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IL CAPITANO PIERO GAZZETTI:
UN MARTIRE VILMENTE DIMENTICATO |
| "Per recarmi all'ospedale, sito alla periferia della città, era tuttavia necessario un automezzo che mi venne gentilmente offerto dal Cap. Piero Gazzetti di Pavia, del Comando della Divisione. Ma quando questi, per raggiungere la mia abitazione dovette passare per il centro della città, venne fermato da un sottufficiale di marina il quale, quando seppe che l'autocarro si recava dal Console, estrasse la rivoltella e tirò contro il Cap.Gazzetti. Questi, ferito alla spina dorsale, morì tre giorni dopo presso di me all'ospedale, vittima del suo gesto di volere favorire il Console fascista". (Dalla Relazione del Console Vittorio Seganti del 10 genn. 1944) |
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Il capitano Piero Gazzetti ufficiale addetto all' Ufficio Assistenza del Comando di Divisione venne assassinato dal Maresciallo di Marina "rivoltoso", Felice Branca che gli sparò urlandogli: "Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori !", con evidente riferimento al Comando della Divisione impegnato nelle trattative con i tedeschi.
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Alle tante rievocazioni menzognere dei fatti di Cefalonia, si è associato purtroppo anche il nostro Presidente il quale, nel discorso pronunciato il 1° marzo –me presente- a Cefalonia, ha reso la solita immagine artefatta e non rispondente alla realtà, delle convulse giornate che precedettero lo scontro con i tedeschi, attribuendo all’intera divisione Acqui l’intendimento di non cedere le armi che, al contrario, fu manifestato da una minoranza di ufficiali di artiglieria in sottordine e da costoro venne trasmesso ai loro sottoposti che non furono, dunque, la “Acqui”, nella sua interezza, ma soltanto i componenti delle tre batterie costituenti il 33° reggimento di artiglieria che, forti del loro armamento ed essendo dislocati nei dintorni di Argostoli, la fecero da padroni nei confronti degli altri appartenenti alla “Acqui” –in particolare i due reggimenti di fanteria comprendenti la gran massa dei soldati- che dipendevano dal Comando di Divisione e, addirittura, dello stesso Comando di Artiglieria.
Le inoppugnabili risultanze da me raggiunte anche sulla base degli atti relativi al processo tenutosi nel dopoguerra contro tali personaggi, hanno confermato – infatti- che essi non ebbero come complici, né i propri superiori, dal Comandante del 33° Reggimento, medaglia d’Oro, col. Mario Romagnoli, al Comandante di Gruppo delle tre batterie, medaglia d’Argento ten.col. Matteo Deodato nè, tranne poche eccezioni, gli altri ufficiali del loro reggimento, quali ad esempio i capitani Ermanno Bronzini, Italo Postal e Gennaro Tomasi che furono, anzi, insieme con don Romualdo Formato, tenente cappellano di detto reggimento, i loro critici più severi nel dopoguerra.
Alla luce di quanto sopra appaiono, pertanto, permeate di retorica fine a sé stessa le parole, invero toccanti ma, purtroppo non rispondenti alla realtà con cui il Presidente Ciampi, nell’evidente sforzo di conferire dignità alla tragedia di Cefalonia, l'ha rappresentata come un mito, frutto di una scelta "unanime, concorde, plebiscitaria: combattere, piuttosto di subire l’onta della cessione delle armi".
Queste parole confermano purtroppo la superficialità in cui anche il nostro Presidente è incorso nel trattare l’argomento, avendo omesso di citare l'ORDINE DI RESISTERE che il Comando Supremo fuggito a Brindisi impartì al gen. Gandin che dovette obbedire con i risultati che sappiamo con la conseguenza che lo strombazzato 'referendum' –tutt’altro che “unanime”- fu, tutt'al più, un superfluo corollario di decisioni già prese altrove e null’altro.
In proposito gli storici seri si mostrano contrari ad usare il termine "referendum" adoperato invece con sfrontata naturalezza da quella parte della storiografia interessata non alla verità ma alla mitizzazione dei fatti.
Ci sarebbe piaciuto, invero, che in tanto clamore rievocativo si fosse spesa una parola per ricordare un Martire, ignorato da tanti cialtroni che pontificano su Cefalonia, la cui morte, avvenuta per mano italiana, è la conferma che, nell’ambito della “Acqui”, lungi dall’aversi la tanto strombazzata unità di intenti –fiore all’occhiello delle tesi resistenziali- prosperò un vero e proprio “Soviet” di soldati, filiazione diretta della rivolta promossa ed alimentata da alcuni ufficiali indegni di tale nome.
