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Il cap. Bronzini all'epoca dei fatti
Il 1 ottobre 2001 è stata una giornata memorabile per quanti hanno a cuore la “memoria” dei fatti di Cefalonia rivisitata in modo obiettivo e non raccontata -secondo una moda invalsa negli ultimi tempi - alla stregua di un romanzo d’appendice dalla dubbia credibilità.
Sono stato ospite, infatti, nella sua casa di Roma, del professor Ermanno Bronzini – uno dei trentasette Ufficiali superstiti delle fucilazioni avvenute il 24 settembre 1943 presso la famigerata “Casetta Rossa”- all’epoca capitano d’artiglieria addetto, dal 2 luglio 1943, all’Ufficio Operazioni del Comando di Divisione della “Acqui” il quale, nelle tragiche giornate che precedettero l’inizio delle ostilità fu, insieme con il suo capo ufficio, capitano Saettone, testimone diretto dei fatti che precedettero la tragedia, essendo stato incaricato dal Generale Gandin di provvedere alla tenuta del Diario Storico della Divisione, ed avendo trascorso, per tal motivo, le giornate dall’8 al 15 settembre in una stanza adiacente l’ufficio di Gandin, dove si alternò nel lavoro con il capitano Saettone.
In proposito, nella sua Relazione sugli avvenimenti, a pagina 19 egli scrisse: "…Il mio capo ufficio,cap. Saettone, ogni tanto viene chiamato nell’ufficio del signor Generale, e, quando ritorna mi tiene informato della situazione. Noi due ufficiali dell’ufficio operazioni stiamo chiusi a chiave nella nostra stanza e non abbiamo contatti con nessun altro ufficiale del Comando che non sia il Capo di S.M. Il sig. Generale vuole che noi due soltanto, e personalmente, si scriva a macchina gli avvenimenti in corso per il Diario storico e si stia pronti per dattilografare qualche eventuale lettera per l’Alto Comando tedesco od ordini di operazione segreti per le nostre truppe".
Da ciò risulta evidente l’importanza della Relazione compilata da Bronzini cioè da un testimone qualificato che, essendo stato partecipe, "minuto per minuto", dei retroscena dei fatti ne è tuttora il testimone più autorevole e indispensabile, tanto più che altri superstiti in grado di parlarne con cognizione di causa –come lui- non esistono e forse non sono mai esistiti, poiché, essendo stati fucilati quasi tutti gli ufficiali, i sopravvissuti furono, per lo più, giovani soldati, purtroppo di scarsa cultura e, di conseguenza, non esattamente al corrente di ciò che accadde in realtà, come dimostrano le varie testimonianze, succedutesi negli anni, da cui sono emersi racconti basati più che altro su esperienze personali che, purtroppo, dal punto di vista storico, non sono in grado di fornire un’esatta ricostruzione dei tragici avvenimenti di quei giorni.
Quanto sopra ebbe –fermo restando il valore assoluto dell’opera di don Romualdo Formato -delle lodevoli eccezioni costituite da alcuni reduci che, come l’allora serg.magg. del 33° Rgt. Art. Luigi Baldessari o il soldato del 317° Rgt. Ftr. Olinto Giovanni Perosa, dettero un loro contributo personale –da me posto in risalto- alla ricostruzione della vicenda, apprezzabile soprattutto sotto il profilo dell’obiettività e per questo sgradito ai falsificatori che, non paghi di aver travisato la vicenda in passato, stanno tentando ora il colpo risolutivo, quello, cioè, di inserirla, sic et simpliciter, nella resistenza partigiana che nulla ebbe a che fare -se si eccettua il fine ultime di liberare l'Italia dai tedeschi- con quella militare.
Non sono da prendere, ovviamente, in considerazione le ricostruzioni che, con molta acutezza, furono definite “abilmente artefatte” dal Pubblico Ministero dr.Stellacci -unico galantuomo tra i magistrati che si interessarono del processo sui reati commessi a Cefalonia- di alcuni ufficiali superstiti, Apollonio in testa, i quali vennero processati e scandalosamente prosciolti –si badi bene- in istruttoria (!), per i loro atti penalmente rilevanti che in qualunque altro paese sarebbero stati puniti con la più grave delle pene ma che invece, nella nostra bella Italia, furono considerati meritevoli di elogi e ricompense. Ad esse è riservato il luogo dove degnamente possono risiedere, unitamente a quelle di quanti oggi ad esse si ispirano, vale a dire la pattumiera.
Fatte queste doverose premesse mi preme render noto –in via preliminare- come la concordanza di vedute sullo scottante argomento di Cefalonia, sia stata piena ed assoluta sotto ogni aspetto tra me ed il professor Bronzini al punto che questi, nel congedarmi –al termine di una lunga chiacchierata di cui riporto più avanti i punti salienti- mi ha manifestato i suoi solidali ed affettuosi sentimenti con le parole che seguono :
"CARO FILIPPINI, CONCORDO PAROLA PER PAROLA CON QUANTO ELLA HA SCRITTO E MI DOLGO SOLO DI UNA COSA, DI NON POTER SOSTITUIRE, QUALE AUTORE DEL LIBRO, IL MIO NOME AL SUO".
Alla luce di tale elogio, che, per la provenienza dall’unico testimone autentico dei fatti, rappresenta, fra i tanti ricevuti, il massimo cui la mia modesta persona potesse aspirare, vengo di seguito ad esporre i principali argomenti trattati nel corso della lunga ed articolata discussione, debitamente numerati per chiarezza di esposizione.

