HOME
I protagonisti di una tragedia
La vera storia dell'eccidio di Cefalonia
ARCHIVIO FOTOGRAFICO
RARITA' LIBRARIE
Convegno a Firenze 24 ott. 2003
Intervento di Massimo Filippini al Convegno di Firenze
TRADITORI A CEFALONIA
Il fratello del gen. Gandin ci scrive...
8 Settembre 1943: rinascita o morte della Patria ?
Fango sul gen. Gandin
LA VOCE DEI LETTORI
CI VOLEVA G. E. RUSCONI....
L' Esercito di ieri e quello di oggi
Mario Cervi su Cefalonia
Sergio Romano su Cefalonia
L'Armadio della vergogna ovvero la 'scoperta dell'acqua calda'
La RAI e Cefalonia
Le mani della Sinistra su Cefalonia
LINK
Notizie dall' ANCFARGL
NOTIZIE DALL' ANRP
Notizie dall'Ass.ne Acqui
L'invenzione del Raggruppamento 'Banditi Acqui'
Le gesta di Apollonio
Una sinistra icona: il compagno-capitano A. Pampaloni
Il Reduce Ermanno Bronzini racconta...
Il Reduce Luigi Baldessari racconta...
Il Reduce cap. Aldo Hengeller racconta...
Il Reduce O. Giovanni Perosa racconta...
Il Reduce Alfredo Reppucci racconta...
Il Reduce Romildo Mazzanti racconta...
LA STORIA ALL'AMATRICIANA
Relazione del Console Seganti su Cefalonia
IO ACCUSO I TEDESCHI
ELENCO CADUTI
RASSEGNA STAMPA
Immagini e documenti
CONVEGNI
Il processo per i fatti di Cefalonia
ARCHIVIO RASSEGNA STAMPA
VELENO SU CEFALONIA
Referendum ? No grazie.
LA TOSCANA E CEFALONIA
PROTAGONISTI DELLA TRAGEDIA

Le artefatte ricostruzioni della tragedia di Cefalonia, operate da certa storiografia sinistreggiante, hanno determinato una totale disinformazione non solo sui fatti , narrati in funzione della propria ideologia, ma anche su molti di coloro che ne furono protagonisti.
Si è giunti, pertanto a mostrare in veste di 'Eroi' personaggi come il sopravvissuto ex capitano Amos Pampaloni che, alla veneranda età di 94 anni (!), viene, ad ogni pie' sospinto, additato -perfino dal Presidente della Repubblica (!)- ad esempio da seguire alle future generazioni nonostante la sua 'dazione' di armi al nemico nelle giornate immediatamente successive all' 8 settembre, come egli stesso ha sempre dichiarato, beandosi dell'impunità, pardon della Medaglia d'Argento, concessagli nel 1957, (guarda caso proprio mentre veniva processato dal Tribunale Militare di Roma....) come è ampiamente riportato e documentato in questo Sito.
I veri Eroi furono, però, quelli che, nella quasi totalità, da Cefalonia non ritornarono, a differenza del predetto Pampaloni o del suo 'alter ego' Apollonio, rimanendo, per sempre, colà insepolti.
Li ricordiamo pubblicandone le immagini con brevi commenti illustrativi.
 
LE FORZE ARMATE ITALIANE E I TEDESCHI DOPO L'8 SETTEMBRE

di Enrico Boscardi
Lo sviluppo del tema propostomi consiste nel mettere in evidenza atteggiamento, comportamento ed attività delle Forze Armate italiane, nei riguardi dei tedeschi, dopo 1'8 settembre 1943 fino alla fine dell' anno, all' interno e fuori del territorio metropolitano. A tale proposito importanza particolare assume la data del 13 ottobre 1943, data nella quale viene firmata dal Governo del re Vittorio Emanuele III, la dichiarazione di guerra alla Germania. Tale data suddivide le azioni di guerra italiane contro i tedeschi in due ben distinte categorie corrispondenti, dal punto di vista temporale, a due distinti periodi: il primo dall'8 settembre al 13 ottobre nel quale le Forze Armate italiane, dentro e fuori del territorio metropolitano combattono i tedeschi (in qualche caso trattano con essi) reagendo a loro provocazioni o aggressioni, su ordine superiore o di propria iniziativa, sempre, comunque, a proprio rischio e pericolo. Il secondo periodo, dalla dichiarazione di guerra (13 ottobre) in poi, durante il quale le Forze Armate italiane combattono i tedeschi a fianco degli anglo-americani nel quadro della cobelligeranza.

Dovrei a questo punto, per quanto riguarda i combattimenti del settembre 1943 (cioè prima della dichiarazione di guerra) come è già stato fatto in più di una occasione, trattare, uno dopo l'altro, i vari scontri o combattimenti sia in Italia che fuori dal territorio metropolitano. Mi soffermerò, invece, solo su alcuni di essi cercando di trarne lo spunto per qualche particolare considerazione che ritengo opportuno ed utile fare in questa circostanza.

Per quanto riguarda poi il periodo dopo la dichiarazione di guerra mi propongo di far cenno al solo combattimento di Monte Lungo (8-16 dicembre 1943) da parte del 1° Raggruppamento Motorizzato Italiano.

Premetto che cercherò di mettere in evidenza come 1'8 settembre le Forze Annate non si siano completamente dissolte e come, dopo tale data, nel combattere i tedeschi, abbiano sempre trovato alloro fianco le unità della MVSN dimostrando cosi come, dopo il 25 luglio, per questa che, durante il ventennio, potè essere considerata una sorta di quarta forza armata fedele al Regime, il giuramento al Re fece premio sul giuramento a Mussolini.

