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NOTIZIARIO DI CEFALONIA.IT
Il numero dei Caduti a Cefalonia
CEFALONIA: Incontro a Roma con Massimo Filippini 31 maggio 2010
Via Federico Filippini - Roma
CEFALONIA NON CI RESTA CHE PIANGERE
IL PROCESSO MUHLHAUSER
OCCASIONI E RARITA' LIBRARIE
MORTI BUONI E MORTI CATTIVI
MI SONO ROTTO...
PAOLETTI (RI)VERGOGNATI
CEFALONIA ricordata a Bagnaia (VT)
CEFALONIA - I Caduti tedeschi
Il cap. Pietro Gazzetti un Martire dimenticato
Al Ministro La Russa: Ode su Cefalonia
RASSEGNA STAMPA
L I N K S
LA MIA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE A DORTMUND
Le Archiviazioni inviatemi dalle Procure di Dortmund e di Monaco
Il BUSINESS CEFALONIA
BADOGLIO ED AMBROSIO: I VERI RESPONSABILI DI CEFALONIA
Padre Romualdo Formato - Un nipote ci scrive
IL PADRE DI TUTTI I FALSI SU CEFALONIA: il Comunicato del 13.9.1945
Associazione Acqui che pena
I 'PIFFERAI' DI CEFALONIA
TRADITORI A CEFALONIA
Notizie dall'Ass. ACQUI
CONVEGNI SU CEFALONIA
CEFALONIA - Quale verità ?
Ringraziamenti....si fa per dire
GLI ERRORI di ROCHAT su Cefalonia
Il Reduce Alfredo Reppucci racconta...
Il Reduce Romildo Mazzanti racconta...
CEFALONIA: LA MENZOGNA CONTINUA
Il Reduce Ermanno Bronzini racconta...
Notizie ANRP - 2
Il fratello del gen. Gandin ci scrive...
Le gesta di Apollonio ovvero...
LA VOCE DEI LETTORI
Intervento di Filippini al Convegno di Firenze
I dimenticati di Cefalonia
Il Reduce Luigi Baldessari racconta...
Il Reduce cap. Hengeller racconta...
NON CI FU REFERENDUM
Il Reduce S. Perrone ci scrive...
E LE FFAA STANNO A GUARDARE
Il presidente emerito Ettore Gallo ci scrive
L'armadio della vergogna ovvero la scoperta dell'acqua calda
Dove stavano gli studiosi di Cefalonia nel 1998 ?
La Vedova del cap. Bronzini ci scrive...
I 'Pifferai' di Cefalonia
LA SAGRA DELLE BUGIE
Il Reduce Luigi Baldessari racconta...
Padre Formato - Un nipote ci scrive...
Sergio Romano: CEFALONIA - Una pagina nera
RECENSIONI
FILM RAI SU CEFALONIA
MORTI BUONI E MORTI CATTIVI
IO E I PRESIDENTI
Cefalonia: la sagra delle bugie
TRADITORI A CEFALONIA
Dove stavano gli STUDIOSI DI CEFALONIA nel 1998 ?
COMPAGNI DI MERENDE
IL REDUCE ERMANNO BRONZINI RACCONTA...
LA TESI DELLA VERGOGNA
CI VOLEVA GIAN ENRICO RUSCONI...
CEFALONIA: esploriamo i fondali di Argostoli
Lettera aperta a W. Veltroni
UN PROCESSO MAI CELEBRATO
I maneggioni di CEFALONIA
RECENSIONI
E LE FFAA STANNO A GUARDARE...
LA VOCE DEI LETTORI
APOLLONIO: UN MITO PER POCHI INTIMI
Il Corsera: Gandin fu un traditore
Lettera aperta a W. Veltroni
PREMIO ACQUI STORIA O ACQUI FAVOLE ?
Film Rai 'Cefalonia' - Che bella fiction !
Eccidio di Cefalonia: facciamo chiarezza
Cefalonia: un eccidio senza prove
LA TESI DELLA VERGOGNA
CEFALONIA
LA VERITA' SUI FATTI
E
SULLA MENZOGNA DEI
9 - 10.000 MORTI
* * *
Ai tanti 'studiosi' e 'storici', autorità militari e civili, uomini e donne comuni che non vogliono decidersi a riconoscere di aver detto un sacco di balle o creduto ad esse
- riguardo alla vicenda di Cefalonia-
rivolgo un accorato invito come da link allegato.
MA ANDATE A CAGARE
* * *
CEFALONIA: CONVEGNO 21 Aprile 2007 a RIMINI – Museo Aviazione sul tema
“SETTEMBRE 1943 - LA TRAGEDIA DELLA DIVISIONE ACQUI A CEFALONIA”

RELAZIONE (con aggiornamenti in calce) di Massimo Filippini:

LA VICENDA DI CEFALONIA: DAL MITO ALLA REALTA’
La rivisitazione -alla luce di recenti approfondimenti- di una pagina tragica della nostra storia
_______________

La vicenda di Cefalonia è stata ed è ancora oggi oggetto di accese dispute sfociate ultimamente in un’aspra polemica tra chi vede in essa l’inizio della resistenza partigiana – a tutti indistintamente i militari colà presenti è stata conferita l’attestazione ufficiale di “partigiano” – e chi, in considerazione della sua peculiarità, la considera come un episodio della resistenza militare e neanche il primo che fu invece lo scontro di Porta San Paolo a Roma, costellato per giunta da zone d’ombra e reticenti silenzi che hanno portato taluni studiosi a definirlo – nella scia dell’autorevole scrittore e storico Sergio Romano– “una pagina nera della storia militare italiana”.
A ciò si aggiunga che negli ultimi anni, sfrondando i fatti dei molti aspetti negativi e rifacendosi al discorso – assai retorico ma di scarso spessore storico – tenuto dall’ex presidente Ciampi a Cefalonia nel 2001, si è abbandonata la strada di una rigorosa e fedele ricostruzione storica, trasformando la vicenda in un Mito della Resistenza tout court, reso per di più intangibile dallo stesso Ciampi che definì come “inutili e improponibili revisionismi”, tutti gli sforzi diretti a chiarire fatti che, però, chiari non lo sono mai stati.
Ciò ha portato ad una ‘conventio ad excludendum’ verso i dissenzienti bollati come ‘revisionisti’ e ovviamente contro il sottoscritto ‘reo’ di aver aperto la strada – con il primo libro scritto nel 1998 (“La vera storia dell’eccidio di Cefalonia”) – ad un riesame critico dei fatti proseguito, malgrado il diktat presidenziale, fino ad oggi con il raggiungimento di risultati impensabili e per certi aspetti clamorosi cui non sarei certo pervenuto se mi fossi arreso di fronte all’ostilità di certa storiografia che alla realtà dei fatti preferisce la loro interpretazione in chiave ideologica.
In tal caso mi sarei sentito non solo un disonesto verso la pubblica opinione, da sempre vittima di un colossale inganno, ma, anche e soprattutto, un traditore della memoria di mio Padre, il magg, Federico Filippini, Comandante del Genio della Acqui e ciò non me lo sarei mai perdonato.
Tornando alla materia, due aspetti generali costituiscono il tema assegnatomi:
a) l’esposizione dei fatti, che si incentra soprattutto sul come e perché a Cefalonia si giunse allo scontro armato, e in qual modo gli eventi che ne seguirono si concretizzarono;
b) quanti furono i “morti di Cefalonia”.

