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IL MANDOLINO DI...PAOLETTI
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° ° °

IL MANDOLINO DI ...PAOLO PAOLETTI

di Gianfranco Ianni

1 settembre. Pomeriggio. Ritiro da una famosa libreria della città in cui vivo i due volumi di Paolo Paoletti che avevo ordinato da qualche settimana: I traditi di Cefalonia e I traditi di Corfù —editi nel 2003 per i tipi dei Fratelli Frilli di Genova—, che contribuiscono ad arricchire la mia biblioteca della pubblicistica sulla tragedia della Divisione Acqui del 1943.
Constatatane, oltre che la mole, la veste editoriale —che mi riporta alla memoria la pungente critica sociologica di Carlo Tenca—, mi paion libri da leggere con particolare attenzione: onde la necessità di frenare la brama di divorarli, mentre sotto un sole spietato attendo in auto che i miei amici escano dal super-market con il vino per la cena.
Perciò, mi limito solo a scorrere pigramente il folto sommario di quello su Cefalonia, quando vengo attratto dal paragrafo Il mandolino del cap. Corelli del capitolo X, pagina 317.
Leggo le prime 15 righe, e il mio interesse per l’autore cala vertiginosamente.
La causa? Il solito limite moralistico col quale si pretende di misurare l’arte, massima o minima che sia, quantunque abbia già il sospetto che Paoletti voglia parare altrove, piuttosto che proporre un giudizio —ancorché severo— sul romanzo di Louis De Bernières (Longanesi 1996 e Guanda 2001) e sul film che ne trasse il regista John Madden.
Paoletti, infatti, con greve e ingiustificato furore, rimprovera allo scrittore —e indirettamente al cineasta— lo scarso rispetto per i morti, ossia per i quasi diecimila uomini della Acqui periti a Cefalonia, e non soltanto per mano tedesca, dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43: poiché —avverte Paoletti— «i nostri soldati sono stati fatti passare per menestrelli, che tra una canzone e l’altra andavano dietro alle sottane delle ragazze greche».
A questo punto potrei obbiettare a Paoletti, per esempio —in un impeto di energico e sano maccartismo contro ogni forma di nostrana bacchettoneria—, che non pare poi del tutto peccaminosa né sconveniente la circostanza che alcuni nostri ufficiali e soldati si siano fatti “spezzare le reni” dalle greche, piuttosto che spezzarle alla Grecia, come aveva infaustamente proclamato il duce del fascismo Benito Mussolini il 28 ottobre del ’40. Peraltro, nell’incantevole chiesa cattolica di Argostoli, capoluogo dell’isola, furono numerosi i matrimoni di ufficiali e soldati italiani con deliziose ragazze del luogo, celebrati nientemeno che da don Luigi Ghilardini, cappellano militare del 37° ospedale da campo della Divisione Acqui: basti citare per tutti quello del Tenente Medico Muscettola con la figlia di un noto avvocato della città, della quale il mese scorso ebbi la fortuna di ammirare lungamente la impenetrabile e immutata bellezza da un tavolo del bar dell’hotel Mediterranée di Argostoli. E allora, non proprio di mera “ginnastica da camera” si trattò, visto che molte «sottane» furono poi condotte all’altare dai presunti gigolò che erano invece dei normali uomini innamorati. E perciò, non soltanto nella finzione letteraria e cinematografica se ne videro volar via di sottane e mutandoni del Regio Esercito.
Eppure, son certo che Paoletti abbia letto non voglio dire le 1000 e più pagine dell’Estetica di Hegel, ma di sicuro il Breviario di estetica di Croce che leggemmo tutti al liceo. In caso contrario, non avrebbe potuto assolvere —con l’indubitabile competenza che gli si riconosce— al suo delicatissimo ufficio di professore: e di letteratura tedesca e inglese, perbacco, mica di ragioneria. Come son certo che Paoletti abbia in mente la crociana distinzione tra arte e morale, laddove i personaggi della prima non possono temere gli anatemi riservati a chiunque violi le norme della seconda: questa, dunque, la ragione che mi induce al sospetto che l’autore se la sia presa a morte per l’umanizzazione dei soldati italiani operata da de Bernières e da Madden, che Paoletti, in ossequio alla toscaneggiante vulgata canonica sull’eccidio di Cefalonia, avrebbe voluto continuare a far passare per fulgidi eroi, mentre furono in realtà i martiri innocenti del dissennato comportamento del Comando Supremo Italiano e di alcuni ufficiali della Acqui, celebrati alla stregua di semidei all’indomani della Liberazione, in attesa che la “loro” Repubblica si consolidasse così com’è oggi.
