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Da "Il GIORNALE" del 10 novembre 2000

"Quel segreto di stato sulla strage di Cefalonia"

In un'intervista all'Espresso -della quale conosco solo le anticipazioni rese note dalle agenzie di stampa- l'anziano politico democristiano Paolo Emilio Taviani ammette ora d'aver contribuito all'insabbiamento d'una nchiesta contro i responsabili dell'orrenda strage di Cefalonia.
Nel 1956, quando Taviani era ministro della Difesa in un governo Segni, il ministro degli Esteri Gaetano Martino, liberale, gli suggerì in una lettera che fossero evitate iniziative giudiziarie per inchiodare alle loro responsabilità i militari tedeschi dai quali erano stati sterminati - dopo la resa - 6.500 ufficiali e soldati della divisione Acqui (molti altri perirono per l'affondamento, causato dalle mine, delle navi che li portavano verso la prigionia). Taviani scrisse in calce alla lettera "concordo pienamente con il ministro Martino": e oggi spiega che la decisione fu determinata dall'esigenza di non compromettere la resurrezione della Wehrmacht, necessaria alla Nato in funzione antisovietica.
"In quei giorni -ha sottolineato Taviani- l'Urss stava invadendo l'Ungheria". Non v'è dubbio che lo stop sia stato deliberato in ossequio alla ragion di Stato: così come non v'è dubbio che adesso questa piccola rivelazione verrà inserita nella "vulgata" delle trame di destra, delle verità negate, della strategia della tensione, del grande complotto che ha impedito alla sinistra, nobile e patriottica, di avere quanto per i suoi meriti le spettava: ossia il potere.
Con maggior sensatezza d'altri esponenti della sua area politica, il senatore Pellegrino, presidente della Commissione Stragi, ha dichiarato che vi fu il parallelismo di due insabbiamenti: quello dei crimini nazisti da parte della Procura militare e quello, da parte della magistratura ordinaria, dei crimini titini nel nord est del paese. Ma un'osservazione va fatta a questo punto.
Taviani ricorda male non per il particolare della lettera e della sua sigla, ma per le conseguenze che ne derivarono: il veto ministeriale a procedimenti giudiziari non funzionò perché non poteva funzionare, essendo la magistratura indipendente.
Un giudice genovese, Roberto Triolo, padre del sottotenente Lelio caduto a Cefalonia per mano tedesca, aveva presentato denunce ed esposti a raffica contro militari tedeschi e militari italiani. Dopo estenuanti rimpalli tra ufficio e ufficio, il 26 febbraio 1955 la Cassazione aveva stabilito che toccasse alla Procura militare di Roma d'occuparsi della vicenda, e il 20 marzo 1957 (ossia diversi mesi dopo la lettera di Martino) il Pubblico Ministero Stellacci aveva chiesto il rinvio a giudizio di trenta ufficiali e sottufficiali tedeschi.
A costoro erano stranamente associati, nella richiesta d'incriminazione, ventisette sopravvissuti alla carneficina cui s'imputava, paradossalmente, d'avere " rifiutato obbedienza agli ordini del comandate la divisione Acqui, generale Antonio Gandin, di astenersi da ogni attività ostile ai tedeschi e di predisporsi alla cessione delle armi pesanti". (1- La richiesta di rinvio a giudizio dei militari italiani con quelli tedeschi non ebbe nulla di strano essendo prevista, nel codice di procedura penale, l'unificazione dei procedimenti per motivi di "connessione oggettiva", quando, cioè, i fatti cui il processo si riferisce, sono gli stessi: 2- I reati posti a carico dei militari italiani non ebbero nulla di paradossale essendo stati individuati dal Pubblico Ministero nel corso dell'istruttoria che precedette il rinvio a giudizio e confermati dallo stesso nella Requisitoria finale depositata in Cancelleria il 20 marzo 1957; v."La vera storia dell'eccidio di Cefalonia, Parte 2", N.d.R.).
Il processo si trascinò stancamente fino al 14 giugno 1960, quando il fascicolo fu chiuso per il decesso o per la dichiarata irreperibilità degli imputati tedeschi. Tutto sommato Martino e Taviani decisero ciò che non erano in grado di decidere. E l’istruttoria si impantanò per altri motivi. Forse fu svogliata o imperfetta, come innumerevoli altre istruttorie italiane.
Ma Taviani e Martino non riuscirono a impedirla. Mi sembra che questo disattivi parecchio l’ennesima miccia che, con questo suo quasi-scoop, L’Espresso vorrebbe innescare a sostegno di tesi straripetute, e a mio avviso in buOna parte destituite d’ogni fondamento. Non deve esservi nemmeno un'ombra di equivoco su ciò che penso del bestiale eccidio. Fu una mattanza feroce di prigionieri, una vendetta sanguinaria e disumana: la cui spiegazione - non giustificazione - sta nella rabbia dei tedeschi per essersi trovati di fronte come nemici - dopo l'8 settembre 1943 - quei reparti italiani che fino a qualche giorno prima avevano considerato alleati. La vendetta fu organizzata e sistematica, non iniziativa di gruppi sbandati. Venne dall'alto, addirittura dal quartier generale di Hitler. Questo la distingue da altre mattanze -come quella di fascisti o presunti tali, a molte migliaia, dopo il 25 aprile 1945- che vanno addebitate a fanatici criminali: e che per lo più non ebbero, al riparo di successive amnistie, adeguata punizione. La furia tedesca ebbe connotazioni ignobili.
Ma sul piano storico -non certo sul piano giudiziario- io affianco ai tedeschi, nella responsabilità dell'immane tragedia, la dirigenza politica e militare italiana. L'armistizio fu annunciato e realizzato, ai vertici dello Stato, in un'atmosfera di panico e di viltà. Il comandante tedesco in Italia, maresciallo Kesserling, si proponeva una rapida ritirata fino al Po per la superiorità delle forze italiane, ma chi avrebbe dovuto a quelle forze impartire ordini si precipitò verso Pescara e Ortona a mare per trovare posto sulla corvetta "Baionetta" con la quale la famiglia reale, Badoglio, e i più alti generali raggiunsero lestamente Brindisi. Le truppe italiane in Italia e fuori dai confini furono abbandonate al loro destino dopo l'emanazione di ordini balbettanti e imprecisi. Si aggiunga a questo la miopia degli angloamericani che sospettavano della dirigenza italiana e che non si mossero -con il loro imponente apparato navale e aereo- per portare soccorso a una divisione che era su un'isola quasi contigua all'Italia: dalla quale la separava solo uno stretto braccio di mare. Impedirono perfino che un animoso ammiraglio inviasse un'unità italiana in soccorso della Acqui, obiettando che le clausole armistiziali non consentivano questa azione.
La Acqui è stata macellata dai tedeschi, ma mandata o offerta al macello da altri.

Mario Cervi

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