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IL CAPITANO PIETRO GAZZETTI:
UN MARTIRE VILMENTE DIMENTICATO
* * *
CEFALONIA 1943.
IL CAPITANO PIETRO GAZZETTI: UN MARTIRE DIMENTICATO

Il capitano Pietro Gazzetti ufficiale addetto all' Ufficio Assistenza del Comando della Divisione ‘ACQUI’ venne assassinato dal Maresciallo di Marina -"rivoltoso"- Felice Branca che il 12 settembre 1943 gli sparò urlandogli "Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori !", con evidente riferimento al Comando della Divisione impegnato nelle trattative con i tedeschi.
A Stradella (PV) dove nacque sapranno la verità ?

_________

Le menzogne inventate di sana pianta sulla tragedia di Cefalonia furono caratterizzate non solo dalla ripetizione di luoghi comuni –come quella della ‘scelta’ di combattere presa con un ‘referendum’- ma anche dal silenzio imposto all’epoca e tuttora vigente su fatti la cui divulgazione avrebbe potuto intaccare il mito resistenziale artificiosamente creato dalla Sinistra e supinamente accettato dalle FFAA in una simbiosi innaturale tuttora dura a morire.
Di conseguenza la realtà –QUELLA VERA- restò per decenni celata senza che si spendesse una sola parola per ricordare i tragici eventi che precedettero lo scontro con i tedeschi come quello, di cui al titolo, che vide un Ufficiale del Comando di Divisione assassinato da un Sottufficiale di Marina italiano: un Martire ignorato da tanti cialtroni che pontificano su Cefalonia, la cui morte, avvenuta per mano italiana, è la tragica conferma che, nell’ambito della “Acqui”, lungi dall’esserci stata la tanto strombazzata unità di intenti –fiore all’occhiello delle tesi resistenziali- prosperò un vero e proprio “Soviet” di soldati, filiazione diretta della rivolta promossa ed alimentata da alcuni ufficiali indegni di tale nome sul quale si preferì sorvolare a scapito della corretta informazione sulla vicenda.
Si tratta del capitano Pietro Gazzetti nato a Stradella il 15.XI.1906, il quale venne colpito a morte il giorno 12 settembre dal sottufficiale di Marina Felice Branca in circostanze sulle quali così riferì Padre Romualdo Formato nel suo libro “L’Eccidio di Cefalonia” (Mursia ed. Milano 1969): “Il povero capitano Pietro Gazzetti addetto all’ufficio di propaganda del comando di divisione –poiché gli avvenimenti precipitavano e la situazione diventava sempre più critica- aveva ricevuto l’ordine dal generale di recarsi, con un autocarro, a mettere in salvo le Suore missionarie italiane e trasportarle nei locali del 37° ospedale da campo. Poco oltre la piazza principale di Argostoli, l’autocarro fu –con brusco gesto- fermato da un maresciallo di marina, il quale intimò al capitano di destinare immediatamente quel mezzo al trasporto di un certo quantitativo di armi e di munizioni. Il capitano rispose che, per il momento, egli doveva ottemperare all’ordine del generale. Fu un attimo. Il maresciallo imprecò: ”Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori!” e con mossa fulminea –estratta una pistola- sparò a bruciapelo contro il capitano che, dopo atroce agonia, spirò il giorno seguente, vittima del dovere e della pazzia criminale di un esaltato”; in realtà Gazzetti morì dopo 4 giorni di agonia come risulta dalla documentazione medica dell’ospedale allegata in cui è chiaramento scritto e firmato dai medici responsabili che si trattò di ‘ferimento doloso’.
Quanto sopra fu perfettamente in linea con la situazione creatasi nell’isola -a seguito dell’armistizio- di cui sempre Padre Formato riferì nel suo libro con queste parole: “(…) Ovunque si sentivano spari, detonazioni di bombe a mano, frasi provocanti e minacciose. Nessun ufficiale poteva più permettersi di pronunziare parole esortanti alla serenità e alla disciplina, senza essere, sull’istante, tacciato di ‘traditore’ o di ‘vigliacco’ ”.
Questa era l’atmosfera –non certo idilliaca- che si respirava ad Argostoli in preda alle prepotenze ed all’arbitrio di una minoranza di facinorosi appartenenti all’artiglieria e imbevuti di odio contro i Superiori da alcuni loro ufficiali di modesto grado che, in combutta con i greci, fecero loro credere che il Comando della Divisione e, in primo luogo, il Generale Gandin , stesse tramando –di sua iniziativa e non per aver ricevuto l’ordine di cedere l’armamento pesante ai tedeschi dal Comando dell’XI^ Armata di Atene.
