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| L'INVENZIONE DEL "RAGGRUPPAMENTO BANDITI ACQUI" |
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La seconda parte della fiction Rai CEFALONIA e' un incredibile ricettacolo di balle, incentrata com'e' sulla narrazione di presunte attivita' belliche dei cosiddetti 'Banditi Acqui' i quali altri non furono che un migliaio di nostri militari rimasti sull'isola
-IN QUALITA' DI COLLABORATORI DEI TEDESCHI-
che ne affidarono il comando al capitano Apollonio salvatosi, dopo la tragedia che concorse a provocare, togliendosi i gradi e spacciandosi per soldato e ricomparendo poi a fianco dei nuovi padroni tedeschi, che gli affidarono incarichi di comando:
altro che 'resistenza' sui monti o sui mari !
Con italica disinvoltura dopo la partenza dei tedeschi egli ed i militari rimasti al suo comando vennero fatti passare per 'Banditi Acqui' ed ottennero anche riconoscimenti da parte inglese, come se avessero compiuto chissa' quali atti di sabotaggio di cui pero' non si e' mai trovata traccia. .
La montatura era talmente evidente che lo stesso Apollonio evito' di dare eccessiva pubblicita' alla cosa pur avendone avuto la possibilita' di farlo -grazie anche alla posizione raggiunta- per oltre mezzo secolo.
Poco male.
A cio' ha posto rimedio la "puttanata" televisiva che appunto nella seconda parte diventa un'esaltazione, tra l'altro assai noiosa, di atti di sabotaggio mai avvenuti, compiuti dal predetto in collaborazione con il fido Zingaretti e addirittura con i servizi segreti inglesi.
Si tratta, com'e' evidente, di una manovra orchestrata per riportare alla ribalta in modo credibile la favola dei 'Banditi Acqui'
(gia' collaboratori dei nazisti)
sui quali,tra l'altro, si e' pronunciato in modo categorico l' altro presunto Eroe, il compagno-capitano Amos Pampaloni,
a detta del quale i Banditi Acqui non fecero assolutamente niente
all'infuori della collaborazione con i tedeschi.
Alla faccia, naturalmente, dei poveri morti che essi
-con i loro comportamenti ribelli ai propri Superiori-
concorsero a far ammazzare.
Che schifo !
Massimo Filippini
Orfano di un Martire di Cefalonia
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Dal libro
"LA TRAGEDIA DI CEFALONIA - Una verità scomoda"
- I -
Una delle menzogne più clamorose raccontate sui fatti di Cefalonia, è quella secondo cui dopo la carneficina operata dai tedeschi, i sopravvissuti avrebbero costituito sull'isola -sotto l'egida dell' "intrepido" capitano Apollonio- uno strano "Raggruppamento Banditi Acqui" che, operando nell'ombra, proseguì la lotta, arrecando gravi danni al nemico, fino al giorno della Liberazione dell'isola avvenuta anche attraverso il "determinante" contributo di detto Raggruppamento.
Tale fandonia, venne propagandata soprattutto dal cappellano Luigi Ghilardini con l'evidente intento di magnificare le gesta del suo idolo Apollonio, con cui, nel dopoguerra, instaurò un sodalizio che portò quest'ultimo a presiedere l'Associazione dei Superstiti e Familiari della div. Acqui e lui stesso ad esserne il segretario.
Dalla sua fertile inventiva uscì dunque la favola del "Raggruppamento Banditi Acqui" di cui ci siamo occupati nel nostro libro, costituendo essa, un'altra incredibile menzogna raccontata sulla tragedia di Cefalonia.
Di essa, ovviamente, è autorevole "reporter" il sito dell' ANPI ove, in merito, si legge: " ... Molti dei superstiti dell’eccidio si rifugiarono nelle asperità dell’isola e continuarono la resistenza nel ricordo dei compagni trucidati e si costituirono nel raggruppamento Banditi della Acqui, che fino all’abbandono tedesco di Cefalonia si mantenne in contatto con i partigiani greci e con la missione inglese operando azioni di sabotaggio e fornendo preziose informazioni agli alleati".
Ciò premesso riteniamo di far cosa gradita ai nostri "due o tre" lettori, riportando uno stralcio di quanto scrisse, dopo accurate ricerche, il colonnello Vincenzo Palmieri nel suo libro "Quelli delle Jonie e del Pindo" la cui lettura raccomandiamo vivamente a chi è interessato alla verità dei fatti e non alle bugìe sparate da associazioni e personaggi che, pur godendo di autorevoli "avalli", restano pur sempre, le une e gli altri, dei mentitori.