Inizio dal primo punto; dell’altro parlerò successivamente.
Osservo innanzitutto che la vicenda si materializzò in tre fasi distinte e successive: quella delle trattative italo-tedesche tra l’8 e il 14 settembre, quella dei combattimenti tra il 15 e il 22, data della resa e quella della rappresaglia tra il 22 e il 24. La prima e la terza sono le più importanti riguardando l’una l’ambiente e i retroscena che precedettero lo scontro, e l’altra il cosiddetto ’eccidio’ sul quale dico subito, anticipando quanto esporrò in seguito, che esso fortunatamente non avvenne nelle ciclopiche proporzioni da sempre tramandate ma si risolse sostanzialmente in un’infame rappresaglia contro gli ufficiali.
Una parentesi. Come ultimo giorno ho parlato del 24 ma il 25 ci fu ancora una rappresaglia, per un motivo ben preciso: la fuga dall’Ospedale di Argostoli di due ufficiali italiani in seguito alla quale –malgrado le fucilazioni fossero cessate il giorno prima con la concessione della
grazia agli ultimi 37 ‘fucilandi’- furono fucilati alla Casetta Rossa, oltre ai 129 Ufficiali del giorno 24 sette altri ufficiali ivi ricoverati. E tra i sette c’era mio padre. Chiusa la parentesi, esponiamo ora i fatti.
Va anzitutto premesso che la Divisione Acqui era una Grande Unità facente parte dell’XI^ Armata Italiana in Grecia con comando ad Atene e ciò sfata l’”equivoco” che essa, in quanto decentrata a Cefalonia e Corfù, godesse di una maggiore autonomia rispetto delle altre Divisioni situate sul continente e il suo comandante potesse quindi decidere a piacimento il da farsi. Il suo potere invece trovava pur sempre, come in ogni organizzazione militare, un limite nella subordinazione gerarchica agli ordini dei propri superiori.
Ebbene, malgrado ciò sia noto da sempre, ancora oggi, a quasi 64 anni dai fatti, si continua a rappresentare la Acqui come una Divisione i cui uomini, rimasti abbandonati e privi di ordini dopo l’8 settembre, decisero all’unanimità di respingere la richiesta tedesca di cedere le artiglierie e le armi pesanti (armi che, tra l’altro, ci erano state fornite in precedenza dagli stessi Tedeschi), scegliendo con un referendum di combattere e morire pur di non subire l’onta del disarmo, affrontando cioè consapevolmente un’impari lotta che finì in un apocalittico massacro.
Questa tesi ‘mitologica’, avallata da Ciampi con la frase “Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria” ed inneggiante ad un presunto potere decisionale della truppa nei confronti dei superiori implicitamente rappresentati come semplici notai di decisioni altrui, venne accolta dai ‘media’ senza verificarne la rispondenza alla realtà ma basandosi quasi esclusivamente sulle sue parole elevate al rango di dogmi intangibili come quello assolutamente infondato di una Divisione abbandonata a sé stessa e priva di ordini.
La Acqui, invece, di ordini ne ricevette ben due e, per di più, da due differenti Comandi Superiori.
Il primo, inviato dal Comando dell’XI^ Armata di Atene l’8 settembre e replicato il 9, prescriveva a tutte le dipendenti Divisioni, compresa la Acqui, di cedere le artiglierie e le armi pesanti ai Tedeschi; riassumendone i punti più significativi rileviamo che in quello dell’8 settembre venne ordinato di “non fare causa comune con i ribelli greci né con le truppe anglo-americane che sbarcassero”, mentre nel secondo – pervenuto il giorno 9 alle ore venti – fermo restando l’ordine di reagire “ad eventuali azioni di forze ribelli”, si ordinò – a partire dalle ore 10 del giorno 10 – di cedere ai reparti tedeschi che sarebbero subentrati ai nostri le armi collettive e le artiglierie, conservando l’armamento individuale. Tale ordine fu sottoposto dal generale Gandin al parere dei Comandanti di Corpo della Divisione, da lui riuniti in Consiglio di Guerra, e questi, all’unanimità, ne consigliarono l’esecuzione. Si espressero in tal senso il gen. Gherzi Comandante la Fanteria e i Comandanti dei due Reggimenti, col. Ricci e ten. col. Cessari, quello del Genio magg. Filippini e il Comandante del Reggimento d’Artiglieria col. Romagnoli, il quale, pur manifestando alcune perplessità, si limitò a chiedere un ordine scritto cui – come da regolamento – avrebbe senz’altro obbedito.
L’unico contrario fu il Comandante la Marina Mastrangelo, il quale però riceveva ordini da Supermarina e proprio in forza di uno di essi – che era in linea con l’armistizio che imponeva all’Italia di consegnare agli Anglo-americani l’intera flotta – il giorno 9 fece partire per Taranto i due mas e le altre unità minori presenti a Cefalonia. Ciò conferma anche che il distaccamento della Marina era un reparto autonomo aggregato alla Divisione e non parte integrante di essa.
Sulla base dell’ordine ricevuto e del parere favorevole del Consiglio di Guerra, Gandin intavolò trattative con i Tedeschi di cui ci riferì notizie dettagliate l’allora cap. Bronzini, addetto all’Ufficio operazioni del Comando di Divisione, che insieme ad un collega – poi fucilato – venne incaricato di compilare il Diario Storico della Divisione e per tale incombenza restò chiuso nei sei giorni che precedettero l’inizio dello scontro, cioè dall’8 al 14 settembre, nella stanza adiacente a quella del generale. Il Diario andò perduto nel corso delle operazioni belliche ma il Bronzini – che, rimasto uno degli ultimi, fu graziato insieme a pochi altri ufficiali dalla rappresaglia della Casetta Rossa – compilò nel 1946 una Relazione per il Ministero della Guerra, in cui ricostruì quanto aveva scritto. Da tale Relazione si apprende che Gandin condusse le trattative per la cessione delle artiglierie e delle armi pesanti, ordinata dal Comando d’Armata, avendo come obiettivo quello di ottenere il miglior trattamento possibile per i suoi soldati, sulla base anche del prestigio da lui goduto presso i Tedeschi dai quali era tenuto in gran considerazione per aver già fatto parte dello Stato maggiore congiunto italo-germanico ove, come riferì il Bronzini, era entrato in rapporti di stretta conoscenza con alti ufficiali come il generale Keitel. Che egli intendesse obbedire all’ordine dell’Armata è pacifico come è dimostrato dall’andamento delle trattative che – dice sempre Bronzini – proseguirono in un clima di reciproca intesa con il ten.col. Barge, Comandante del locale presidio tedesco, dal quale ricevette assicurazione circa il pieno accoglimento delle sue richieste da parte del Comando Superiore tedesco.
Dopo un secondo Consiglio di Guerra, che si confermò favorevole alla cessione delle armi, Gandin volle ascoltare anche i Cappellani militari per avere un parere sullo stato d’animo della truppa; e anch’essi consigliarono, come “male minore”, la cessione. Questo fu in estrema sintesi lo spirito con cui si svolsero le trattative, cui fece seguito l’invio al Comando tedesco, nella notte sul 12, di una lettera in cui Gandin dichiarava la sua disponibilità.
A questo punto viene spontaneo chiedersi perché l’accordo non si tradusse in realtà ma fu seguito – quando ormai l’XI^ Armata italiana in Grecia si era dissolta come neve al sole – da un successivo Ordine di resistere inviato dal Comando Supremo italiano alla sola Divisione Acqui da cui derivò lo scontro e la rappresaglia sugli ufficiali come tragico epilogo di una vicenda che Gandin cercò di evitare, purtroppo non riuscendovi.
Per quale motivo – ci si deve chiedere – le trattative durarono circa una settimana consentendo a tale ordine di trovare la Acqui in una situazione anomala rispetto alle altre Divisioni che si erano adeguate prontamente a quanto prescritto dal Comando d’Armata e, pur fatte prigioniere, non pagarono certo il contributo di sangue della Acqui ?
Prima di rispondere osserviamo preliminarmente che il tenore letterale di questo secondo ordine, inviato tra l’11 e il 13 settembre dal Comando Supremo del Governo Badoglio riparato precipitosamente a Brindisi (Badoglio che, è bene saperlo, aveva cinicamente previsto la perdita di almeno cinquecentomila militari tra quelli che all’8 settembre si trovavano oltremare) fu: “Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo a Cefalonia, Corfù et altre isole”.
Ciò fa cadere nel nulla le interessate fantasticherie in merito al presunto referendum inteso come motore unico della vicenda per effetto del quale soldati e ufficiali avrebbero intrapreso la lotta. E’ logico invece ritenere che a fronte della prevedibile reazione tedesca Gandin, chiamato ad eseguire un ordine “suicida”, abbia cercato di sondare l'animo della truppa che egli sapeva quanto fosse impreparata, specie in alcuni reparti di fanteria, a sopportare il peso di un'offensiva nemica soprattutto aerea (che poi si rivelò assolutamente decisiva per le sorti della battaglia).
In proposito mi limiterò ad accennare che tale consultazione non fu affatto plebiscitaria perché ad essa non parteciparono tutti i soldati, in particolare quelli dei due Reggimenti di fanteria decentrati nell’isola rispetto al capoluogo Argostoli dove prevalse il parere di una minoranza aprioristicamente ostile ai Tedeschi costituita da artiglieri e marinai che, accentrati nella zona di Argostoli, ebbero buon gioco nel far passare il loro volere per quello della totalità dei soldati, che invece – nella stragrande maggioranza – non ne seppero assolutamente nulla.
A riprova di ciò molti superstiti – da me interpellati – hanno dichiarato di non aver espresso alcun parere o addirittura che di referendum non sentirono nemmeno parlare: le loro testimonianze, di enorme valore storico, sono riportate nel sito www.cefalonia.it che da anni curo sulla vicenda.
Se dunque è provato che nell’ordine di resistere e non in un assai presunto referendum va individuata la causa dello scontro tra la Acqui e i Tedeschi, è necessario ora chiarire perché – a differenza delle altre Divisioni che eseguirono l’ordine dell’XI^ Armata – solo la Acqui non si allineò e rimase in una situazione di incertezza divenendo unica destinataria dell’ordine di Brindisi. Solo la Acqui, perché ?
Nella risposta a tale interrogativo è la spiegazione cruda e agghiacciante della tragedia che riassumerò brevemente: avvenne dunque che – per circa sette giorni – in seno alla Acqui e con epicentro nel 33° Reggimento artiglieria si sviluppò una cospirazione dapprima silente e strisciante e via via sempre più aperta nei confronti del Comando accusato – senza mezzi termini – di voler cedere ‘sua sponte’ le armi; e ciò malgrado Gandin avesse provveduto a far diramare ai Comandi dipendenti – quello di Artiglieria compreso – il testo dell’ordine ricevuto dal Comando d’Armata. Alla responsabile attività di Gandin fece riscontro dunque, in quei giorni, un fermento – uso chiaramente un eufemismo – fra alcuni ufficiali inferiori, quasi tutti di complemento, che fu trasmesso ai propri subordinati creando in una parte di essi uno stato di rivolta su cui influirono anche notizie inventate di sana pianta dai Greci per cui l’arrivo degli Alleati era imminente. Il che contribuì ad eccitare ulteriormente gli animi dei predetti che ne trassero l’errata convinzione che Gandin ed i suoi diretti collaboratori fossero dei “traditori” disposti a cedere, di loro iniziativa, le armi ai Tedeschi.
Su tale “fermento” – riconosciuto, e gliene va dato atto, già nel 1947 dall’Ufficio Storico SME, che in una sua pubblicazione intitolata “CEFALONIA” parlava espressamente di “rivolta contro il generale ad opera di una parte della truppa” (per amore di verità, aggiungerei “sobillata da alcuni ufficiali inferiori, mentre la grande maggioranza di essa era stanca della guerra e con l’intervenuto armistizio anelava soltanto di tornare a casa”) – su tale fermento, dicevo, la quasi totalità degli “studiosi di Cefalonia”, per evidente imbarazzo, ha spesso glissato o minimizzato; ma gli episodi – ne citerò per brevità solo alcuni – sono numerosissimi e i fatti incontrovertibili.
“Traditore” e “vigliacco” furono gli epiteti diretti in quei giorni a Gandin il quale stava faticosamente trattando per salvare la vita anche di coloro che gli si accanivano contro; così come incredibili furono gli atti di sopraffazione contro chiunque si manifestasse obbediente ai superiori o mostrasse di rifuggire dalle loro iniziative, dettate presumibilmente da motivi politici per il cap. Pampaloni, già all’epoca di idee comuniste, o da malcelata ambizione per il ten. Apollonio, divenuto successivamente il capo indiscusso della rivolta attraverso iniziative incompatibili con il suo status di ufficiale: iniziative che però non ne ostacolarono, dopo la guerra, una brillante carriera fino al grado di Generale di Corpo d’Armata.
Si tratta di tristissimi argomenti di cui però è necessario parlare per comprendere appieno quel che successe. Mi limito qui a riportare il lapidario giudizio espresso nella sua Requisitoria dal dott. Stellacci, Pubblico Ministero nel processo svoltosi nel 1956-57 presso il Tribunale Militare di Roma contro i due sopra menzionati ed altri militari, denunziati dal Padre di un Caduto – il benemerito dott. Roberto Triolo – per i reati di cospirazione, rivolta ed insubordinazione contro il gen. Gandin.
“La cospirazione – egli scrisse – nel senso di accordo tra più militari per la commissione di una rivolta contro il Comando di Divisione, nonché di atti ostili contro i Tedeschi che creassero il “fatto compiuto” al fine di impedire al gen. Gandin l’esercizio dei suoi poteri tra cui era quello di decidere e disporre l’atteggiamento da assumere nei confronti dei Tedeschi, è innegabile”.
Questa dunque fu la conclusione del Pubblico Ministero, il quale in base alle risultanze degli atti istruttori (ed io, quale orfano di un Caduto, ho avuto più volte modo di consultarli) ritenne gli imputati responsabili dei reati loro ascritti ma, dato il clima in cui si svolse il processo, ne chiese il proscioglimento perché – pur avendo accertato che i reati furono commessi – ricorse all’escamotage di applicare la discriminante dell’errore putativo consistente nel riconoscere loro di aver agito ritenendo – sia pur erroneamente – di adempiere un dovere. Che tale richiesta sia stata dettata dal clima politico dell’epoca e dalle pressioni ricevute apparve allora e appare ancora oggi certo, dato il favore che in quei tempi accompagnò la valutazione giudiziaria di atti che, pur penalmente sanzionabili, potessero in qualche modo rientrare nell’ambito “resistenziale”.
A quale dovere intendessero adempiere infatti – qualora fossero sopravvissuti – avrebbero dovuto spiegare il carabiniere Nicola Tirino che attentò alla vita di Gandin lanciando il giorno 12 una bomba a mano – per puro caso non esplosa – contro la sua auto o il maresciallo di marina Felice Branca che lo stesso giorno uccise a revolverate il cap. Piero Gazzetti il quale, per ordine del generale, stava recandosi a prelevare alcune suore dal loro convento per portarle al sicuro in un ospedale: egli fu affrontato dal sottufficiale che gli intimò di cedergli il camion e al suo logico rifiuto gli sparò urlando: “Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori!" per tali intendendo, ovviamente, gli appartenenti al Comando di Divisione. Altre spiegazioni su questo singolare modo di adempiere un dovere si sarebbero dovute chiedere a quei militari che tentarono di uccidere il citato col. Ricci ovvero spararono, ferendolo, al magg. Fanucchi comandante di un battaglione.