Altro argomento che ritengo dover sottolineare è come dopo l' 8 settembre i rapporti con i tedeschi, nella risoluzione di situazioni conflittuali locali, si siano, in qualche caso, risolti con la trattativa anziché col combattimento.

Desidero, infine, porre nella giusta evidenza l'attività, dopo 1'8 settembre, del Governo e del Comando Supremo (attività che c'è stata) tendente a determinare il contributo effettivo delle Forze Annate contro i tedeschi e ad aumentarne man mano, specie per 1'Esercito, la consistenza.

Brevemente comincerò, quindi, col cercare di sgombrare il terreno dall'affermazione che l'armistizio abbia determinato lo sfascio delle Forze Annate ed il loro totale dissolvimento. Ciò non è vero o, almeno, è vero solo parzialmente. Infatti fin dalla sera dell'8 settembre, e direi in alcuni casi per quasi tutto il mese, molte unità contrastarono provocazioni tedesche e reagirono ad attacchi improvvisamente sferrati da unità germaniche. D'altra parte, se le Forze Armate si fossero completamente dissolte, come avrebbero potuto reagire ai tedeschi, cosa che in realtà fecero in molte situazioni, e come avrebbero poi potuto prendere parte alla Guerra di Liberazione? Si pensi che nel 1945 le Forze Armate italiane partecipavano alla Campagna d'Italia, a fianco degli anglo-americani, con circa 400.000 uomini. E questa loro presenza non fu il frutto di un tocco di bacchetta magica. Erano gli stessi uomini, gli stessi reparti, le stesse navi, gli stessi mezzi aerei che avevano combattuto nella prima parte della guerra fino all'8 settembre 1943.

Detto questo cominciamo col vedere, per esempio, che cosa successe in Corsica dove i tedeschi dopo l'8 settembre sono stati fronteggiati quasi esclusivamente dagli italiani. Dopo un mese di combattimenti l'isola viene restituita alla Francia dalle Forze Armate italiane. Caduti circa 700. Molti di più di quelli avuti successivamente dal Gruppo di Combattimento "Friuli" e dal Gruppo di Combattimento "Cremona" sulla Linea Gotica nel 1945.

Altro dato interessante: nel VII, C.A. c' erano ben otto battaglioni della Milizia compresi quelli delle Legioni appartenenti alle Divisioni o ed un Console Generale con funzioni ispettive sulle truppe e di collegamento col Comando Generale della Milizia. Tutti rimasero al loro posto, fedeli al giuramento al Re e dice il generale Magli nel suo libro Le truppe italiane in Corsica: i fatti dimostrarono... come e quanto, indipendentemente dal colore della camicia, gli animi di tutti i componenti il Corpo di Occupazione della Corsica fossero legati da un unico, saldo sentimento di dedizione alla Patria. Il numero di caduti delle Camicie Nere fu, infatti, elevato; cosi pure quello dei decorati al valore.

Altro evento meritevole di esse re citato è quello di Cefalonia e Corfù: il sacrificio della Divisione Acqui. Vi persero la vita circa 10000 uomini: tutti morti per la Patria, quasi tutti martiri, molti eroi.

Si parla di eccidio. Giusto: ma non sarebbe male, dopo 50 anni, vedere se questo eccidio poteva, almeno in parte essere evitato. Di solito si parla di ordini dall'alto non giunti e si taglia la testa al toro. Ma: le trattative con i tedeschi furono giustamente avviate e condotte?

Vi furono iniziative alI'interno della Divisione cui si dette, forse inopportunamente, luogo? Ci fu qualcuno che, durante le trattative, ad insaputa del Comandante, assunse un atteggiamento ed ebbe un comportamento contro i tedeschi che non avrebbe dovuto assumere ed avere?

E gli anglo-americani, come si comportarono? Non avevano incoraggiato gli italiani a combattere i tedeschi? E non avevano affermato che qualora gli italiani avessero combattuto contro i tedeschi essi sarebbero intervenuti a loro sostegno? Vediamo come recita il Memorandum di Quebec: "le Nazioni Unite dichiarano, tuttavia, senza riserve che ovunque le forze italiane e gli italiani combatteranno i tedeschi... riceveranno tutto l'aiuto possibile dalle forze delle Nazioni Unite".

Ma l'aiuto non ci fu. Pur essendo stato richiesto per tempo, nel modo giusto ed al giusto livello, sia dal capo del Governo che dal Comando Supremo.

La Divisione Acqui fu abbandonata al suo destino.

E vediamo ora un fatto, certo non di grandi proporzioni: la rioccupazione, da parte italiana, del porto di Bari, il 9 settembre 1943.

Un reparto tedesco penetra nel porto di Bari e dopo aver affondato alcuni piroscafi si sistema a difesa negli edifici della zona portuale rispondendo con il fuoco alle intimazioni di resa. Il generale Nicola Bellomo, alla testa di un reparto di formazione organizza e guida personalmente la riconquista del porto, rimanendo ferito.

Interviene di iniziativa. Al primo assalto contro i tedeschi, tra le ore 13.45 e le 14.15, conduce 2 ufficiali, 15 guardie di finanza, 5 marinai, un piccolo distaccamento del genio e 40 camicie nere. Al secondo assalto, tra le 15.00 e le 16.15, si uniscono 10-12 genieri, alcuni fanti, metropolitani, un civile portuale e altre 48 camicie nere. Il porto è rioccupato.