Ecco il testo:
"Per quanto riguarda la liberazione dell'isola di Cefalonia, la narrazione che ne fa don Luigi Ghilardini nel suo libro, si sbriciola in affermazioni vaghe e non convincenti intese a far apparire liberatori dell'isola i prigionieri italiani della "Acqui", sparsi in vari centri della stessa ed in piena libertà di movimento per poter adempiere a mansioni di supporto per l'efficienza del presidio germanico (ricostituzione di due batterie di cannoni di preda bellica, raccolta e manutenzione materiali di artiglieria, ripristino della viabilità. ordinamento depositi). Liberatori dell'isola sarebbero stati i superstiti della "Acqui", senza uno scambio di fucilate, senza un ferito ? E quando poi nell'isola, a copertura dell'esodo della truppa tedesca c'erano i mille greci collaborazionisti del Battaglione di Sicurezza che il Ghilardini ignora del tutto. Collaboratori, per costrizione, i prigionieri italiani? O forse sabotatori per quell'indifferentismo passivo ed ostile che insorge istintivo in prigionìa e che li porterà il 9 settembre 1944 a dichiararsi disponibili per il Comando alleato del Medio Oriente organizzati dal loro comandante in un Battaglione Servizi Ausiliari, in un Gruppo artiglieria, in un Reparto Marina, un tutto fragile ed enfatico complesso destinato a sfrangiarsi e diluirsi sotto le povere tende del campo di raccolta sant'Andrea a Taranto?
Si rifiuteranno, -salvo alcune eccezioni- quest'italiani di Cefalonia di entrare a far parte di una formazione volontaria italiana inquadrata nell'organizzazione partigiana dell'E.l.a.s. per combattere il tedesco sul continente greco; non rifiutano il combattimento, affermeranno, preferendo menar le mani, se occorre, in casa propria, in Italia, non in terre straniere, ed è per questo loro atteggiamento che il Comando E.l.a.s. ne ordinerà il disarmo. Cozzo d'ideologie, insorgere di contrasti, di meschine gelosie, mentre ricompare sulla scena il capitano Amos Pampaloni che sbarca sull'isola da comandante partigiano con un "andartes", una fattispecie di aiutante di campo; prende possesso di una batteria comandata dal tenente Giov. Battista Mazzoleni e servita da artiglieri italiani, prigionieri, armata dai tedeschi per la propria difesa, ed induce tutti a trasferirsi, con i cannoni, fra i partigiani dell' E.l.a.s. Il grosso degli "andartes" sbarca nell'isola tra il 12 e il 13 settembre 1944 ed il giorno 14 comando e bande "andartes" entrano trionfalmente in Argostoli instaurandovi la propria piena autorità.
Da una relazione datata 10 novembre 1944 del Comando VII Brigata Ellenica partigiana in Argostoli, a firma del t. col. Cavadias emerge che "il capitano italiano Amos Pampaloni ha partecipato alle operazioni di occupazione di Cefalonia, sbarcando da solo dodici ore prima degli "andartes" greci, mentre nell'isola vi erano ancora circa mille fascisti armati greci al servizio dei tedeschi e duecento tedeschi. COL SUO PRESTIGIO PERSONALE PERSUADEVA UNA BATTERIA SERVITA DA ITALIANI CHE DA UN ANNO ERANO ALLE DIPENDENZE DEI TEDESCHI, di passare nelle file dei patrioti italiani inquadrati nell'E.l.a.s. e dopo un'ora dal suo sbarco fece aprire il fuoco contro quattro mezzi navali tedeschi che la sera precedente avevano affondato in quelle acque due velieri della Marina dell' E.l.a.s. e che con la loro presenza impedivano il transito dei mezzi trasportanti a Cefalonia gli "andartes" greci. Il 14 settembre veniva ferito in Argostoli alla gamba sinistra.
"IL CAPITANO PAMPALONI HA INOLTRE FATTO DEL SUO MEGLIO PRESSO I NOVECENTO CIRCA ITALIANI DI CEFALONIA CHE ERANO STATI PER UN ANNO ARMATI AL SERVIZIO DEI TEDESCHI e che alla partenza di questi, abbandonati, SI ERANO ARRESI PER MEZZO DI UN RADIOMESSAGGIO AL COMANDO ALLEATO DEL MEDIO ORIENTE, cercando di persuaderli a passare nelle file dei patrioti italiani dell'E.l.a.s. secondo le condizioni dell'allegato n. 1 copia del quale è stata consegnata al Comando italiano. La maggior parte degli italiani non ha aderito all'invito per l'intensa propaganda dei loro ufficiali che dichiaravano di non essere disposti a combattere fuori d'Italia.
