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Un eccidio senza prove
Cefalonia - Il convegno di Toritto
LA TRAGEDIA DI CEFALONIA di Massimo Filippini
Il numero dei Caduti a Cefalonia
Ass. Acqui - La faziosità è di casa
Il processo per i fatti di Cefalonia - Le denunzie di Triolo
OCCASIONI LIBRARIE
Una sinistra icona: il compagno - capitano e Fiorino d' oro Pampaloni
APOLLONIO: un Mito per pochi intimi
Eccidio di Cefalonia: facciamo chiarezza
La vedova del capitano Bronzini ci scrive
I PIFFERAI DI CEFALONIA
PAOLETTI VERGOGNATI
LA BALLATA DELLA ACQUI
CEFALONIA: LA SAGRA DELLE BUGIE
Il Reduce Luigi Baldessari racconta...
PADRE ROMUALDO FORMATO...
ODE SU CEFALONIA con aggiornamenti
RECENSIONI
Film RAI CEFALONIA: MA CHE BELLA FICTION !
L I N K
MORTI BUONI E MORTI CATTIVI
L'INVENZIONE DEI BANDITI ACQUI
IO E I PRESIDENTI
RINGRAZIAMENTI: si fa per dire...
Il capitano Gazzetti un Martire dimenticato
TRADITORI A CEFALONIA
IL CORSERA DEFINISCE GANDIN UN TRADITORE
NON CI FU REFERENDUM
Le mani della Sinistra su Cefalonia
Dove stavano gli STUDIOSI DI CEFALONIA nel 1998 ?
COMPAGNI DI MERENDE
IL REDUCE ERMANNO BRONZINI RACCONTA...
LA TESI DELLA VERGOGNA
CI VOLEVA GIAN ENRICO RUSCONI...
IL BUSINESS CEFALONIA
CEFALONIA: esploriamo i fondali di Argostoli
Lettera aperta a W. Veltroni
UN PROCESSO MAI CELEBRATO
I MISERABILI DI CEFALONIA
NOTIZIE ANRP
NOTIZIE ANRP - 2
Gandin fu un traditore: f. to Insolvibile
LA VOCE DEI LETTORI
NOTIZIE ASS. NE ACQUI
CHI E' SENZA PECCATO...
Si scrive ANRP si legge ANPI
CEFALONIA IN BUONE MANI
L'Istruttoria in Germania e la mia Costituzione di Parte Civile
RASSEGNA STAMPA
ATTILIO TAMARO SU CEFALONIA
Il fratello del gen. GANDIN ci scrive...
Il Presidente Emerito della Corte Costituzionale ci scrive...
24. X. 2003 - Convegno di Firenze dell' ANCFARGL
Intervento di M. Filippini al Convegno di Firenze
Il mandolino...di Paoletti
Il mandolino del capitano Corelli e un mandolinista mancato
FANGO SUL GENERALE GANDIN
LE GESTA DI APOLLONIO
Indro Montanelli su Cefalonia...
Mario Cervi su Cefalonia
Sergio Romano su Cefalonia
L'Armadio della vergogna ovvero la scoperta dell'acqua calda
Il Reduce Alfredo Reppucci racconta...
Il Reduce cap. Aldo Hengeller racconta...
Il Reduce Guido Veronesi racconta...
Il Reduce O. Giovanni Perosa racconta...
Il Reduce Romildo Mazzanti racconta...
Il Reduce Saverio Perrone ci scrive...
Il fattaccio compiuto
I DIMENTICATI DI CEFALONIA
LA RELAZIONE DEL CONSOLE VITTORIO SEGANTI
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Archivio Rassegna Stampa
Nel 2007 a PARMA si studia Cefalonia
CEFALONIA: Quale verità ?
Il convegno di Toritto (BA) del
7 dicembre 2001
* * *
LE INNOVAZIONI PROCEDURALI DEL
PROF. VITO GALLOTTA
organizzatore del Convegno di Bari su Cefalonia
(28-29 aprile 2006)
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Il proscioglimento istruttorio di Apollonio nel processo del 1956/57
-impugnabile, per legge, in ogni momento-
per il prof. Vito Gallotta
diventa una
"assoluzione con formula ampia" in un suo apologetico saggio sul predetto in cui egli scrive:
"Dopo l'assoluzione con formula ampia da parte del Tribunale Militare Territoriale di Roma, le iniziative esplicite contro Apollonio cessarono, ma non venne meno un clima di ostilità preconcetta, per cui di medaglia d'oro al valore militare non si parlò più. F.to Vito Gallotta"
Forse il professore non sa o non dice che il dottor Triolo, iniziatore del procedimento penale contro Apollonio e company morì prima della suddetta 'decisione istruttoria'
-datata 8 luglio 1957-
e ciò ovviamente fece tirare un sospiro di sollievo a quanti
( Governo, Autorità Militari, Pubblico Ministero, Giudice e Imputati) erano interessati ad insabbiare il tutto come la 'provvidenziale' morte del principale accusatore consentì loro di fare.
Dal novero dei predetti escludiamo i familiari delle Vittime i quali
- nella stragrande maggioranza-
non furono affatto informati dell'esistenza di tale Procedimento che si svolse all'insegna del più assoluto silenzio 'mediatico' e sarebbe rimasto ignorato se lo scrivente non ne avesse dato
-nel 1998-
la notizia di cui, come al solito
-secondo la loro abituale consuetudine-
si impossessarono le
'BARONIE DEL SAPERE'
che, in perfetta mala fede
la spacciarono per un loro autonomo 'ritrovamento'.
_________

