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° ° °

Nella tragedia di Cefalonia persero la vita quasi tutti gli Ufficiali a cominciare dal più elevato in grado come il gen. Gandin per finire all'ultimo sottotenente, tutti accomunati in una terribile fine alla quale, di certo, nessuno di essi aspirava come si va cianciando da parte di taluni "mitomani" -nel senso di creatori di un (falso) mito- che sono arrivati a parlare addirittura di "CONSAPEVOLE SACRIFICIO" pur di attribuire alla tragedia un carattere di "'offerta sacrificale" che essa non ebbe.
Malgrado ciò, in questa artificiosa ricostruzione dei fatti sono sempre i soliti personaggi ad essere ricordati, alcuni dei quali ancora viventi come l'ex capitano Pampaloni divenuto un'icona nella natìa Toscana o il suo collega di prodezze Apollonio le cui azioni però, dopo la sua morte, sono notevolmente calate dopo un periodo "aureo" durante il quale egli, grazie al grado di gen. di Corpo d'Armata, potè fare il bello ed il cattivo tempo sulla vicenda, ricostruendo i fatti alla "Cicero pro domo sua" nell'ossequioso silenzio delle Autorità Militari, a loro volta colpevoli del clamoroso insabbiamento emerso di recente con la scoperta
-PER PRIMO OPERATA E FATTA CONOSCERE ALLA PUBBLICA OPINIONE DAL SOTTOSCRITTO-
della "Relazione Picozzi" tenuta ad ammuffire per oltre mezzo secolo negli Archivi dello SME.
La responsabilità delle FFAA per non aver impedito, pur essendone a conoscenza, il travisamento dei fatti ed anzi per averlo favorito, riducendo in pratica la vicenda alla versione fornita solo dai due predetti, è quindi innegabile e ciò si è riflesso anche sul ricordo di quanti morirono, menzionati solo in base al discutibile criterio di una loro presunta appartenenza ideologica che con la qualifica di "eroico assertore della lotta" ne consentisse la citazione, con l'inevitabile conseguenza che coloro per i quali ciò non fu possibile vennero relegati fra i "dimenticati" di Cefalonia che in questa pagina vogliamo ricordare attraverso alcune immagini con cui intendiamo rendere omaggio a costoro e, nel contempo, svergognare le Autorità Militari che, ad onta del fasullo mito che contribuirono a creare, hanno sempre ossequiato e continuano a farlo, solo i responsabili italiani della tragedia -i sunnominati "assertori" della lotta- fregandosene altamente degli altri che non ne condivisero le azioni e in particolare di quelli che morirono per le sciagurate iniziative di costoro.
Assai di rado, infatti, si ricordano, magari per insultarli, i generali Gandin e Gherzi, mentre gli altri, tra cui diversi Comandanti di Corpo, sembra che non siano esistiti, pur avendo essi fatto solo il loro dovere di militari, indipentemente dalle loro opinioni personali e, soprattutto, senza commettere le azioni da Codice Penale Militare poste in essere da quelli che, con totale dispregio della verità, vennero e sono tuttora additati come gli "Eroi" di Cefalonia.
Noi qui vogliamo onorare questi "Martiri dimenticati" attraverso alcune foto che abbiamo rinvenuto nel corso delle nostre ricerche, invitando le Autorità Militari a vergognarsi per averne oblìato il ricordo quasi che gli stessi non avessero fatto parte dello stesso Esercito in cui, per sua disgrazia, militarono degli immondi personaggi.

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(Da sin.) Il gen. Antonio GANDIN, com.te della "Acqui", il cap. Piero GAZZETTI, addetto all'Uff. Assistenza del Comando di Divisione e il ten. col. Ernesto CESSARI, com.te del 17° regg. fanteria
Tre Ufficiali la cui morte pesa sulla coscienza di molti.
Sul primo si sono dette molte cattiverie e malignità fino a riprendere di recente le folli accuse di "tradimento" che l' "eroe" Apollonio gli aveva mosso in una sua romanzata "Storia della divisione "Acqui", costituente tuttora un autorevole testo cui rifarsi, anche per le Forze Armate (!).
Del secondo e della vile uccisione per mano italiana abbiamo detto in una pagina a lui dedicata, mentre sembra che per le Forze Armate egli sia un perfetto sconosciuto.
Il terzo "desaparecido" è il ten. col. Ernesto Cessari, comandante del 17° Fanteria, anch'egli regolarmente ignorato che ebbe però una "delicata" menzione da un suo dipendente, quel tale cap. Pietro Bianchi che fuggendo dall'Ospedale 37 nella notte del 24 settembre fece scattare la rappresaglia su sette ufficiali ivi ricoverati, fucilati il giorno dopo dagli assassini tedeschi.
A proposito di questo gentiluomo e della sua opinione sul proprio Comandante, riportiamo un eloquente brano tratto da una denunzia del dr. Triolo:

"In ordine al BIANCHI, la prova della sua partecipazione (alla rivolta, ndA) risulta da due lettere che ha scritto a me il 10 dicembre 1945 e il 2 gennaio 1946, nelle quali, contrariamente a quanto risulta a pag.52 e 95 del Moscardelli, definisce nel modo seguente il comandante del 317° Fanteria, colonnello Ricci ed il proprio colonnello Cessari (fucilato il giorno 24 !) del 17°: “Il colonnello Ricci è un vigliacco ed un traditore. Sin dal primo momento fu contrario al combattimento (aggiungo io: suo titolo di onore !).
Il mio colonnello Cessari era un germanofilo ed ha fatto propaganda affinché i soldati non combattessero. A me personalmente disse: “Voi giovani non capite niente (SANTA VERITA’ !!!)”.
Il Bianchi si guarda bene, naturalmente, dal dire, lui che è riuscito a salvarsi fuggendo di notte dall’Ospedale 37 e facendo fucilare, per rappresaglia, il mio amato Figliuolo ed i sei compagni di sventura, che il colonnello Cessari, pur essendo GIUSTISSIMAMENTE contrario al combattimento di cui prevedeva intelligentemente la fine disastrosa, quando ebbe ordine di combattere, si batté fino all’estremo limite di ogni possibilità umana sino alle ore undici del giorno 22, quando veniva catturato e fucilato dai tedeschi nel vallone di Santa Barbara (Moscardelli, pag.95); Autentica figura di soldato disciplinato, obbediente, meritevole della suprema ricompensa al valor militare come il Generale Gandin!".
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IL S. TEN. RENATO CALABRESE
ADDETTO ALL'UFF. COMANDO DEL 317° FANTERIA
Il s. ten. Renato Calabrese nacque a Posta (RI) il 13. 8 .1920
"Era molto stimato e benvoluto da tutta la truppa", riferisce il Reduce R. Mazzanti (v. pagina Sito)"
Venne fucilato il 21 settembre nel Vallone di Santa Barbara, tra il cimitero e il ponte di Argostoli assieme a quasi tutti gli ufficiali del 17° e del 317° Rgt. Ftr. separati dalla truppa ed avviati verso alcune case vicine con il pretesto di dover essere alloggiati più dignitosamente.
Nel Vallone di Santa Barbara furono invece massacrati senza pietà dagli assassini tedeschi.
"I soldati, rimasti nella precedente località, udirono altissime strazianti grida e poche raffiche di fucileria. Poi videro tornare i tedeschi con aria da trionfatori, sghignazzando allegramente e portando orologetti, anelli, portafogli, borse di cuoio, stivaloni e indumenti vari.. ( R. Formato ne "L'eccidio di Cefalonia").
Chi armò la mano omicida degli assassini tedeschi ?
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IL CAPPELLANO MILITARE DEL 33° Rgt. Art.
PADRE ROMUALDO FORMATO
Fu testimone diretto degli avvenimenti dall'interno del 33° rgt. art., avendo modo di assistere alle "bravate" di alcuni componenti di esso tra cui primeggiò l'Apollonio.
La Sua delicata missione spirituale gli impedì, nel dopoguerra, di assumere posizioni apertamente critiche nei confronti degli ufficiali che egli definì "interventisti" ma, da un' attenta lettura del suo libro traspare chiaramente la sua riprovazione nei loro confronti.
Per saperne di più sul suo pensiero, rimandiamo il lettore al nostro prossimo libro in cui, dalle sue inedite e sconvolgenti dichiarazioni, molti di coloro che ancora cianciano sui fatti di Cefalonia, dovrebbero trarre lo spunto per sputarsi finalmente in faccia.
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