Si tratta del capitano Pietro Gazzetti nato a Stradella il 15.XI.1906, al quale toccò in sorte di venire assassinato da un sottufficiale di Marina, il Capo di 1^classe Felice Branca, nato a Torino il 20.X.1890, in circostanze sulle quali riferì il sopra citato don Romualdo Formato che, nel suo libro “L’Eccidio di Cefalonia” raccontò: “(…) Ovunque si sentivano spari, detonazioni di bombe a mano, frasi provocanti e minacciose. Nessun ufficiale poteva più permettersi di pronunziare parole esortanti alla serenità e alla disciplina, senza essere, sull’istante, tacciato di “traditore” o di “vigliacco”.
Questa, dunque, era l’atmosfera –non certo idilliaca- che si respirava ad Argostoli in preda alle prepotenze ed all’arbitrio di una minoranza di facinorosi appartenenti all’artiglieria, imbevuti di odio da alcuni loro ufficiali di modesto grado che, in combutta con i greci, fecero loro credere che il Comando di Divisione e, in primo luogo, il Generale Gandin , stesse tramando –di sua iniziativa e non per aver ricevuto ordini in tal senso- per cedere l’armamento pesante ai tedeschi.
Quanto sopra, riferito da un testimone oculare e degno di fede, oltretutto per la sua qualità di sacerdote, è la smentita più clamorosa del preteso clima “plebiscitario” inteso a fare olocausto di sé, che avrebbe pervaso la Divisione nel suo complesso. E’ a motivo di ciò, dunque, che le parole, certamente dette in buona fede, ma non rispecchianti la realtà, (“Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la Patria”), pronunciate dal Presidente Ciampi a Cefalonia, suonano come esercizio di vuota retorica e null’altro.
Chiusa tale doverosa parentesi, proseguiamo nella lettura di quanto narrò don Formato: “Il povero capitano Piero Gazzetti –egli scrisse- addetto all’ufficio di propaganda del comando di divisione –poiché gli avvenimenti precipitavano e la situazione diventava sempre più critica- aveva ricevuto l’ordine dal generale di recarsi, con un autocarro, a mettere in salvo le suore missionarie italiane e trasportarle nei locali del 37° ospedale da campo. Poco oltre la piazza principale di Argostoli, l’autocarro fu –con brusco gesto- fermato da un maresciallo di marina, il quale intimò al capitano di destinare immediatamente quel mezzo al trasporto di un certo quantitativo di armi e di munizioni. Il capitano rispose che, per il momento, egli doveva ottemperare all’ordine del generale. Fu un attimo. Il maresciallo imprecò: ”Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori!” e con mossa fulminea –estratta una pistola- sparò a bruciapelo contro il capitano che, dopo atroce agonia, spirò il giorno seguente, vittima del dovere e della pazzia criminale di un esaltato”. A tale incredibile risultato che, tra l’altro non fu l’unico, portò, dunque, la predicazione di odio sparsa a piene mani dai rivoltosi della divisione “Acqui” che, ad eccidio avvenuto anche e soprattutto per loro colpa, a guerra finita furono, e tuttora continuano ad esserlo, presentati come Eroi in un paese dedito all’esaltazione non dei propri Martiri ma di chi fu causa della loro morte.
Tanto andava detto, una buona volta, e a dirlo è proprio chi, come lo scrivente porta impresse nell’animo le stimmate per l’assassinio del proprio Padre del cui martirio i mentitori che fino ad oggi hanno disinformato il popolo italiano, si sono ora appropriati, insieme a quello degli altri poveri Morti, per avallare le loro elucubrazioni in merito alla diatriba, che non interessa nessuno, sulla morte o meno della Patria.
Di vero, in tutto questo, c’è soltanto una cosa: la morte di tanti uomini usata –dopo quasi sessant’anni !- per fini politici e null’altro. Tacere la verità per far trionfare la menzogna è stata, infatti, la parola d’ordine di coloro che hanno imperversato per così tanto tempo, con le loro ricostruzioni in mala fede sui fatti di Cefalonia incentrate tra l'altro su un numero di Morti assolutamente inventato di sana pianta: 9 - 10000 contro i circa 1300 Caduti nei combattimenti e i circa 350 Fucilati dopo la resa quasi tutti ufficiali (tra cui mio Padre).