Ma tutto ciò al prof. Gallotta sembra non importare: il suo rincrescimento riguarda esclusivamente la mancata concessione da parte delle FFAA della medaglia d'Oro al 'suo' Eroe !
Se ciò fosse avvenuto i morti ammazzati -tra cui mio Padre- avrebbero certamente gioito dall'al di là.....

Massimo Filippini
________________
* * *
Il 7 Dicembre 2001 si svolse a Toritto (BA) il Convegno sul tema
"CEFALONIA: quale verità ? ".
In quel periodo gli attuali 'esperti' di Cefalonia erano ben lungi dal prendere iniziative analoghe soprattutto perchè all'epoca sullo scabroso argomento ne masticavano molto poco, mentre oggi
-avvalendosi di formidabili appoggi politici e mediatici-
si atteggiano a 'professorini': alquanto ignorantelli però, stando a quel che essi ed i loro 'compagni di merende' scrivono e dicono, in regime di monopolio pseudo-culturale, sull'argomento. La Verità però ha una propria intrinseca forza capace di imporsi
-anche senza raccomandazioni 'eccellenti'-
sulle fandonie da costoro sparse ai quattro venti.
Il presente sito -con la popolarità che si è conquistata- ne è la prova clamorosamente evidente.
Quanto sopra premesso e considerato sono lieto di riproporre ai visitatori il mio intervento al Convegno di cui al titolo, riportando anche più sotto il testo dell'Avviso contenente i nomi degli organizzatori e dei partecipanti tra cui il Rettore Girone dell'Università di Bari al quale ebbi il piacere di fornire, dietro sua richiesta, copia del mio intervento che
-come tutti constatarono-
non riuscì molto gradito al prof. Gallotta della stessa Università il quale sostenne le ben note tesi favorevoli agli ufficiali 'ribelli' mostrando l'Apollonio nelle vesti di un 'super eroe' aspirante -a chiacchiere- a morire "sui pezzi" ma alla prova dei fatti sottrattosi a tale fine nibelungica travestito da soldato e mescolato tra la truppa. A quanto mi risulta, entrambi saranno presenti ad un altro Convegno che si terrà a Bari il 28 e 29 aprile prossimi al quale lo scrivente non è stato invitato neanche come semplice usciere e ciò
-a parte ogni altra considerazione-
la dice assai lunga sulle 'verità' che emergeranno da detto convegno.
Un consiglio però desidero dare -malgrado tutto- agli organizzatori ed ai partecipanti del nuovo 'consesso' ed è il seguente: alla luce di quanto è scritto nel mio ultimo libro - a giorni in uscita
- "CEFALONIA: fine di un mito ? -Le vere cifre della vicenda",
sarà meglio rinviare il Convegno ad altra data
- quanto meno posteriore alla lettura del mio nuovo libro-
per non fare la figura
-sia detto con il massimo rispetto-
di studentelli impreparati, in gergo detti anche 'somari'.

