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E' ora di finirla con le buffonate
Gli "assassini" di Cefalonia vanno condannati
Alla luce di quanto sta avvenendo in Germania, ad opera del Procuratore di Dortmund, Ulrich Maas, si può affermare che in quel paese sta finalmente prendendo forma e sostanza la coscienza dell'immane massacro compiuto dalla Wehrmacht nei confronti dei nostri soldati a Cefalonia.

E' inutile arrampicarsi sugli specchi per negare quanto sopra, come hanno fatto fino ad oggi gli esponenti del mondo militare di quel paese, i quali si ostinano -negando l'evidenza- a voler a tutti i costi tener viva una tradizione che, specie dopo l'8 settembre 1943, non fu seconda a nessuno per efferatezza, ferocia e assenza di qualsiasi senso di umanità verso il prossimo, fosse questo costituito da semplici civili o militari ai quali, come a Cefalonia, fu ordinato di combattere, venendo, a resa avvenuta, vilmente trucidati.

Che l'onore militare della Germania debba essere mantenuto a tutti i costi, anche su montagne di cadaveri di soldati rei di aver compiuto, nella stragrande maggioranza, il proprio dovere, è una pretesa indegna di un paese democratico specie se attuata con il sistema della negazione sistematica di ciò che avvenne.

Come si faccia a parlare di Europa unita quando uno dei paesi che la compone ha uno scheletro nell'armadio che reclama ancora giustizia, resta un mistero difficile da spiegare specie oggi che la vigliaccata commessa dagli "assassini" di Cefalonia, è venuta alla luce anche in detto paese ad opera di coraggiosi media e non può più essere ignorata, pena il discredito più completo.

Nonostante ciò, a Mittenwald in Baviera, si continuano a tenere raduni per celebrare i fasti proprio di quegli stessi farabutti responsabili degli eccidi di Cefalonia, i quali pur con un piede nella fossa e quindi alla vigilia di dover fare i conti con il Padreterno, ostentano atteggiamenti da "eroi" immacolati o da combattenti ligi alle regole dell'onore, fingendo di non saper nulla di un massacro, avente molti punti di rassomiglianza con quello di Malmedy del 1944, di cui questa mala genìa si dovrebbe solo vergognare.

Il loro idolo è, ovviamente, il generale Hubert Lanz la cui condanna del 1948, per i fatti di Cefalonia, al processo di Norimberga, non è un mistero per nessuno tranne che per questi ex criminali in divisa o forse costituisce un titolo di merito dimostrativo delle "persecuzioni" subite dal predetto a causa del suo "specchiato" comportamento in guerra.

Dell'ultimo raduno, tenutosi lo scorso 7 giugno -con la presenza "critica"(?) di Amos Pampaloni- riportiamo, debitamente tradotto, l'interessante resoconto del "SUNDAY TIMES":

8 giugno 2003
Il vero capitano Corelli incontra i tedeschi coinvolti nel massacro
di Justin Sparks, Berlino