Bisognerebbe stabilire, inoltre, la liceità del comportamento tenuto dal s.ten. Petruccelli, dei Carabinieri, che il giorno 14 radunò una ventina di uomini per arrestare il generale "reo" di proseguire le trattative anziché mettersi a sparare contro i Tedeschi. Cosa che già avevano fatto il giorno precedente di loro iniziativa – cioè senza aver ricevuto ordini dai loro superiori – i capitani Apollonio e Pampaloni contro due motozattere tedesche -causando loro cinque morti - allo scopo di provocare, a trattative in corso, il “fattaccio compiuto” – la definizione non è mia ma del famoso Comunicato della Presidenza del Consiglio del 1945 su cui avrò modo di ritornare – che ne rendesse impossibile la prosecuzione. E lo stesso giorno ci fu anche un improvviso e improvvido attacco a una casermetta tedesca del Genio, con la morte di un ufficiale, ciò che esasperò in sommo grado i Tedeschi. Sarebbe stato infine interessante sentire gli artiglieri delle citate batterie i quali, mentre i due capitani erano a rapporto da Gandin, puntarono i cannoni sul Comando di Divisione per impedire che questi potesse far arrestare gli stessi, i quali dal canto loro, durante detto rapporto gli preannunciarono che non avrebbero obbedito ai suoi ordini (rendendosi con ciò, come accertò il Pubblico Ministero nella citata Requisitoria, rei di insubordinazione).
Sembra incredibile che non solo ciò sia potuto avvenire ma che addirittura sia stato travisato in modo da far apparire gli autori di questo autentico scempio del Codice Penale Militare come militari esemplari e quindi elogiati, decorati e ricompensati con avanzamenti di carriera, addirittura incredibili per uno di loro (l’”eroe” Apollonio), mentre l’impressione è che in quei giorni l’isola di Cefalonia fosse divenuta una zona franca, se non un vero e proprio Far West, ove l’applicazione dei Regolamenti e dei Codici Militari fu sospesa proprio da coloro che li violarono platealmente.
Quanto sopra è, nella sua cruda ed amara realtà, più che sufficiente a smentire l’esistenza del Mito di Cefalonia fondato sulla ‘consapevole scelta’ referendaria di combattere e morire ma, per evitare che possa essere considerato esclusivamente frutto di mie personali valutazioni non in linea con la tesi ‘mitologica’ su cui insiste ancora una certa storiografia, citerò ora un brano dell’Appunto inviato nel maggio 1962 all’allora Capo dello SME dal Capo dell’Ufficio Storico dell’Esercito col. Broggi, il quale – in occasione della pubblicazione su un settimanale di un articolo sull’argomento Cefalonia – richiesto di un appunto specifico in materia, scrisse testualmente: "L'episodio di Cefalonia è quanto mai scottante soprattutto per il sottofondo di grave crisi disciplinare che lo caratterizzò. Sono infatti noti i gravi episodi di sobillazione sediziosa da parte di taluni ufficiali mentre il gen. Gandin era impegnato nelle trattative con il locale Comando tedesco; le arbitrarie intese segrete con elementi partigiani greci, ai quali furono perfino ceduti da qualche reparto armi e munizioni; talune gravissime iniziative individuali in contrasto con gli ordini del Comando della Divisione, tendenti a forzare ad esso la mano durante i negoziati con i Tedeschi; una certa qual debolezza di detto Comando manifestatasi con la mancata adozione di severe misure contro i principali responsabili di attività sediziose e di intemperanze disciplinari".
Tale nota, malgrado il suo devastante contenuto, non provocò alcuna attività inquirente da parte di chi di dovere, ma restò “secretata” per quarant’anni al termine dei quali riemerse per opera mia dai polverosissimi archivi militari.
Essa d’altronde non fu un’iniziativa isolata ma costituì, in certo senso, la prosecuzione di quanto aveva già scritto nell’autunno 1948 in una “Relazione Riservata sui fatti di Cefalonia”, il ten. col. Livio Picozzi – all’epoca autorevole esponente dell’Ufficio Storico SME – dopo un sopralluogo nell’isola come membro di una nostra Missione Militare, ivi recatasi tra l’altro per ricostruire la vicenda in loco.
Il suddetto Picozzi fu dunque il primo che a distanza di poco tempo ricostruì la vicenda con dovizia di informazioni assunte sul posto e di testimonianze di nostri superstiti e di cittadini greci, giungendo già all’epoca, il 1948, alle conclusioni riprese, ed evidentemente condivise, dal col. Broggi nel suo Appunto del 1962 e ciò è la prova evidente che l’Esercito sapeva tutto fin quasi dall’inizio, e ciononostante tacque per la preoccupazione – dovuta principalmente al desiderio di non mettere in cattiva luce le FFAA – di cui si fece interprete lo stesso Picozzi che nel finale della sua Relazione suggerì di ‘insabbiare’ il tutto, come puntualmente avvenne e con il risultato di dar vita ad un Mito del tutto infondato ma ideale perchiudere definitivamente la questione.
Oltretutto tale comportamento insabbiatore, tenuto ‘in primis’ proprio dall’esercito, ha provocato anche l’ulteriore conseguenza di vedere immeritatamente glorificati alcuni protagonisti della tragedia a scapito di altri e ciò, trascinandosi fino ai giorni nostri, è stato forse il peggior servigio che detta colpevole reticenza ha arrecato ai fatti di Cefalonia.
Per ragioni di tempo non mi soffermerò sui vari punti della predetta Relazione, limitandomi a citarne alcuni passi che provano ampiamente come l’estensore, di fronte all’inevitabile scandalo che sarebbe derivato dalla diffusione delle notizie da lui apprese, si pose, in sede di ‘conclusioni’, la domanda su “cosa convenisse fare”, cui fece seguire alcuni suggerimenti ai quali le Autorità Militari si attennero puntualmente a totale discapito della verità.
Ecco, di seguito, testualmente riportati, i suggerimenti che il ten. col. Picozzi dette ai propri Superiori:
1) “Lasciare che il sacrificio della Div. “Acqui” sia sempre circonfuso da una luce di gloria. Molti per fortuna sono gli episodi di valore, sia pure più individuali che collettivi. Sembra opportuno che siano messi in sempre maggior luce”.“Insistere sul “movente ideale” che spinse i migliori alla lotta. Non insistere sulla disparità di vedute, sulla crisi iniziale, sugli atti di indisciplina con i quali fu messo a dura prova il Comando.
2) “Non modificare la “storia” già fatta, non perseguire i responsabili di erronee iniziative, anche se dovessero sopraggiungere nuove emergenze; e ciò per non incorrere nel rischio che il “processo” a qualche singolo diventi il processo di Cefalonia.
3) “Spogliare la tragedia dal suo carattere “compassionevole”. Fare dei morti di Cefalonia altrettanti “caduti in guerra”; non presentarli come poveri uccisi.
“Questo vuole il rispetto ad essi dovuto; il riguardo alla sensibilità di migliaia di famiglie e l’opportunità di secondare il “mito” di gloria che si è già formato intorno a questa vicenda, in una larga parte della pubblica opinione”.
A tali suggerimenti degni di figurare in un ipotetico manuale del ‘perfetto insabbiatore’ si attennero -come detto- le FFAA, contribuendo così al sorgere ed al consolidarsi del Mito di Cefalonia divenuto poi –contro le loro intenzioni- oggetto di speculazioni ideologiche senza fine: Mito che – è inutile negarlo – ha trovato il suo maggiore, più appariscente e suggestivo nutrimento nell’enormità del numero delle vittime. Ma fu davvero così? E allora, come promesso, passo ad esaminare il secondo punto, che consiste in una domanda in teoria semplicissima: quanti furono i “morti di Cefalonia”?
Tutto è nato dal famoso “Comunicato ufficiale sui fatti di Cefalonia” diramato il 13 settembre 1945 dall’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio del Governo presieduto da F. Parri in cui, pur premettendo di poter solo fornire le prime notizie, si riportarono dati e cifre dettagliate al massimo riferendo di “4.750 uomini di truppa e 155 ufficiali sottoposti ad esecuzione sommaria; 260 ufficiali fucilati mediante regolari plotoni di esecuzione: 3.000 uomini di truppa periti per naufragio; totale perdite uomini 9.000, ufficiali 406”.
Da tali dati numerici è scaturito, nel corso degli anni, tutto un rincorrersi incontrollato di cifre (6.500; 9.000; 10.000; oltre 11.000, ecc.) buttate giù da storici, studiosi, autori, per non parlare poi della stampa, senza uno straccio di prova; e il denominatore comune sembra essere quello di ingigantire le stesse, forse per accrescere – in un’opinione pubblica prevalentemente all’oscuro dei fatti – non tanto la pietà per i poveri morti ma il risentimento, soprattutto in chiave ideologica, verso l’allora nemico nazista.
Per di più, ben pochi hanno avanzato la fondamentale distinzione in ordine alle cause della morte: si è scelta per lo più una cifra complessiva, e si è adottata la circostanza più atroce (fucilazione, talvolta chiamata eccidio, talvolta massacro, sterminio, ecc.) da applicarle come etichetta..
In definitiva, si è parlato e si parla tuttora in via cumulativa di “Novemila sterminati”, o di “eccidio dei diecimila” o anche di “Sterminio della Divisione Acqui” su cui si è di recente tenuto un apposito convegno al quale ci si è ben guardati –a riprova della gran coda di paglia degli organizzatori- di far intervenire chi vi parla.
Nel mio ultimo libro, gran parte del quale è dedicata allo specifico punto, ho riportato decine di citazioni. Qui ne ricordo solo una: nei titoli di coda della fiction RAI “Cefalonia” dell’aprile 2005 (che sarà replicata incredibilmente il 24 e 25 di questo mese) si legge: “I sopravvissuti furono 1.286. Mancavano all’appello 9.250 soldati e 390 ufficiali: caduti in battaglia, trucidati dopo la resa, dispersi in mare, annientati nei lager nazisti”.
Non posso negare che un calcolo preciso è difficile, considerato che i fatti chiamati genericamente “di Cefalonia” si risolsero in una pluralità di eventi successivi: perdite nel combattimento o per fucilazione; perdite per naufragio (presumibilmente 1.350 vittime, non le 3.000 del Comunicato; e va aggiunto che, secondo molte testimonianze, le mine su cui urtarono le navi erano state poste in precedenza dagli stessi Italiani); perdite in prigionia; perdite per malattia; dispersi infine nelle diverse dette circostanze. E’ difficile, dicevo: ma ci si deve provare ed io l’ho fatto.
Tornando alle cifre RAI è stato fatto questo elementare calcolo matematico: i militari della Acqui erano circa 11.000: 1.286 – e questo è accertato – rientrarono sicuramente in Puglia da Cefalonia a fine 1944, dopo che i Tedeschi se ne erano andati. Erano i cosiddetti ‘Banditi Acqui’ che al comando del cap. Apollonio collaborarono pienamente con i tedeschi e dopo la loro partenza sostennero –con incredibile faccia tosta- di averli combattuti …stando al loro fianco. Sottraendo il loro numero dal totale si ricava appunto la cifra che la RAI ha propinato agli ignari telespettatori. Ma un ricercatore serio, sempre che ne abbia voglia, deve lavorare – oltre che beninteso su prove e documenti – sui numeri positivi, non su quelli negativi.
I miei calcoli sono iniziati con alcune considerazioni preliminari concernenti fatti ampiamente notori. Innanzitutto, alcune centinaia di militari della Acqui rimasero a Cefalonia e sul continente greco aggregati ai locali partigiani. Inoltre, moltissimi altri militari della Acqui tornarono in Patria a guerra finita dai campi di
prigionia, come del resto avvenne alla massima parte dei componenti delle altre Divisioni italiane che in Grecia
avevano gettato le armi dopo l’8 settembre: e mai sospettarono che il loro mancato “avviso di rientro”, ovviamente noto all’Autorità militare, sarebbe stato –come fu- interpretato come prova della loro morte.
Proseguendo, ho esaminato l’unico Elenco Caduti esistente che fu pubblicato dall’Associazione naz. Reduci, Superstiti e familiari della divisione Acqui denominato ‘ONORE AI CADUTI” che riporta 3.842 nominativi come
Molti nomi erano però riferiti ad altri contesti e teatri di operazioni: inoltre, come “Caduti di Cefalonia” è logico che si debbano intendere coloro che a Cefalonia morirono per mano tedesca – in combattimento o fucilati – e va specificato chiaramente “morti in combattimento o fucilati”. Ad essi non bisogna poi aggiungere artatamente quanti, purtroppo, trovarono la morte nell’affondamento delle navi o nei campi di prigionia (e dalla “Legenda” di tale Elenco – che mediante l’adozione di “codici” indica per ciascun nome, oltre al grado rivestito, data, luogo e modalità della morte – è possibile desumere quanto ora detto).
Adottando questi criteri, la cifra risultava di circa 1.620 militari “morti in combattimento o per fucilazione”.
Ho poi rinvenuto negli Archivi dell’Ufficio Storico SME un documento ufficiale in forma di Tabulato – proveniente dal Ministero della Difesa, Dir. Gen. Leva, Div. VII – intitolato “Documentazione completa relativa ai Caduti e Dispersi nel corso del Secondo Conflitto Mondiale inquadrati nella Divisione Acqui e relativi Reparti di supporto” e contenente 4.666 nominativi, anche qui con gli stessi “codici” (1).
Dal suo esame, escludendo ovviamente i Caduti prima dell’8 settembre (Guerra d’Albania ecc.) ed anche quelli dopo il 25/9/43 quando cessò la rappresaglia contro gli ufficiali, il calcolo finale dei “morti in combattimento o per fucilazione” risulta di 1.647 unità e ciò prova una sostanziale corrispondenza tra i due documenti.
Il dato potrà variare, ma non di molto, perché il Tabulato, pur ufficiale, qualche dubbio lo ha generato – non abbiamo difficoltà ad ammetterlo – malgrado il nostro accurato controllo (basta un semplice e inevitabile errore di stampa, o di trascrizione, su un nome, un codice, un luogo o modalità di morte). In ogni caso, queste sono le cifre, e questi a mio avviso sono i Caduti di Cefalonia. E dovrebbe anche – all’interno delle medesime – distinguersi tra chi è caduto in combattimento e chi invece è stato ucciso, meglio dire assassinato, dopo la resa chiesta alzando le mani o gettando le armi da singoli militari o dopo quella ufficiale avvenuta il 22.(quella ufficiale chiesta con bandiera bianca o quella chiesta, gettando le armi, anche da singoli militari).
In questo secondo caso, e solo in questo secondo caso, si può parlare di eccidio o di martiri. In tutti gli altri di militari morti o fucilati in combattimento ma pur sempre durante le ostilità e non dopo.
Il prof. Rochat, ritenuto un autorevole e capace storico di Cefalonia, che vide prima di me i Tabulati li definì inaffidabili (forse perché il dato numerico complessivo era di molto inferiore alle cifre da lui fatte in precedenza) continuando nel tempo a ondeggiare per dir così sulle cifre (prima 6.500 in totale; poi 3.000 annegati e 5.000 uccisi sull’isola; infine 1.500 annegati e 6.500 uccisi sull’isola) ma di recente – forse dopo aver letto il mio libro – ha così risposto ad un giornalista che lo intervistava: “Le cifre di 9 o 10 o 11 mila morti sono cifre fatte da gente che non ha senso storico e somma tutte le cifre possibili”. Ciò mi rallegra per la provenienza di tale dichiarazione da un illustre cattedratico che fino a settembre 2005 sostenne –senza fornire prova alcuna- cifre enormemente superiori e mi auguro che con il tempo anch’egli scenda ancora. In fin dei conti è segno di intelligenza riconoscere di aver sbagliato e confido che molti ne imitino l’esempio.