1. Trasmissione “Novecento” del 2 aprile c.a., condotta da Pippo Baudo su Rai3, alla quale il professor Bronzini fu invitato insieme con un altro reduce, O. G. Perosa ed a cui prese parte –con ruolo di primo piano- l’autore di un libro su Cefalonia, Alfio Caruso.
Durante detta trasmissione che, con la presenza dei due superstiti, avrebbe dovuto commemorare i fatti di Cefalonia, ai due invitati, Bronzini e Perosa, non fu consentito –come chi ha visto la trasmissione avrà constatato- di dire alcunchè all’infuori di poche parole della durata di alcuni secondi (sic !), subito interrotte da Pippo Baudo per dare voce ad un interminabile sproloquio del Caruso su cui ai due “invitati” non fu minimamente concesso di interloquire.
In relazione a tale sconcio perpetrato ai danni non solo di due anziani ma di ciò che essi, con la loro presenza, rappresentavano, il prof. Bronzini mi ha manifestato la sua più viva indignazione aggiungendo che, durante la trasmissione egli, avendo capito l’antifona sussurrò al Perosa la sua intenzione di alzarsi e di andarsene per sottrarsi ad una meschina figura, da lui certamente non voluta, da cui date le circostanze -si era 'in diretta'- desistette, sperando in un ravvedimento del conduttore Baudo o dell’amico di questi, Caruso, che, invece, non vi fu.
Cosa ancor più grave, fu –secondo Bronzini- il fatto che al momento dell’invito non gli venne specificato chi fosse Alfio Caruso per cui egli, avendo avuto all’epoca dei fatti, come collega, il capitano di artiglieria Vito Caruso, fucilato anch’esso, ritenne trattarsi di un suo parente non immaginando certo che “la sua presenza era invece necessaria per avallare, in qualità di “ testimonial ”, il libro di un signore di cui egli, oltretutto, non condivide contenuti ed impostazione.
Per completezza di esposizione aggiungo che anche il Superstite O.Giovanni Perosa, l'altro “bidonato” dalla RAI, mi ha detto –in più di un colloquio- di essere pienamente d’accordo con il Bronzini e di ritenersi anch’egli “preso in giro” dalla suddetta trasmissione, dal suo conduttore e dal Caruso.