Un ex ufficiale italiano che sostiene di essere il ” vero capitano Corelli” era atteso per un faccia a faccia da tenere in questo fine settimana con membri del reggimento tedesco che 60 anni fa. massacrò 5000 dei suoi commilitoni sull’ isola greca di Cefalonia.
L’ incontro organizzato dalle autorità tedesche ha avuto luogo per intentare un giudizio sui sospettati delle uccisioni che contribuirono a creare il terribile clima del mandolino del capitano Corelli, il racconto best-seller di Louis de Bernières.
Il novantatreenne Amos Pampaloni ebbe una fortunata via di uscita quando i tedeschi, nel settembre del 1943 dopo che l’ Italia si era unita con gli Alleati, a seguito della caduta del regime fascista, fucilarono molti suoi commilitoni.
Pampaloni sopravvisse nonostante un colpo sulla parte posteriore del collo senza conseguenze.
In questo fine-settimana Pampaloni ha esposto il suo pensiero in questa riunione organizzata da un gruppo di storici e di pacifisti che desideravano che i colpevoli fossero assicurati alla giustizia.
La riunione ha avuto luogo a Mittenwald, una cittadina bavarese che ospitava anche l’ annuale raduno dei veterani del Gebirgsjàger, le truppe da montagna scelte che compirono il massacro.
Nel dopoguerra le autorità della ex Germania Ovest furono riluttanti nel punire i responsabili del massacro. Molti dei reduci di Cefalonia andarono ad occupare posti di prestigio nello Stato e nella neonata Bundeswher.
Un’indagine fu finalmente iniziata nel 1964, ma fu immediatamente insabbiata, probabilmente per scarsità di testimonianze. I sospettati di crimini di guerra, del reggimento, non furono esaminati in modo crociato e neanche messi a confronto con delle testimonianze, con i sopravvissuti che avrebbero potuto identificarli.
Ancora oggi molti tra i reduci dei Gebirgsjaeger sostengono di non aver fatto nulla di errato. Alois Eisl di 91 anni sostiene che il massacro di Cefalonia e quelli avvenuti in altri luoghi fossero del tutto leciti:
“ Noi abbiamo ucciso soldati operativi e non civili e non abbiamo dato luogo ad un massacro”.
Altri come Elmar Thum di 82 anni, un ex operatore radio , che poi divenne giudice, conferma che ci furono fucilazioni di massa, ma respinge ogni coinvolgimento personale. Thurn afferma: “so che suona strano date le migliaia di corpi, ma non ho visto nulla”.
Due anni fa gli accusatori tedeschi aprirono delle ulteriori indagini a Dortmund. Dopo aver raccolto informazioni da archivi inglesi, americani ed austriaci , il gruppo è fiducioso di poter formulare l’ accusa al più tardi entro l’ anno in corso.
Pampaloni, le cui esperienze belliche hanno un forte parallelismo con quelle dell’ eroe di Bernières sostiene di vedere una scarsa importanza in un nuovo processo; porremmo il passato davanti a noi sostiene e dice: “ Perché provare a perseguirli adesso? Noi stiamo comunque andando incontro alla morte”.

Sempre sull'argomento ecco quanto si legge in un altro servizio giornalistico:

-La Germania si mette a confronto con le atrocità del nazismo-
Le adunate dei reduci di guerra rendono più pressanti le richieste per perseguire il massacro di Cefalonia.
John Hooper a Berlino sabato 7 giugno 2003 su “The Guardian”