Massimo Filippini
21 aprile 2007

(1) I dati contenuti in tale Elenco hanno trovato di recente conferma in quelli esistenti nell’Ufficio ALBO D’ORO del Ministero Difesa sito in Roma via Sforza 4/b dove invito gli scettici e i facili critici a recarsi per apprendere che i nostri Caduti –a Cefalonia- furono 1. 639 (MILLESEICENTOTRENTANOVE) ED EVENTUALMENTE rivolgere le loro lamentele o insulti a tale Ufficio e non allo scrivente.
(2) Altri insulti e/o aspre rampogne potranno altresì essere indirizzati alla Procura Militare della Repubblica presso il Tribunale Militare di Roma per aver scritto -sulla base della Consulenza d’ Ufficio (CTU) del prof. Carlo Gentile- nella Richiesta di Rinvio a Giudizio dell’ex s. ten. O. Muhlhauser che incardinò il processo a suo carico per le sue responsabilità negli omicidi di nostri Militari poi estinto per la sua morte, quanto segue: “(…) ”Perché, durante il secondo conflitto bellico mondiale, essendo in servizio nelle forze armate tedesche con il grado di sottotenente (…) nei giorni dal 22 al 24 settembre 1943, asseritamene dando esecuzione ad un Ordine proveniente dal Fuhrer con il quale si disponeva inizialmente l’uccisione di tutti i militari italiani che ‘avevano prestato resistenza attiva o passiva o che si erano uniti al nemico’, poi da limitarsi esclusivamente al Comandante della Divisione, Gen. Antonio Gandin ed a tutti gli Ufficiali in quanto considerati traditori dell’alleanza tra l’Italia e la Germania (…) concorreva (…) alle operazioni di fucilazione (…).