Massimo Filippini
23 febbraio 2006
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° ° °
-AVVISO PUBBLICO-

Il LIONS CLUB INTERNATIONAL di Toritto con il patrocinio della UNIVERSITA’ degli STUDI di BARI

ORGANIZZA
presso il Salone del Centro Parrocchiale di Toritto Venerdì 7 Dicembre 2001 alle ore 18,30 il meeting:
CEFALONIA: Quale verità?

Moderatore :Dott. Michele CAMPIONE Giornalista Direttore Responsabile della rivista LIONS.

Relatore: Prof. Vito GALLOTTA
Ordinario della Cattedra di Storia Contemporanea Università degli Studi di Bari

Interventi: Prof. Giovanni GIRONE Magnifico Rettore della Università degli Studi di Bari

Col. Michele GENCHI Comandante della Regione Militare “Puglia”

Avv. Massimo FILIPPINI Ricercatore e Responsabile del sito www.cefalonia.it

La cittadinanza è invitata a partecipare.
“Agire per migliorare” Flora LOMBARDO ALTAMURA Governatore Distretto 108Ab 2001-2002
_____________
° ° °

Ed ecco il testo dell'intervento dello scrivente che, all'epoca, non aveva ancora 'scoperto' la Relazione Picozzi e, circostanza ancor più clamorosa i dati relativi alle "reali cifre delle Vittime" cui è dedicato l'ultimo libro "Cefalonia: fine di un mito ?".
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-Testo integrale dell'intervento -