Mittenwald, a circa 1000 metri sulle Alpi riassume il volto sano della Germania. I turisti vengono qui per compiere una gita e sciare, o per ammirare in città le complesse pitture sulle case del XVIII secolo; ma oggi la città che Goethe chiamò un libro illustrato vivente sta ospitando un evento che è al centro di una discussione su un fatto veramente orribile nella lunga storia tedesca.
Come tutti gli anni, anche quest’ anno, i veterani della prima Gebirgs Division della Wehrmacht di Hitler organizzano una riunione cui partecipano in molti, ma quest’ anno, come lo scorso anno, non sono soli nel ricordare il passato.
Alcune centinaia di Autonomi indipendenti e lontani dalle posizioni di sinistra erano in attesa di scendere su Mittenwald per disturbare l’ incontro. Michael Mohr, già arrestato durante la protesta dello scorso anno, dice di voler entrare al ricevimento insieme ad una sessantina di persone. “ Potete immaginare la reazione, per circa 50 anni non era mai accaduto nulla ed ora all’ improvviso ci trovavamo al centro della celebrazione” (Mohr).
Egli con gli altri manifestanti stava cercando di attirare l’ attenzione su una azione di 60 anni fa di cui la prima Gebirg Division si rese protagonista: un’ operazione militare che rappresenta il filo conduttore per la novella di Louis de Bernières “Il mandolino del capitano Corelli” e che è stata descritta come uno dei più orrendi crimini di guerra.
Nel settembre del 1943, poco dopo che l’ Italia si era ritirata dall’ alleanza con i tedeschi, circa 5300 militari italiani furono massacrati sull’ isola greca di Cefalonia. L’esecuzione del comandante italiano e di 137 ufficiali richiese più di quattro ore ed i marinai italiani furono incaricati di gettare i loro corpi in mare prima di essere messi in fila ed uccisi.
Stavros Niforatos, che in quel periodo si trovava a Cefalonia ricorda che nella boscaglia si trovavano dozzine di corpi riferisce al Der Spiegel: “molti dei corpi avevano la gola tagliata come pecore macellate “.
Soltanto un uomo, il generale Hubert Lanz, fu condannato per il ruolo avuto in quello scempio.
Nel 1968 una ricerca compiuta con l’ aiuto del cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, fu archiviata dopo quattro anni; più tardi emerse il fatto che il principale sostenitore dell’ accusa era stato un assaltatore nazista.
Due anni fa, comunque, un pubblico ministero di Dortmund, Ulrich Maass, ha riaperto la pratica; egli ha interrogato 300 veterani sopravvissuti ed è riuscito ad avere testimonianze da circa 100 di loro.
Questa settimana stava aspettando di formulare l’ accusa contro 10 persone. Il numero può essere scarno, ma la ricerca entra nel cuore di una disputa che ha infiammato la Germania per due anni.
I tedeschi non hanno difficoltà ad accettare che terribili atrocità siano state commesse da unità scelte naziste, ma che i soldati della Wehrmacht non fossero da biasimare per quanto accaduto in guerra più di qualsiasi ex combattente degli altri eserciti.
Una mostra itinerante iniziata nel 2001, che documenta il coinvolgimento dell’ esercito di Hitler in atrocità perpetrate nell’ Europa orientale e sud orientale, ha fatto molto per incrinare questa teoria resa ancor più fragile dalle ricerche di Maass. La inchiesta iniziale cadde poiché aveva scoperto con certezza soltanto omicidi di tipo colposo o preterintenzionale. Maass disse: “Nel nostro sistema giuridico e questa è una cosa che mi dispiace l’ omicidio colposo e preterintezionale è prescritto dopo 15 anni e per la guerra questo limite cade l’ 8 maggio del 1960”. Egli disse che il caso era stato riaperto per fatti nuovi di cui si era venuti a conoscenza dagli Stati Uniti, dall’ Italia e dai diari di due soldati tedeschi. Tutto ciò offriva la possibilità di emettere accuse per omicidio volontario, che non è soggetto ad alcuna forma di limitazione, fatta eccezione una, basata sulla clemenza; il più vecchio dei perseguibili ha 93 anni ed il più giovane 81. Maass disse che il suo capo investigatore in Italia aveva intervistato un uomo sopravvissuto al massacro che riguardo all’ intervento dei soldati tedeschi diceva: “ Vorrei dire al signor Maass che ora, dopo 60 anni, la misericordia dovrebbe aver la precedenza sulla legge”; Maass rispose “ Il momento per la clemenza, se mai, viene dopo un verdetto ed io non so se questi fatti possano realmente essere suscettibili di clemenza”.
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Dall'articolo in questione si ricavano due nette sensazioni e cioè la giustezza delle considerazioni espresse dal dr. Maas e l'assoluta infondatezza, come al solito, delle dichiarazioni di Pampaloni.
Quest'ultimo, dall'alto del piedistallo da cui conciona da anni sui fatti ed arrogandosi un diritto spettante solo ai Parenti delle Vittime, cioè quello di decidere se sia giusto o meno processare e condannare i responsabili, esprime un parere stranamente conciliante nei confronti degli assassini tedeschi, dimentico apparentemente del fatto che fu proprio lui, in buona compagnia, a stimolare gli istinti omicidi di tali signori con le sue "cannonate" del 13 settembre 1943.
Ed ora che egli sta "andando comunque incontro alla morte", insieme con costoro, ritiene sia il caso di chiudere la vicenda processuale.
A questo atteggiamento da "Grande Vecchio" (con molte cose da farsi perdonare) ben ha risposto, mostrando un'estrema sensibilità soprattutto verso i Congiunti delle Vittime, il Procuratore Maas con parole da galantuomo che meritano di essere riportate: "Il momento per la clemenza, se mai, viene dopo un verdetto ed io non so se questi fatti possano realmente essere suscettibili di clemenza”.
Capito Pampaloni ?

