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| IL REDUCE ROMILDO MAZZANTI RACCONTA... |
Il Reduce Mazzanti sul REFERENDUM:
Le posso assicurare che a me come ad altri della mia Compagnia non fu chiesto assolutamente nulla…
(La Rai invece ne fa l'episodio base di una FICTION che sta girando !!!) |
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Dopo quella di Alfredo Reppucci riportiamo un'altra testimonianza - quella dell'ex fante del 317^ Rgt. Ftr. Romildo Mazzanti- che fa luce sui fatti ed in particolare sull'incredibile pagliacciata del presunto “Referendum” inteso non come un'informale consultazione di alcuni reparti ma, addirittura, come si è avuto il coraggio di affermare, anche in "alto loco", come
UN ATTO UNICO NELLA STORIA DI TUTTI GLI ESERCITI
da parte di un Comandante" (!).
(A rendere la cosa ancor più avvilente è l'assoluto silenzio su tale fandonia tenuto dalle FFAA da cui non si è mai levata una voce critica sia pur sotto forma di timido dissenso.)
Ne riportiamo integralmente il testo inviatoci, con la lettera che segue, dal figlio Massimo:
Caro Filippini,
le invio in attachment il file con le note scritte da mio padre.
Mi devo scusare per il ritardo, mio padre le aveva gia' terminate un paio di settimane fa, ma io sono rientrato solo da pochi giorni e posso spedirle solo ora.
Spero che quanto scritto da mio padre possa esserle utile anche se, come potra' leggere nel documento, non poteva materialmente essere a conoscenza di molte delle cose a cui Lei fa riferimento nel formulario, in quanto (e di questo mi scuso per non essere stato sufficientemente chiaro nei primi messaggi) mio padre non faceva parte della Compagnia Comando di
Divisione ma della Compagnia Comando del 317^ reggimento fanteria.
La ringrazio e la saluto cordialmente.
Massimo Mazzanti
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Caro signor Filippini,
innanzitutto La ringrazio per le iniziative da Lei svolte in onore dei caduti di Cefalonia ed in particolare per l’impegno profuso nel tentativo di riportare alla luce la verità sui quei tragici fatti, da troppi dimenticati o, peggio, travisati. La ringrazio inoltre per la videocassetta che mi ha inviato e della quale ho potuto apprezzare con piacere il contenuto.
In merito al formulario che mi ha fatto pervenire tramite mio figlio, ho potuto rispondere direttamente solo a poche domande, in quanto io non facevo parte del Comando di Divisione (come forse aveva lasciato intendere il messaggio che mio figlio le aveva mandato), ma della Compagnia Comando del 317^ reggimento fanteria.
In ogni caso ritengo che la mia testimonianza possa dare un contributo, seppur piccolo, alla ricerca della verità sui fatti accaduti nel settembre 1943 a Cefalonia.
Avevo da poco compiuto 21 anni, essendo nato il 18 agosto del 1922. L’8 settembre 1943 mi trovavo di guardia al comando di divisione nei pressi del porto di Sami, dove ci eravamo trasferiti da pochi giorni, quando sul far della sera, tramite la stazione dei radiotelegrafisti apprendemmo la notizia dell’avvenuto armistizio. Ricordo come fosse adesso che un soldato (siciliano) che si chiamava Fischietto uscì gridando “presto rivedrò mia mamma!”. Ricordo benissimo l’episodio; quindici giorni più tardi (il 23 settembre) nei pressi di una località chiamata “Villa inglese” posta su un’alta montagna, fui catturato dai tedeschi assieme ad un centinaio di altri soldati. Mentre venivamo riportati a valle, nei pressi di passo Kulumi, sulla strada che conduce ad Argostoli, vidi il corpo di Fischietto assieme a quello di un ufficiale (mi sembra si chiamasse Scagno, ed era noto da civile in quanto disegnava sul giornalino di Torino “Il Marcaurelio”) che conoscevo abbastanza bene perché era venuto diverse volte presso il nostro comando.
Avevo seguito a Zante un corso di segnalatore e a Cefalonia, nei mesi di Aprile e Maggio, un corso di nuotatore nella rada di Argostoli.
Inizialmente il Comandante della Compagnia fu il capitano Pantano.
Trasferiti nel febbraio del 1943 a Cefalonia, dopo un mese e mezzo, la mia Compagnia da Argostoli venne spostata nei pressi di Valsamata, attendata sotto gli ulivi. In quel periodo il cap. Pantano fu designato al comando di un’altra Compagnia e in sua sostituzione venne nominato comandante di Compagnia il ten. Triolo. Dopo poco tempo venne sostituito dal ten. Calabrese, un ufficiale molto giovane, credo fosse del 1920 (mi pare provenisse dall’Abruzzo). Era molto stimato e benvoluto da tutta la truppa. Della Compagnia faceva parte anche il tenente Rigo, uno dei pochi ufficiali che scampò dalla fucilazione alla “casetta rossa” (lo salvò il fatto di essere altoatesino).