Gentili signore e signori,
ringrazio anzitutto gli organizzatori di questo convegno che mi consente di aggiungere la mia voce alle tante che, quasi sempre a sproposito se non con preordinata malafede, hanno trattato l’argomento di Cefalonia. Venendo, infatti, al tema odierno , “CEFALONIA : QUALE VERITA’ ? “, rilevo, con rammarico, che l’unica Verità riconosciuta come tale, è stata quella ufficiale, portata avanti fino ad oggi dai governi succedutisi nel dopoguerra e dalle dipendenti Autorità civili e militari che, supinamente e spesso in malafede, cioè sapendo il vero e tacendolo ovvero raccontando il falso, hanno in un primo momento, e quasi in sordina, inserito il dramma di Cefalonia tra le tante tragedie occorse al nostro esercito dopo l’8 settembre ’43, arrivando, infine –con un’ accurata rielaborazione dei fatti in chiave ideologica nella quale le sinistre sono sempre state maestre e con l’avallo
–di certo in buona fede ma purtroppo erroneo-
della massima carica dello Stato, a farne la colonna portante della Resistenza attraverso l’assegnazione ad esso
-con un ritardo di oltre mezzo secolo ! -
di una “primogenitura” che, sulla base di quanto dirò, è del tutto improbabile e menzognera.
Con ciò la questione di Cefalonia, riveduta e corretta anche da una buona dose di scuse formulate dal Capo dello Stato al Presidente Greco, per la nostra “aggressione” alla Grecia, è stata definitivamente chiusa e consegnata ai posteri come un fatto d’arme transitato, per dirla in gergo militare, dai ruoli dell’Esercito in quelli della Resistenza per effetto del preteso “rifiuto” di cedere le armi, espresso con un “referendum”, addirittura “plebiscitario”, dalla Divisione Acqui, in ciascuna delle sue componenti, cioè dal generale Comandante all’ultimo soldato ; di qui la battaglia contro i tedeschi da parte di quelli che la storiografia di sinistra ha definito, coerentemente con tali premesse, i “partigiani di Cefalonia”, e, a resa avvenuta, la tremenda rappresaglia. Questa, in sostanza, la leggenda propinata per quasi sessant’anni agli italiani e peggio ancora ai Familiari dei Caduti, come chi vi parla, ai quali le Autorità Militari cui essi si rivolsero per sapere che fine avessero fatto i loro Congiunti risposero immancabilmente con un sibillino “caduto”, “disperso” o “fucilato”, il tutto motivato dal “rifiuto di cedere le armi” che sarebbe stato espresso dai loro Cari con la consapevolezza di sacrificare quasi certamente la propria vita.
La verità però fu ben diversa e la sua scoperta, che avrei preferito non fare, tanto e tale è il lezzo che da essa emana e da cui ho tratto la più assoluta certezza di quanto inutile sia stata la morte di mio Padre e degli altri sventurati, non può essere più taciuta e, pertanto, nel colpevole silenzio dei Politici, delle Autorità preposte a divulgarla e dei media, che pur conoscendo poco l’argomento ne sono spesso presuntuosi narratori, mi sono assunto,con immenso sacrificio –morale ed economico- il compito di farla conoscere attraverso il mio libro “LA VERA STORIA DELL’ECCIDIO DI CEFALONIA” ed il sito internet www.cefalonia.it da me creato e curato senza fruire di aiuti economici di cui uno Stato, che non esito a definire patrigno, è prodigo –da tempo immemorabile- verso Enti ed Istituti dediti a propagandare ricostruzioni storicamente falsate di vicende del dopo armistizio di cui -come nel caso di Cefalonia- si sono arbitrariamente impossessati per ascriverle a merito di quella parte della Resistenza colorata di rosso che insanguinò l’Italia, avendo come obiettivo principale la sostituzione di una dittatura ormai morente, con un’altra ben più feroce e sanguinaria.
Ciò premesso, e passando all’esposizione dei fatti, la tragedia di Cefalonia va divisa, anzitutto, in tre parti distinte, anche se intimamente legate tra loro, la prima, dall’8 al 15 settembre, la seconda dal 15 al 22 e la terza dal 22 in poi: di esse quella più importante è la prima perché riguarda i retroscena che furono alla base di essa, che la storia ufficiale
–manipolata per fini politici-
non ha mai raccontato per evitare di far conoscere le vere cause del dramma. A ciò si aggiunga che la vicenda va analizzata nel più vasto contesto bellico in cui avvenne, tenendo presente che la Divisione Acqui era una Grande Unità del nostro Esercito, facente parte dell’XI^ Armata Italiana in Grecia con comando ad Atene, cui era stato affidato il compito di presidiare le isole Ionie di Corfù e Cefalonia.