Massimo Filippini
27 giugno 2003

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FINALMENTE UNA BUONA NOTIZIA:

Da "L'ARENA" di Mercoledì 24 Settembre 2003:

"L’ufficio di Dortmund delega il magistrato veronese a raccogliere prove sul massacro della divisione «Acqui» dopo l’8 settembre 1943
Inchiesta sulla strage di Cefalonia
Il procuratore militare Costantini interroga dodici sopravvissuti e ne cerca altri"

di Luigi Grimaldi

Dodici testimoni sopravvissuti all’eccidio di Cefalonia già interrogati ed altri ancora da rintracciare ed ascoltare. È questo l’incarico che il procuratore militare Bartolomeo Costantini ha ricevuto dall’ufficio centrale di Dortmund che si occupa dei crimini di guerra. L’istituzione giudiziaria militare tedesca, coordinata dal giudice Ulrich Maass, vuole portare alla luce tutte le responsabilità dello sterminio dei soldati italiani della Divisione Acqui dopo l’8 settembre 1943, data in cui fu reso pubblico l’armistizio con gli alleati. E vuole rintracciare altri possibili responsabili del massacro e dei crimini di guerra che provocarono le morti di 9mila 946 italiani. Tra i fucilati ci furono 111 veronesi, mentre altri 75 risultarono dispersi.
«Cerchiamo non solo ufficiali, ma anche soldati che andarono oltre gli ordini impartiti e che furono i protagonisti di atroci brutalità», dice il magistrato tedesco. E promette che stavolta non finirà come l’inchiesta aperta nel 1964 e chiusa nel 1968 con l’archivizione. «Le prove trovate negli archivi dell’ex Germania dell’Est saranno utilissime». E sulla base di questa scoperta sono stati già individuati ed iscritti nel registro degli indagati personaggi che hanno vissuto finora senza alcuna macchia di sospetto, come normali reduci dell’esercito tedesco che occupò mezza Europa durante la Seconda guerra mondiale.
La delega con la rogatoria internazionale è arrivata da Dortmund sulla scrivania del procuratore Costantini nei primi giorni dello scorso giugno. La scelta non è stata casuale. In Germania conoscono bene il magistrato veronese perché la collaborazione tra la Procura militare di corso Porta Palio e gli uffici tedeschi si è infittita soprattutto durante l’inchiesta che ha portato al processo l’ex caporale nazista Michael Seifert, condannato per gli omicidi di undici prigionieri nel campo di concentramento di Bolzano tra l’estate del 1944 e la primavera del 1945.
Da quando ha ricevuto l’incarico, il procuratore Bartolomeo Costantini ha iniziato le sue ricerche ed ha raccolto le prime testimonianze. Ha lavorato anche quando è andato in vacanza in Puglia, dove ha interrogato due ex soldati della Divisione Acqui.
Il suo lavoro è fondamentale anche per un altro aspetto: se emergessero notizie di reato a carico di ex ufficiali tedeschi, potrebbe finalmente essere aperta la tanto invocata seconda indagine della Procura militare di Roma sull’eccidio di Cefalonia, uno degli episodi più controversi della Seconda guerra mondiale dopo l’8 settembre. E, a livello per ora solo teorico, potrebbero emergere anche ipotesi di reati per soldati o ufficiali italiani che erano sull’isola greca e che affiancarono o favorirono il nemico nelle esecuzioni. Nei due casi, il procuratore Costantini invierebbe gli atti alla procura generale militare di Roma, competente per i crimini di guerra commessi all’estero.
Intorno al sacrificio dei soldati italiani, ancora oggi si aggirano polemiche e ricostruzioni che ancora dividono storici e sopravvissuti. Aldilà della tesi che tende ad accreditare l’eccidio della Acqui a Cefalonia come uno dei primi grandi capitoli della Resistenza, l’attenzione è concentrata soprattutto sul tentativo del comandante della Divisione, il generale Antonio Gandin (fucilato dai tedeschi esattamente sessant’anni fa, il 24 settembre 1943), di evitare il peggio ai suoi uomini. Il militare, dopo l’8 settembre, temporeggiò con le milizie tedesche del tenente colonnello Hand Barge, sbarcate a Cefalonia con duemila uomini tra il 5 e il 10 agosto 1943, ufficialmente inviate come rinforzi al contingente italiano, ma di fatto con compiti di controllo su ordine impartito direttamente da Adolf Hitler.