Quanto sopra, riferito da un testimone oculare e degno di fede, oltretutto per la sua qualità di sacerdote, è la smentita più clamorosa del preteso clima “plebiscitario” inteso a fare olocausto di sé, che avrebbe pervaso la Divisione nel suo complesso.
A questo punto ci sovvengono le parole pronunciate dall’allora presidente Ciampi in visita nell’isola il 1° marzo 2001, (“Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la Patria”) cui si rifanno gli ‘imbonitori’ odierni dei fatti come se esse fossero il ‘non plus ultra’ della verità anziché un esercizio di mera retorica adattato alle esigenze della visita ma niente affatto corrispondente alla realtà di quanto avvenne.
Malgrado tale evidente discrasia gli odierni celebratori di fatti avvenuti in modo assai diverso da quello da essi voluto e, malgrado ciò, imposto come dogma -per ‘ukaze’ resistenziale- continuano a citare le parole di Ciampi come ‘avallo’ autorevole delle loro menzogne di cui –sia ben chiaro- responsabili sono loro e non certo l’allora Presidente cui il discorso venne sicuramente preparato da qualche maneggione di Sinistra spacciato per illustre storico ed in merito il sospetto (fondato su quanto scrisse su REPUBBLICA) è che l’ispiratore sia stato il giornalista già comunista Mario Pirani ex membro del Comitato Centrale del vecchio PCI, poi riciclatosi come giornalista e storico ‘alla moda’ su REPUBBLICA.
Questi furono e sono i vili motivi per cui non si menziona ‘ufficialmente’ l’incredibile episodio taciuto, perché controproducente per i loro fini, dai “notabili” della Sinistra cui fanno da fedeli portaborse i più alti esponenti delle FFAA pervicacemente abbarbicati alla difesa di un Mito inesistente. Al povero Gazzetti, anziché il silenzio vigliaccamente riservatogli dalle Autorità politiche e Militari, andava dedicato un monumento o un' apposita menzione d’onore per l’assurdo ed incredibile martirio che dovette subire.
Un cenno su tale fatto, invero, lo si riscontra nel libro ”Bandiera bianca a Cefalonia”, che ebbe la benedizione della Sinistra nel suo complesso e del presidente Pertini in particolare, di cui fu autore Marcello Venturi che, nella prefazione, scrisse: ”I fatti bellici narrati in questo romanzo sono realmente accaduti: la loro ricostruzione mi è stata resa possibile da documentazioni e testimonianze di superstiti”.
A prescindere da qualunque considerazione sulla giustezza di tale asserzione, ci sembra però che in merito all’assassinio del capitano Gazzetti tale dichiarazione di nobili intenti non abbia trovato applicazione, avendo l’autore riportato il fatto come “l’uccisione di un capitano che predicava l’alleanza e la fedeltà ai tedeschi” descrivendo – in modo del tutto arbitrario- il povero Gazzetti come un filo tedesco che, quasi quasi -ci si passi la malignità- se l’era andata a cercare (op.cit.pag.184). Questo modo disinvolto di descrivere un così grave episodio, la dice lunga sull’obiettività e sulla veridicità delle ricostruzioni dei fatti di Cefalonia, compiute da uomini organici alla Sinistra, i quali l’ hanno fatta da padroni – per disgrazia del popolo italiano – fino ad oggi.
Quanto all’autore dell’omicidio l’incandescente situazione in atto a Cefalonia non permise di prendere alcun provvedimento immediato e la sua morte nei combattimenti successivi in cui risultò ‘disperso’ facilitò il compito di ‘insabbiare’ l’episodio alle Autorità Militari.
Ma non basta. La propensione al mendacio dimostrata da queste ultime verso l’intera vicenda fece sì che non solo venisse nascosto il Documento del 37° Ospedale da campo contenente il PROCESSO VERBALE DI CONSTATAZIONE DI MORTE in data 17/9/1943 del cap. Pietro Gazzetti da cui risultava il suo ricovero perché “mentre trovavasi su un autocarro veniva ferito da un militare (ferimento doloso). Ferita arma da fuoco emitorace sin.”, ma addirittura si ebbe un falso ideologico –che tuttora perdura- nel suo STATO DI SERVIZIO dove fu apposta, alla data 17 settembre, la seguente incredibile variazione: “MORTO A CEFALONIA (GRECIA) FUCILATO DAI TEDESCHI”.
Tale, ancora oggi, continua ad essere la ‘causale’ della sua morte nell’Albo d’oro dei Caduti tenuto dal Ministero della Difesa.
(Copia dell’originale dei due documenti è leggibile oltre che di seguito anche nelle pagine 108 e 109 del mio libro “I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO” IBN ed. Roma 2006.