Alle 17.30 i tedeschi, tra i quali alcuni dispersi ed altri catturati, chiedono di parlamentare. La loro ritirata è concordata in un colloquio con il tenente Giuseppe Moiso, del LI Btg di istruzione, decorato in Africa Settentrionale della Croce di Ferro tedesca, che viene incaricato di condurre la trattativa. Valgono, anche per Bari, le dianzi citate considerazioni dei generale Magli riferite al VII C.A. in Corsica. Per la Milizia il giuramento al Re fa, an- che qui premio sul giuramento al Duce. Del generale Bellomo che, come certamente loro sanno, è stato successivamente fucilato dai britannici, pochi ne parlano. Ho voluto ricordarlo.

Vorrei fare ora cenno al comportamento di una divisione costiera dopo l'8 settembre. Di solito si sen- te parlare di queste Grandi Unità in modo certo non dispregiativo, ma, e altrettanto certo, in modo non elogiativo.

Si tratta della 210ª Divisione di fanteria, Divisione Costiera. Faceva parte del IX C.A. (generale Lerici), a sua volta inquadrato nella 7ª Armata (generale Arisio). Comandante il generale Raffaele Colonna, richiamato dal congedo. Capo di S.M. il maggiore Biagio Nini. Comando a Monteroni: aveva la responsabilità della difesa del tratto di costa (circa 325 km.) compreso tra Brindisi e Porto Cesareo.

Il mattino dell'8 settembre il Comandante la Divisione emana l'ordine di modificare lo schieramento, di ridurre le forze sulla costa concentrando i reparti verso l'interno. Alle ore 20.00 la radio trasmette l'annunzio dell'armistizio. Le truppe che in un primo momento avevano avuto la sensazione della fine di qualunque ostilità hanno dato, presso qualche reparto, segni manifesti di gioia. Il Comandante la Divisione agendo di iniziativa impartisce disposizioni affinché sia mantenuta la massima disciplina e perché gli ufficiali e la truppa si tengano pronti a qualsiasi evenienza. Il 9 settembre alle ore 09.00 il generale Ranza, Comandante la IV Squadra Aerea (Bari), manifesta per telefono al maggiore Nini, Capo di Stato Maggiore della Divisione, l'urgenza di mantenere agibile il campo di aviazione di San Pancrazio del quale i tedeschi, che si preparano a ritirarsi, intendono distruggere con mine la pista. Il Comandante la Divisione ordina che tale atto di sabotaggio sia impedito ad ogni costo ed invia sul posto il Vice Comandante, generale Vannini, con alcuni reparti. L'atteggiamento deciso consiglia i tedeschi di venire a trattative e la pista rimane intatta.

I tedeschi si ritirano diretti a nord. Sempre il 9 settembre la motonave Vulcania è affondata da due dragamine tedeschi. Le batterie costiere italiane aprono il fuoco e le unità tedesche si allontanano, colpite. Ancora il 9 settembre ad Aradeo, in provincia di Lecce, un convoglio ferroviario tedesco con carico di munizioni viene fermato e la scorta fatta prigioniera. Il giorno 11 settembre, dopo un sibillino telescritto del generale Lerici, Comandante il IX C.A. giunge finalmente altro tele scritto chiaro e conciso: "Ordine Comando Supremo tedeschi nemici". Ma il Comandante la 210ª aveva già agito di iniziativa in tal senso l'8 settembre. Si pensi, inoltre, che la dichiarazione di guerra alla Germania arriverà più di un mese dopo. Sempre in data 11 il Comandante la Divisione dirama una circolare nella quale si dispone che i reparti debbono ora abbandonare la mentalità di costieri per assumere quella di reparti mobili... e che... nel tempo breve assumano lo spirito di compagine e raggiungano quelle forme che debbono animare i reparti d'attacco... occorre insomma dare il tono soldatesco al nostri fanti che per lunghi anni sono stati isolati sulla costa in un compito non certo meno oneroso, ma che ha determinato attitudini ed atteggiamenti statici"..

Il 14 settembre la Divisione, il cui Comando si trasferisce da Monteroni ad Oria, ha il compito di guarnire la bretella Taranto-Brindisi lungo la linea Montemesola-Francavilla Fontana-Latiano-Mesagne, lasciando due battaglioni a presidio dei porti di Gallipoli ed Otranto.

Il 15 settembre viene inquadrata nel LI Corpo d'Armata. Il 6 ottobre, superata la situazione che richiedeva come misura prudenziale il suaccennato schieramento, viene ordinato alla Divisione di concentrarsi, Comando a Brindisi, intorno a questa città per la sicurezza del fronte a terra della piazza, dove nel frattempo, non va dimenticato, erano giunti Sovrano e Governo.

Questa la descrizione dei fatti più salienti. Il comportamento tenuto dalla 210ª l'8 settembre e nei giorni successivi dette indubbiamente prova della statura dei Comandanti, della solidità morale e dell'efficienza di tutta la Divisione. Non vi fu assenza o carenza di comando. Non vi furono dubbi od incertezze da parte del Comandante la Divisione nell'eseguire gli ordini che, anzi, in un certo senso vennero prevenuti. Ognuno rimase al suo posto.

L' atteggiamento nei riguardi dei tedeschi fu chiaro. Il Comando della Divisione dette gli ordini che dalle unità dipendenti, fino alle più piccole, vennero prontamente eseguiti. In poche parole la Divisione "tenne". Per merito di tutti indistintamente, di chi diede gli ordini e di chi li eseguì.