Tale precisazione è necessaria per sfatare l’equivoco -dovuto in parte ad ignoranza di cose militari e in parte ai voluti travisamenti della vicenda - che la “Acqui” in quanto decentrata a Cefalonia e Corfù, godesse di una libertà di azione maggiore delle altre divisioni situate sul continente e che il suo comandante, di conseguenza, potesse decidere –a suo piacimento- il da fare. E’ da tener presente, invece, che il potere decisionale del generale Gandin, come quello di ciascun altro comandante, trovava, pur sempre, come in ogni organizzazione militare, un limite nella sua subordinazione gerarchica ai propri superiori ai cui ordini egli era tenuto a prestare obbedienza.
Ciò è pacifico ed indiscutibile.
Ebbene, alla luce di tale assioma, cos’altro furono se non ordini Superiori quelli pervenutigli dal generale Vecchiarelli comandante dell’XI^ Armata, la sera dell’8 settembre e il successivo giorno 9 ? Riassumendone succintamente i punti più significativi rileviamo che nel primo, quello dell’8 settembre, venne ordinato di “non fare causa comune con i ribelli greci” né “con le truppe anglo-americane che sbarcassero”, mentre nel secondo –pervenuto il giorno 9 alle ore venti- fermo restando l’ordine di reagire “ad eventuali azioni di forze ribelli”, si ordinò –a partire dalle ore 10 del giorno 10- di cedere ai reparti tedeschi, che sarebbero subentrati ai nostri, le armi collettive e le artiglierie, conservando solo l’armamento individuale. Di fronte a tale sequenza di ordini perentori cosa avrebbe dovuto fare il generale Gandin ? Rifiutare di eseguirli ? no di certo, essendo addirittura inconcepibile, per un militare disciplinato e Gandin lo era, porsi un tale problema, soprattutto in presenza di eventi drammatici nei quali è proprio con la sollecita anche se sofferta obbedienza ad ordini, magari non condivisi, che si manifesta la dignità e l’onore di un Ufficiale chiamato ad eseguirli.
Ciò va detto anche per contrapporre alla sua nobile figura quella degli ufficiali che, come dirò, cospirarono, compirono atti di insubordinazione e si rivoltarono contro di lui e gli altri Ufficiali Superiori, Comandanti di Corpo, gettando la divisione in un caos da cui, successivamente, derivò la tragedia. Egli fece, nel frangente, ciò che un Capo doveva fare, convocò cioè un Consiglio di Guerra composto dai predetti Comandanti di Corpo della divisione, i quali, richiesti di fornire un parere, si espressero, in netta maggioranza, per l’obbedienza all’ordine ricevuto dal Comando di Armata. I tre Comandanti della Fanteria ed il Comandante del Genio, mio Padre, furono infatti favorevoli alla richiesta cessione, quello dell’artiglieria fu più propenso al no ma comunque si rimise, per obbedire, ad un ordine scritto del generale e solo quello della Marina fu contrario ma, è da osservare, che il peso della Marina sotto il profilo militare era divenuto irrilevante avendo già la sera dell’8 abbandonato il porto di Argostoli le poche unità presenti nell’isola.
Il generale Gandin intavolò, pertanto, forte anche di tale parere, delle trattative con i tedeschi il giorno 11, in assenza, tra l’altro di ulteriori comunicazioni dal continente per il completo isolamento radio in cui venne trovarsi la divisione; di tutto ciò abbiamo notizie dettagliate dall’allora capitano Ermanno Bronzini, addetto all’ufficio operazioni del Comando di Divisione che insieme ad un collega, il capitano Vincenzo Saettone, venne incaricato dal gen.Gandin di compilare il Diario Storico della Divisione e, per tale incombenza, restò chiuso nei sette giorni che precedettero l’inizio dello scontro, cioè dall’8 al 15 settembre, nella stanza adiacente a quella del generale, alternandosi in tale lavoro con il collega, successivamente fucilato dai tedeschi. Tale Diario andò perduto nel corso delle operazioni belliche ma il Bronzini –scampato miracolosamente all’eccidio- compilò nel 1946 una Relazione per il Ministero della Guerra, poi della Difesa, nella quale ricostruì quanto aveva scritto in precedenza. Da tale Relazione –da me attentamente analizzata- si apprende che il Generale Gandin condusse le trattative per la cessione delle artiglierie e delle armi pesanti –ordinata dal Comando d’Armata- avendo, come obiettivo, quello di attuarla ottenendo il miglior trattamento possibile per i suoi soldati, sulla base anche e soprattutto del prestigio da lui goduto presso i tedeschi dai quali era tenuto in gran considerazione per aver fatto parte, in precedenza, dello stato maggiore congiunto italo-germanico ove era entrato in rapporti di cordialità con alti ufficiali tedeschi tra cui, come ci riferì Bronzini, lo stesso von Keitel. Che il generale intendesse cedere le armi è pacifico e ciò è dimostrato dall’andamento delle trattative che -dice sempre Bronzini- proseguirono in un clima di reciproca intesa con il ten.col.Hans Barge, comandante del presidio tedesco situato nella penisola di Lixuri, da cui egli ricevette assicurazione circa il pieno accoglimento delle sue richieste da parte del Comando Superiore tedesco. Il suo intento di cedere pacificamente le armi traspare chiaramente dalla citata Relazione di cui vale la pena di riportare le parole che seguono rivolte ai cappellani militari, da lui consultati per avere un parere sull’ipotesi di un eventuale scontro con i tedeschi : “Come possiamo rivolgere le armi –egli disse- contro un popolo che ci è stato a fianco come alleato per tre anni, combattendo la nostra stessa guerra, condividendo i nostri stessi sacrifici e agognando alla nostra stessa vittoria ? “Non vi sembrerebbe sommamente immorale rivolgere la punta della spada –oggi- contro un fratello che –fino a ieri- si è battuto con noi e per noi, a fianco a fianco, per una causa comune ?”