2. Considerazioni sulla presa di posizione del Presidente Ciampi, manifestata durante il suo viaggio a Cefalonia del 1° marzo 2001 e successivamente ribadita, circa la asserita natura “resistenziale” dei fatti Cefalonia.
“La resistenza della Divisione “Acqui” a Cefalonia fu un episodio esclusivamente militare e non una manifestazione, addirittura la prima, di quella che, successivamente, venne denominata Resistenza, con specifico riguardo a quanto avvenne soprattutto nell’Italia del Nord. I partigiani, nel senso attribuito successivamente al termine, allora non esistevano”.
Queste le lapidarie parole del professor Bronzini con cui egli implicitamente si è dissociato dalle prese di posizione ideologizzate, fatte proprie anche dal Presidente Ciampi, di cui mi ha detto di non condividere affatto gli obiettivi e, di conseguenza, il pensiero.
Non è lecito ad alcuno –abbiamo rilevato concordemente- travisare un fatto dai connotati prettamente militari, avvenuto in obbedienza ad un ordine superiore, di cui si resero protagonisti –nel bene e nel male- gli appartenenti a due eserciti, additandolo come primo atto della Resistenza che fu invece un fenomeno profondamente diverso perchè ideologizzato, sorto successivamente e in massima parte nettamente ostile proprio a quella Monarchia in nome della quale –anche se confusamente- i nostri soldati si batterono e furono sterminati.
I nostri Ufficiali e Soldati combatterono in nome della Monarchia ed alcuni anche in odio a Mussolini ed ai tedeschi ma, in ogni caso, quando subirono le feroci rappresaglie tedesche morirono invocando la mamma o gridando “Viva il Re ! “ e non certo "Viva il Comunismo" o altri termini consimili.
Queste le conclusioni cui siamo pervenuti unanimemente alle quali –a titolo personale- desidero aggiungere una considerazione che mi sembra quanto mai pertinente perché attiene al metodo seguito dagli storiografi “di palazzo”, per giungere a conclusioni indicanti Cefalonia come “primo atto della Resistenza”.
Poiché costoro, infatti, si riferiscono in continuazione al pensiero espresso dal Presidente sull’argomento per ivi trovare conferma alle loro tesi, di cui la “primogenitura resistenziale” di Cefalonia è il fiore all’occhiello, va rilevato che detto pensiero non costituisce affatto il Verbo in materia e comunque -anche se proveniente dalla più alta carica dello Stato- è soltanto l’espressione di una tesi personale niente affatto condivisa da tutti gli italiani e su cui uno dei dissenzienti è, per le parole con me scambiate, proprio l'allora capitano di artiglieria Ermanno Bronzini, testimonianza vivente dei fatti di cui si discute.
D’altronde il nostro Presidente era, all’epoca dei fatti, un semplice sottotenente automobilista, combattente anch'egli insieme con i "camerati" tedeschi, il quale, per sua fortuna, fu colto dall’annuncio dell’armistizio mentre si trovava in licenza in Abruzzo, dall’Albania, dove prestava il suo servizio.
Da quanto si sa, egli attese - ovviamente nascosto- l’arrivo degli anglo-americani e si unì al Corpo Italiano di Liberazione, che nel frattempo si era costituito con quel che rimaneva del nostro esercito e risaliva la penisola insieme con loro.
Un’esperienza, dunque, non dissimile da quella di moltissimi altri militari sbandati dopo l’armistizio, ma di certo non paragonabile a quella del capitano Bronzini il quale partecipò non solo alle fasi che precedettero la lotta ed a quelle successive ma, per ben quattro ore, attese di venir fucilato ed assistette al mesto pellegrinaggio dei suoi commilitoni che si avviavano al plotone d’esecuzione, avendo infine salva la vita solo perché il comando tedesco, stanco forse della carneficina, concesse la grazia ai pochi rimasti, in tutto trentasette.
Se ciò è vero –come è vero- perché dunque le parole, le asserzioni ed i giudizi su una vicenda -cui non partecipò- dell’allora sottotenente Ciampi, debbono avere il valore di un dogma quando da essi il principale superstite e testimone, cioè l’allora capitano Bronzini, dissente in modo assoluto ? Forse che il primo per essere divenuto Capo dello Stato è un intoccabile ed il suo pensiero è immune da critiche o dissensi anche su argomenti nei quali c’è chi ne sa più di lui? Spiace dirlo ma un tale modo di argomentare presenta connotazioni ed aspetti prevaricanti e di conseguenza inaccettabili.
Non me ne voglia il Presidente Ciampi ma ciò è quanto, in buona compagnia, penso e, con il massimo rispetto ritengo doveroso portare a sua conoscenza. Non voglio credere pertanto che il travisamento dei fatti possa arrivare ad ignorare, oltre ad un testimone dei fatti di Cefalonia anche le osservazioni di chi, come lo scrivente, nella tragedia perse il Genitore.
In ogni caso il tempo è galantuomo e, prima o poi, renderà Giustizia a quanti la invocano..

3. RESPONSABILITA’ DEGLI ACCADIMENTI : LA RESISTENZA GRECA. GLI UFFICIALI "RIBELLI". IL COMANDO SUPREMO E GLI ALLEATI.

Anche sui predetti temi ho trovato pieno accordo del professor Bronzini con le mie tesi ed anzi, ho avuto una conferma più che probante dell’importanza avuta dalla "propaganda greca" nei confronti dei nostri soldati ai quali venne fatto credere che, una volta sbarazzatisi dei pochi tedeschi presenti sull’isola, gli inglesi sarebbero venuti a riportarli in Italia con le proprie navi.
"Invece –è la sconsolata conclusione di Bronzini– essi impedirono perfino al nostro Ammiraglio Galati, di portare aiuto mentre erano in corso i combattimenti, e lo costrinsero a rientrare a Brindisi, di dove era partito per Cefalonia al comando di due torpediniere cariche di munizioni, medicinali e viveri".
Giudizi altrettanto negativi per i "ribelli" nostrani, di cui uno "fece carriera su diecimila morti" e, ovviamente, per il Comando Supremo che ordinò al Comandante della Divisione di resistere nella CONSAPEVOLE CERTEZZA che sarebbe finita tragicamente.
Circa l’atteggiamento degli Alleati il professor Bronzini ha osservato che essi stavano facendo la "loro" guerra e, di conseguenza, le pretese del nostro Comando Supremo di imporre loro un intervento a Cefalonia si rivelarono vane, a conferma della sua incapacità di gestire una situazione in cui per propria ignavia si era andato a cacciare. "Se avessero ordinato a Gandin, magari a combattimenti iniziati, di arrendersi così come avvenne per Pantelleria, dove un simile ordine venne dato dal cattivo "dittatore" Mussolini in persona (!), si sarebbe potuto evitare il massacro. Ma forse ai nostri Comandi servivano alcuni Morti da gettare sul piatto della bilancia per mostrare agli Alleati la sincerità del nostro voltafaccia contro i tedeschi. I familiari dei Caduti ringrazino per ciò Badoglio e il suo Comando Supremo": queste, in sintesi, le considerazioni del prof. Bronzini.

