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° ° °

IN OCCASIONE DEL 60° ANNIVERSARIO DELL'ECCIDIO DI CEFALONIA COSA C'E' DI MEGLIO DI UNA MANCIATA DI FANGO SUL GEN. GANDIN ?

Il 10 settembre 2003 è apparso sul quotidiano "IL TEMPO" un articolo in relazione al quale ho scritto una lettera a detto giornale.
Ecco il testo di entrambi gli scritti:
1 - ARTICOLO de " IL TEMPO"

Cefalonia, documenti trovati a Friburgo fanno del generale Gandin il responsabile dell’eccidio
L’«eroe» di cui non c’era bisogno
di MARCO PATRICELLI

DA UN lato la retorica che incorona un eroe, dall’altro un documento che sfronda gli allori di un mito riconducendolo sui binari severi della storia. Fu vera gloria, quella del generale Antonio Gandin, comandante della Divisione Acqui trucidata a Cefalonia? Per lo storico fiorentino Paolo Paoletti la risposta è decisamente negativa, e dettagliatamente argomentata nel libro «I traditi di Cefalonia - La vicenda della Divisione Acqui 1943-1944» (Fratelli Frilli, 2003). A rovesciare il giudizio su Gandin è un paziente lavoro di ricerca negli archivi di Friburgo, da dove è emersa una lettera che se da un lato esalta il gesto dei soldati della Acqui che in nome del dovere decidono di opporsi armi in pugno ai tedeschi, dall’altra inchioda il loro comandante. Gandin il 14 settembre 1943 scrive che «die Division weigert sich meinen Befehl auszuführen», cioè che la Acqui si era ammutinata. La questione, inaudita, è che il generale non comunica quel che avviene nel suo reparto di stanza sull’isola greca al Comando supremo italiano, bensì al tenente colonnello Hans Barge, il nuovo nemico sulla scia dell’armistizio dell’8 settembre. Gandin, nato ad Avezzano il 13 maggio 1891, già capufficio dello Stato maggiore di Badoglio, cui scriveva i discorsi, era di sentimenti germanofili, decorato di croce di ferro di prima classe, parlava il tedesco. L’armistizio l’aveva spiazzato: l’animo lo portava a rimanere al fianco dei tedeschi (con cui aveva mantenuto rapporti cordiali e frequenti), gli ordini a combatterli, le circostanze a tentare di trovare una via d’uscita che tutelasse i suoi uomini («i figli di mamma», li chiamò) e il suo senso dell’onore. Salvare i corpi dei soldati e la sua anima si rivelò un compromesso impossibile in quello scenario e in quel frangente storico. Fece la scelta peggiore, nei modi peggiori, e legò il suo nome al più feroce eccidio militare della seconda guerra mondiale a opera della Wehrmacht, con lo sterminio sistematico di soldati che si erano arresi, senza che nessuno abbia pagato per questo (un processo intentato in Germania nel 1969 si concluse con l’archiviazione, un secondo procedimento è stato aperto a Dortmund nel 2001). L’analisi di Paoletti, destinata a far discutere, si articola su una serie di "tradimenti" ai danni dei soldati della Acqui. In primo luogo la mancata applicazione del Documento di Québec del 18 agosto 1943, con cui gli Alleati si impegnavano a evacuare le truppe italiane dai Balcani, cosa che non avvenne né a Cefalonia né altrove. Quindi il comportamento di Gandin, che denuncia ai tedeschi la ribellione dei suoi uomini, riferita al generale Lanz e al tenente colonnello Barge, quindi messa per iscritto il 14 settembre. L’inerzia del Comando supremo italiano che non pretese dagli Alleati l’applicazione del Documento di Québec e poi ingiunse alla Divisione di immolarsi: «ogni vostro sacrificio sarà ricompensato», comunicò il generale Ambrosio. Il Ministero della difesa, a fronte di 6-9mila caduti, nel 1948 dispensò appena 15 medaglie d’oro al valor militare: una andò a Gandin, parificato in tal modo al generale Luigi Lusignani che a Corfù da subito aveva combattuto i tedeschi così come prevedevano gli ordini dall’Italia. Un altro "tradimento" della Acqui, a detta di Paoletti, sarebbe stato compiuto dai giudici militari americani che a Norimberga per quel crimine condannarono il generale Hubert Lanz a 12 anni di reclusione e gliene fecero scontare cinque. E poi: la Procura di Dortmund dopo aver ascoltato 231 testi (due soli italiani)archiviò; gli allora ministri Paolo Emilio Taviani e Gaetano Martino e il procuratore generale militare di Roma «insabbiarono il fascicolo su Cefalonia, impedendo il processo contro i criminali di guerra tedeschi» (ma un primo insabbiamento a salvaguardia della memoria di Gandin c’era già stato il 4 settembre 1945 a opera del Ministero della guerra). Infine, la Repubblica italiana che solo nel 1980 ha reso omaggio ai caduti di Cefalonia, oggi entrati nell’immaginario collettivo come simbolo della resistenza dell’esercito. La tesi di Paoletti è che per quella lettera di Gandin che li accusava di ammutinamento e arrivata molto in alto, fino a scatenare la rabbiosa reazione di Hitler il quale ordinò il massacro, i soldati italiani furono considerati «franchi tiratori» (i tedeschi li chiamarono proprio così) e passati per le armi con una ferocia d’altri tempi. Ci furono eroi, a Cefalonia, in numero superiore a quanti sono stati decorati, ma tra questi ce n’è forse uno di troppo.
mercoledì 10 settembre 2003
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2- TESTO DELLA MIA LETTERA INVIATA A "IL TEMPO" -
(e rimasta senza risposta)