(E io che cosa ho detto e scritto ? )

Massimo Filippini

1 ottobre 2010



NB: Allegate pagg. 1 e pag. 3 della Richiesta di Rinvio a Giudizio. Quest’ultima evidenzia tra i mezzi di prova il mio libro I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO

Gli altri Documenti citati sono TUTTI facilmente reperibili presso gli Enti Militari o gli Uffici Giudiziari menzionati.
______________

Seguono Foto delle pagine 1 E 3 della RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO DI O. MUHLHAUSER DELLA PROCURA MILITARE DI ROMA AL TRIB. MIL.
mf
* * *
ROMA 31 MAGGIO 2010
"LA TRAGEDIA DI CEFALONIA TRA VERITA' E MENZOGNE"

Conferenza di Massimo Filippini

(A giorni tutte le informazioni)
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* * *
UNA DOVEROSA PRECISAZIONE SU CEFALONIA
____________

Un mio articolo a pag. 17 della RIVISTA UNUCI n. 7/8-2009 in cui riporto esattamente
'SINE IRA AC STUDIO'
il mio pensiero -frutto di anni di ricerche- su Cefalonia, augurandomi che possa costituire un ponte ideale
ANCHE
con quanti, equivocando, mi hanno attribuito idee, pensieri e concetti diversi da quelli espressi in esso.
Di ciò ringrazio vivamente l'Unione nazionale Ufficiali in Congedo (UNUCI) che l' ha pubblicato nella sua Rivista.
Massimo Filippini
21 ottobre 2009
___________
vedi a pag. 17
* * *
LA VERITA' SU CEFALONIA ORA E' ANCHE
SU
FACEBOOK
divisione acqui
* * *
AL MINISTRO IGNAZIO LA RUSSA

I COMUNISTI
spadroneggiano nell' Ass. ne 'Acqui' espellendo da essa chi
-COME LO SCRIVENTE-
non lo è e piangono lacrime solo sui soldati della 'Acqui'
da loro trasformati in 'Partigiani' mentre delle FFAA non risulta gliene freghi assolutamente niente.
La cosa più triste è che le FFAA fingono di non accorgersi di tale stortura.
Ci pensi Lei, signor Ministro !

Massimo Filippini
Orfano di un Martire di Cefalonia
(espulso 'de facto' dall'Ass. ne Acqui)
____
PARATA MILITARE 2 GIUGNO ONORE ALLE FFAA !
* * *
-IL VERGOGNOSO COMPORTAMENTE DEL (fu) MINISTRO PARISI E DEI SUOI COLLABORATORI-
________

Il Ministro della Difesa e i Capi di Stato Maggiore della Difesa e dell'Esercito
-PUR AVENDO RICEVUTO DAL SETTEMBRE 2006 LA LETTERA SOTTO RIPORTATA-
non si sono degnati di rispondere.
Evidentemente ad essi stavano bene le frottole raccontate
SULLO SVOLGIMENTO DELLA VICENDA
e
SULL'ENORME NUMERO DEI MORTI
di cui
la DOCUMENTAZIONE PROVENIENTE DAGLI ARCHIVI MILITARI
dimostra l'assoluta infondatezza.
CHE SI VERGOGNINO
Massimo Filippini
Orfano di un VERO Caduto
° ° °
ECCO il T E S T O
della lettera inviata
il 26 settembre 2006
al Ministro della Difesa ed ai Capi di SM Difesa ed Esercito con la richiesta di 'verificare' i dati numerici 'ufficiali'
dei Caduti nei combattimenti e
dei Fucilati dopo la resa del 22.9.1943 emergenti dai Documenti giacenti negli Archivi Militari.
_____________

Egregio signor Ministro,

ho letto sul Corriere della Sera del 24 c. m. la lettera in cui Ella stigmatizza, promettendo un Suo intervento ‘ufficiale’, dopo averne conosciuto le motivazioni, l’archiviazione da parte della Procura tedesca di Monaco, di un procedimento penale contro un ex sottotenente che partecipò alla fucilazione dei nostri Ufficiali a Cefalonia, seguita alla resa del 22 settembre 1943.
Tra essi vi fu anche mio Padre, il maggiore Federico Filippini, Comandante il genio della div. Acqui il quale venne fucilato il giorno 25 assieme ad altri sei colleghi con lui prelevati dall’ospedale di Argostoli in cui erano ricoverati e uccisi a Capo S. Teodoro nella famigerata località detta della “Casetta Rossa”.
Io rimasi orfano a soli sette anni e da sempre –come Ella comprenderà- ho cercato di approfondire la realtà di quei tristi fatti compiendo ricerche di ogni genere sfociate in tre libri -(“La vera storia dell’eccidio di Cefalonia”1998 e 2001 – “La tragedia di Cefalonia, una verità scomoda” 2004 e “I Caduti di Cefalonia: fine di un mito” 2006)- dei quali i primi due scritti dando per scontato che i Caduti nei combattimenti e i Fucilati dopo la resa
-ad opera dei tedeschi-
fossero quelli da sempre riportati in cifre oscillanti dai 9 agli 11.000 morti.
Di recente però, avendo rinvenuto negli Archivi Militari una serie di Documenti ridimensionanti le suddette cifre a meno di 1.700 tra Caduti in battaglia e Fucilati dopo la resa, questi ultimi in misura di circa 400 in gran parte Ufficiali
–tra cui mio Padre-
ho riportato i nuovi dati nel mio terzo libro
"I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO"
dopo averli ovviamente sottoposti al vaglio di un’accurata analisi compiuta con l’ausilio di riscontri con altra documentazione e, da questo faticoso lavoro, la suddetta nuova cifra
- in pieno contrasto con quella ‘ufficiale’ o ‘ufficiosa’ tramandata da decenni- è uscita pienamente confermata.
La situazione determinatasi a seguito di quanto esposto è ormai ampiamente nota agli studiosi della materia al punto che il professor Giorgio Rochat il 5 luglio c. a. rispondendo ad un giornalista del quotidiano cattolico “ L’AVVENIRE “ ha dichiarato testualmente che
“.. i 9 o 10 o 11 mila morti di cui si parla sono invenzioni tirate fuori da gente che non ha capacità storica e somma tutte le cifre possibili",
e ciò detto da uno storico del suo calibro non mi sembra che possa essere liquidato come se nulla fosse.
Per giunta lo stesso professor Rochat ha rivisto al ‘ribasso’ le cifre catastrofiche da lui fatte in precedenza riconoscendo onestamente di aver ‘errato’ nel farle e quantificando le stesse in 3.800 – 4.000 morti cifra che, anche se da me non condivisa, è tuttavia
meno della metà
di quella ‘canonica’ dei 9 o 10.000 caduti cui anch’Ella parlando di “migliaia di caduti” si è di certo riferito nelle Sue esternazioni contro la decisione della Procura tedesca.
A ciò aggiungo che anche gli organizzatori del Premio ‘Acqui Storia’, manifestazione culturale che si ripete da ben 39 anni con la presenza di storici illustri nella giurìa, si sono
-dietro mia recente sollecitazione scritta-
interrogati sulla giustezza della sua intitolazione “al massacro di 9.000 militari della div. Acqui” al punto che il Sindaco della città mi ha risposto l’11 c. m. così concludendo: “Premesso che ogni caduto a Cefalonia merita il nostro rispetto; rispetto che non può né deve mutare al variare del numero degli stessi, sarà quindi mia cura fare avere alla Giuria Scientifica la Sua missiva e chiedere contestualmente un parere qualificato circa l’eventuale correzione del numero dei caduti a Cefalonia da riportare sulla dicitura del Premio.
Quanto ho testè riportato ritengo debba essere attentamente valutato –egregio signor Ministro- al fine di non incorrere in facili generalizzazioni quando si parla della tragedia avvenuta in quel di Cefalonia che mi sembra pertanto più aderente al vero qualificare non come ‘sterminio di un’intera divisione’ ma nei termini più riduttivi
-anche se ugualmente deprecabili, condannabili ed esecrabili-
imposti dalle nuove cifre, come ‘infame rappresaglia’ rivolta principalmente contro gli Ufficiali.
Oltretutto continuando a sostenere la tesi di un inesistente massacro collettivo che assolutamente non ci fu, si rischia -ed Ella è il primo in questo momento di Sua inquietudine per la nota archiviazione bavarese- di apparire, se non oggi, in un futuro più o meno prossimo, disinformati o addirittura ignoranti su taluni aspetti di non poco conto della nostra storia come quello dei dati numerici di una rappresaglia che vi fu certamente ma non nelle dimensioni addirittura ‘ciclopiche –come ha scritto qualcuno- e soprattutto fu rivolta come dicono le cifre di 350 – 400 “fucilati dopo la resa” contro gli Ufficiali e non “anche” contro la truppa, circostanza quest’ultima che rappresenta
un falso storico
che da avventatamente casuale -come era in principio- rischia di trasformarsi in
una ‘consapevole menzogna’
con tutte le prevedibili accuse che ci potrebbero ‘ex adverso’ esser rivolte specie ora che proprio in Germania sta per uscire un saggio attestante con dovizia di prove che il
numero ‘complessivo’ dei Caduti tedeschi fu inferiore a settanta (!).
Meno di settanta morti tedeschi contro novemila e più italiani costituirebbe, infatti, ammesso che fosse vera, una circostanza assolutamente imbarazzante se non disonorevole per i nostri soldati perché attesterebbe una mancanza totale di spirito combattivo negli stessi al punto da far apparire ciascuno di loro non come un combattente fiero e determinato ma
‘sicut agnus ad occisionem perductus”
come scrisse il t. col. Picozzi in una sua Relazione sui fatti“ del 1948 da me ‘scoperta’ e ciò, francamente, non lo meritano né i 1300 morti nei combattimenti né i circa 400 fucilati dopo la resa.
Tutto il resto è solo macabra fantasia o nel migliore dei casi affermazioni gettate a caso ‘pour epatèr les bourgeois” e null’altro.
Concludo appellandomi a Lei, signor Ministro, affinché come ‘dominus’ della questione, faccia attivare i competenti organi per compiere le necessarie indagini che io ho già svolto - mi perdoni l’immodestia- per stabilire ‘ufficialmente’ e con la massima precisione possibile quante furono le Vittime della triste vicenda di Cefalonia onde cessi una volta per tutte la stridente contraddizione per cui da parte Sua o delle gerarchie militari, pur disponendo dei Documenti attestanti il vero (quelli che sono stati da me studiati), si continui a parlare della “vexata quaestio” non con riferimento ai dati numerici da essi risultanti ma a quelli assolutamente ‘fantasiosi’ sfornati da persone, enti, associazioni e giornali che sembrano considerare la verità sul delicatissimo punto alla stregua di un discutibile ‘scoop’.
Dal canto mio mi dichiaro fin d’ora disponibile ad offrire, se richiesto, la mia collaborazione.
Con profondo ossequio
Avv. Massimo Filippini
________________