Se tutte le GG.UU. i comandanti ed i capi di S.M. si fossero comportati non dopo l'8 settembre, ma a cavallo dell'8 settembre e, quindi, forse anche un pò prima dell'8 settembre come la 210ª Divisione, come il generale Colonna e come il maggiore Nini, l'8 settembre e il post 8 settembre verrebbero oggi ricordati in modo diverso.

Tra i combattimenti contro i tedeschi, dopo l'8 settembre 1943 hanno, indubbiamente, un posto preminente quelli condotti a Roma e dintorni nei giorni 9 e 10 settembre, che vanno sotto il nome di "Difesa di Roma". E fuori di dubbio che le unità impegnate in tali combattimenti hanno contribuito, in un momento difficile, anche se per soli due giorni, a salvare l'immagine dell'Esercito italiano. Ma va ricordato, anche, che non solo questo hanno fatto. Ci sono delle conseguenze indirette che non possono essere dimenticate, giacché, oltre a tenere alto l'onore delle bandiere e degli stendardi dei loro reggimenti, tali unità hanno inciso favorevolmente sull'andamento delle operazioni americane a Salerno (operazione Avalanche) avendo impegnato nella zona di Roma, proprio nei giorni dello sbarco due delle migliori grandi unità germaniche.

In quel giorni, però nella zona di Roma, tra Forze Armate italiane e Forze Armate germaniche non ci furono solo combattimenti, ma anche trattative. Mentre si combatteva, un giovane ufficiale di Stato Maggiore faceva la spola tra Tivoli, Palazzo Caprara e Frascati per condurre trattative con il comando germanico anzi con il Feldmaresciallo Kesselring in persona. Chi era questo ufficiale? Era il tenente colonnello di artiglieria di Stato Maggiore Leandro Giaccone, Capo di Stato Maggiore della Divisione Legionaria Centauro di cui era comandante il generale Calvi di Bergolo, marito della primogenita di Sua Maestà il Re.

Alle 17.00 del 9 settembre si presenta, a Tivoli, al Comando della Centauro un parlamentare tedesco (capitano Schacht), con bandiera bianca, che viene ricevuto dal tenente colonnello Giaccone, in qualità di Capo di Stato Maggiore della Divisione. L'ufficiale germanico gli consegna un messaggio del genera- le Student, Comandante dell'XI Corpo germanico, per il generale Calvi. Dice il messaggio: "E’ noto il grande valore di soldato dell'Eccellenza Calvi, che in Tunisia alla testa della sua Divisione, si è comportato eroicamente". Il generale Student è convinto che i soldati della Centauro comandati dal generale Calvi, se venissero a contatto con truppe tedesche, le tratterebbero da nemiche secondo gli ordini, anche se ciò è contrario ai loro sentimenti. Sarà fatto il possibile per evitare il contatto con la ex Divisione "M" fino a quando, tra poco, i tedeschi saranno padroni incontrastati di Roma. Il generale Student comunica al generale Calvi che, se sarà possibile evitare combattimenti con la Divisione Centauro, i suoi componenti, in considerazione del loro stato d'animo, non saranno tratti prigionieri in Germania, ma rimandati liberi alle loro case con I'onore delle armi. Il colonnello Giaccone chiede se il Feldmaresciallo Kesselring è a conoscenza dell'iniziativa. Il capitano risponde affermativamente. Il generale Calvi informato da Giaccone comunica subito la cosa al Comandante del Corpo d' Armata Motocorazzato generale Carboni che, finalmente e per fortuna, dopo ben nove ore di strana latitanza, si trova al suo comando, il quale ordina di riferire al generale Student che è disposto ad accettare tale proposta solo se estesa a tutto il C.A. Il generale Calvi ordina al tenente colonnello Giaccone di recarsi al Comando germanico, a Frascati, con il latore del messaggio, e di riferire il pensiero del Comandante del C.A. Il Comando di Frascati è raggiunto da Giaccone alle 20.00 circa. Data la momentanea assenza del generale Student, la riunione con i tedeschi inizia solo alle ore 21.00 ed ha luogo nella villa di Kesselring.

Da parte tedesca: Kesselring, il generale Student, il generale Westphall ed il Capo di S.M. del generale Student. Da parte italiana: il tenente colonnello Giaccone ed il tenente Torini interprete.

Il delegato italiano ripete quanto comunicato dal generale Student al generale Calvi. Il Feldmaresciallo Kesselrlng conferma di essere a conoscenza del tutto. Il delegato italiano comunica che il generale Calvi è alle dipendenze del Comandante del C.A.M. il quale, per suo tramite, accetta le proposte tedesche, solo se estese a tutte le truppe alle sue dipendenze dislocate nella zona di Roma ed alle condizioni che:

le truppe tedesche sgomberino la città aperta di Roma delimitata come da nota dichiarazione unilaterale trasmessa alle cancellerie degli Stati Alleati e degli Stati nemici dal Governo italiano, tramite la Santa Sede, già dal 31 luglio;

in Roma rimanga un comando italiano con le forze di polizia indispensabili al mantenimento dell'ordine pubblico, più una divisione per eventuali moti comunisti;

tutte le truppe, deposte le armi per divisione, siano inviate in licenza illimitata; - agli Stendardi ed agli ufficiali sia concesso l'onore delle armi.