Marco Patricelli, nel riportare le deduzioni del Paoletti, in merito alla risposta data dal gen. Gandin ai tedeschi, prima dell'inizio delle ostilità a Cefalonia, attribuisce al contenuto di essa la responsabilità del massacro della Acqui per aver egli fatto presente a costoro l'esistenza di uno stato di sedizione e di quasi-ammutinamento esistente nella sua Divisione in merito agli EVENTUALI ORDINI di cessione delle armi che -SI BADI BENE- egli non aveva impartito.
Tutto si basa su detta dichiarazione che non conteneva PERO' nulla che già I TEDESCHI NON SAPESSERO.
Infatti essi erano bene al corrente (il ten.col. Busch lo aveva comunicato al suo Comando e Paoletti non può non saperlo) dell'esistenza in seno alla "Acqui" di un nucleo di ufficiali e soldati che non intendeva aderire al programma di cedere le armi; sapevano anche degli attentati compiuti a danno di Gandin e perfino dell'assassinio del capitano Gazzetti, compiuto da un maresciallo di marina, al grido di: "Anche voi appartenente alla schiera vigliacca dei traditori !".
In proposito fu proprio un loro motocicista che si trovava in piazza Valianos, ove ad Argostoli, avvenne l'omicidio, a trasportare lo stesso all'ospedale 37 dove questi spirò il giorno 16.
I tedeschi inoltre erano stati presi a cannonate dalla nostra artiglieria, il 13 settembre, subendo la perdita di cinque soldati, mentre al Comando della "Acqui" erano in corso TRATTATIVE CON LORO per la "eventuale" cessione delle armi.
E' quindi assurdo -come scrive Paoletti- che in quelle condizioni Gandin dovesse informare "solo" il proprio Comando Supremo, cioè quelle stesse persone che dopo una precipitosa fuga, una volta a Brindisi, inviarono l'ordine di resistere ai tedeschi, ben consci di non poter aiutare in alcun modo la "Acqui".
A tale ordine, in primo luogo, è imputabile quanto avvenne ma, DECISIVA FU LA MANCATA DICHIARAZIONE DI GUERRA AI TEDESCHI, avvenuta solo il successivo 13 ottobre.
Tale ultima circostanza, dunque, e non il preteso "tradimento" di Gandin, sulla cui figura Paoletti non esita gettare fango, fu la CAUSA SCATENANTE DELL'ECCIDIO, ordinato da Hitler contro gli appartenenti alla "Acqui" che, IN BASE AL DIRITTO INTERNAZIONALE, furono considerati "partigiani" e "franchi tiratori" passibili, per ciò, di fucilazione.

Dispiace che le elucubrazioni del Paoletti, offensive della memoria di un Martire come il gen. Gandin, siano state riprese con immeritata evidenza, da un giornale serio come "IL TEMPO".

Distinti Saluti

avv. MASSIMO FILIPPINI - Orfano di un Martire di Cefalonia
(Autore del libro "LA VERA STORIA DELL'ECCIDIO DI CEFALONIA" e curatore del sito www.cefalonia.it)
LATINA

