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Questo Sito è nato ad opera del figlio di un Martire di Cefalonia
- il Maggiore Federico Filippini -
che, dopo anni di ricerche intese a stabilire la verità su quanto accadde realmente nell’isola greca, durante le tragiche giornate che seguirono l’8 settembre del ’43, ha accertato che la realtà dei fatti ivi accaduti fu ben diversa da quella tramandata fino ai giorni nostri.
Al pari di altri eventi succedutisi dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, ma in misura forse maggiore, sulla vicenda di Cefalonia si è costruita una “vulgata” intrisa di falsità e di menzogne intesa ad inserire la stessa nel filone tradizionale ed abusato della Resistenza che, come è noto, essendo stata egemonizzata dai comunisti – con il vile beneplacito di chi si sarebbe dovuto opporre a tale indebita appropriazione - è servita da contenitore anche per episodi che con essa poco o nulla hanno avuto a che fare.
Ecco perché un fatto dai contorni prettamente militari di cui fu barbaro protagonista l’esercito tedesco nei confronti di militari Italiani, non può essere, sic et simpliciter, annoverato tra quelli che videro le spietate rappresaglie delle SS nei confronti della popolazione civile a causa, è doloroso ammetterlo, di attentati compiuti da partigiani comunisti che, alla pochezza dei risultati, fecero seguire purtroppo la morte per mano nazista di tante innocenti vittime.
E’ questo l’aspetto principale cui bisogna guardare per inquadrare nei suoi giusti contorni la vicenda di Cefalonia.
Non si può continuare ad affermare che a Cefalonia "la Divisione Acqui decise di resistere" - addirittura per referendum! - quasi si fosse trattato di una banda di irregolari o di partigiani in cui le decisioni da prendere vennero determinate dal basso.
A Cefalonia si combattè, invece, perché il generale Gandin, comandante di una Grande Unità del nostro esercito, la “Acqui” appunto, ricevette l’ordine di resistere ai tedeschi e obbedì, da militare disciplinato e ligio al dovere, indipendentemente dalle proprie valutazioni in merito.
Famosa è rimasta, infatti, la frase profetica con cui egli si espresse in proposito, (“Se perdiamo ci fucileranno tutti”) che, però, non gli impedì di eseguire un ordine al quale – come è storicamente accertato - sia lui che la maggioranza dei suoi diretti collaboratori furono, fin dall’inizio, contrari.
Per buona memoria e affinché i falsari della verità se lo imprimano bene nella mente, riportiamo il testo di tale ordine che venne inoltrato a Cefalonia dalla stazione radio della Marina di Brindisi tramite il ponte radio di Corfù, nella notte del 13 settembre: "N.1029 CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole.F.to Generale Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore".
Sulla sua obiettiva criminosità non vi sono dubbi e ciò è dimostrato – come documenteremo ampiamente sul presente sito - dal fatto che nel dopoguerra nessuno volle assumersene la paternità, da Badoglio, capo del governo, al generale Vittorio Ambrosio, capo di Stato maggiore, al suo vice che lo firmò, il prefato generale Francesco Rossi.
Lo scaricabarile indecoroso cui costoro dettero vita è una delle molte pagine vergognose di cui è intessuta la vicenda di Cefalonia e di essa, come di tutte le altre, daremo conto al lettore del sito, dimostrando, con dati di fatto, la criminale leggerezza con cui da parte del governo badogliano vennero impartiti ordini che mandarono a morire migliaia di soldati.
( Si veda quanto riportato, in proposito, nella voce "Archivio Storico-Giuridico" del Sito ).
Due parole merita anche il “referendum” che sarebbe stato alla base della resistenza antitedesca come si ostinano a sostenere ancora, in perfetta malafede, gli squallidi epigoni di una certa interpretazione populistica dei fatti, ai quali non va giù che la realtà virtuale da essi confezionata e sapientemente distribuita, secondo il classico stile marxista, sia stata smascherata per quello che è sempre stata, cioè una grande impostura.