Il giorno 13, si sentirono chiaramente colpi sparati dalla nostra artiglieria contro alcuni “zatteroni” tesdeschi, che procurarono la morte di alcuni (6?) dei loro soldati. I combattimenti veri e propri iniziarono verso le 13.00 del 15 settembre. Tra le nostre fila correva voce (ma non ne sono stato testimone diretto) che, alcuni giorni prima, soldati della nostra artiglieria avessero sparato dei colpi “sopra le teste” degli ufficiali superiori per evitare, come forse pensavano (o avevano motivo di credere), che ci fosse l’intenzione di cedere le munizioni ai tedeschi.
Nei giorni di combattimento ebbi l’incarico di portaordini assieme all’amico Bernagozzi, anche lui ferrarese come me. L’incarico era molto pericoloso perché tutto il giorno eravamo esposti esposti alla vista degli aerei che bombardavano di continuo. Dopo aver dormito sotto gli ulivi, la mattina del giorno 21 mi trovavo insieme a Bernagozzi ed al ten. Calabrese nella zona di Razata, quando sentimmo i nostri cannoni sparare su Licsuri e, guardando col binocolo del tenente, vedemmo alcune imbarcazioni (chiatte) tesche colpite dai colpi dell’artiglieria. Pochi minuti dopo vedemmo però i nostri soldati fuggire inseguiti da raffiche di mitra. Il ten. Calabrese ci disse che avremmo fatto meglio a tornare al Comando di Reggimento. Stavamo per andare quando una pattuglia di sedici Stukas ci sorprese. Il tenente volle che prendessi la sua borraccia perché mi sarebbe potuta servire. Scappammo attraverso il paese e, nella gran confusione, ci perdemmo di vista. Io mi rifugiai dietro il muro del cimitero e da lì vidi “volare via” la punta del campanile colpita dagli aerei. Venne colpito un deposito di carburanti e, approfittando della nuvola di fumo sprigionatasi dal conseguente incendio, fuggii attraversando una folta boscaglia. Mi ricordo di aver corso fino alle quattro del pomeriggio. Faceva un gran caldo e la borraccia piena d’acqua che il tenente mi aveva lasciato si rivelò utilissima. Arrivai a Valsamata, dove avevamo l’attendamento. Assieme ad altri soldati, dopo aver camminato tutta la notte ed il giorno 22, arrivammo in una località denominata “Villa inglese” posta su un’alta montagna. Il giorno successivo fui catturato assieme agli altri soldati e condotto alla caserma Mussolini dove rimasi fino al giorno 28 quando ci imbarcarono per portarci a Patrasso. La nave sulla quale ero imbarcato urtò una mina e saltò in aria. Io mi trovavo sul ponte, e riuscii a salvarmi gettandomi in mare e nuotando fino a riva. Purtoppo, per i prigionieri che si trovavano nella stiva, non ci fu nulla da fare. Nei primi giorni di Ottobbre fui portato a Patrasso dove rimasi per circa un mese prima di essere trasferito ad Atene. Da lì, il giorno 8 novembre partimmo in treno per un viaggio di 25 giorni che ci portò in Bielorussia. Appena sceso dal treno rimasi ferito per lo scoppio di una mina antiuomo e fui trasposrtato all’ospedale di Brest, dove rimasi fino al 17 di gennaio 1944.
In merito alla sua domanda sul presunto “referendum”, Le posso assicuare che a me come ad altri della mia Compagnia non fu chiesto assolutamente nulla. Dopo il mio ritorno in Patria nel corso dei primi raduni dei reduci di Cefalonia per ricordare i Caduti, ho sentito per la prima volta parlare del presunto “referendum”, ma sicuramente questa voce non giunse al Comando della mia Compagnia.
Per quanto riguarda l’ultima domanda, ritengo che qualora fossero state cedute le armi non ci sarebbe stata una così brutale strage; tuttavia non credo che saremmo stati riportati in Italia, ma avremmo purtroppo conosciuto (così come è stato per chi scampò alla strage) i lager germanici.
In merito alle mie vicende di guerra ho molti altri ricordi che non ho inserito in queste righe, in quanto forse non chiaramente pertinenti con gli episodi più “critici” accaduti in quei tragici giorni del settembre 1943.
Sarei comunque ben lieto di poter parlare direttamente con Lei qualora avesse l’opportunità di venirmi a trovare.
Con i più sinceri e cordiali saluti.
Un affettuoso abbraccio.
Romildo Mazzanti
24 settembre 2001
Ospital Monacale (FE)
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