Al tenente colonnello Giaccone viene in mente, oltre i limiti del suo mandato, la possibilità di cogliere l'occasione per ottenere il riconoscimento di Roma Città Aperta. Risulta chiaro infatti che tra le succitate condizioni poste dal tenente colonnello Giaccone la prima, quella cioè che chiede lo sgombero delle truppe tedesche dalla città aperta di Roma, facendo riferimento alla dichiarazione unilaterale del luglio, non ha nulla a che vedere ne con la proposta iniziale fatta dal generale Student al generale Calvi, ne con il mandato a lui affidato dal generale Carboni. È un' idea di Giaccone, è una responsabilità in più che si assume a suo rischio e pericolo. Oltre a salvare decine di migliaia di soldati dalla prigionia o dalla deportazione, il Giaccone intravede la possibilità di salvare Roma dalla distruzione e la popolazione dalle conseguenze di bombardamenti e combattimenti in città.

Kesselrlng, in linea di massima accetta le condizioni italiane, ponendo però a sua volta alcune condizioni e restrizioni:

nella città aperta di Roma saranno occupati, da elementi tedeschi: la sede dell'ambasciata germanica, la centrale telefonica tedesca (Palazzo Viminale) e la sede dell'EIAR;

la divisione italiana di rinforzo alle forze di polizia sarà priva di artiglieria;

il Comando della Città Aperta, tenuto da un generale italiano, terrà giornalmente informato degli avvenimenti il feldmaresciallo Kesselring;

si permetterà a tutti i reparti o personale isolato di passare a prestare servizio con i tedeschi: armati quelli che giureranno al Fuhrer, disarmati, come lavoratori gli altri.

La parte tedesca inoltre sottolinea, qualora non si giunga ad un accordo:

la programmata interruzione degli acquedotti di Roma;

la predisposta azione di bombardamento aereo, sulla parte di Roma non occupata dai tedeschi.

La parte italiana si dichiara autorizzata ad accettare, di massima, i termini dell'accordo salvo approvazione del generale Carboni. La riunione con i tedeschi finisce, dopo 4 ore e mezza di discussioni, alle 01.30 del 10 settembre. Alle 02.30 Giaccone riferisce al generale Calvi della missione e successivamente informa il generale Carboni che approva.

Alle 10.00 del 10 settembre il tenente colonnello Giaccone, accompagnato dal capitano Vincenzo Leonelli e dal tenente Torini si reca di nuovo a Tivoli per comunicare al Comando tedesco l'accettazione di Carboni. Ma alle 10.30 compare Kesselring che comunica la definitiva proposta tedesca, - riveduta e corretta - su pressione di Berlino, materializzata in un documento già firmato dal generale Westphall e di cui si richiede la firma italiana entro ristrettissimi limiti di tempo. Si discute fino alle 11.00. Si tratta di prendere o lasciare. Se per le 16.00 (mancano appena cinque ore) il documento non sarà accettato nella sua integrità, senza modifiche di sorta, e firmato dalla parte italiana, verranno interrotti gli acquedotti che alimentano la città e Roma sarà bombardata. Ma, quali erano le modifiche? Dal punto di vista formale nel documento definitivo tedesco la "città aperta" non era mai nominata, anche se era implicita nel fatto che "il comandante italiano della piazza di Roma" avrebbe avuto a disposizione, per l'ordine pubblico, le forze di polizia italiane e tre battaglioni senza artiglierie.

La "città aperta" era anch'essa implicita nel senso che non vi sarebbero entrate truppe tedesche mentre erano esplicitamente elencate le eccezioni: ambasciata germanica, centrale telefonica del Viminale ed EIAR.

Esplicito era, invece, I'impegno di non trarre in prigionia i militari italiani dislocati 50 km. a nord e a sud di Roma.

Sostanziale modifica, invece, era quella che al comandante italiano della piazza di Roma sarebbe stato affiancato un comandante tedesco.

Quello che era nato come un "accordo", si trasforma in un "ultimatum". Il tenente colonnello Giaccone avverte Calvi a Tivoli di portarsi subito a Roma, e direttamente si reca a Palazzo Caprara, sede del Comando del C.A.M. ove giunge alle 12.00. Il generale Carboni è assente. Informato telefonicamente da Giaccone del documento da controfirmare e delle modifiche apportate dai tedeschi, dichiara di non accettare e intima di interrompere le trattative. Giaccone risponde che avrebbe provveduto a comunicare la sua decisione alla parte germanica ma che, data l'importanza e la gravità del problema, desidera consegnare a lui il documento, ed avere una conferma scritta, o almeno verbale, all'ordine impartito per telefono. Carboni riflette e considerando che a questo punto la cosa è effettivamente grave, ordina a Giaccone di passare a prendere ordini dal generale Sorice, Ministro della Guerra.

Il ministro, al corrente della situazione, dice di non fidarsi dei tedeschi e che bisogna guadagnare tempo. Non può assumersi cosi grande responsabilità e rimette il tutto al maresciallo Caviglia, più alta personalità militare presente a Roma.

Giaccone si reca da Caviglia. Giunge, nel frattempo il generale Calvi che riepiloga al Maresciallo la situazione, gli fa leggere il documento - ultimatum - e gli chiede le sue decisioni.

Caviglia afferma che quanto promettono i tedeschi è il massimo che da loro si possa aspettare e che sarebbe grave errore non accettare. Aggiunge però di non avere nessuna veste legale per approvare la cosa.

