIA
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LIBRI/Storia del Novecento:

'LA TRAGEDIA DI CEFALONIA'
di Massimo Filippini
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www.tin.it
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15 ottobre 2004: consegnato a Gian Enrico Rusconi il XXXVII Premio Acqui Storia per la sezione divulgativa
per

'Cefalonia. Quando gli italiani si battono' (Einaudi)

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GLI HANNO DATO PURE IL "PREMIO ACQUI STORIA" !

E ADESSO CHE DIRANNO
I "MASCALZONI" ED I "FREGNACCIARI"
CHE IMPERVERSANO RACCONTANDO
BUGIE IGNOBILI E VERGOGNOSE
IGNORANDO DI PROPOSITO QUANTO LO SCRIVENTE HA DETTO E SCRITTO SUL FALSO MITO DI CEFALONIA ?

I SIGNORI SONO SERVITI: NON HANNO DEGNATO DI ATTENZIONE MASSIMO FILIPPINI E ADESSO SI BECCHINO RUSCONI !!

PER ME VA BENE LO STESSO PURCHE' LA VERITA' FINALMENTE VENGA A GALLA.

E NON E' FINITA:

A NOVEMBRE SI LEGGANO (MAGARI DI NASCOSTO, COME E' LORO ABITUDINE) IL MIO NUOVO LIBRO

"LA TRAGEDIA DI CEFALONIA"
UNA VERITA' SCOMODA

ED AVRANNO UN ALTRO DISPIACERE CHE, FORSE, A MOLTI DI LORO FARA' PASSARE LA VOGLIA DI FARE GLI IMPOSTORI.

MASSIMO FILIPPINI
-ORFANO DI UN CADUTO DI CEFALONIA-
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La giuria della sezione storico divulgativa, formata da Ernesto Auci (presidente), Roberto Antonetto, Pierluigi Battista, Riccardo Chiaberge, Elio Gianola ed Alberto Masoero, ha scelto il volume
"Cefalonia. Quando gli italiani si battono"
con la seguente motivazione:

«È un’opera che fa riflettere al di fuori degli schemi e che dà modo al lettore di avere una completa visione dell’avvenimento. Attraversando una reale e antiretorica rievocazione dei fatti viene maggiormente delineata la tragedia dell’8 settembre, quando la nazione andò allo sbando e avvenne il crollo degli alti comandi».

Il verdetto unanime della giuria è stato raggiunto anche attraverso i due rappresentanti della giuria dei lettori, Adriana Ghelli e Nicoletta Morino.

(Da L'ANCORA settimanale di informazione di Acqui)

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La motivazione del Premio Acqui mi induce ad un commento dedicato ai

"contator di balle"

imperversanti sulla vicenda, senza ritegno alcuno.

Esso si può sintetizzare nella semplice ma efficace frase

"I SIGNORI SONO SERVITI"

Con profonda disistima

Massimo Filippini

16 0ttobre 2004

P. S. Sconsiglio vivamente ai deboli di cuore, tra costoro, la lettura del mio libro di prossima uscita
(LA TRAGEDIA DI CEFALONIA - Una verità scomoda).
Potrebbe venirgli un colpo.

MF
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IN RELAZIONE AL CONFERIMENTO DEL PREMIO ACQUI A RUSCONI HO SCRITTO ALLA REDAZIONE DE
"L'ANCORA"
SETTIMANALE ONLINE DELLA CITTA' DI ACQUI,
IL SEGUENTE EMAIL:

EGR. REDAZIONE DE "L'ANCORA"

E' con legittimo orgoglio che invio a Codesta Redazione copia di una pagina del sito www.cefalonia.it in cui ho scritto
-'sine ira et studio sed magna cum felicitate' -
un breve commento sul conferimento a Gian Enrico Rusconi del Premio Acqui Storia per il suo libro su Cefalonia.
Si tratta di un Premio che indirettamente gratifica i miei non riconosciuti e bistrattati sforzi intesi a far prevalere la verità sulle menzogne e ciò è provato dai favorevoli richiami, espliciti ed impliciti, che in detto libro si rifanno alla mia opera -risalente al 1998- a evidente testimonianza della mia primogenitura nello smascherare le falsità sulla vicenda.

Ma io non sono un cattedratico "meritevole" di premi, sono "soltanto" il figlio di uno che a Cefalonia ci rimise la pelle e, pur essendo uno dei Comandanti di Corpo, non ebbe alcuna menzione o decorazione al pari di coloro che, ribellandosi al gen. Gandin, fecero accadere la tragedia.

Spero di non sembrare immodesto, quindi, se dico di considerare il Premio a Rusconi indirettamente anche mio dedicandolo a mio Padre ed a tutti coloro che come lui non volevano fare nè i Martiri nè gli Eroi e furono invece costretti a morire da un ordine dissennato dello Stato Maggiore e dalle scelleratezze di alcuni membri della Acqui, in una vicenda "pazzesca ed inutile" come la definì persino un nostro "neo alleato" il M.llo Alexander.

Distinti Saluti
avv. Massimo Filippini
LATINA
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LO AVEVAMO PREVISTO...
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Era facile prevedere che il libro di Rusconi avrebbe suscitato reazioni da parte dei sostenitori della versione 'canonica' dei fatti i quali ad opera del "maitre à pensèr" di "nomina" presidenziale, Mario Pirani, hanno attaccato aspramente il professore torinese, definendo "inaccettabile" quanto ha scritto, pur risparmiandogli (per il momento...) la taccia di revisionista che, nell'accezione da essi data al termine equivale ad una condanna definitiva.
Ma, ne siamo certi, presto si avvererà anche tale ipotesi e il professor Gian Enrico Rusconi farà -ad opera dei 'Soloni" marxisti- il suo trionfale ingresso nel girone dei "pidocchi revisionisti", (la gentile espressione è del 'Vate' Giorgio Bocca), ove alloggiano personaggi come Renzo De Felice o Sergio Romano, da costoro deprecato per la 'blasfema' definizione di Cefalonia, come "pagina nera della storia militare italiana".
Un'ultima osservazione: quando le stesse cose le disse -per primo- il sottoscritto, fu agevole far finta di niente, ma ora con la discesa in campo di Rusconi supportato da altri "revisionisti" di vaglia, diventa dura per la Sinistra continuare ad imporre la sua versione dei fatti, sia pur accreditata dal 'placet' di Ciampi evidentemente ignaro di quello che -EFFETTIVAMENTE- avvenne a Cefalonia e comunque criticabile per aver abbandonato, sul delicato tema, quella neutralità che un Capo di Stato dovrebbe avere, lasciando soli a dibatterne storici, studiosi e ricercatori.
In altri termini la versione e, soprattutto, l'interpretazione dei fatti di Cefalonia non è divenuta "Vangelo" solo perchè "Ciampi dixit".
Ciò accade nei regimi autoritari ma, per fortuna, l'Italia sembra, e sottolineo "sembra" essere ancora una democrazia.
A corredo di quanto detto, riportiamo da "Repubblica" due articoli relativi alla "querelle" tra Pirani e Rusconi affinchè il lettore si renda conto di quel che bolle in pentola, malgrado gli assiomi sostenuti
- in spregio della Verità storica-
da quel che resta della Sinistra non più egemone.