. Queste parole non lasciano dubbi sulle intenzioni ed i proponimenti che il Comandante della “Acqui” stava per realizzare, oltretutto in linea con la corretta interpretazione del testo dell’armistizio, a proposito del quale egli fece la lucida disamina che segue: “Vi prego di considerare che, in conseguenza dell’armistizio concluso tra il nostro governo e le autorità anglo-americane, noi non siamo diventati automaticamente nemici dei tedeschi. “Abbiamo soltanto sospeso ogni ostilità. Non combattiamo più. Deponiamo le armi. Ci ritiriamo dal campo di battaglia. Noi, dunque, non abbiamo nessun diritto di attaccare per primi i nostri antichi alleati e non ne abbiamo, per ora, neppure motivo sufficiente”. Dopo un’altra convocazione del Consiglio di Guerra che si confermò favorevole alla cessione delle armi, egli volle ascoltare, come accennato, anche i Cappellani militari per avere un parere sullo stato d’animo della truppa cui gli stessi, per la loro missione spirituale, erano più vicini di altri. Anch’essi consigliarono la cessione delle armi pesanti accompagnandola con una lettera, lo stesso giorno 11, ove, tra l’altro, si legge: “ Per evitare una lotta cruenta e, forse impari e fatale contro l’alleato di ieri, per tener fede al giuramento di fedeltà al Re Imperatore e infine e soprattutto, per evitare un inutile spargimento di sangue fraterno, Signor Generale, altra via non c’è…non resta che cedere pacificamente le armi”. Questo fu in estrema sintesi lo spirito con cui si svolsero le trattative con i tedeschi cui fece seguito – a suggello delle stesse- l’invio nella notte sul 12 del capitano Tomasi al comando tedesco per consegnare una lettera in cui si dichiarava la disponibilità della divisione a cedere le armi. Omettendo per brevità di esposizione altri particolari, mi limito ad osservare che, se dal giorno 12 in poi, le cose fossero andate come la saggia e sofferta opera del generale Gandin aveva predisposto, l’Italia del dopoguerra avrebbe avuto molti morti in meno sulla coscienza, da giustificare con argomenti oltretutto mendaci e penosamente retorici: in compenso a decine di migliaia di persone, compreso chi vi parla, si sarebbe risparmiato un trauma che ne avrebbe segnato per sempre l’esistenza. A questo punto viene spontaneo domandarsi perché l’accordo non si tradusse in realtà ma, al contrario, si ebbe lo scontro con i tedeschi ed il conseguente eccidio compiuto da quest’ultimi. Cosa avvenne che portò ad un epilogo così tragico una vicenda che le trattative intavolate da Gandin facevano presagire che potesse avere una pacifica soluzione come, del resto, era avvenuto sul Continente dove le dipendenti divisioni si erano adeguate all’ordine del Comando di Armata e, pur fatte prigioniere, non pagarono certo l’altissimo contributo di sangue della Acqui ? Avvenne, dunque, che in seno alla divisione, con epicentro proprio nel 33° reggimento artiglieria, si sviluppò una cospirazione dapprima silente e man mano sempre più aperta nei confronti del Comando di Divisione accusato –senza mezzi termini- di complicità con i tedeschi per il fatto di trattare con essi la cessione delle armi, malgrado il generale Gandin avesse provveduto a far diramare ai Comandi da lui dipendenti –quello di Artiglieria compreso- il testo dell’ordine ricevuto dal Comando d’Armata. Alla responsabile attività del generale comandante fece riscontro dunque –in quei giorni- un fermento fra alcuni ufficiali inferiori, tutti di complemento, che, trasmesso ai propri subordinati, creò uno stato di rivolta su cui influì anche in modo notevole la propaganda dei greci che con notizie inventate di sana pianta e non controllabili, data l’assenza di comunicazioni con la terraferma, contribuì ad eccitare gli animi dei predetti ufficiali e soldati i quali, da esse trassero la errata convinzione che il Generale Gandin ed i suoi diretti collaboratori fossero dei “traditori” disposti a cedere, di loro iniziativa, le armi ai tedeschi. “Traditore” e “vigliacco” furono gli epiteti rivolti in quei giorni al generale Gandin