Sono le 14.00 del 10 settembre. Mancano due ore allo scadere dell'ultimatum. Il rischio imminente è Roma senz'acqua e bombardamento della città. Calvi e Giaccone si recano nuovamente dal generale Sorice. Ha luogo una riunione alla quale sono presenti Sorice, Carboni, Calvi, Giaccone ed il tenente Torini come traduttore del documento tedesco. "Chiunque firma questo documento, si preclude ogni possibilità di avvenire politico". Affermazione di Carboni ai presenti. A questo punto il tenente colonnello Giaccone, non richiesto, interviene nella discussione in modo pesante, senza essere interrotto da alcuno. Manca poco alle quattro e c'è il rischio imminente di una carneficina assurda, che si può evitare, cosi come si può evitare la deportazione in Germania di centomila soldati. Il Giaccone dichiara ai presenti che se vogliono, su loro ordine, è pronto a controfirmare l'ultimatum imposto dal nemico.

Naturalmente tutti si dichiarano d'accordo. Quindi Giaccone firma l'ultimatum. Sorice gli da una carta topografica su cui sono riportati i limiti della "città aperta" conformi a quelli allegati alla dianzi citata dichiarazione unilaterale del Governo italiano.

Resta da decidere chi sarà il Comandante della Città aperta: Sorice, Carboni, Calvi? Il generale Calvi, desidero ripeterlo, marito della primogenita di Re Vittorio, accetta di assumersi anche questa responsabilità: il comando della Città Aperta di Roma.

Il tenente colonnello Giaccone si precipita di nuovo a Frascati. È la quinta volta che, in meno di ventiquattr'ore, attraversa la linea di combattimento. Alle 15.30 lascia il Ministero della Guerra e solo alle 16.30 giunge al Comando di Kesselring con:

documento firmato;

nome del Comandante della Città aperta;

copia del documento grafico allegato alla dichiarazione unilaterale di Roma città aperta.

Il generale Westphall dice a Giaccone al suo arrivo, che 15 minuti dopo le 16.00, non essendo giunta risposta da parte italiana, era stato impartito all'aeroporto di Viterbo l'ordine per il decollo di un primo scaglione di aerei per il previsto bombardamento di Roma. Viene immediatamente bloccato per telefono l'ordine per il decollo degli scaglioni successivi, e fermato per radio, quello già in volo. Giaccone, per un pelo certo, ce l'ha fatta.

Lo stesso generale Westphall non può fare a meno di sorridere a Giaccone nel dargli la notizia che è riuscito a fermare gli aerei in volo.

Oltre a consentire la costituzione ufficiale del Comando della Città Aperta di Roma, l'accettazione italiana e la firma da parte del tenente colonnello Giaccone dell'ultimatum tedesco, significa si la resa di Roma dal punto di vista militare, ma ne rappresenta anche la sua difesa e la sua salvezza in quanto risparmia alla città ed alla popolazione un massiccio bombardamento, l'interruzione degli acquedotti ed evita, e certamente non è poco, a 100 000 soldati di essere tratti in prigionia. Se queste cose non avvennero, lo ripeto, va dato atto, o meglio va reso merito al tenente colonnello Leandro Giaccone per:

avere accettato di rappresentare l'ltalia nella trattativa con i tedeschi là dove sarebbe stato compito del colonnello Salvi, Capo di S.M. del C.A. M.;

essersi assunto la responsabilità di firmare il documento-ultimatum tedesco là dove sarebbe stato compito del generale Carboni, Comandante del C.A.M., responsabile della Difesa di Roma o di qualche altro generale;

avere avuto l'iniziativa personale di fare inserire, a suo rischio e pericolo, nel documento tedesco il riconoscimento di Roma città aperta.