METTETEVI L'ANIMO IN PACE SIGNORI DELLA SINISTRA:
IL VOSTRO BAVAGLIO SU CEFALONIA NON HA FUNZIONATO.

MF
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Mario Pirani 16 sett. 2004
Risposta a Pirani di G. E. Rusconi
Replica Pirani a Rusconi
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PIRANI L'INDIGNATO
ovvero
NON DISTURBARE I MANOVRATORI
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Nella sua 'indignata' replica,
( "Come fa Rusconi ad avallare questa indecente versione dei fatti ?),
Mario Pirani dimostra di essere assai scarso di letture su Cefalonia se si eccettuano quelle evocanti esponenti della parte politica cui apparteneva, cioè quella comunista, (Parri, L'Unità, Togliatti), con ovvio contorno di veleni sui governi (quelli di De Gasperi ndr.), che attuarono, a suo dire, "un'aspra restaurazione antipartigiana".
Nulla di nuovo in ciò se non una gran rabbia che il castello ideologico costruito su Cefalonia, stia arrivando al capolinea.
Nel dire questo, però, egli compie un falso che ci sforzeremo di definire "involontario" attribuendolo, con molta buona volontà, alla sua scarsa conoscenza dei fatti "reali" di Cefalonia, da lui ostinatamente presentati -peraltro in buona compagnia - a guisa di "mito" spesso sconfinante nella leggenda.
Egli infatti nel criticare la Relazione del ten. col. Picozzi che, secondo lui, intese irridere "agli episodi dove si manifestò lo spirito bellicoso dei soldati e ufficiali della Acqui" ne riporta, per dimostrare il suo assunto, il breve stralcio che dice "Dal punto di vista militare non costituiscono certo motivi di gloria .....", con ciò inducendo il lettore a ritenere effettivamente inqualificabili ed irriguardose, anche se alquanto insensate, le parole del predetto Ufficiale qualora riferite ai soldati della Acqui.
MA NON E' COSI'.
Infatti, leggendo per intero il contesto da cui le parole sono state estrapolate si constata come il pensiero del ten. col. Picozzi sia stato travisato e ciò non può non gettare un'ombra di dubbio sull' esattezza di quanto scrive Pirani al cui errore "involontario" vogliamo sforzarci di credere.
Nella sua Relazione, infatti, che
io per primo ho portato alla luce
malgrado il gran via vai di storici, pseudo storici e "maitres a pensèr" della Sinistra nei locali dell'AUSSME (da dove però costoro rendono pubblico solo ciò che fa loro comodo), Picozzi a pagina 13 scrisse:

"Bisogna prima di tutto rendere un particolare ed ammirato omaggio a coloro che hanno più valorosamente combattuto e dato la vita a caro prezzo, resistendo fino all'ultimo.
La massa, negli ultimi giorni, non ha però combattuto con uguale fierezza.
Nella commemorazione effettuata recentemente da Don Romualdo Formato, confortata da concordi testimonianze, è ricorsa la frase "tamquam agnus ad occisionem perductus".
In altre descrizioni, si è udito che i caduti sono andati alla fucilazione rassegnati e invocando la "mamma".
Dal punto di vista religioso ed umano, queste circostanze sono profondamente toccanti e drammatiche.
DAL PUNTO DI VISTA MILITARE, NON COSTITUISCONO CERTO UN MOTIVO DI GLORIA" .

L'ultima frase in stampatello è -chiaramente- quella riportata da Pirani il quale dovrebbe spiegare dove sia in essa "l'irrisione" dei Caduti essendo evidente che il Picozzi, lungi dal dileggiare alcuno, avrebbe preteso addirittura un più accentuato carattere "marziale" o militare da parte dei poveri Caduti invocanti 'la mamma' e non magari la Patria o l'Italia come retoricamente (e falsamente) impone "il mito" coniato sulla tragedia.
Ciò conferma che Pirani, se non ha falsato volontariamente il pensiero di Picozzi, non ne ha capito lo spirito e quindi ha ancora molto da imparare in quanto, per le cose che dice, fa pensare che sappia a memoria solo il discorso di Ciampi pronunciato a Cefalonia e le sue successive esternazioni, ("Cefalonia primo atto della Resistenza"), di cui egli pretende la piena osservanza da parte di tutti - Rusconi compreso- sui quali incombe l'obbligo di non "disturbare i manovratori".
Il che peraltro non solo lascia invariati ma, anzi li accresce, tutti i dubbi esistenti sulla sincerità, veridicità e giustezza delle versioni -quelle sì inaccettabili- provenienti dalla sua parte politica.