In proposito, tali inveterati fabbricanti di menzogne troveranno su questo sito un’ampia smentita delle loro elaborate elucubrazioni che, tra l’altro, hanno cominciato a mostrare la corda, anche in recenti dibattiti, costituendo un assioma inverosimile e ridicolo l’asserzione della unanime volontà dei componenti la Acqui di combattere contro i tedeschi.
In questa sede ci limitiamo ad anticipare che tale consultazione non fu affatto plebiscitaria, come si è sostenuto sapendo di mentire, in primo luogo perché ad essa non parteciparono tutti i soldati, in particolare quelli dei due reggimenti di fanteria decentrati rispetto al capoluogo Argostoli – sede del Comando di Divisione - e, addirittura quasi tutti gli ufficiali
– in primis il Generale Gandin - palesarono in più occasioni la loro contrarietà ad uno scontro armato, cui si videro costretti soltanto da un ordine infame di una congrega di cialtroni, Badoglio ed il Comando Supremo che, dal comodo rifugio di Brindisi, non esitarono a mandare al macello dodicimila uomini.
Da ultimo non si può non accennare – con riserva di ampia trattazione - all’aspetto più sconvolgente che caratterizzò i fatti di Cefalonia, cioè alla vera e propria rivolta sviluppatasi in seno alla divisione ad opera di alcuni ufficiali inferiori – tenenti o capitani di complemento - che, infrangendo la disciplina ed i regolamenti militari, si resero autori di incredibili atti di sedizione meritevoli se non di fucilazione sul posto, per lo meno di deferimento ad una corte marziale.
Dimentichi di indossare una divisa e degli obblighi da ciò derivanti, costoro si arrogarono il diritto di sostituirsi ai loro superiori nelle decisioni da prendere, ed aizzarono i soldati da essi dipendenti
- quasi tutti appartenenti all’artiglieria - contro il comando di divisione, accusato addirittura di connivenza con i tedeschi per il solo fatto di condurre trattative con essi per addivenire ad una resa onorevole – che Gandin stava per concludere! - a seguito di ordini ricevuti dal Comando dell’XI^ Armata, che, tra l’altro, salvarono da una fine analoga a quella della “Acqui” la quasi totalità degli appartenenti alle divisioni stanziate in Grecia, adeguatesi prontamente ad essi.
Ciò che avvenne, invece, a Cefalonia nei giorni dall’8 al 14 settembre ebbe connotazioni incredibili culminate nell’assassinio di un capitano e, addirittura nel tentato omicidio dello stesso Gandin, oltre a fatti di inaudita gravità, quali il proditorio cannoneggiamento di due motozattere tedesche attuato per determinare una sorta di "fatto compiuto" che rendesse impossibile la continuazione delle trattative con i tedeschi il cui unico risultato fu di ritardare le stesse permettendo al criminale ordine di Brindisi di trovare un destinatario da mandare al macello, cioè la disgraziata divisione “Acqui”, in preda al caos provocato da militari indegni.
I Congiunti dei Caduti debbono ringraziare in primo luogo costoro per l’immane perdita che subirono.
Su tale aspetto della tragedia si è taciuto per oltre mezzo secolo aggiungendo alle nefandezze che avvennero all’epoca anche quella di nascondere la verità, dietro una cortina di bugie e di menzogne, alle Vittime di tali fatti.
Nemmeno un processo tenutosi davanti al Tribunale Militare, negli anni ’50, contro i principali responsabili, usciti indenni dalla tragedia da essi provocata, rese giustizia ai familiari dei Martiri, nonostante le numerose prove a loro carico, emergenti dagli atti.
Anche di ciò si parlerà ampiamente in questo sito attraverso il quale, finalmente, i Martiri di Cefalonia otterranno la Giustizia che più conta, quella della Storia.

Massimo Filippini
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