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Sul predetto quotidiano, divenuto illeggibile dopo lo squallido "scoop" odierno, è visibile anche la riproduzione di una lettera del Ministero della Guerra, in data 4.9.1945, in cui si fa cenno ad "un atto d'accusa" (naturalmente contro il gen. Gandin), che un reduce da Cefalonia, tale serg. magg. Giovanni Mazza, intendeva rendere pubblico attraverso due giornali: "l'Unità" e "l'Avanti".
Tale fotocopia che "IL TEMPO", sulla scia del Paoletti, esibisce come frutto di chissà quali ricerche mentre, invece, è facilmente rinvenibile presso l'Ufficio Storico dell'Esercito a Roma, si riferisce ad una sconclusionata "Dichiarazione", evidentemente suggerita da "qualcuno" al Mazza che si lancia in una serie di accuse immonde nei confronti del Gen. Gandin e, per converso, in un'esaltazione sfrenata del solito cap. Apollonio.
I destinatari cui egli intendeva affidare le sue esternazioni erano due giornali socialcomunisti e ciò la dice lunga sulle vedute e sulle intenzioni del predetto che, se non al Paoletti, avrebbero dovuto imporre al resocontista de "IL TEMPO" una maggior cautela nel fare proprie tali asserzioni.
Ad esse, lo scrivente, che ne è in possesso, non ha dato alcun peso, trattandosi di autentiche farneticazioni, senza prova alcuna -presto pubblicate in questo sito- mentre il Paoletti e il giornalista de "IL TEMPO", hanno, invece, prestato loro la massima attenzione, qualificandole alla stregua di prove del presunto "tradimento" di Gandin allo scopo di spargere fango sulla sua nobile figura.
E' da sperare che le FFAA intervengano, non essendo accettabile questa sorta di tiro al piccione, realizzante il reato di "Vilipendio delle FFAA", contro la memoria di un Martire, senza un'adeguata reazione da chi è preposto a difenderne l'onore.

MASSIMO FILIPPINI
10 settembre 2003

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Il parere del prof. G. E. Rusconi :

PERCHÉ la Divisione Acqui a Cefalonia, nel settembre 1943, fa resistenza ai tedeschi che le impongono il disarmo? Come si è arrivati alla decisione?