Gandin obbedì agli ordini ricevuti dal comando di Badoglio da Brindisi di attaccare i tedeschi oppure chiese ai suoi uomini, con un referendum, se erano disposti ad allearsi con le truppe di Barge, di arrendersi o di resistere?
E poi fa ancora discutere il comportamento del capitano Apollonio (assolto dal tribunale militare di Roma) che ordinò ai suoi uomini di aprire il fuoco contro due pontoni da sbarco tedeschi, facendo così precipitare la situazione e scatenare la rappresaglia delle truppe di Barge che, nelle due settimane di trattative, si erano rinforzate.
Per iniziare a mettere ordine soprattutto sui fatti, il procuratore Bartolomeo Costantini ha già preso contatto con l’associazione nazionale Divisione Acqui per avere un elenco dei sopravvissuti al massacro. Un’altra lista gli è stata inviata dalla Germania: contiene i nomi degli ufficiali tedeschi mai indagati, anche se molti risultano deceduti.
L’inchiesta poi continuerà con la ricerca dei documenti. I diari di guerra, per esempio, sono prove preziose per il giudice Maass. Ma anche le lettere spedite dal fronte ai parenti o i documenti rimasti per anni in soffitta apparentemente senza valore possono diventare pilastri nell’indagine dell’ufficio di Dortmund.
«Se qualcuno già vuole raccontare la sua esperienza a Cefalonia», dice il magistrato veronese, «può contattare il nostro ufficio e io lo ascolterò. Le testimonianze sono molto importanti per ricostruire i fatti, per tentare di ristabilire una verità».
E attraverso i racconti, gli scampati rivivono i giorni del terrore a Cefalonia. Un ex soldato ha ricordato davanti al procuratore Costantini di essere stato portato al muro dai tedeschi con altri dieci commilitoni. La mitragliatrice sparò. Per un caso fortuito non fu colpito, ma si gettò a terra. Su di lui caddero i cadaveri dei suoi compagni. Lui rimase fermo, immobile. Sentì passare un militare tedesco che sparava i colpi di grazia ai moribondi. E solo alla sera si rialzò e riuscì a scappare.
La sensibilità tedesca verso la strage di Cefalonia e più in generale verso le violazioni durante la Seconda guerra mondiale è dimostrata dall’arrivo a Verona di due magistrati dell'ufficio centrale per i crimini nazisti di Ludwigsburg. Stanno lavorando dall’altro ieri negli uffici della Procura militare per esaminare le centinaia di fascicoli raccolti dall’istituzione giudiziaria veronese dalla fine del conflitto. Il monitoraggio è la risposta alla polemica sui sospetti di insabbiamento di alcuni personaggi che ancora vivono in Germania dove hanno fatto carriera. Sono «gli scampati» ai processi e molti tedeschi oggi si chiedono com’è possibile che sia accaduto in un Paese che ha preso una posizione netta contro il suo passato nazista e i crimini del Terzo Reich.
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Dell'articolo di Luigi Grimaldi, soprattutto la frase seguente è degna di menzione:
" E poi fa ancora discutere il comportamento del capitano Apollonio (assolto dal tribunale militare di Roma) che ordinò ai suoi uomini di aprire il fuoco contro due pontoni da sbarco tedeschi, facendo così precipitare la situazione e scatenare la rappresaglia delle truppe di Barge che, nelle due settimane di trattative, si erano rinforzate".
Nel ringraziare l'autore è doveroso precisare che il cap. Apollonio e gli altri coimputati, tra cui il cap. Pampaloni, non furono ASSOLTI IN DIBATTIMENTO ma PROSCIOLTI IN ISTRUTTORIA e ciò significò che la decisione del giudice non fu una SENTENZA ma una semplice DECISIONE DI CARATTERE ISTRUTTORIO, per ciò stesso non DEFINITIVA e, quindi, IMPUGNABILE in qualsiasi momento.
Ciò non avvenne solo perchè il denunciante dott. Roberto Triolo morì, (per fortuna degli imputati), addirittura prima che tale Decisione venisse presa.
Questa la Verità: tutto il resto sono inesattezze e ciance pronunciate per ignoranza o in malafede.

Massimo Filippini
4 Marzo 2004
 
 
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