Quest'ultima parte della mia relazione potrà, penso, sembrare sproporzionata rispetto agli aspetti che ho precedentemente sviluppato. Ma ho voluto di proposito descrivere passo per passo come si giunse alla firma della resa di Roma. L'ho fatto nell'intento di sottolineare l'importanza che anche le trattative hanno avuto dopo l'8 settembre, naturalmente prima della dichiarazione di guerra, nei rapporti con i tedeschi, per la risoluzione di particolari situazioni locali. Cosi, che la trattativa di Cefalonia, pur iniziata in ritardo e condotta in modo dubbio, non fosse stata vanificata per una iniziativa inconsulta e fosse andata a termine: migliaia di vite umane sarebbero state risparmiate! Ed ora un cenno fugace alla Regia Marina. Il comportamento della flotta l'8 settembre è stato molto significativo ed ha, senza tema di smentita, avuto il suo peso e le sue ripercussioni favorevoli sul successivo atteggiamento degli anglo-americani nei riguardi del Sovrano e del governo Badoglio. Non bisogna dimenticare che l'accordo de Courten-Cunningham porta la Regia Marina ad operare ufficialmente contro i tedeschi appena venti giorni dopo l'8 settembre: ben quindici giorni prima della dichiarazione di guerra! (13 ottobre). L'affondamento della Roma, del Da Noli e del Vivaldi, la perdita delle torpediniere Stocco, Cosenza e Sirtori, l'attività dell'Aliseo, il sacrificio di Baffigo a Castellammare e di Mastrangelo a Cefalonia stanno a testimoniare il contributo ed il prezzo pagato dalla Regia Marina nello scontro contro i tedeschi, subito dopo l'8 settembre. La stessa fucilazione degli ammiragli Mascherpa e Campioni, sebbene avvenuta nel 1944, si riferisce a fatti avvenuti contro i tedeschi in MARIE-GEO nel 1943.
In merito alla Regia Aeronautica desidero non ripetere quanto e stato già detto ieri da altri in particolare circa la situazione numerica e l'efficienza degli aerei disponibili. Comunque, il 9 settembre due pattuglie da caccia della Regia Aeronautica scortano la flotta in navigazione verso sud. L'11 settembre reparti idrovolanti dell'Egeo iniziano la cooperazione con gli anglo-americani. Sempre l'11 i bombardieri che si trasferiscono in Sardegna sostengono il primo scontro con gli aerei germanici. Il 12 settembre inizia l'attività bellica dei reparti aerei in fase di riordinamento sulle basi pugliesi. Il 16 inizia l'attività dei reparti di volo della Sardegna contro i tedeschi che ripiegano in Corsica. Un cenno merita inoltre, il comportamento, ad Ascoli Piceno, di un battaglione di avieri in addestramento, della classe 1923: saputo che la Caserma Umberto I è stata attaccata dai tedeschi, si portano sul posto ed ingaggiano il combattimento, causando notevoli perdite in forze e mezzi nelle file germaniche. Cinque sono gli avieri caduti, molti i feriti. I tedeschi sono però costretti a ripiegare. Un altro caso cui la citazione è dovuta. Il 21 settembre 1943 il Sottotenente pilota Carlo Negri, del 9° Gruppo del 4° Stormo Caccia, abbattuto durante il mitragliamento dell'aeroporto di Koritza dal fuoco contraereo germanico e salvatosi con il paracadute, è catturato e processato dai tedeschi che lo fucilano il 23 settembre come "franco tiratore". Il fatto riporta a quanto ho accennato all'inizio di questa mia relazione in merito alla posizione dei combattenti italiani contro i tedeschi, nei riguardi degli stessi tedeschi, tra l'8 settembre ed il 13 ottobre, data della dichiarazione di guerra alla Germania. In tale periodo la posizione dei combattenti italiani delle Forze Armate è abnorme. E’ vero che il proclama Badoglio ordina di difendersi da attacchi tedeschi, ma specie per i piloti dei reparti schierati in zona occupata dagli anglo-americani, non vi è protezione alcuna da operazioni di rappresaglia tedesche simili a quella sopracitata. Essi conducono vere e proprie azioni di guerra senza essere protetti dal diritto internazionale. Da vinti essi hanno ripreso le armi contro i tedeschi senza aver avuto dai vincitori alcun riconoscimento di alleanza o cobelligeranza; solo alla data della dichiarazione di guerra alla Germania, cessano di essere degli "irregolari". Quanto ho esposto fino a questo punto si riferisce a combattimenti - o trattative - che tra Forze Armate italiane e Forze Armate tedesche hanno avuto luogo tra l'8 settembre 1943, data della dichiarazione dell'armistizio ed il 13 ottobre 1943, data in cui dall'Italia è stata dichiarata guerra alla Germania. Concluderò ora la relazione facendo un dovuto cenno al combattimento di Monte Lungo, anzi ai combattimenti di Monte Lungo in quanto sono avvenuti nello stesso periodo, ma in due distinte giornate: quella dell'8 dicembre e quella del 16 dicembre 1943. Si tratta della prima occasione, dopo la dichiarazione di guerra, in cui una unità del Regio Esercito italiano si schiera e combatte contro i tedeschi, a fianco degli anglo-americani, nel quadro della cobelligeranza. Sono personalmente non favorevole a definirle, complessivamente, "battaglie" in relazione alla modesta entità di forze che vi ha partecipato ed alla conseguente modesta entità delle perdite subite. Il termine "battaglia" può, invece, a buon diritto essere attribuito a questo fatto d'arme per il significato veramente particolare che esso riveste soprattutto dal punto di vista morale. Monte Lungo, per lo slancio, lo spirito ed il valore con cui bersaglieri e fanti del 1º Raggruppamento Motorizzato italiano si sono lanciati per due volte all'attacco delle sue quote più alte, costringe gli anglo-americani a riflettere e riesce a dissipare quel senso diffuso di diffidenza, che in essi traspariva, nei riguardi degli italiani e della loro affidabilità nel battersi contro i tedeschi. Se con Monte Lungo avevano pensato di sottoporre gli italiani ad una sorta di "prova del nove", ebbene questa prova gli italiani dimostrarono di averla ampiamente superata.

E, diciamolo, se le cose il primo giorno, l'8 dicembre 1943, non andarono bene non fu colpa degli italiani, bensì degli americani. Infatti lo stesso generale Clark, al momento Comandante della V Armata USA, cosi si espresse dopo la prima giornata di combattimento col generale Dapino, Comandante del raggruppamento italiano: "Voi non tornerete indietro; ripeterete l' azione meglio aiutati". Era implicito, in questa sua frase e in particolare nel "meglio aiutati", una ammissione di responsabilità da parte dei Comandante della 36' Divisione Texas per quanto non aveva saputo, potuto od addirittura voluto fare per gli italiani che vennero avviati al combattimento con troppa fretta ed una buona dose di superficialità.

Ma non è questa la sede per descrivere le giornate di Monte Lungo. Lo faremo, a brevissima scadenza, a Cassino in un apposito convegno. Importante è sapere che nel combattimento della seconda giornata, il 16 dicembre 1943, le quote di Monte Lungo venivano occupate dagli italiani. Il generale Dapino poteva comunicare al Comando Superiore Alleato: "Il compito di attaccare, prendere e mantenere Monte Lungo è stato eseguito".