Breve Nota:
L'ex Ministro Parisi non si è degnato di rispondere o di far rispondere alla mia lettera mostrando
-sia lui che i collaboratori-
la più completa mancanza di rispetto nei miei confronti.
ME L'ASPETTAVO
da gente come Parisi che non ha avuto scrupoli ad allearsi con i comunisti
-detentori del primato delle menzogne sull'argomento-
per andare al governo.
Sono certo che ora
- con il nuovo Ministro La Russa-
questo incivile comportamento non si ripeterà....
Massimo Filippini
24 giugno 2008
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* * *
IL 25 APRILE 2007
sono stato a Cefalonia al seguito del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Il mio intento di rendere omaggio a mio Padre ed agli altri sfortunati
-come Lui "costretti a morire-
è stato turbato da alcuni mascalzoni comunisti
-non estranei all'Ass. ne (comunista) 'Acqui'-
che mi hanno insultato
-in presenza di testimoni-
per tutto il tempo ed anche durante il viaggio di ritorno.
La loro infamia però è stata punita successivamente se è vero, come è vero, che i loro beniamini comunisti 'et ultra' sono stati TUTTI trombati alle recenti elezioni politiche.
Ora faremo i conti ma non con le parolacce bensì con gli argomenti storici di cui
-se si eccettua il solito ritornello resistenziale-
essi sono totalmente sprovvisti.
Massimo Filippini
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* * *
LE FALSE CIFRE DE " L'UNITA' " SU CEFALONIA
Con Cefalonia i comunisti non c'entrano niente e ciò nonostante l' hanno trasformata in un loro feudo in ciò favoriti dall'intettudine di chi avrebbe dovuto contrastare tale indebita appropriazione di un fatto
ESCLUSIVAMENTE MILITARE
avvenuto per di più
IN OBBEDIENZA AD UN ORDINE SUPERIORE
che
PER FORTUNA
registrò perdite di vite assai inferiori a quelle dei 10.000 uomini di cui si parla nell'articolo in questi termini:
"Proprio a Cefalonia si registrò l'episodio più tragico per i militari italiani dopo l'8 settembre del 1943:
in quasi diecimila, su poco più di undicimila presenti nell'isola,
furono massacrati dai soldati di Hitler".
Mi auguro vivamente di non sentir pronunciare dal Presidente Napolitano tali dati nel corso della Sua visita a Cefalonia il 25 aprile prossimo perchè sarebbe l'avallo di un falso incredibile che,
IN PROSPETTIVA
potrebbe minare la credibilità della prima carica dello Stato.
Speriamo bene.
Massimo Filippini
23. IV. 2007
__________________-

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* * *
-UN 'ALTRA MENZOGNA SMASCHERATA-

Dal sito www.lancora.com la tragica vicenda di 7 ufficiali
-tra cui il Padre dello scrivente-
prelevati il 25 settembre '43 dall'ospedale e condotti alla fucilazione
per rappresaglia
contro la fuga di due loro colleghi.
Un'altra pagina 'bianca' di Cefalonia viene riempita.
Il Giudice Istruttore nel processo-farsa del 1956-57 scrisse che la loro fucilazione fu
' la prosecuzione'
di quelle del 24 settembre tacendo sul fatto che le stesse erano terminate addirittura con
la concessione della vita a 37 ufficiali.
Un'altra menzogna cade e di ciò siamo grati al prof. Sardi autore dell'articolo.
__________
La rappresaglia per la fuga di 2 ufficiali
-DA NON PERDERE ASSOLUTAMENTE-
* * *
Una rassegna di articoli su Cefalonia ospitata nel Sito www.mascellaro.it
CEFALONIA 1943
Ordine di resistere inviato a Gandin
* * *
Il documento
-tratto dall'Archivio Storico dell'Esercito-
che riporta
l'ORDINE DI RESISTERE
inviato al gen. Gandin dal
COMANDO SUPREMO ITALIANO
'trasferitosi' a Brindisi dopo l'armistizio
SMENTISCE
categoricamente tutte le fantasie sulla presunta
SCELTA DI COMBATTERE
presa addirittura con un REFERENDUM
dalla divisione 'Acqui' di cui si fece autorevole portavoce
l'ex Presidente Ciampi
nel discorso del 1 marzo 2001 a Cefalonia,
divenuto la 'madre' di tutte le mistificazioni dirette a mostrare i fatti di Cefalonia come frutto di un movimento 'plebiscitario' dei soldati.
E' questo un clamoroso
'FALSO STORICO'
anche se è stato avallato da chi all'epoca era Presidente della Repubblica.
Ricoprire tale carica non trasforma automaticamente il detentore in uno 'storico' e, tanto meno,
lo autorizza a dire falsità.
_______________
° ° °
-" LO STERMINIO DELLA DIVISIONE ACQUI A CEFALONIA"

Per anni ci hanno parlato dello "sterminio" di Cefalonia come di un
" UNICUM"
della seconda guerra mondiale per via di 9 -10.000 nostri soldati massacrati a 'sangue freddo' dai tedeschi
( i quali, dal canto loro, subirono meno di 70 morti !!!).
Dopo l'uscita del nostro libro
"I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO"
che ha ridimensionato dell'80% i dati numerici della vicenda,
veniamo a sapere dal prof. Giorgio Rochat,
-lo storico più considerato della stessa-
che detti dati numerici erano assai inferiori a quelli spacciati per veri dalla 'memorialistica' di oltre 60 anni
-lui compreso-
che lo aveva eletto a suo autorevole punto di riferimento per continuare nella 'consapevole' opera di disinformazione che
-senza il nostro saggio-
avrebbe tranquillamente e con la massima faccia tosta proseguito.
Gli 'storici' di professione e la nutrita manovalanza che li ha fin qui sostenuti sono serviti.

Massimo Filippini
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* * *
Città di Acqui: finalmente la Verità...
cliccare qui
....purtroppo ci eravamo sbagliati come da articolo che segue
Il Sindaco di Acqui contraddice sé stesso e ribadisce in 9.000 il numero dei Caduti
* * *
CEFALONIA : FAVOLE E VERITA'
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Come è ampiamente provato nel mio ultimo libro
"I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO"
a Cefalonia non vi fu il 'ciclopico' eccidio di 9-10.000 militari di cui tanti ciarlatani si sono serviti per creare un Mito inesistente.
Il ristretto numero dei Caduti e Fucilati durante i combattimenti (circa 1290) e dei Fucilati per rappresaglia dopo la resa (circa 350)
-questi ultimi i veri Martiri di Cefalonia-
pur essendo motivo di incancellabile dolore per i loro Congiunti, tra cui chi scrive,
non consente però che si continui a parlare di eccidio dalle catastrofiche e smisurate proporzioni come fino ad oggi si è fatto.
I Miti si costruiscono sulla realtà dei fatti e non sui racconti travisati di persone interessate a mostrare
-per fini ideologici o politici-
una realtà ben diversa da quella che si verificò.
Quanto sopra è ancor più rimarchevole se si tiene presente che i Caduti tedeschi furono in tutto meno di 80 (ottanta), cifra che a confronto dei 9-10.000 "presunti" morti italiani, deporrebbe assai negativamente sulle capacità combattive dei nostri militari.
E' ora di sostituire le Favole su Cefalonia con la Verità.
Massimo Filippini
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* * *
LA 'RETROMARCIA' DEL PROF. ROCHAT
SUI DATI NUMERICI DEI CADUTI
IN UN RECENTE SAGGIO DI GIUGNO 2006:
"Quindi le cifre assai più alte che avevo dato nel 1993 sono errate"
Ma che combinazione! anche noi l'abbiamo scritto e documentato nel nostro ultimo libro edito a MAGGIO 2006.