Nelle successive 14 righe, infatti, continuando a discettare con certa malcelata stizza del “Mandolino di Corelli”, Paoletti chiama per l’appunto in causa il capitano Amos Pampaloni del 33° Rgt. Art. della Acqui agli ordini del colonnello Romagnoli, per coronare di credibilità la sua indignazione, riferendo di quella ancor più presuntamente autorevole di Pampaloni, «che forse —sostiene Paoletti— ha ispirato il personaggio di de Bernières» e che è indignato «non tanto perché lo si fa passare per il capo dei guitti, ma soprattutto perché è un insulto alla memoria dei suoi 6000 compagni caduti laggiù […]. Per certi versi la storia di Pampaloni si identifica più con quella del fidanzato della ragazza greca che lascia l’isola, seguendo gli ordini dell’ELAS, che non quella del cap. Corelli, che rimane sull’isola».
Ma insomma, mi dico mentre il sole continua senza tregua la sua violenta offensiva sul cristallo della mia povera auto: davvero Paoletti crede che de Bernières e Madden si siano filati più di tanto un Amos Pampaloni? Che fossero del tutto a secco di inventiva, al punto da aver bisogno di muoversi lungo un percorso apologetico di ben 58 anni?
E quale fatica compirebbe lo stesso Paolo Paoletti nel volerci convincere che Antonio Corelli non è Amos Pampaloni, sebbene abbia sostenuto —ma solo per mere ragioni dialettiche— l’identificazione Corelli-Pampaloni?
E se davvero Amos Pampaloni, secondo Paoletti, si identificherebbe piuttosto con la figura del fidanzato-partigiano di Pelaghìa —ossia con colui il quale pone in essere una delittuosa inazione, non intervenendo a salvare dal cappio dell’Elas una giovane donna che aveva avuto il torto di amare un ufficiale tedesco—, l’identificazione varrebbe anche per le imprese dei partigiani in cui incappò la Divisione Pinerolo?
Ma chi se lo è mai sognato, a Hollywood o ad Antìsamos —set naturale del film—, il capitano di complemento Amos Pampaloni, eroe nazionale e collega dello scomparso Renzo Apollonio?
Sforzi del genere appaiono, a mio modesto giudizio, come il tentativo di Paoletti di flettere perfino l’arte alle esigenze di propaganda politica, quantunque l’avvocato Massimo Filippini abbia messo su un sito internet di enorme interesse storico, attraverso cui —documenti alla mano— viene clamorosamente smentita la vulgata toscana del cosiddetto “primo atto della resistenza italiana” a proposito dell’eccidio di Cefalonia. E se a Filippini potrà talvolta accadere di impostare la questione in maniera avvocatesca e con la facondia forense o tribunizia di chi reclama la verità, ciò non avviene certo per un Gian Enrico Rusconi, che ha il merito di aver pubblicato la riflessione più lucida sulla tragedia della Acqui (Cefalonia, quando gli Italiani si battono, Ed. Einaudi, 2004), condividendo largamente ciò che Filippini dice da anni, sebbene con la doverosa equidistanza che si conviene a uno storico di professione.
Per ultimo, Paoletti farebbe bene a esprimere il suo dissenso per ben altri guitti di tradizione italica, che s’accomodano a prendere in braccio ora il delicato Enrico Berlinguer, ora la graziosissima e morigerata figlia Bianca, e domani, chissà, i nipoti e pronipoti di Togliatti, o i candidi giacobini romani di San Giovanni.
Ma non voglio certo addentrarmi, ora —stia pur tranquillo Paolo Paoletti—, sul terreno minato della storiografia, poiché storico non sono. Perciò, dopo aver mosso le mie obiezioni alle sue invero modeste argomentazioni, desidero pur dir la mia sul “Mandolino di Corelli”, riportando stralci di un articolo che scrissi nel dicembre 2001 all’indomani dell’uscita del film di Madden, e che fu qua e là sforbiciato da una timida quanto disattenta caporedattrice per timore di querele —si giustificò—, quantunque non ne avessi mai inteso la ragione.
