 |
| IL PROCESSO PER I FATTI DI CEFALONIA |
 |
 |
° ° °
La ricostruzione dei fatti di Cefalonia è stata caratterizzata da un'approssimazione e da una superficialità tali che, ancora oggi, a distanza di oltre sessant'anni dagli stessi, non si sa nulla o quasi su un loro aspetto particolarmente rilevante come quello penale, oggetto, nel dopoguerra, di attività e di pronunce della Magistratura Ordinaria e, in maggior misura, di quella Militare: da tale lacuna discendono, in gran parte, le inesattezze, i travisamenti e le bugie raccontate, fino ad oggi, sulla terribile vicenda.
La colpa di questa disinformazione ricade in primo luogo sui vertici delle Forze Armate che erano a conoscenza degli incredibili risvolti dei fatti, come risulta dalla "Relazione Picozzi", da me - per primo- portata alla luce, ma per un malinteso senso del decoro, "insabbiarono" la questione, contribuendo in modo determinante alla creazione di Cefalonia, di un "mito" che, alla luce di detta Relazione può definirsi "dai piedi d'argilla".
Vi furono anche altri a conoscenza delle conseguenze penali dei fatti, sia per esperienza diretta, in quanto imputati o testimoni nei vari procedimenti ovvero indiretta, in quanto giornalisti o addetti ai lavori ma ciò nonostante tutto è rimasto avvolto da una fitta nebbia, volutamente creata, al fine di impedire che il "mito di Cefalonia" si rivelasse per quello era: un pietoso "bluff" escogitato per salvare la faccia ai responsabili della tragedia e coprire, nel contempo, le magagne dell'Esercito ben note alle alte cariche che, colpevolmente le occultarono, favorendo la diffusione di un' inesistente "mito" trasformatosi, con il passar del tempo, nella mendace leggenda dei giorni nostri. .
A tale immondo e squallido modo di agire noi contrapponiamo, in questa sede, la ricostruzione della vicenda di Cefalonia compiuta dagli stessi magistrati che indagarono su di essa, in particolare quelli militari i quali, come in tutte le inchieste giudiziarie, svolsero atti di indagine tesi a stabilire, in primis, la fondatezza delle denunzie presentate da un alto Magistrato, il dottor Roberto Triolo padre di un Caduto, il s. ten. Lelio, il quale dall'Italia "omertosa" del dopoguerra fu lasciato solo a denunciare i fatti e, soprattutto, i misfatti compiuti a Cefalonia non solo dai tedeschi ma anche da un certo numero di militari italiani che si arrogarono il diritto di sostituirsi ai loro comandanti in una sorta di ammutinamento che portò all'esito disastroso che tutti sanno.
Mostreremo pertanto il contenuto di tali denunzie cui la Magistratura Militare rispose con evidente imbarazzo da parte del Pubblico Ministero che dovette riconoscerne la fondatezza e del Giudice Istruttore che pensò bene di "chiudere" la questione con una Decisione ISTRUTTORIA, impropriamente denominata Sentenza, di cui si fecero forti gli imputati all'epoca e i loro epigoni oggi, tutti quanti recitando -in perfetta malafede- l'identico copione, quello degli Eroi perseguitati.
Tale decisione fu redatta dall'ineffabile Giudice Istruttore in Camera di Consiglio lasciando l'evidente impressione che con ciò egli abbia voluto evitare che si svolgesse un dibattimento da cui, probabilmente, gli imputati sarebbero usciti malconci se è vero, come è vero, che i Reati loro addebitati (Insubordinazione, Rivolta e Cospirazione) si rivelarono pienamente consumati.
Una compiuta analisi di tale aspetto della vicenda costituisce, ovviamente, parte integrante del libro “LA VERA STORIA DELL’ECCIDIO DI CEFALONIA” da me scritto sulla base di tale inoppugnabile documentazione che fui autorizzato a visionare, presso il Tribunale Militare di Roma, per la mia qualità di orfano di un Caduto della cui morte detto processo specificamente si occupò.
Passiamo ora ad esaminare le tre denunce , presentate dal dr.Roberto Triolo, in data 26 dicembre 1945, 2 aprile e 23 agosto 1946, cui fa da necessaria premessa la lettera che egli inviò ai familiari dei compagni di sventura del Figlio tra cui il Padre dello scrivente.
________________________ |
|
|
|
|