MF
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Dal sito www.einaudi.it

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La presentazione del libro di Rusconi 'demolitore' del mito di Cefalonia

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www.tin.it
Dal Sito www.internetbookshop.it
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Due interessanti commenti sul libro di Rusconi

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www.tin.it
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Dal sito www.azetalibri.it

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Altri due commenti meritevoli di lettura e di meditazione
da parte
dei "fregnacciari" nostrani

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www.tin.it
Dal Sito www.db.avvenire.it
"Anche Cefalonia fu resistenza, ma senza politica"
di G. Santamaria

(Solo i 'signori' della Sinistra fingono di non capirlo e continuano a sparare 'balle' sull'argomento"
MF)
www.tin.it
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QUANTO SEGUE E' DEDICATO AI SOSTENITORI DEL
'MITO' DI CEFALONIA'
CON ESPRESSO INVITO - DOPO LA LETTURA- A SPUTARSI IN FACCIA O A MOSTRARE CON ALTRI MEZZI LA LORO CONTRIZIONE PER LE
'BALLE' PREPARATE "A TAVOLINO"
E PROPINATE ALL'OPINIONE PUBBLICA COME
"VERITA' ASSOLUTE ED INTANGIBILI"


Dal sito http://www.einaudi.it

Un estratto dalla Prefazione.

Cefalonia rivisitata

- Questi tedescacci credono di farci paura, ma avranno a che fare con noi! - Il generale serrò le labbra in un fremito di commozione ed esclamò: - Poveri ragazzi! Sono meravigliosi! È possibile mai che dovremo soccombere con gente di questa tempra?

Sembra un brano deamicisiano del Cuore. È invece un passaggio del libro di un testimone della lotta e dell'annientamento della Divisione Acqui, avvenuto nell'isola jonica nel settembre 1943. Se ritraducessimo quel dialogo nel gergo giovanile di oggi, sarebbe pronto per il copione di un drammatico film di guerra. Qualche regista ci ha provato, ma il risultato è stato modesto. La storia di Cefalonia è tutt'altro che semplice da raccontare e da analizzare.

Questo nostro lavoro è il tentativo di capire perché nel settembre 1943 migliaia di giovani soldati italiani si battono contro i tedeschi con i quali erano alleati sino ad alcuni giorni prima, affrontano una dura battaglia, sono sconfitti e subiscono per vendetta un feroce massacro. Perdono la vita seimila uomini, in parte caduti sul campo in azione di guerra, ma soprattutto abbattuti subito dopo, e seguiti dalla fucilazione dei loro ufficiali e del generale comandante Antonio Gandin. Si consuma un crimine di guerra che solo parzialmente sarà punito dal tribunale di Norimberga (1948) e sarà invano perseguito nei decenni successivi da altri tribunali.

Ma gli italiani a Cefalonia non volevano fare né gli eroi né i martiri. Semplicemente, dopo l'8 settembre desiderano tornare in patria, a casa. In sicurezza, però; con le loro armi e con l'onore di soldati. I tedeschi, invece, esigono il disarmo della Divisione. Il Comando italiano - dopo una lunga trattativa e tra disordini e insubordinazioni della truppa - prende alla fine la decisione di resistere all'imposizione tedesca. La Acqui si trova in una trappola militare micidiale e subisce la vendetta tedesca.

Ma perché soldati tedeschi normali, scelti e valorosi (Gebirgs-jäger, equivalenti agli alpini italiani) si comportano come criminali? Perché con la loro azione smentiscono la leggenda della «Wehrmacht dalle mani pulite»? Perché, a torto o a ragione, si sentono traditi. Non è una giustificazione del loro operato, ma una spiegazione soggettiva.

Il loro comandante, il generale Hubert Lanz, non è affatto un fanatico nazista, al contrario è un militare che in altre circostanze (in Russia, ad esempio) ha criticato apertamente gli ordini di Hitler, esponendosi ai rimproveri dei superiori. Anche nel suo comportamento a Cefalonia, per il quale a Norimberga gli sarà inflitta una condanna a dodici anni di prigionia, emergono tratti singolari. Fino all'ultimo, infatti, il generale tedesco vorrebbe evitare lo scontro sanguinoso con gli italiani ma, una volta iniziate le ostilità, non sa fermare il massacro. La situazione gli sfugge di mano. Credibili o meno che siano le sue giustificazioni, egli interpreta la propria parte in una tragedia dove si mescolano onore e tradimento, coraggio e simulazione, azzardo e vendetta.

Queste passioni soggettive si lasciano ricondurre all'orgoglio militare e patriottico, da parte italiana, e alla sindrome del tradimento da parte tedesca. Ma non esauriscono affatto le motivazioni e la trama effettiva del dramma. Da qui la necessità di un lavoro ricostruttivo più complesso.
Per quanto riguarda gli italiani, rinchiudere la vicenda entro il codice del patriottismo e dell'onore militare è necessario, ma è al contempo un'operazione troppo rigida.
Certo i valori della lealtà istituzionale e della fedeltà al giuramento prestato al re contano molto per gli ufficiali, che pure sono profondamente divisi al loro interno su come interpretarli nella situazione concreta che si crea a Cefalonia dopo l'8 settembre.

Diverso è il discorso per i soldati, che si dichiarano disposti a combattere, non già per puro amor di patria o per obbedienza agli ordini ma
perché vogliono tornare a casa.

Se è il senso dell'onore che porta alcuni ufficiali sulla soglia dell'aperta insubordinazione contro il loro comandante, giudicato troppo debole verso le richieste tedesche, è anche e sempre in nome dell'onore, dell'amor di patria e della responsabilità verso la truppa che lo stesso generale Gandin inizialmente negozia con i tedeschi, convinto di poterli trattare con franchezza e lealtà. Questo atteggiamento discende non da codardia o da opportunismo personale, ma dalla convinzione di poter mettere a frutto la lunga e intensa frequentazione intrattenuta con loro ad alto livello, quando era rappresentante e portavoce del Comando supremo italiano. E da una realistica visione geostrategica d'insieme, in cui devono essere collocate le chance del presidio italiano di Cefalonia.

Anche da parte tedesca l'iniziale volontà negoziale del generale Lanz e dei suoi subordinati sembra soggettivamente guidata dalla ricerca di una soluzione onorevole in alternativa allo scontro armato. Quest'ultimo diventa inevitabile a causa dell'atteggiamento punitivo imposto dagli alti comandi, che vanifica le garanzie di un disarmo che da concordato diventa incondizionato, e quindi contrario all'onore e alla sicurezza dei soldati italiani. Alla fine italiani e tedeschi, da alleati che erano, si ritrovano nemici con un carico di odio prima sconosciuto. E scatta per gli italiani l'azzardo della sfida estrema.
In tutto questo c'è anche la politica, che in ultima istanza non solo decide la guerra ma ne determina anche la forma. «La guerra ha una sua grammatica, ma non una sua logica» che è appunto politica - questa classica affermazione di Carl von Clausewitz si applica anche a Cefalonia. È la politica che, nel 1941, ha portato i soldati italiani a occupare le isole greche dello Jonio, Cefalonia, Corfù, Zacinto, Santa Maura ecc. Sono il bottino di una guerra condotta peraltro in modo infelice, cui la Divisione Acqui ha dato il suo contributo. I soldati italiani hanno verso i greci un atteggiamento benevolo, ma sono pur sempre truppe occupanti.