A Monte Lungo era presente, mi sembra giusto ricordarlo, anche una rappresentanza della Marina con nove volontari, allievi della Regia Accademia Navale, cinque dei quali, eroicamente, caddero in combattimento: tutti decorati di Medaglia d' Argento al Valor Militare.

Per concludere su Monte Lungo niente di meglio di quanto ebbe a pubblicare il New York Times, a firma Herbert L. Matthews, nel primo anniversario del combattimento: "Stando ai piedi di Monte Lungo e guardando in su veniva fatto di pensare che era stato poco meno di un suicidio. Non potei fare a meno di riandare con lo spirito alla carica dell'infiammata brigata di Balaclava".
gen. Antonio Gandin M.O.V.M com.te Div. Acqui
testo testo
gen. E.Luigi Gherzi M.O.V.M. C.te Fanteria Div. Acqui
testo testo
Ten. Cappellano 33^ Rgt. Artiglieria Romualdo Formato
Padre ROMUALDO FORMATO, Cappellano Capo Militare del 33° Artiglieria "Acqui", ha vissuto con la sua Divisione la tragedia di Cefalonia nel settembre del 1943.
Dopo la sfortunata cruenta battaglia che sempre -noncurante del pericolo- l'aveva visto a fianco dei suoi artiglieri, caduto prigioniero, veniva condotto alla "Casetta Rossa" per essere fucilato con i suoi Ufficiali.
Unico consolatore di tanti Morituri, condannato anch'Egli, chiedeva di essere fucilato per ultimo onde compiutamente assolvere il Suo dovere sacerdotale.
Nell'adempimento solenne di tale missione non desisteva dal supplicare la grazia per le innocenti Vittime, e riusciva ad ottenere che 37 Ufficiali fossero risparmiati da tanto eccidio.
Per l'eroico comportamento duranta la sfortunata battaglia di Cefalonia, ricevette la Medaglia d'Argento al Valor Militare.
Da www.funzioniobiettivo.it

Un'interessante documentazione storico - fotografica
Le foto sono molto interessanti anche perchè sono le uniche esistenti.
Ovviamente i commenti ad alcune di esse, specie quelle relative al fantomatico "Raggruppamento Banditi Avcqui", vanno letti con spirito critico, risolvendosi, gli stessi, in un' esaltazione di personaggi ed eventi immeritevoli della stessa.
Sintomatica di ciò è la foto in cui appaiono ritratti Apollonio e Pampaloni insieme con due esponenti dei comunisti greci dell'ELAS, la cui specialità rimasta famosa era lo sgozzamento dei prigionieri, italiani o tedeschi, mediante il sistema dell' "incaprettamento".
(Luis De Bernieres avrà pure scritto un romanzo carico di luoghi comuni sugli italiani ma, sui tagliagole greci, non si è sbagliato di certo.....).
Interessante è anche la foto della Missione Militare italiana che si recò in Grecia nel 1948 e di cui fece parte il ten. col. Luigi Picozzi, che in una "RELAZIONE SUI FATTI", ' stranamente' ignorata dai presuntuosi studiosi che su Cefalonia dicono solo quello che fa loro comodo, ma da me 'rintracciata' all'Ufficio Storico dello SME e citata nel mio intervento al Convegno di Firenze (v. pag. del Sito), ricostruì esattamente come erano andate le cose, con particolare riferimento alle "attività" di Apollonio, prima, durante e dopo la tragedia.
Ma, di ciò, il commento alla foto non ne parla....
www.tin.it
Col. Mario Romagnoli M.O.V.M. C.te 33^ RGT. Art.
testo testo
Titolo
testo di esempio
 
 
    [informazioni footer]    
HOME | I protagonisti di una tragedia | La vera storia dell'eccidio di Cefalonia | ARCHIVIO FOTOGRAFICO | RARITA' LIBRARIE | Convegno a Firenze 24 ott. 2003 | Intervento di Massimo Filippini al Convegno di Firenze | TRADITORI A CEFALONIA | Il fratello del gen. Gandin ci scrive... | 8 Settembre 1943: rinascita o morte della Patria ? | Fango sul gen. Gandin | LA VOCE DEI LETTORI | CI VOLEVA G. E. RUSCONI.... | L' Esercito di ieri e quello di oggi | Mario Cervi su Cefalonia | Sergio Romano su Cefalonia | L'Armadio della vergogna ovvero la 'scoperta dell'acqua calda' | La RAI e Cefalonia | Le mani della Sinistra su Cefalonia | LINK | Notizie dall' ANCFARGL | NOTIZIE DALL' ANRP | Notizie dall'Ass.ne Acqui | L'invenzione del Raggruppamento 'Banditi Acqui' | Le gesta di Apollonio | Una sinistra icona: il compagno-capitano A. Pampaloni | Il Reduce Ermanno Bronzini racconta... | Il Reduce Luigi Baldessari racconta... | Il Reduce cap. Aldo Hengeller racconta... | Il Reduce O. Giovanni Perosa racconta... | Il Reduce Alfredo Reppucci racconta... | Il Reduce Romildo Mazzanti racconta... | LA STORIA ALL'AMATRICIANA | Relazione del Console Seganti su Cefalonia | IO ACCUSO I TEDESCHI | ELENCO CADUTI | RASSEGNA STAMPA | Immagini e documenti | CONVEGNI | Il processo per i fatti di Cefalonia | ARCHIVIO RASSEGNA STAMPA | VELENO SU CEFALONIA | Referendum ? No grazie. | LA TOSCANA E CEFALONIA