il quale stava faticosamente trattando con i tedeschi per salvare, incredibile a dirsi, anche la vita di coloro che gli si accanivano contro. Incredibili furono gli atti di rivolta compiuti da costoro contro chiunque si manifestasse obbediente ai superiori e mostrasse di rifuggire dalle loro folli iniziative, dettate da motivi politici per l’ancora vivente ex capitano Pampaloni, già all’epoca di idee comuniste, e da sfrenata ambizione per il suo “alter ego” l’allora capitano Apollonio che divenne il capo indiscusso della rivolta attraverso iniziative incompatibili con il suo status di ufficiale che, però, non ne ostacolarono –in barba ai morti che esse provocarono - l’ascesa al grado di Generale di Corpo d’Armata. Per brevità di esposizione mi limito a riportare il lapidario giudizio espresso nella sua Requisitoria dal dr.Stellacci che, nel dopoguerra, fu il Pubblico Ministero nel processo concluso in farsa, svoltosi presso il Tribunale Militare di Roma, contro costoro ed altri, imputati dei reati di cospirazione, rivolta ed insubordinazione: “La cospirazione –scrisse Stellacci- nel senso di accordo tra più militari per la commissione di una rivolta contro il Comando di Divisione, nonché di atti ostili contro i tedeschi, che creassero il “fatto compiuto” al fine di impedire al gen.Gandin l’esercizio dei suoi poteri, tra cui era quello di decidere e disporre l’atteggiamento da assumere nei confronti dei tedeschi, è innegabile”(Req. pag. 65). Questa dunque fu la conclusione del pubblico ministero il quale sulla base delle risultanze scaturenti dagli atti processuali - da me consultati- ritenne gli imputati responsabili dei reati loro ascritti ma, dato il clima in cui si svolse il processo, ne chiese il proscioglimento perché
–PUR AVENDO ACCERTATO CHE I REATI FURONO COMMESSI -
riconobbe loro la discriminante dell’aver agito ritenendo sia pur erroneamente, di adempiere un dovere. Che tale richiesta sia stata dettata dalle circostanze per tali intendendosi il particolare clima politico dell’epoca e le pressioni che egli indubbiamente ricevette, appare indubbio, dato il favore che in quei tempi bui accompagnò la valutazione di atti che, pur penalmente sanzionabili, potessero essere qualificati come “resistenziali”.
A quale dovere intendessero adempiere, infatti -qualora fossero scampati alla rappresaglia tedesca- avrebbero dovuto spiegare il carabiniere Nicola Tirino il quale tentò di uccidere il generale Gandin lanciando una bomba a mano –per un puro caso non esplosa- contro la sua auto mentre si recava al comando di artiglieria il giorno 12, o il maresciallo di marina Felice Branca che, lo stesso giorno, uccise a revolverate il capitano Piero Gazzetti il quale, per ordine del generale, stava recandosi a prelevare alcune Suore dal loro convento per portarle al sicuro in un ospedale: questi venne affrontato dal predetto sottufficiale che, dopo avergli intimato di cedergli il camion, al rifiuto del capitano gli sparò urlando: “Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori !" per tali intendendo, ovviamente, gli appartenenti al Comando di Divisione. Altre spiegazioni avrebbero dovuto fornire –su questo singolare modo di adempiere un dovere – coloro che tentarono di assassinare il comandante del 317° reggimento di fanteria col. Ezio Ricci ovvero spararono, ferendolo, al maggiore Fanucchi comandante del 2° battaglione del predetto reggimento.
Bisognerebbe stabilire, inoltre, se sotto l’aspetto dello sbandierato onore militare e alla luce del reato di insubordinazione, fu giustificabile il comportamento del s.tenente Petruccelli, dei Reali Carabinieri, il quale radunò una ventina di uomini il giorno 14 – per andare ad arrestare il generale "reo" di proseguire le trattative anziché mettersi a sparare contro i tedeschi come già avevano fatto
–di loro iniziativa cioè senza aver ricevuto ordini dai loro superiori-
i capitani Apollonio e Pampaloni contro due inermi motozattere, allo scopo di provocare il “fatto compiuto” che rendesse impossibile la prosecuzione delle trattative. Sarebbe stato interessante sentire gli artiglieri delle batterie di Apollonio e Pampaloni i quali, mentre i loro comandanti erano a rapporto dal generale Gandin, puntarono i cannoni sul Comando di Divisione, per impedire che il generale potesse far arrestare gli stessi i quali, dal canto loro, durante detto rapporto, si premurarono di preannunciare al loro Comandante che non avrebbero obbedito ai suoi ordini rendendosi rei di insubordinazione come accertò il Pubblico Ministero. Sembra incredibile che tutto ciò sia potuto avvenire e sia stato, per di più, non fatto passare sotto silenzio, come si potrebbe credere, ma sia stato travisato in modo tale da far apparire gli autori di questo autentico