In modo inatteso, la politica investe di nuovo e brutalmente la Acqui con l'8 settembre. Il comandante Gandin, lungi dal comportarsi «da soldato» impolitico - come suggerisce una certa interpretazione, convinta di fargli il migliore elogio - deve fare scelte di natura essenzialmente politica. Deve decidere a quale autorità obbedire: se ai suoi diretti superiori di stanza ad Atene o al Comando supremo in Italia. Deve scegliere il nemico: e che cosa c'è di più politico che decidere chi è il proprio nemico?

Dopo l'8 settembre, i concetti di obbedienza, lealtà, fedeltà al giuramento, in un parola di lealismo patriottico, che Gandin ripete a tutti in quei giorni, assumono di fatto un connotato politico «antifascista». Ovviamente nel significato circoscritto che questo termine ha nel settembre 1943 in ambiente militare. Lo stesso governo Badoglio del resto si presenta - innanzitutto agli angloamericani - come «antifascista». Reciprocamente, «fascista» è semplicemente chi non riconosce il nuovo governo e sta dalla parte dei tedeschi.

È difficile capire se a Cefalonia ci sia un antifascismo politicamente più qualificato. La questione si complica per il fatto che gli ufficiali in polemica contro il loro comandante intrattengono contatti con i partigiani, compresi i comunisti dell'isola.

Un documento interessante proprio per la sua parzialità è la memoria scritta nel gennaio 1944 dal dichiaratamente fascista console civile di Cefalonia, Vittorio Seganti. A suo dire, subito dopo il 25 luglio Gandin vedendo il console preoccupato per un possibile «tradimento verso l'alleata Germania» lo avrebbe tranquillizzato, dicendosi convinto che la guerra sarebbe andata avanti con nuovo impulso.

Molto differente invece - sempre secondo Seganti - sarebbe stata la reazione di altri ufficiali, in particolare del capitano Giovanni Maria Gasco, comandante dei carabinieri, che «si abbandona a indecorose manifestazioni di giubilo per la caduta del fascismo», ingiunge al console di rimuovere dagli uffici il ritratto del duce, «permettendosi perfino di criticare la decisione (del console) di sostituirlo con quello del Führer». I carabinieri cancellano comunque dai muri le scritte mussoliniane 'Credere, obbedire, combattere', mentre «di giorno in giorno l'antifascismo diventa più aperto e baldanzoso».
Nel corso della vicenda c'è un episodio molto significativo: nella mattinata del 13 settembre, nel pieno delle trattative, un inviato tedesco prega Gandin di raggiungere in volo Vienna per parlare con Mussolini, che era stato appena liberato dal Gran Sasso. Il generale lascia cadere l'invito, ma dà credito alle promesse fattegli in questa circostanza dal suo interlocutore circa il trattamento della Acqui. Questo episodio conferma l'immagine del generale Gandin virtualmente ricuperabile per i tedeschi, ma insieme rivela il suo nuovo orientamento politico. Non sappiamo quanto questo atteggiamento sia motivato da personali convinzioni antifasciste, dalla fedeltà al re o dalla volontà di non abbandonare i propri uomini. Verosimilmente è l'insieme di tutte queste ragioni.

Ma in quei giorni di settembre si colora di politica anche la voglia di casa che diffonde euforia e impazienza fra la truppa. Il generale deve farsi obbedire dai suoi soldati che diventano improvvisamente irrequieti e indisciplinati. Alcuni si scoprono antifascisti in quanto antitedeschi.

In seguito parecchi di quelli che sopravviveranno alla battaglia e al massacro, passando attraverso altre dolorose esperienze, presenteranno retrospettivamente il gesto della Acqui come consapevole affermazione di libertà politica e civile, come un atto di democrazia. Ma «democrazia» è un nome ancora estraneo alle migliaia di giovani che resistono ai tedeschi e cadono mitragliati sulle aspre alture dell'isola jonica. La patria che hanno nel cuore e sulle labbra mentre sono abbattuti non è ancora quella democratica che oggi li festeggia dando al loro sacrificio il significato di un passo verso la libertà politica, che essi non immaginavano. «Non immaginato» non vuol dire «falso». E appunto qui incominciano le difficoltà e le controversie interpretative.
G. E. Rusconi
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E' FILIPPINI CHE TRACCIA IL SOLCO, MA E' RUSCONI CHE LO DIFENDE...
Nel 1998, ne "La vera storia dell'eccidio di Cefalonia", io sostenni per primo le tesi che Rusconi ha sostanzialmente ripreso nel suo libro, ma non ebbi ascolto da parte dei "media" che continuarono, imperterriti, a disinformare l'opinione pubblica contribuendo a trasformare l' episodio in "mito fondativo della patria democratica".
I miei appelli rivolti non solo a due Presidenti (Scalfaro e Ciampi) e ad esponenti politici di rilievo, ma soprattutto a direttori e giornalisti di testate che contribuiscono in modo determinante alla formazione dell'opinione pubblica come 'La Stampa' e 'Il Corriere della Sera', rimasero inascoltati al punto da farmi dubitare della giustezza della mia analisi ricostruttiva dei fatti.
Ora gli stessi giornali che allora tacquero riportano in bella evidenza
- COME SE FOSSE UNA NOVITA' ASSOLUTA-
quanto ha scritto il prof. Rusconi e ciò spiega il titolo di quanto scrivo.
Ne sono lieto ma nel contempo debbo rilevare che tale comportamento è incompatibile con la serietà professionale richiesta ad un giornalista il quale dovrebbe tener conto della giustezza di un argomento non sulla base della potenza economica di chi lo sostiene ma per il suo intrinseco valore: l'inosservanza di tale dovere spiega 'ad abundantiam' il rilievo dato a suo tempo ad un'opera sul tema pubblicata da Longanesi ed ora a quella in questione edita da Einaudi.
Le altre, anche se portate a loro conoscenza, non sono meritevoli di attenzione.
A tal proposito invito i giornalisti attenti solo alle opere "griffate", a prendere atto - senza aspettare che glielo spieghi il prof. Rusconi- che le trattative di Gandin con i tedeschi non furono osteggiate da tutta la "truppa" ma solo da una parte numericamente modesta di essa, costituita dagli Artiglieri (non tutti) e dai Marinai i quali ultimi, peraltro, avevano una posizione autonoma e non appartenevano organicamente alla Divisione 'Acqui'.
Concludo con una domandina facile facile ai giornalisti che -malgrado tutto- continueranno a "non conoscermi": se non ci fosse stato Filippini, ci sarebbero stati tutti gli altri - compresi alcuni schizzinosi "parvenues"- i quali, tra l'altro, hanno letteralmente "saccheggiato" la sua opera e da ultimo Rusconi ?