"Per conseguenza questo Comando ha dovuto eseguire l'ordine dato dal proprio Comando superiore di disarmare gli italiani e solo per riguardo personale al COMPAGNO CAPITANO PAMPALONI, per riguardo agli italiani che da un anno combattono nelle file dll'E.l.a.s. e in considerazione dei combattimenti fatti dalla Divisione "Acqui" nel settembre 1943, è stato loro concesso di mantenere centoventi uomini armati".
Questa relazione confuterebbe quanto ha scritto don Ghilardini nel suo noto libro assegnando ai prigionieri italiani di Cefalonia "L'IDEAZIONE E LA SUCCESSIVA ATTUAZIONE DEL PIANO INSURREZIONALE, meticolosamente ed accuratamente studiato per lunghi mesi, ma che non avendo la possibilità di impegnarsi a fondo, il gruppo degli insorti italiani diluì il suo piano insurrezionale in una vastissima serie di piccole azioni distinte e isolate...e nel pomeriggio dell'8 settembre, subito dopo la brillante azione di controsabotaggio del complesso portuale di Argostoli che valse a salvare la città dalla distruzione, il "RAGGRUPPAMENTO BANDITI ACQUI" entrava in Argostoli finalmente liberata...Il 22 settembre 1944 mentre stava per entrare in Argostoli la prima colonna di patrioti greci dell'E.l.a.s. dopo quattro anni di lungo esilio e aspra lotta sulle montagne, la popolazione di Argostoli si riversò in piazza. Gli unici che sentivano un po' di amarezza pensando alla loro patria ancora calpestata dal nemico, erano i poveri italiani, che tanto avevano contribuito alla liberazione dell'isola. Ma i greci non dimenticarono. Improvvisamente la folla si ammassò sotto la sede del Comando delle truppe italiane gridando: "Una Bandiera! Una Bandiera!" - Quindi, impaziente di attendere, tolse dal cofano di una vettura ferma dinanzi al Comando una grande bandiera italiana. Dopo pochi minuti il Tricolore d' Italia sventolava su un pennone della piazza di Argostoli accanto alle bandiere greca, inglese, americana e russa. - Al riconoscimento del popolo greco seguiva quello del Quartier Generale Alleato del Medio Oriente che in considerazione del valido e prezioso contributo offerto nella lotta contro il tedesco durante il periodo dell'occupazione dell'isola, concedeva alle truppe del "Raggruppamento Banditi Acqui" l'onore di rientrare in Patria con tutte le armi individuali e di reparto e con la loro Bandiera".-
TUTTE BUGIE MESSE SU DA DON LUIGI GHILARDINI, ALMANACCANDO SU IPOTETICHE INSURREZIONI DI PRIGIONIERI ITALIANI ASSURTI AL RUOLO DI LIBERATORI DELL' ISOLA.
Viene fuori così un fantomatico "Raggruppamento Banditi Acqui" in cui, stando sempre alla narrativa del Ghilardini, s'identificherebbero i prigionieri italiani di Cefalonia.-
SI TRATTEREBBE DI UNA FATTISPECIE DI STRANA UNITA' MILITARE CHE, STANDO A QUEL CHE NARRA IL SACERDOTE AVREBBE OPERATO ATTIVAMENTE ED IN CLANDESTINITA' SENZA CHE TEDESCHI E INFORMATORI GRECI DEL LOCALE BATTAGLIONE DI SICUREZZA SE NE FOSSERO ACCORTI O NE AVESSERO AVUTO PALLIDO SENTORE: UN FATTO ABBASTANZA STRANO DATA LA PERFEZIONE DELL'ORGANIZZAZIONE MILITARE E DI POLIZIA TEDESCA! "
Vincenzo Palmieri- "Quelli delle Jonie e del Pindo" (pagg. 137-140)
Con ciò anche la "palla" "del Raggruppamento Banditi Acqui" è sgonfiata ma, per celebrarne degnamente il "funerale", dimostreremo basandoci su documenti che, definire "esplosivi", è un dolce eufemismo, che i famosi "Banditi della Acqui" furono dei "collaborazionisti" che, ad onta dei massacri compiuti dai tedeschi sui loro commilitoni, non ebbero remore a porsi, in veste di "collaboratori" e non di "prigionieri", al servizio degli assassini tedeschi, seguendo l'esempio del loro capo Apollonio e di altri pochi ufficiali che restarono a Cefalonia al loro comando.
Coloro che, invece, non si adattarono a tale sporco gioco furono trasferiti -in veste di "prigionieri" - sul continente greco, subendo tutte le durezze e le privazioni di tale stato mentre i c.d. "Banditi della Acqui" restarono come "militari" ad usufruire dei vantaggi relativi alla loro collaborazione con i tedeschi salvo, a partenza avvenuta di questi ultimi, spacciarsi per eroici partigiani che combatterono sulle montagne contro quegli stessi occupanti con cui, invece, collaborarono.