La storiografia tradizionale ha assegnato un ruolo determinante al cosidetto «referendum» della truppa, effettuato in un momento critico (esattamente il 13 settembre) mentre erano in corso ancora le trattative con i comandi tedeschi. In realtà sull'estensione, sulla dinamica, sulle forme di questa consultazione sappiamo molto poco. In compenso su di essa è ripresa la polemica storiografica. Ancora di recente si è rimproverato al generale Antonio Gandin, comandante della Acqui, di essere stato un cattivo comandante perché ha condotto i suoi uomini a un inutile sacrificio. Ha ceduto alle minacciose pressioni di alcuni subalterni anziché continuare a negoziare come aveva incominciato a fare, valutando esattamente la situazione militare a lui sfavorevole. Così alla tradizionale trasfigurazione della sommaria consultazione di alcuni reparti, salutata come di una innovativa «rottura dell'autoritarismo militare», si è contrapposta l'accusa del referendum come di un episodio di demagogia e di «sovietismo militare» in sintonia con alcuni episodi di insubordinazione. Entrambe le tesi sono viziate di ideologismo. Raccogliere il parere di alcuni reparti, prima di prendere una decisione definitiva, è un gesto irrituale per un comandante. Ma è dettato dalla eccezionalità della situazione: soprattutto al momento della consultazione Gandin ha già deciso in cuor suo di interrompere le sterili trattative con i tedeschi e quindi di prepararsi all'azione di guerra. È una decisione presa sulla base di molte considerazioni, compresa l'adesione a un esplicito messaggio ricevuto dall'Italia che invita alla resistenza. Con ciò, non si possono sottovalutare le forme di insubordinazione che si sono verificate in alcuni reparti della Acqui. Ma proprio la loro natura imponeva una qualche forma di recupero del consenso e dell'emotività della truppa. Questo discorso vale soprattutto per gli ufficiali che autonomamente reagiscono con le armi ad alcuni non chiari movimenti tedeschi, creando quelli che nella letteratura sarebbe stati chiamati i «fatti compiuti». Questi ufficiali, considerati «eroi» da alcuni storici, sono visti da altri come «teste calde» che si sono spinte a inaccettabili atti di provocazione e di sedizione. Anche qui siamo davanti a un caso estremo di conflittualità e tensione all'interno di un processo decisionale collegiale il cui esito finale, tuttavia, rimane nella mani del comandante in capo. Infatti solo dalla verifica puntigliosa delle mancate garanzie tedesche circa i criteri e i tempi della parziale cessione delle armi Gandin arriva alla conclusione che l'intesa è impossibile. Così annuncia che la Acqui preferisce combattere anziché subire il disonore del disarmo. Gandin dunque non è il generale ultrademocratico o viceversa il comandante insicuro, oscillante, travolto dai subalterni e dalle circostanze e riscattato solo dal sacrificio finale - quale è descritto da molta letteratura. Tale, del resto, non appare ai suoi interlocutori tedeschi, che lo vedono piuttosto come un tenace, puntiglioso, diffidente negoziatore, trasformatosi alla fine inaspettatamente in un risoluto avversario. Dal punto di vista politico Gandin si dichiara sempre leale al governo del re. Può dirsi «badogliano» nel senso che inizialmente mira a guadagnare per la sua Divisione una posizione di non belligeranza rispetto ai tedeschi, con i quali è in buoni rapporti. Nei confronti degli ex nemici angloamericani invece ha inizialmente un atteggiamento più riservato, che diventerà più aperto soltanto con il deteriorarsi della situazione. Gandin può dirsi anche «antifascista», nel senso in cui lo sono i badogliani della prima ora. Ma nel suo caso c’è un episodio molto significativo. Nella mattinata del 13 settembre, in piena crisi, tra sparatorie e ripresa delle trattative, il comandante riceve la visita di due ufficiali dell’aviazione, un tedesco e un italiano. Sono latori di un messaggio personale di Mussolini (qualcuno parla di biglietto autografo). Il duce, appena liberato dal Gran Sasso e riparato a Vienna, raccomanda al generale di passare con i suoi uomini dalla parte tedesca e della (costituenda) Repubblica Sociale Italiana. Lo invita addirittura a un colloquio personale. Ma il generale lascia cadere l’invito e resta con i suoi soldati.
Gandin è certamente tormentato dal forte senso di responsabilità che sente verso i suoi uomini e dal senso di lealtà che prova verso i tedeschi, alleati sino a ieri. Questo conflitto è oggettivo, ha poco a che vedere con i tratti caratteriali dell'uomo. E quindi la sua decisione finale appare ragionevolmente ponderata. Non è guidata dallo spirito di immolazione o dalla pura obbedienza agli ordini (come insiste una certa benevola retorica patriottica) bensì da un calcolo di rischio - un azzardo forse - in circostanze estreme . All'annuncio dell'armistizio, la sera dell'8 settembre, l'obiettivo primo non soltanto per i soldati semplici ma per l'intero comando della Acqui è il ritorno in patria. Non è banale insistervi, perché attorno a questo concetto ruota l'intera vicenda nei suoi termini ideali e materiali. È importante ricordare che il rientro non è sinonimo di semplice abbandono delle posizioni e di smobilitazione generale, ma al contrario è un'operazione di carattere politico e militare di prim'ordine. Operazione legittima e prevista dagli stessi angloamericani nel quadro della resa italiana in vari documenti. Naturalmente Gandin non sa nulla di questi documenti. Deve agire in base al suo discernimento politico e al senso dell'onore militare. A differenza di quanto accade per la stragrande maggioranza delle unità italiane in Italia e all'estero, la Acqui decide di contrastare i tedeschi. Il motivo determinante è la convinzione che questi non mantengono le promesse fatte a proposito delle armi pesanti da lasciare e quelle da conservare. In questo senso, il 14 settembre Gandin dichiara che la Divisione «teme di essere disarmata contro tutte le promesse tedesche o di essere lasciata sull'isola come preda per i greci o peggio di non essere portata in Italia, ma sul continente greco per combattere contro i ribelli». La Divisione quindi intende rimanere sulle proprie posizioni finché non riceve assicurazione di poter conservare le proprie armi e di consegnare le artiglierie solo all'imbarco. «Se ciò non accadrà - scrive Gandin - la Divisione preferirà combattere piuttosto che subire l'onta della cessione delle armi». Certo, in tutto questo il patriottismo conta. È l'orizzonte etico-culturale in cui si muovono gli uomini dell'Acqui. Ma la loro è anche una reazione di autodifesa preventiva. Un azzardo ma che fa loro onore anche se finisce catastroficamente.
G. E. Rusconi
_________________________

Breve Commento:
Quanto scrive il prof. Rusconi rappresenta uno squarcio di luce sulla tragedia purtroppo ancora incompleto: egli, infatti, dovrebbe spiegare cosa intende dire con l'espressione " la Acqui decide di contrastare i tedeschi" che si risolve nel riconoscimento di uno strano soggetto in grado di adottare in via del tutto autonoma delle decisioni, , cioè la "Acqui".
C'è da chiedersi se egli sappia che in un'Unità Militare, grande o piccola che sia, le decisioni ed i relativi ordini di attuazione vengono prese dal Comandante e se ciò non avviene poichè egli è "costretto" a prendere decisioni diverse da quelle volute, tutto ciò ha un nome ben preciso: "AMMUTINAMENTO".
Coraggio professor Rusconi, non giri intorni alla questione ma chiami le cose con il loro nome.
MF

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