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Ci voleva il professor Gian Enrico Rusconi con il suo "CEFALONIA - Quando gli italiani si battono" per gettare lo scompiglio tra i custodi delle "balle" sacre su Cefalonia.
Il cattedratico piemontese evidentemente non se l'è sentita di avallare la versione canonica e, con un libro dai toni assai moderati ma dal contenuto innovatore sfata quasi tutti i tabù faticosamente elaborati e resi intoccabili dalla morente Sinistra storico - culturale italiana e dagli utili idioti che, pedissequamente, la seguono.
Sarà interessante vedere come si comporteranno nei suoi confronti i sepolcri imbiancati che fino ad oggi hanno finto di ignorare lo scrivente senza accorgersi che, invece, stava per terminare la loro carriera di imbalsamatori della verità.
Se costoro si sono permessi di tacerne o, al più, di menzionare con sussiegoso disprezzo, quanto io avevo scritto, definendolo, di volta in volta, come "tesi in controtendenza" , "revisionista" ovvero come "la verità di Filippini" cioè quella di un povero mentecatto che, con la mente ottenebrata per la morte del padre, ha narrato cose insensate non paragonabili ai frutti delle loro ricerche, (stranamente arenatesi di fronte a documenti che li smentivano come ad es. la Relazione del t. col. Picozzi, ma tradotte in libri stampati da prestigiosi editori), ora che il prof. Rusconi ha fatto menzione "anche" della mia posizione, mostrando di condividerne implicitamente gli aspetti più importanti, i suddetti "pallonari" in servizio permanente sono caduti in preda alla più nera disperazione.
Ciò non può che riempire di gioia chi, come lo scrivente, ha dovuto subìre un immondo boicottaggio da parte di tutti, indistamente, i "media" che invece, al cospetto di un cattedratico come Rusconi, facendo uso del "ruffianesimo" che li contraddistingue, non hanno potuto fare a meno di citarne l'opera senza, forse, rendersi conto di dare una solenne "mazzata" a quelle stesse tesi bugiarde di cui, fino a ieri, erano stati autorevoli referenti.
Di ciò sono lieto e, allo scopo di ribadire la mia "primogenitura" nel nuovo corso che si è instaurato, parafrasando il mussoliniano motto "E' l'aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende" dico che "E' Filippini che traccia il solco, ma è Rusconi che lo difende".
Mi auguro che il prof. Rusconi comprenda ed inizio in questa pagine una Rassegna di opinioni cominciando da un articolo del predetto.

Da "LA STAMPA" del 24.5.04:

UN SAGGIO DI GIAN ENRICO RUSCONI «RIVEDE» CRITICAMENTE LA VERSIONE CANONICA DEL COMPORTAMENTO DELLA DIVISIONE ACQUI
CEFALONIA 1943
Il coraggio di essere italiani