4. CONSIDERAZIONI SULL’ATTEGGIAMENTO DEL NOSTRO ESERCITO VERSO LA TRAGEDIA.

L’Esercito italiano ha manifestato, come d’altronde era suo dovere, profonda sensibilità verso una tragedia tanto dolorosa, attraverso cerimonie commemorative esprimenti un sincero cordoglio ma reiteranti, all’infinito, il solito vecchio, corroso e frusto motivo della "unanimità" di intenti di una truppa anelante al sacrificio "motu proprio" e non perché a ciò costretta da un ordine scellerato, ma pur sempre legittimo, ricevuto dal suo Comandante.
Lapidario sul punto il pensiero espresso dal professor Bronzini: "I soldati volevano soltanto far ritorno a casa, ma una parte di essi, sobillata dalle falsità sparse dalla propaganda greca, ritenne che, sopraffatti i pochi tedeschi che all’inizio erano presenti sull’isola, sarebbero stati successivamente rimpatriati dalle navi inglesi pronte ad accorrere". Ciò spiega le accuse di vigliaccheria e di tedescofilia rivolte ai Superiori –primo fra tutti Gandin- che cercavano di far ragionare, riportandoli alla realtà, i più riottosi, tra cui si distinsero alcuni ufficiali inferiori di artiglieria -lo stesso reggimento di apparteneza di Bronzini (n. d. a.)- comandanti di reparto che, sobillando essi stessi gli animi dei soldati dipendenti, intralciarono di continuo l’operato del comando di divisione, permettendo infine –dopo giorni di trattative continuamente rinviate per lo stato di rivolta da loro creato- allo sciagurato ordine di Brindisi, che imponeva di combattere senza speranza alcuna, di mandare la Divisione al macello.
Allo scopo di creare un alibi ai predetti responsabili, si caricò, dunque, la vicenda di Cefalonia di significati e di valori che in realtà non ebbe o ebbe in misura modesta, unico scopo dei soldati essendo stato principalmente quello di tornare a casa e non certo di farsi ammazzare per una guerra in cui quasi nessuno ormai credeva più.
"La propaganda greca fu la principale responsabile dello stato confusionale in cui venne a trovarsi parte della truppa la quale non si rese conto che lo scopo principale dei greci fu di contrapporre –con falsi argomenti- i nostri soldati ai tedeschi per sfruttare successivamente la situazione", questo il pensiero manifestato da Bronzini cui si deve pure il rilievo che il presunto “referendum” –sbandierato con accenti lirici perfino dal Presidente Ciampi- fu solo un sondaggio parziale, incompleto e in ogni caso non vincolante, con cui il gen. Gandin incaricò i comandanti di alcuni reparti che più si agitavano, di fargli conoscere il pensiero di costoro: mai esso avrebbe potuto costituire, come falsamente si è detto –con il tacito beneplacito, purtroppo, anche dell’esercito– il motivo principale che spinse Gandin a resistere, essendo stato, ovviamente, prevalente su tale circostanza l’ordine ricevuto da Brindisi.
Ma tant’è: in un paese la cui storia viene narrata travisandola in più punti non c’è da meravigliarsi che la tragedia di Cefalonia sia stata mistificata per tanto tempo, con il concorso purtroppo anche dell’esercito le cui alte sfere –pur sapendo la verità- hanno preferito nascondere la testa come gli "struzzi” per non fare i conti con la propria storia e poco importa che migliaia di soldati siano caduti, divenendo oggetto, oltretutto, di indebita appropriazione da parte di indegni politicanti.
"Caro Filippini io sono giunto ad una vegliarda età e non ho più fiducia in questa Italia dove, su una vicenda di cui sono stato protagonista di primo piano, non si è mai detta tutta la verità"; queste le sconsolanti parole del professor Bronzini, sul finire del nostro colloquio, che affido alla riflessione del lettore.
La situazione è invero assai triste ma, per chi –come il sottoscritto- è un credente, un miracolo può sempre avvenire e, mi sia consentita l’immodestia, forse con il presente Sito è già cominciato.
P.S. Al colloquio con il professor Bronzini erano presenti la Consorte e il Brig. Gen. Militare Monsignor Antonio Vigo dell’Ordinariato Militare Italiano.

Massimo Filippini
8 ottobre 2001
Il cap. Bronzini oggi
 
 
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