L'imbarazzo emanante da ciò fu un altro dei motivi che portarono all’insabbiamento della vicenda da parte dell'Esercito che, per non rendere di pubblico dominio una simile vergogna, si vide costretto -per carità di patria- a rendersi complice, suo malgrado, delle frottole raccontate dai falsi eroi, sedicenti "Banditi della Acqui", i quali costruirono la loro fasulla "epopea" su migliaia di poveri morti di molti dei quali -come Gandin ed altri Ufficiali- non si peritarono di sparlare attribuendo loro una presunta "tedescofilia": ciò, detto da gente che, con i tedeschi, fece "pappa e ciccia", è il colmo dei colmi ed è ora che venga smascherato.
E' ciò che faremo, con prove documentali alla mano, premettendo che i nostri strali riguardano coloro che -in maggioranza Artiglieri- rimasero "armati" a servire i tedeschi con il loro comandante Apollonio e non quanti furono inseriti, in qualità di prigionieri, in Compagnie Lavoratori non aventi, come i primi, mansioni specificamente militari.
- I I -
Nel sito dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (anpi.it), in uno "Speciale Liberazione", sotto la dicitura "IL NO DELLA DIV. ACQUI", tra l'altro, si legge: “In ottobre (cioè un mese dopo l'eccidio del mese di settembre '43, n.d.a.) Apollonio formò con gli sbandati, protetti dai civili di Cefalonia, il "Raggruppamento Banditi Acqui", combattendo assieme ai partigiani fino all'insurrezione che dieci mesi dopo cacciò i tedeschi dall'isola.
Pampaloni era stato fucilato e ferito. Nascosto dai Greci, grati perchè li aveva riforniti di armi, entrò in una formazione comunista.
Entrambi tornarono in Italia e continuarono a combattere.
Nel 1956, con altri 26 ufficiali della Acqui, furono processati dal Tribunale Militare di Roma per rivolta, cospirazione e insubordinazione contro Gandin: assolti in istruttoria.
Poco dopo Pampaloni ebbe la medaglia d'argento al valore.
Nel 1960 lo stesso Tribunale assolse 30 militari tedeschi accusati di omicidio di prigionieri.
Il gen. Lanz nel 1948 fu condannato a 12 anni. Ne scontò cinque".
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Il suddetto brano è lo specchio fedele di come, da sessant'anni a questa parte, si sono riportati i fatti di Cefalonia, ancorandoli cioè, ai soliti due personaggi: Apollonio, "l'intrepido capitano" e Pampaloni, il "compagno capitano" e spargendo la diffamante calunnia secondo cui i responsabili tedeschi sarebbero stati addirittura "assolti" (!) mentre al contrario il Tribunale Militare, impossibilitato ad ottenerne l'estradizione e ad avere dati precisi sui presunti responsabili -a causa dell'inesistenza di un Trattato di Estradizione- si dovette limitare a ordinare la "prosecuzione" dell'istruttoria nei loro confronti, sperando, ovviamente, che avvenisse un qualche fatto nuovo, come ad esempio un accordo che ne permettesse l'estradizione.
Naturalmente in Germania fecero orecchie da mercante e fu proprio lì che l'istruttoria fu insabbiata, non certo in Italia.
Coloro che trattano con prosopopea l'argomento, senza saperne nulla, avrebbero fatto bene a stare zitti ma ciò non è avvenuto poichè a costoro i fatti di Cefalonia interessano soltanto per gli eventuali riflessi di carattere politico e non certo per pietà verso i Caduti di cui se ne sono altamente fregati per un sessantennio. Passando, ora, al duo Apollonio - Pampaloni, cui è da imputare gran parte di responsabilità della tragedia, è assodato come le "prodezze" di questi due signori siano state rese, dalla menzognera "vulgata" sui fatti, in modo tale da trasformare la tragedia di Cefalonia in una sorta di romanzo d'avventure, con costoro protagonisti principali e autori di imprese tali da far invidia agli eroi partoriti dalla fervida inventiva del Salgàri, con i quali ebbero in comune l'assoluta mancanza di credibilità per la fantasiosità e l’inesistenza delle situazioni inventate da detta "vulgata" , fatte passare, con assoluto dispregio della verità, per realmente avvenute.
Ciò va detto, in particolare, per l'Apollonio le cui presunte gesta di Comandante del fantomatico "Raggruppamento Banditi Acqui", rappresentano una delle più grandi mistificazioni dei fatti.
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L'argomento di cui sopra è ampiamente trattato ne
"La tragedia di Cefalonia - Una verità scomoda"
di Massimo Filippini
IBN ed. Roma 2004
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