di Gian Enrico Rusconi
24 maggio 2004
Eppure gli italiani a Cefalonia non volevano fare né gli eroi né i martiri. Semplicemente dopo l'8 settembre desideravano tornare in patria, a casa - ma in sicurezza. Con le loro armi. I tedeschi, invece, esigono il loro disarmo, come sul territorio nazionale. Il comandante Antonio Gandin - dopo una lunga trattativa, tra disordini e insubordinazioni della truppa - prende la decisione di resistere all'imposizione tedesca. La Acqui si trova in una situazione militare difficilissima, attacca e subisce la vendetta tedesca.
Ma perché soldati tedeschi normali, scelti e valorosi (Gebirgsjäger equivalenti agli alpini italiani) si comportano come criminali? Perché con la loro ferocia smentiscono la leggenda della correttezza della Wehrmacht? La ragione è semplice: si sono sentiti traditi. Non è una giustificazione ma una spiegazione soggettiva. Il loro comandante, il generale Hubert Lanz, non è affatto un fanatico nazista.
Al contrario è un militare che in altre drammatiche circostanze, in Russia, ha criticato apertamente gli ordini di Hitler, esponendosi ai rimproveri dei suoi superiori. Anche nel suo comportamento a Cefalonia, che nel processo di Norimberga gli costerà una condanna a dodici anni di prigionia, emergono tratti singolari. Il generale tedesco infatti fino all'ultimo vorrebbe evitare lo scontro con gli italiani. Ma, una volta iniziate le ostilità, non sa fermare il massacro ordinato dall'alto («non fate prigionieri»). Credibili o meno che siano le sue giustificazioni, Lanz gioca la sua parte in una tragedia dove si mescolano onore e tradimento, coraggio e simulazione, azzardo e vendetta.
Queste passioni soggettive riportano, da parte italiana, all'orgoglio militare e patriottico e da parte tedesca alla sindrome del tradimento. Ma questi sentimenti non esauriscono la trama effettiva del dramma. Per quanto riguarda gli italiani, rinchiudere la vicenda di Cefalonia dentro il codice del patriottismo è un'operazione troppo stretta.
Certamente i valori della lealtà istituzionale e della fedeltà al giuramento al re contano molto per gli ufficiali. Ma essi stessi sono divisi su come interpretarli in concreto dopo l'8 settembre. Alcuni arrivano alla soglia della aperta insubordinazione contro il loro comandante, giudicato troppo debole verso le richieste tedesche. Quanto ai semplici soldati, molti si dichiarano disposti a combattere non semplicemente per amor di patria o per obbedienza agli ordini di una lontana e impotente autorità nazionale - ma perché vogliono tornare a casa con sicurezza.
Naturalmente anche questo è «onore del soldato». Ma è pur sempre in nome dell'onore, dell'amore di patria e della responsabilità verso la truppa che lo stesso generale comandante Gandin inizialmente negozia con i tedeschi, convinto di poter trattare essi con franchezza e lealtà.
Il comandante deve fare anche un'altra scelta: obbedire ai suoi diretti superiori ad Atene che lo invitano di fatto alla resa o al Comando supremo che da Brindisi - tardivamente - invita alla resistenza? Qui entra in gioco anche la valutazione politica. Infatti la scelta di seguire le disposizioni di Brindisi si connota di fatto come «antifascista». Ovviamente nel significato ben circoscritto che il termine «antifascista» ha nel settembre 1943 nell'ambiente militare.
Lo stesso governo Badoglio del resto si presenta - innanzitutto agli angloamericani - come «antifascista». Reciprocamente «fascista» è semplicemente chi non riconosce il nuovo governo e sta dalla parte dei tedeschi. É difficile capire se a Cefalonia, in alcuni ufficiali, ci sia un antifascismo politicamente più qualificato.
Nel corso della trattativa con i tedeschi, c'è un episodio molto significativo. La mattina del 13 settembre un inviato tedesco ammara con un idrovolante a Cefalonia e invita il generale Gandin a raggiungere in volo Vienna per parlare con Mussolini, che era stato appena liberato dal Gran Sasso. I tedeschi ritengono che il duce lo avrebbe certamente convinto a passare con i tedeschi.
Ma Gandin lascia cadere l'invito e si preoccupa invece di avere garanzie più certe per la trattativa in corso per il rimpatrio delle sue truppe. Questo episodio conferma, da un lato, l'immagine che i tedeschi avevano del generale italiano come virtualmente ricuperabile per la loro causa.
Ma dall'altro rivela con chiarezza l' effettivo orientamento politico di Gandin. Non sappiamo quanto questo atteggiamento sia motivato da convincimenti personali «antifascisti», dalla fedeltà al re o dalla volontà di non abbandonare i suoi uomini. Verosimilmente è l'insieme di tutti questi motivi.
Ma la preoccupazione principale del generale in quelle giornate sono l'atteggiamento polemico di un gruppo di ufficiali e le turbolenze di alcuni reparti. Il comando deve farsi obbedire dai suoi soldati che diventano improvvisamente irrequieti e indisciplinati. Alcuni si scoprono antifascisti in quanto antitedeschi. In seguito alcuni di quelli che sopravviveranno alla battaglia e al massacro, passando attraverso altre dolorose esperienze, presenteranno retrospettivamente il loro atteggiamento e il comportamento della Acqui nel suo insieme come consapevole affermazione di libertà politica e civile, come un atto di democrazia.
Ma «democrazia» è un nome estraneo alle migliaia di giovani che resistono ai tedeschi e cadono mitragliati sulle aspre alture dell'isola jonica. La patria che hanno nel cuore e sulle labbra mentre sono abbattuti non è ancora quella democratica che li festeggia oggi dando al loro sacrificio il significato di un passo verso la libertà politica, che essi non immaginavano. Qui incominciano le difficoltà e le controversie interpretative.
Nella memoria ufficiale della Repubblica la divisione Acqui a Cefalonia offre l'esempio principale della «resistenza militare» antitedesca, parte integrante, anzi momento iniziale del movimento di liberazione nazionale. È segno di continuità del patriottismo italiano dal Risorgimento alla Resistenza.
Questa interpretazione risale già al primo governo dell'Italia liberata (presieduto da Ferruccio Parri) e ha trovato recentemente un nuovo energico impulso da parte del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. «Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento. Quella scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza di un'Italia libera dal fascismo».
Queste parole hanno creato consensi ma anche reazioni di segno opposto. Hanno rilanciato una lettura ben diversa (già sostenuta nel passato) dell'intero evento di Cefalonia, presentato come caratterizzato innanzitutto da gravi forme di ribellione che sarebbero state la vera causa dello scontro armato insensato con i tedeschi, che il comandante avrebbe potuto e voluto evitare con opportune trattative.
In realtà le due tesi (Cefalonia primo atto della Resistenza o episodio di insensato comportamento militare) sono spesso formulate in modo tale da non far giustizia all'effettivo comportamento del comandante, degli ufficiali e dei soldati della Acqui tra l'8 e il 23 settembre 1943. Vengono sovraccaricate di assunti politici che forzano il dato storico. Diventano un classico caso di esercizio di politica della storia.
«Politica della storia» non è da non intendersi semplicisticamente come sinonimo di manipolazione storica, bensì come tentativo di rivendicare un senso politico univoco a situazioni e a scelte storiche che univoche non erano, anche se rimangono significative per la collettività nazionale.
In questo senso si è creata una versione ufficiale dell'evento di Cefalonia che tende a minimizzarne i suoi aspetti contraddittori, in nome di valori positivi che sono dichiarati esemplari per i cittadini di oggi. Questa è la versione «canonica», cui si contrappone polemicamente un'altra versione che si basa su assunti politici differenti e su una lettura che si autodefinisce «revisionistica». In questo senso su una nota rivista di storia contemporanea Sergio Romano ha parlato di «Cefalonia, pagina nera della storia militare italiana».
Il libro Cefalonia 1943. Quando gli italiani si battono cerca di fare chiarezza anche su questo punto. Esso «rivede» criticamente la versione canonica del comportamento della Acqui, rivisitando i concetti di resistenza militare, di fedeltà istituzionale e i rapporti con dell'ex-alleato tedesco. Appaiono modificati alcuni caratteri della vicenda militare e politica di Cefalonia che tuttavia può rimanere esemplare ancora per noi oggi - sia pure in termini diversi.
Sinteticamente si segnalano cinque punti critici. 1) L'obiettivo primario (non solo in senso cronologico) per la Acqui di stanza a Cefalonia, come di tutte le truppe d'oltremare, è il rimpatrio. Si tratta di un'operazione logistica, militare e politica estremamente impegnativa. Essa mette in luce, da un lato, l'impotenza del comando supremo italiano, privo di mezzi sufficienti per attuarla e dall'altro dà piena legittimazione alla trattativa di Gandin. Il rientro in Italia delle truppe d'oltremare è previsto dagli accordi armistiziali con gli anglo-americani ma non è mai stato predisposto in termini operativi, da nessuna parte. Si creano così aspettative che saranno frustrate.
2) L'alternativa iniziale per gli italiani a Cefalonia non è: cedere le armi trattando con i tedeschi oppure non cedere le armi e combattere (come avrebbero affermato gli ufficiali sostenitori dell'immediata lotta antitedesca, in polemica contro la presunta cedevolezza del loro comandante). Il vero dilemma è un altro: il ritorno in patria lo si ottiene con la battaglia aperta o con un negoziato franco e onorevole, come tenta di fare per alcuni giorni il generale Gandin?
Si tratta di un negoziato tormentato, che si svolge tra la crescente impazienza (che diventa simulazione) dei tedeschi, la insofferenza (al limite della insubordinazione) di alcuni ufficiali italiani e la turbolenza di alcuni reparti della truppa. Il generale comandante si trova al centro di questo campo di tensioni.
3) Centrale e controversa rimane la questione della vera o presunta «insubordinazione» di alcuni ufficiali, innanzitutto del reggimento di artiglieria. Ma è cruciale per la ricostruzione critica della vicenda. Che si tratti di una «violenta crisi disciplinare» (come dice il primo rapporto ufficiale delle autorità militari del 1945) o di un'autentica «sedizione» (come afferma l'interpretazione revisionista) il vero punto che conta è stabilire se essa abbia condizionato la decisione finale del generale Gandin. E, in via subordinata, se abbia interpretato i sentimenti della maggior parte dei soldati.
La nostra tesi è che gli ufficiali intransigenti («irriducibili» o «ribelli» come sono chiamati - benevolmente o con riprovazione - nella storiografia su Cefalonia) si muovono effettivamente sul filo del rasoio della insubordinazione, creano quelli che nella letteratura sono chiamati (anche qui con approvazione o con disapprovazione) i «fatti compiuti» di ostilità contro i tedeschi. Ma è un comportamento comprensibile nella eccezionalità della situazione. Il generale Gandin lo tollera, non perché è debole o succube, ma perché ravvisa in esso la componente estrema di quell'insieme di fattori oggettivi e soggettivi di cui deve tener conto per la decisione finale dello scontro.
4) Su questo sfondo si relativizza il valore del cosiddetto «referendum» della truppa, cioè la consultazione di alcuni reparti salutata (a sinistra) come una innovativa «rottura dell'autoritarismo militare», e condannata (a destra) come cedimento demagogico ed episodio di «sovietismo militare». In realtà se si esaminano i pochi materiali testimoniali a disposizione, entrambe le affermazioni appaiono insostenibili. La rapida consultazione di alcuni reparti (nella notte tra il 13 e 14 settembre) è un gesto irrituale da parte di un comandante, sensibile verso i sentimenti della truppa in una situazione eccezionale. Ma la decisione di interrompere le trattative con i tedeschi e di prepararsi all'azione di guerra matura in lui sulla base di altre ragioni.
5) Parliamo infine dei tedeschi e della loro sindrome del tradimento. La questione del tradimento va affrontata tenendo distinte la problematica che riguarda il comportamento del governo Badoglio in generale da quella della condizione specifica di Cefalonia.
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Dal Corriere della Sera del 24.6.2004
Rubrica "Lettere al Corriere" di Paolo Mieli
Giovedi' 24 Giugno 2004