Massimo Filippini
_________________
° ° °
-CHE SUCCESSE A CEFALONIA NEL 1943 ?"

Insieme con le 'nuove' cifre fatte nell'intervista rilasciata all' AVVENIRE del 5 luglio 2006
- 3.800 Morti tutto compreso-
Giorgio Rochat ha dichiarato
che a Cefalonia
non ci fu una battaglia "di grandi dimensioni".
Secondo l'illustre storico, dunque,
a Cefalonia niente battaglia e niente morti in quantità industriali come da decenni si va cianciando.
SIAMO D'ACCORDO CON LUI
tranne una leggera divergenza sul numero dei Caduti.
Non sarebbe male aprire un dibattito sulla questione avente come titolo quello su indicato.

Chissà che non ne venga fuori qualcosa di serio invece delle solite 'balle' che si continuano a raccontare in Congressi vari nei quali gli intervenuti
IGNORANO o FINGONO DI IGNORARE LA VERITA'
Attendiamo fiduciosi che si svolga finalmente un
Congresso SERIO e non dedicato a dimostrare
-a dispetto della verità-
che "gli asini volano".
_______________
° ° °
I numeri 'in picchiata' di Cefalonia e la fine del relativo Mito
nell' articolo di G. Rochat sul n. 65 della Rivista dell'Istituto bergamasco per la Storia della Resistenza.
Coraggio signori: un altro sforzo e arriverete alla Verità: quella vera.
Massimo Filippini
__________
Le 'novità' di Rochat su Cefalonia
° ° °
Dal quotidiano "AVVENIRE" del 5 luglio 2006 un articolo di
Roberto Beretta:

I dati numerici 'gonfiati' di Cefalonia smentiti perfino da
Giorgio Rochat.
Che penseranno le varie Associazioni (Acqui - Anpi ecc.) e i tanti 'storici' da anni dediti a spacciare per vere cifre inverosimili ?
Cambiare mestiere sarebbe la cosa migliore da fare per tutti costoro.
Massimo Filippini
__________
Articolo dell' AVVENIRE
Non ci risulta che qualche 'esperto' di Cefalonia si sia chiesto perchè nella fiction rai "CEFALONIA" il sergente Blasco - Zingaretti anzichè essere fucilato nello
'sterminio ciclopico' di 9.600 soldati
abbia assistito come spettatore alla fucilazione degli Ufficiali.
Noi ce lo siamo chiesto ed abbiamo accertato
-documenti e non chiacchiere alla mano-
che detto sterminio non ci fu.
Il tutto è riportato nel nostro ultimo libro
"I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO"
___________
* * *

E' USCITO
IL LIBRO

" I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO "
di
MASSIMO FILIPPINI

Per informazioni scrivere all' Autore:
massimo.filippini@cefalonia.it
oppure
all'editore:
Istituto Bibliografico Napoleone (IBN)
via dei Marsi 53/57 - 00185 ROMA
tel. 064452275
_______________
* * *
La vicenda di Cefalonia nel sito
www.cronologia.it
* * *
Interventi di Paolo Paoletti, Manfred Von Teupen e Massimo Filippini il quale, nel suo ultimo intervento del 21.IV.06, espone la nuova 'chiave di lettura' dei fatti basata sui dati numerici della vicenda
che è alla base del suo ultimo libro

"I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO"

e segna il crollo di tutte le speculazioni avutesi fino ad oggi a comunciare da quella del Mito di Cefalonia fondato su un astronomico numero di Caduti che non ci fu assolutamente.
___________________
Svelato il 'tabù' dei numeri di Cefalonia
° ° °
A furia di sentirlo ripetere fin dal 1943 ci avevo creduto anch'io: la Divisione Acqui fu "sterminata" quasi al completo a Cefalonia dai tedeschi e mio Padre fu una delle migliaia e migliaia di Vittime della furia nazista.
Ma ora, l'equivoco, durato fino ad oggi, è finito e tutta la produzione letteraria sull'argomento dovrà fare i conti con il nuovo dato dei Caduti (meno di 1700) che
HO PORTATO
a conoscenza del pubblico e, di conseguenza, nulla sarà più come prima a cominciare dall'epopea edificata su migliaia di morti mai avvenute a Cefalonia, che rischia seriamente di tracimare dall'ambito del mito in quello della cronaca nera.
Dai e dai i Pifferai di Cefalonia hanno tirato troppo la corda ed ora si apprestano a pagare le conseguenze delle loro vergognose frottole.
Tutti nessuno escluso.

Massimo Filippini
________________
* * *
A Dicembre 2004 e' uscito il nuovo libro di
Massimo Filippini

"LA TRAGEDIA DI CEFALONIA"
Una verita' scomoda
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* * *
NOVITA'
Ultima recensione del libro apparsa sulla Rivista
della Lega Navale
Cliccare qui
* * *

Associazione Nazionale Paracadutisti d'Italia
Recensione del libro contenuta nella
Rivista "FOLGORE"
di marzo 2006
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Pagina 26 'recensioni'
Massimo Filippini
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LA VERITA' NON E' UN OPTIONAL

Massimo Filippini
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Sopra:
Il Sacrario che ricorda i 1.647 Militari italiani
-della 'Acqui' e dei Reparti ad essa aggregati-
morti nell'isola di Cefalonia in combattimento o per fucilazione ad opera dei tedeschi.

Sotto:
Un'eloquente sintesi dei fatti rappresentata dalla matita di Forattini, in occasione della visita del Presidente Ciampi a Cefalonia

(da "LA STAMPA" del 2.3.01)
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L’otto settembre è un giorno memorando:
volta la fronte all’invasor nefando
L’Italia, con l’antico suo valore,
alla vittoria guidò il vincitore.

L’otto settembre è memorabil data:
volte le spalle all’infausta alleata
già con il ginocchio a terra,
corremmo a vincer coi nostri nemici
arditamente quella stessa guerra
che avevamo già persa con gli amici


Curzio Malaparte
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Questo Sito è nato ad opera del figlio di un Martire di Cefalonia - il Maggiore Federico Filippini fucilato dai tedeschi il 25 settembre 1943- che, dopo anni di ricerche intese a stabilire la verità su quanto accadde realmente nell’isola greca, durante le tragiche giornate che seguirono l’8 settembre del ’43, ha accertato che la realtà dei fatti ivi accaduti fu ben diversa da quella tramandata fino ai giorni nostri.
Al pari di altri eventi succedutisi dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, ma in misura forse maggiore, sulla vicenda di Cefalonia si è costruita una “vulgata” intrisa di falsità e di menzogne intesa ad inserire la stessa nel filone tradizionale ed abusato della Resistenza che, come è noto, essendo stata egemonizzata dai comunisti – con il vile beneplacito di chi si sarebbe dovuto opporre a tale indebita appropriazione - è servita da contenitore anche per episodi che con essa poco o nulla hanno avuto a che fare.
Ecco perché un fatto dai contorni prettamente militari di cui fu barbaro protagonista l’esercito tedesco nei confronti di militari Italiani, non può essere, sic et simpliciter, annoverato tra quelli che videro le spietate rappresaglie delle SS nei confronti della popolazione civile a causa, è doloroso ammetterlo, di attentati compiuti da partigiani comunisti che, alla pochezza dei risultati, fecero seguire purtroppo la morte per mano nazista di tante innocenti vittime.
E’ questo l’aspetto principale cui bisogna guardare per inquadrare nei suoi giusti contorni la vicenda di Cefalonia.
Non si può continuare ad affermare che a Cefalonia "la Divisione Acqui decise di resistere" - addirittura per referendum! - quasi si fosse trattato di una banda di irregolari o di partigiani in cui le decisioni da prendere vennero determinate dal basso.
A Cefalonia si combattè, invece, perché il generale Gandin, comandante di una Grande Unità del nostro esercito, la “Acqui” appunto, ricevette l’ordine di resistere ai tedeschi e obbedì, da militare disciplinato e ligio al dovere, indipendentemente dalle proprie valutazioni in merito.
Famosa è rimasta, infatti, la frase profetica con cui egli si espresse in proposito, (“Se perdiamo ci fucileranno tutti”) che, però, non gli impedì di eseguire un ordine al quale – come è storicamente accertato - sia lui che la maggioranza dei suoi diretti collaboratori furono, fin dall’inizio, contrari.
Per buona memoria e affinché i falsari della verità se lo imprimano bene nella mente, riportiamo il testo di tale ordine che venne inoltrato a Cefalonia dalla stazione radio della Marina di Brindisi tramite il ponte radio di Corfù, nella notte del 13 settembre: "N.1029 CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole.F.to Generale Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore".
Sulla sua obiettiva criminosità non vi sono dubbi e ciò è dimostrato – come documenteremo ampiamente sul presente sito - dal fatto che nel dopoguerra nessuno volle assumersene la paternità, da Badoglio, capo del governo, al generale Vittorio Ambrosio, capo di Stato maggiore, al suo vice che lo firmò, il prefato generale Francesco Rossi.
Lo scaricabarile indecoroso cui costoro dettero vita è una delle molte pagine vergognose di cui è intessuta la vicenda di Cefalonia e di essa, come di tutte le altre, daremo conto al lettore del sito, dimostrando, con dati di fatto, la criminale leggerezza con cui da parte del governo badogliano vennero impartiti ordini che mandarono a morire migliaia di soldati.
Due parole merita anche il “referendum” che sarebbe stato alla base della resistenza antitedesca come si ostinano a sostenere ancora, in perfetta malafede, gli squallidi epigoni di una certa interpretazione populistica dei fatti, ai quali non va giù che la realtà virtuale da essi confezionata e sapientemente distribuita, secondo il classico stile marxista, sia stata smascherata per quello che è sempre stata, cioè una grande impostura.
In proposito, tali inveterati fabbricanti di menzogne troveranno su questo sito un’ampia smentita delle loro elaborate elucubrazioni che, tra l’altro, hanno cominciato a mostrare la corda, anche in recenti dibattiti, costituendo un assioma inverosimile e ridicolo l’asserzione della unanime volontà dei componenti la Acqui di combattere contro i tedeschi.
In questa sede ci limitiamo ad anticipare che tale consultazione non fu affatto plebiscitaria, come si è sostenuto sapendo di mentire, in primo luogo perché ad essa non parteciparono tutti i soldati, in particolare quelli dei due reggimenti di fanteria decentrati rispetto al capoluogo Argostoli – sede del Comando di Divisione - e, addirittura quasi tutti gli ufficiali
– in primis il Generale Gandin - palesarono in più occasioni la loro contrarietà ad uno scontro armato, cui si videro costretti soltanto da un ordine infame di una congrega di cialtroni, Badoglio ed il Comando Supremo che, dal comodo rifugio di Brindisi, non esitarono a mandare al macello dodicimila uomini.
Da ultimo non si può non accennare – con riserva di ampia trattazione - all’aspetto più sconvolgente che caratterizzò i fatti di Cefalonia, cioè alla vera e propria rivolta sviluppatasi in seno alla divisione ad opera di alcuni ufficiali inferiori – tenenti o capitani di complemento - che, infrangendo la disciplina ed i regolamenti militari, si resero autori di incredibili atti di sedizione meritevoli se non di fucilazione sul posto, per lo meno di deferimento ad una corte marziale.
Dimentichi di indossare una divisa e degli obblighi da ciò derivanti, costoro si arrogarono il diritto di sostituirsi ai loro superiori nelle decisioni da prendere, ed aizzarono i soldati da essi dipendenti
- quasi tutti appartenenti all’artiglieria - contro il comando di divisione, accusato addirittura di connivenza con i tedeschi per il solo fatto di condurre trattative con essi per addivenire ad una resa onorevole – che Gandin stava per concludere! - a seguito di ordini ricevuti dal Comando dell’XI^ Armata, che, tra l’altro, salvarono da una fine analoga a quella della “Acqui” la quasi totalità degli appartenenti alle divisioni stanziate in Grecia, adeguatesi prontamente ad essi.
Ciò che avvenne, invece, a Cefalonia nei giorni dall’8 al 14 settembre ebbe connotazioni incredibili culminate nell’assassinio di un capitano e, addirittura nel tentato omicidio dello stesso Gandin, oltre a fatti di inaudita gravità, quali il proditorio cannoneggiamento di due motozattere tedesche attuato per determinare una sorta di "fatto compiuto" che rendesse impossibile la continuazione delle trattative con i tedeschi il cui unico risultato fu di ritardare le stesse permettendo al criminale ordine di Brindisi di trovare un destinatario da mandare al macello, cioè la disgraziata divisione “Acqui”, in preda al caos provocato da militari indegni.
I Congiunti dei Caduti debbono ringraziare in primo luogo costoro per l’immane perdita che subirono.
Su tale aspetto della tragedia si è taciuto per oltre mezzo secolo aggiungendo alle nefandezze che avvennero all’epoca anche quella di nascondere la verità, dietro una cortina di bugie e di menzogne, alle Vittime di tali fatti.
Nemmeno un processo tenutosi davanti al Tribunale Militare, negli anni ’50, contro i principali responsabili, usciti indenni dalla tragedia da essi provocata, rese giustizia ai familiari dei Martiri, nonostante le numerose prove a loro carico, emergenti dagli atti.
Anche di ciò si parlerà ampiamente in questo sito attraverso il quale, finalmente, i Martiri di Cefalonia otterranno la Giustizia che più conta, quella della Storia.