scempio del Codice Penale Militare, come militari degni di essere presi ad esempio e, come poi avvenne, elogiati, decorati e ricompensati con avanzamenti di carriera, addirittura incredibili per uno di loro, l’Apollonio. L’impressione che si ricava è che in quei giorni l’isola di Cefalonia fosse divenuta una “zona franca” se non un vero e proprio Far West ove l’applicazione del Codice Penale Militare era stata sospesa ad opera di coloro che lo violarono platealmente. In proposito mi piace riportare, per la sua esplicita chiarezza, quanto si legge nel Sito internet www.istrid.difesa, collegato a quello del Ministero della Difesa, dove, a cura dell’Associazione Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei Reparti regolari delle FF.AA., è scritto
- sotto il titolo “LE FORZE ARMATE ITALIANE E I TEDESCHI DOPO L’8 SETTEMBRE”-
quanto segue: “Si parla di eccidio. Giusto: ma non sarebbe male, dopo 50 anni, vedere se questo eccidio poteva, almeno in parte, essere evitato. Di solito si parla di ordini dall’alto non giunti e si taglia la testa al toro. Ma le trattative con i tedeschi furono giustamente avviate e condotte ? Vi furono iniziative all’interno della Divisione cui si dette, forse inopportunamente, luogo ? Ci fu qualcuno che, durante le trattative, ad insaputa del Comandante, assunse un atteggiamento ed ebbe un comportamento contro i tedeschi che non avrebbe dovuto assumere ed avere ?” Non credo di peccare di immodestia –a questo punto- se affermo di aver risposto esaurientemente all’interrogativo posto dal coraggioso autore dell’articolo sia con il mio libro “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia” che con il mio sito www.cefalonia.it .
Un’ultima notazione si impone, affinché sia spazzato via anche l’ultimo equivoco che grava ancor oggi sulla vicenda cioè quello secondo cui il combattimento con i tedeschi venne ingaggiato per effetto di un referendum(!) tra i soldati, indetto da Gandin; questa mistificazione è stata il cavallo di battaglia attraverso cui si è inserito, senza vergogna, un fatto prettamente militare nell’ambito della Resistenza, assimilando la Divisione Acqui ad una banda di partigiani che avrebbe deciso di combattere per volontà dei singoli e non per aver ricevuto ordini in tal senso. La Verità, come al solito, è ben diversa da quella che i professionisti della menzogna hanno diffuso durante lunghi decenni di orgia resistenziale tacendo o trascurando a bella posta quello che fu il motivo scatenante della impari lotta con i tedeschi, cioè l’ordine di resistere –che non esito a definire criminale- inviato a Gandin dal Comando Supremo fuggito a Brindisi e pervenuto nella notte sul 14 settembre a Cefalonia attraverso il ponte radio della marina di Corfù. Il suo tenore “Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo a Cefalonia, Corfù et altre isole” a firma del Sottocapo di Stato Maggiore generale Francesco Rossi, non lascia adito a dubbi e fa cadere tutte le fandonie raccontate in merito al preteso referendum con cui –all’unanimità- soldati e ufficiali dopo essersi pronunciati per la lotta, avrebbero intrapreso, “motu proprio”, la stessa. Parlare di referendum è assolutamente ridicolo se si pensa che, a fronte della prevedibile azione aerea tedesca, il gen.Gandin, chiamato ad eseguire un ordine "suicida" cercò di sondare l'animo della truppa che egli sapeva bene quanto fosse impreparata a sopportare il peso devastante di un'offensiva aerea portata dall'alto, che fu il principale motivo della nostra sconfitta. All'uopo egli cercò, attraverso i comandanti di reparto, di verificare quale fosse lo spirito combattivo dei propri dipendenti ma in poche, convulse, ore quello che prevalse fu il parere di una minoranza aggressiva costituita da artiglieri e marinai i quali, essendo accentrati nei dintorni di Argostoli, ebbero buon gioco nell'imporre il loro volere che venne fatto passare per quello della totalità dei soldati i quali, invece, non vennero -nella stragrande maggioranza- nemmeno interpellati. A riprova di ciò esistono una gran quantità di testimonianze di superstiti da cui risulta inoppugnabilmente che essi di referendum non sentirono nemmeno parlare. Cito a caso alcuni nomi come quelli del s.tenente Virginio Terreni, del serg. magg. Luigi Baldessari o dei soldati Alfredo Reppucci e Romildo Mazzanti i quali, interpellati in merito, hanno confermato quanto sopra. Nel sito www.cefalonia.it chi vuole può informarsi con dovizia di particolari, essendo ivi riportate le relative testimonianze. Concludo ringraziando gli ascoltatori e spero che quanto ho detto contribuisca a riportare a galla la Verità troppo a lungo umiliata.

Massimo Filippini

7 dicembre 2001

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