Cefalonia: quando la storia deve fare i conti con un mito

Mi ha molto incuriosito la sua trattazione del libro di Gabriele Ranzato sulla guerra civile spagnola laddove si mettono in evidenza i limiti della cultura democratica di coloro che si battevano dalla parte giusta e cioè contro Francisco Franco. Mi domando come sia possibile che ci sia stato bisogno di quasi settant’anni (il conflitto iniziò, se ricordo bene, nel 1936) per ridimensionare quel mito - pur senza nulla togliere al giudizio complessivo sulle due cause in lotta tra loro che mi sembra resti intatto sia da parte sua sia da parte dell’autore. Possibile che sia tanto difficile raccontare la storia di vicende così lontane nel tempo facendone emergere i chiaroscuri e senza riproporre il passato in modo manicheo?

Guglielmo Rovati
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Caro signor Rovati, lei ha colto il punto: il libro di Ranzato - che, appunto, dedica un buon numero di pagine ai limiti e alle contraddizioni della cultura democratica dei repubblicani spagnoli negli anni Trenta - è reso ancor più interessante per il fatto che l’autore in buona sostanza non ha dubbi sul fatto che tra il ‘36 e il ‘39 fosse giusto andare a combattere dalla parte delle Brigate internazionali contro Francisco Franco (e Benito Mussolini). Ma - e anche qui lei ha ragione - quando ci si trova a fare i conti con un mito per gli storici le cose si fanno più difficili.
Ho ritrovato lo stesso problema tra le righe di due altri bei libri che ho letto di recente. Il primo è di Pier Giorgio Zunino e si chiama «La Repubblica e il suo passato» (il Mulino). Racconta del coinvolgimento con il fascismo delle élite intellettuali, politiche, economiche e militari scoprendo pagine davvero imbarazzanti e deve così fare i conti con la circostanza che «l’antifascismo fu in una certa misura suscitatore di miti e di oblii»; del resto, scrive Zunino, «che questo mito, la Resistenza come rivoluzione di popolo contro i barbari di dentro e di fuori, dovesse comportare "invenzioni" e correlativi oblii costituisce un dato di fatto addirittura ovvio se solo si abbia qualche minima dimestichezza con la letteratura che ha concordemente riconosciuto la funzione essenziale delle ideologie nella realtà contemporanea»; sempre secondo Zunino era del tutto normale, dunque, «che in quel mito confluissero anche materiali impuri, frutto della lunga e drammatica storia delle forze politiche e sociali da cui scaturivano».
Attenzione ai termini usati dallo storico: «invenzioni», «oblii», «materiali impuri», ecco ciò con cui ci si trova a contatto e da cui occorre sapersi districare quando si ha a che fare con un mito.
Stesso problema in cui si è imbattuto Gian Enrico Rusconi nello scrivere «Cefalonia - Quando gli italiani si battono» (Einaudi), alle prese con la versione diffusasi in tempi recenti della ribellione ai nazisti dei militari italiani appartenenti alla divisione Acqui, nell’isola greca alla fine del settembre 1943, dopo l’armistizio. Ribellione pagata con migliaia di morti e considerata da molti, a cominciare dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, come il primo episodio della Resistenza.
Ma, attenzione: «Si è creata una versione dell’evento Cefalonia - scrive Rusconi - che tende a minimizzarne gli aspetti contraddittori, in nome dei valori positivi che sono dichiarati esemplari per i cittadini di oggi», e così il sacrificio di quei soldati è presentato adesso come «mito fondante» di una nazione nuova. Una parola, mito che, precisa Rusconi, «non è sinonimo di favola, di leggenda o, peggio, di inganno; il mito è una narrazione che, sulla base di alcuni elementi di fatto, trasfigura l’evento storico assegnandogli significati che lo trascendono, nel senso che anticipano e preannunciano un futuro costruito su valori diversi da quelli del passato».
Questa operazione, avverte lo storico, «presenta però limiti rilevanti: ipersemplificazione della vicenda narrata, elusione delle sue contraddizioni, forzature ideologiche, enfasi retorica; se in questa operazione manca ogni spirito critico, il "mito" prodotto degenera in leggenda in senso banale se non manipolatorio, spesso al servizio di una forza politica schierata contro un’altra». Parole che spero chiariscano i termini del problema.