Mi fermo qui: credo di aver detto abbastanza. Se ne è capace si vergogni chi da decenni avrebbe dovuto farlo.

Massimo Filippini

Dicembre 2009
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Nell'atto si legge: Ferimento doloso
DAL VERBALE DI CONSTATAZIONE DI MORTE:
"...mentre trovavasi su un autocarro veniva ferito da un militare (ferimento doloso)..."
F. to Giampiero Viganotti - (Capitano medico)
Don Luigi Ghilardini - (Cappellano del 37° Ospedale)
___________

(Lo "sparatore" fu il Capo di 1^ Cl. Felice BRANCA di Torino.
Serve altro signori imbroglioni ?).
* * *
UN' ULTERIORE CONFERMA DELL'ACCADUTO:
"Per recarmi all'ospedale, sito alla periferia della città, era tuttavia necessario un automezzo che mi venne gentilmente offerto dal Cap. Piero Gazzetti di Pavia, del Comando della Divisione. Ma quando questi, per raggiungere la mia abitazione dovette passare per il centro della città, venne fermato da un sottufficiale di marina il quale, quando seppe che l'autocarro si recava dal Console, estrasse la rivoltella e tirò contro il Cap.Gazzetti. Questi, ferito alla spina dorsale, morì tre giorni dopo presso di me all'ospedale, vittima del suo gesto di volere favorire il Console fascista". (Dalla Relazione del Console Vittorio Seganti del 10 genn. 1944)
__________
* * *
CARLO PALUMBO
NON SA ANCORA CHI HA UCCISO IL CAPITANO GAZZETTI

Nel libro "Ritorno a Cefalonia e Corfù" l'autore Carlo Palumbo in sede di presentazione, dopo aver elencato le opere "canoniche" scrive:
"Va citato, per ultimo, un'opera in controtendenza rispetto alle interpretazioni prevalenti, Massimo Filippini, LA VERA STORIA DELL'ECCIDIO DI CEFALONIA, scritto dal figlio del maggiore Federico Filippini, fucilato a Capo S. Teodoro, che considera ben più gravi le responsabilità italiane su quelle tedesche, che "costituiscono solo l'ultimo anello della catena"; si può non condividerne l'analisi, ma è giusto considerare, in una vicenda così complessa, anche le posizioni di chi non è d'accordo".
Nel ringraziare l'Autore della considerazione espressa, sia pur in tono caritatevole, nei miei confronti, riporto quanto egli -che non condivide le mie analisi- ha scritto sull'episodio di Gazzetti alle pagine 89 e 90:
"Nella tensione generale, un gruppo di marinai blocca l'auto del capitano Gazzetti, dell' ufficio assistenza. PARTE UN COLPO CHE FERISCE A MORTE IL CAPITANO".
Se il modo di riferire un fatto di tale gravità previsto e punito con la massima pena dall' art. 186 del codice penale militare allora vigente, come "Reato di Insubordinazione con violenza" ("Il militare che usa violenza contro un superiore è punito con la morte con degradazione se la violenza consiste nell'omicidio, ancorchè tentato o preterintenzionale"), è quello usato con toni sibillini che lasciano il lettore nel dubbio, da Carlo Palumbo, ebbene, io sono lieto di essere "in controtendenza" con lui e se vedrà queste note lo invito a leggere nel Verbale di morte di Gazzetti, la dicitura "FERIMENTO DOLOSO" che è la prova evidente che fin da allora
-(c'è anche la firma di don Ghilardini, l'amico di Apollonio...)-
si sapeva come erano andati i fatti.
Ma, dico io, almeno il libro di Padre Formato che Palumbo annovera (erroneamente) tra le opere "canoniche" poteva leggerlo: avrebbe evitato una brutta figura.
MF
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