Massimo Filippini
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E' disponibile presso l'Autore il libro
"LA VERA STORIA DELL'ECCIDIO DI CEFALONIA"

Per informazioni scrivere a:
massimo.filippini@cefalonia.it
UN LACONICO BIGLIETTINO MINISTERIALE...
... e il gioco è fatto.
La "pratica" Federico Filippini è archiviata.
Quella dei cialtroni che ne provocarono la morte è sempre aperta...

BENVENUTI NEL SITO
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Il magg. Federico Filippini venne fucilato il 25 settembre 1943 insieme con altri sei ufficiali che erano con lui ricoverati nell'Ospedale 37 di Argostoli.
La fucilazione non fu il proseguimento di quelle precedenti in quanto le stesse erano cessate il giorno prima con la 'concessione' della grazia, da parte del comando tedesco, agli ultimi 37 ufficiali, ma avvenne per ritorsione della fuga dal predetto ospedale, di due ufficiali italiani vi ricoverati.
Fu il comportamento di costoro a determinare la vile risposta tedesca ma, nel dopoguerra, si continuò a parlare di 'rappresaglia' per salvare la faccia e, soprattutto, le responsabilità dei due fuggiaschi.
Questa fu la tragica realtà prospettata in una circostanziata denunzia dal dott. Roberto Triolo, padre del s. ten. Lelio della Guardia di Finanza, che venne però disattesa dall'ineffabile Giudice Istruttore Militare dell'epoca, lo stesso che prosciolse i 27 militari italiani, tra cui i capitani Apollonio e Pampaloni, dai reati di Cospirazione, Rivolta e Insubordinazione in un procedimento penale, definito o meglio "insabbiato" in Istruttoria e non in un pubblico Dibattimento come la gravità dei reati avrebbe imposto.
In detto procedimento si trattò anche la fucilazione dei sette Ufficiali in cui fu implicato per "Concorso nel reato di violenza con omicidio commessa da militari nemici in danno di militari italiani, prigionieri di guerra" anche don Luigi Ghilardini, Cappellano dell'Ospedale 37, di cui il Pubblico Ministero, (almeno lui !), rilevò, al termine dell'istruttoria, l'inesistenza di qualsiasi attività intesa a salvare i sette morituri.
"(...)Essi (gli imputati tra cui Ghilardini, ndA) non fecero alcunchè (di positivo o di negativo) che abbia anche solo agevolato i tedeschi nel loro tristo disegno di mandare a morte le persone volute" è scritto a pag. 99 della sua Requisitoria Finale: in pratica, si evince che non fecero niente neanche per tentare di salvarli: di tale risultanza processuale si dolse il Ghilardini in una lettera che pubblicheremo, indirizzata al Giudice Istruttore (che lo prosciolse !!) in cui si lamentò di tale rilievo che offuscava la sua immagine di sedicente Eroe e sodale dell'altro imputato brillantemente prosciolto in Iatruttoria (non assolto !), il futuro Gen. Renzo Apollonio di cui l'Esercito e varie Associazioni di cui è meglio tacere, continuano a prendere -ancora oggi !- per oro colato le artefatte ricostruzioni della tragica vicenda.
Per completezza di informazione riportiamo i nomi dei 6 Ufficiali -veri e propri Martiri- fucilati con il magg. Filippini, per rappresaglia dovuta alla fuga dei due loro colleghi e non, come sostenne -contro ogni plausibile logica- il Giudice Istruttore Militare, come seguito delle fucilazioni del giorno prima che, al contrario, erano cessate con la concessione della grazia agli ultimi 37 Ufficiali fucilandi i quali, in "cambio" sottoscrissero la propria adesione alla causa tedesca, venendo, alcuni di loro, successivamente arruolati nella RSI.
Fu, dunque, proprio la fuga dei due ufficiali, il cap. Bianchi e il ten. Benedetti la causa scatenante l'infame e vigliacca rappresaglia nazista ma, secondo la prassi invalsa all'epoca di tacere qualunque circostanza suscettibile di scalfire l' inesistente mito creato sulla vicenda, si sostenne la tesi in questione all'insegna del "chi muore giace, chi vive si dà pace".
Ecco i nomi dei Martiri: cap. Serafini , ten. Fraticelli, ten. Cirillo, s.ten. Triolo, s.ten. La Sala, s.ten. Zanello.
E' di tutta evidenza, pertanto, a chi va ascritta la responsabilità 'morale' della loro morte.

Massimo Filippini

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La lettera di cui mostriamo l'inizio, fu inviata dal Capo dell'Ufficio Storico, col. Broggi, al Capo di S. M. dell'Esercito dell'epoca.
In essa si chiedeva come comportarsi in merito ad un articolo pubblicato dal settimanale "Gente" elogiativo dell'allora col. Apollonio che negò, ovviamente, di averci messo lo zampino.
Ad ogni modo il Capo di Stato Maggiore, malgrado il dirompente contenuto della lettera ed il dovere su di lui incombente di dar luogo, quanto meno, ad un' inchiesta, dispose di "archiviare" il tutto, con ciò ponendo una pietra tombale sulla vicenda con il risultato che di essa si appropriò la bugiarda ed egemone storiografia di sinistra, allora imperante, che venne in ciò facilitata dal più completo silenzio delle FFAA, le uniche che avrebbero potuto -come il documento dimostra- confutarne le falsità e i travisamenti compiuti sui fatti.
Questi, dunque, i risultati della politica "dello struzzo" messa in atto dall'Autorità Militare da cui scaturì il più completo oblìo sulla vicenda rotto solo da alcune mendaci ricostruzioni compiute, come supremo oltraggio, proprio dagli stessi responsabili italiani della vicenda.
Ciò avvenne fino all'uscita del libro dello scrivente che, ex adverso, si tentò in un primo momento di ignorare e poi, di fronte alle sue inconfutabili argomentazioni, di contrastare -come sta avvenendo- con meschine e miserabili frottole da cui risalta ancor più quanto menzognera e bugiarda sia stata ed è la "memoria" di Cefalonia in mano ad una turba di imbroglioni.

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Il sito cefalonia.it nella versione iniziale da cui gli 'storici'
-che non sapevano niente-
hanno attinto notizie in quantità spacciandole come frutto delle proprie 'ricerche'.
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