Costoro, non paghi, hanno di recente imbastito – spargendo tardive lacrime di coccodrillo- una speculazione filosofico -resistenziale su una tragedia che ha distrutto migliaia di famiglie.
Emblematico è, in proposito, il silenzio sul tremendo evento relativo al Martire Piero Gazzetti, censurato perché controproducente per i loro fini, dai “notabili” dell’intellighenzia di sinistra –unica fonte di notizie autorizzata in materia- nonostante l’ampio risalto da me dato ad esso nei miei libri, che ha smascherato la montagna di frottole raccontata per mostrare i fatti di Cefalonia alla stregua di un' improbabile mito sconfinante spesso in un' incredibile leggenda.
Al Martire Gazzetti, pertanto, anziché il silenzio vigliaccamente riservatogli dalle Autorità politiche e militari, che dettero alla Sua morte il rilievo che, normalmente, si dà a quella di un cane, andava dedicato un monumento o un' apposita menzione d’onore per l’assurdo ed incredibile martirio che dovette subire ma nulla di ciò è avvenuto. e ciò la dice lunga sull’obiettività e sulla veridicità delle ricostruzioni dei fatti di Cefalonia, compiute dalla sinistra storico-culturale che l'ha fatta da padrona in passato e tenta pervicacemente di continuare a farlo anche in futuro.
P.S. Il cap. Gazzetti venne colpito il 12 settembre e morì dopo due giorni di atroce agonìa nel 37° ospedale di Argostoli.
Nei confronti dell’autore dell’omicidio non venne preso alcun provvedimento. Il maresciallo Branca risultò successivamente disperso in combattimento e ciò facilitò il compito di insabbiare l’episodio alle Autorità dell’epoca".
Massimo Filippini
marzo 2001
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DAL REFERTO DI INGRESSO ALL'OSPEDALE:
"...mentre trovavasi su un autocarro veniva ferito da un militare (ferimento doloso)..."
F. to Giampiero Viganotti - (Capitano medico)
Don Luigi Ghilardini - (Cappellano del 37° Ospedale)
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(Lo "sparatore" fu il Capo di 1^ Cl. Felice BRANCA di Torino.
Serve altro signori imbroglioni ?). |
| IL PROFESSOR PALUMBO NON SA ANCORA CHI HA UCCISO IL CAPITANO GAZZETTI |
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Nel libro "Ritorno a Cefalonia e Corfù" l'autore Carlo Palumbo in sede di presentazione, dopo aver elencato le opere "canoniche" scrive: "Va citato, per ultimo, un'opera in controtendenza rispetto alle interpretazioni prevalenti, Massimo Filippini, LA VERA STORIA DELL'ECCIDIO DI CEFALONIA, scritto dal figlio del maggiore Federico Filippini, fucilato a Capo S. Teodoro, che considera ben più gravi le responsabilità italiane su quelle tedesche, che "costituiscono solo l'ultimo anello della catena"; si può non condividerne l'analisi, ma è giusto considerare, in una vicenda così complessa, anche le posizioni di chi non è d'accordo".
Nel ringraziare l'Autore della considerazione espressa, sia pur in tono caritatevole, nei miei confronti, riporto quanto egli -che non condivide le mie analisi- ha scritto sull'episodio di Gazzetti alle pagine 89 e 90: "Nella tensione generale, un gruppo di marinai blocca l'auto del capitano Gazzetti, dell' ufficio assistenza. PARTE UN COLPO CHE FERISCE A MORTE IL CAPITANO".
Se il modo di riferire un fatto di tale gravità previsto e punito con la massima pena dall' art. 186 del codice penale militare allora vigente, come "Reato di Insubordinazione con violenza" ("Il militare che usa violenza contro un superiore è punito con la morte con degradazione se la violenza consiste nell'omicidio, ancorchè tentato o preterintenzionale"), è quello usato con toni sibillini che lasciano il lettore nel dubbio, dal prof. Palumbo, ebbene, io sono lieto di essere "in controtendenza" con lui e se vedrà queste note lo invito a leggere nel Verbale di morte di Gazzetti, la dicitura "FERIMENTO DOLOSO" che è la prova evidente che fin da allora (c'è anche la firma di don Ghilardini, l'amico di Apollonio...) si sapeva come erano andati i fatti.
Ma, dico io, almeno il libro di Padre Formato che Palumbo annovera (erroneamente) tra le opere "canoniche" poteva leggerlo: avrebbe evitato una brutta figura.
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