I soldati italiani sull'isola jonica non intendono lo scioglimento della loro unità d'azione con i tedeschi come un «tradimento», ma piuttosto come una manifestazione di autonomia e di autodifesa. Loro non vogliono fare guerra più a nessuno, ma desiderano tornare a casa in sicurezza.
Questo sentimento soggettivamente legittimo entra in collisione con il timore - altrettanto legittimo - dei tedeschi che le isole di Cefalonia e Corfù, prive di difesa, siano esposte ad uno sbarco o anche solo a puntate offensive anglo-americane che metterebbero in pericolo l'intero dispositivo militare tedesco in Grecia e nei Balcani. Questa preoccupazione non sfugge a Gandin e ai suoi stretti collaboratori e spiega la loro disponibilità originaria a lasciare agli ex-alleati le batterie fisse (che del resto erano state loro concesse dai tedeschi) ed anche altre armi pesanti, in cambio di un ordinato rientro in patria. Questa disponibilità però si trasforma in fermezza nella resistenza alle pretese tedesche, quando ci si rende conto che non ci sarà alcun rimpatrio.
Tra le truppe tedesche, l'accusa di tradimento diventa licenza di massacro con la diffusione del Führerbefehl, dell'ordine personale di Hitler, del 18 settembre - quindi ad ostilità già iniziate - che ingiunge di «non fare prigionieri italiani a Cefalonia a causa del comportamento insolente e traditore tenuto dal presidio dell'isola». Dopo la guerra, posti di fronte alla responsabilità di avere consentito l'eccidio, tutti gli ufficiali tedeschi presenti a Cefalonia negheranno d'avere trasmesso l'ordine di Hitler che si sarebbe diffuso quindi oralmente al di fuori dei canali dei comandi ufficiali. È una difesa non credibile e grottesca.
Rimane l' ultimo motivo - psicologicamente il più importante - che spiega la durezza dello scontro. I tedeschi erano convinti che alla fine gli italiani avrebbero ceduto come avevano fatto in molte altre occasioni. Invece questa volta gli uomini della Acqui a Cefalonia resistono. Sfatano la leggenda che «gli italiani non si battono».

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UN ALTRO CONTRIBUTO CHE NON PIACERA' AI "CONTATORI DI BALLE"
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Sacrificio o martirio in difesa della Patria o atto di eroismo involontario sostenuto da motivazioni confuse e soggettive?

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° ° °

Rusconi rilegge la strage del '43. Per superare il «patriottismo compassionevole»

Martiri o eroi involontari, il dilemma di Cefalonia
di Frediano Sessi

Cefalonia: primo atto della resistenza o episodio di dissennato comportamento militare? Sacrificio o martirio in difesa della Patria o atto di eroismo involontario sostenuto da motivazioni confuse e soggettive? Sull'isola jonica di Cefalonia, migliaia di soldati italiani con i loro ufficiali, fino all'8 settembre, fanno parte delle forze di occupazione con l'alleato tedesco. Colti di sorpresa dall'annuncio dell'armistizio e dal cambio dell'alleanza, i comandi si pongono l'obiettivo prioritario del rientro in patria. In realtà, i tedeschi non consentono alcun rimpatrio di soldati in armi e non esistono convogli italiani per garantire il trasporto. I tedeschi promettono un aiuto, ma esigono il disarmo incondizionato. Parte una difficile trattativa, tra disordini e insubordinazioni della truppa che reagisce al desiderio del generale Gandin di venire a patti con l'ex alleato. Alla fine, il 15 di settembre, la divisione Acqui di Cefalonia affronta una battaglia con perdite impressionanti, tra cui oltre 5.000 soldati e ufficiali abbattuti dai tedeschi, dopo la resa. Dell'episodio, trasformato in mito fondativo della patria democratica, Rusconi traccia una ricostruzione esemplare. Il suo quesito: «si può andare oltre il patriottismo compassionevole ed espiativo entro cui l'evento si colloca?». Pur non togliendo nulla all'eroismo dei protagonisti, il comportamento della Acqui può oggi essere riletto e smitizzato, «nel senso di essere ridotto a una catena di errori», militari e strategici, pagati dall'eroismo soggettivo di alcuni e dall'insensato sacrificio dei più. «L'onore del soldato italiano di non cedere le armi coincide a Cefalonia con la voglia di tornare a casa in sicurezza». Per questo alla fine gli italiani si battono. «Questa, conclude Rusconi, è l'essenza della vicenda». Sufficiente, conclude, per collocare l'episodio nella storia della nazione democratica.

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