Dirò subito che né de Bernières né John Madden ebbero l’intento di dar vita a una narrazione “rigorosamente storica”, onde l’infondatezza delle critiche che ancora oggi vengono mosse al romanzo e al film, e che possono qui riassumersi in due punti essenziali. Primo: Il mandolino del capitano Corelli rappresenterebbe il solito luogo comune di un’Italia tutta mandolino e pizza. Secondo: sull’immane tragedia dell’Isola della Morte lo scrittore e il regista avrebbero prodotto un autentico falso storico.
Sarebbe fin troppo facile, a questo punto, rispondere a sittali acide valutazioni che, ancor prima del romanzo di de Bernières, già nel ’45 Padre Romualdo Formato, cappellano militare del 33° Rgt. Art. della Divisione Acqui scampato al massacro, pubblicava L’eccidio di Cefalonia, prefato dall’Arcivescovo Ordinario per l’Italia Carlo Ferrero di Cavallerleone, lucida ricostruzione storica propria —direbbe Erodoto— di chi ha «visto» e «udito» (poi riproposto da Mursia nel ’68 e nel ’96), e che nello stesso anno il colonnello Giuseppe Moscardelli pubblicava Cefalonia per la Tipografia Regionale di Roma. Nel ’46 Rino Zavatti affidava alla Barben I 9000 di Cefalonia, e nel ’62 Luigi Ghilardini consegnava alla Rizzoli I martiri di Cefalonia. Con i tipi Rizzoli nel ’63 vedeva anche la luce il romanzo di Marcello Venturi Bandiera bianca a Cefalonia, poi riproposto nel ’72 con “canonica” prefazione di Sandro Pertini, e nel ’65 era ancora Ghilardini a pubblicare Sull’arma si cade ma non si cede per la Tipografia Opera SS. Vergine di Pompei. Nell’81, del mio corregionale Dino Gentiloni, ufficiale della Divisione Acqui, usciva per le Edizioni Parallelo 38 di Reggio Calabria I giorni di Cefalonia, e nell’ottobre del 2000 Alfio Caruso dava alle stampe Longanesi Italiani dovete morire. Evito, per ovvie ragioni, di citare altre pubblicazioni sull’argomento, quali Divisione Acqui figlia di nessuno di Olinto G. Perosa (Finanzi, Merano, 1993), reduce del 317° Rgt. Ftr., o La vera storia dell’eccidio di Cefalonia di Massimo Filippini (Grafica Ma.Ro. srl, Copiano, 2002), figlio del Maggiore del Genio Divisionale della Acqui, Federico Filippini, fucilato a Capo San Teodoro il 25 settembre 1943, oltre che i diari tedeschi di Alfred Richter e Waldemar Tautdmann.
Insomma, materiale a sufficienza per gli ineffabili e organici artisti italiani che volessero riproporre un racconto sull’immane carneficina dei circa diecimila soldati della Acqui agli ordini del generale Antonio Gandin.
Evidentemente, però, la cultura italiana evita di riproporla una narrazione “storica” (letteraria o cinematografica), ben consapevole che l’eccidio di Cefalonia rappresenta un cadavere ancora caldo che metterebbe in ombra la retorica di buona parte della cosiddetta “intelighentia nazionale”.
In realtà, Il mandolino del capitano Corelli non è per nient’affatto un’opera “rigorosamente storica”, ma un estatico racconto della memoria, in cui s’apprestano a rivivere in goetheana elezione antichissimi e nobili elementi propri di un’endiadi: il sentimento e il pensiero, il fuoco dell’esistenza e la placata consapevolezza di essa, laddove la storia diventa solo un mero pretesto narrativo, l’ampio scenario in cui lievita e prende gradualmente vento il tema universale della vita e della morte.
D’acchito, infatti, alle querule geremiadi che sedimentano in certi salotti buoni si potrebbe obbiettare che nel film Antonio Corelli (Nicolas Cage) suona il mandolino solo due volte, per cui non si vede davvero come l’oleografismo di un’Italia provinciale e stracciona possa occupare lo schermo per ben 120 minuti filati, titoli di testa e di coda compresi: performance, in realtà, che reca in sé un’assoluta perfezione formale per l’intelligenza estetica di de Bernières prima e di John Madden poi, i quali hanno ben intuìto che il mandolino altro non incarna se non la morfologia, l’anatomia, la “forma” propria del cuore, da sempre luogo del sentimento ancor prima che lo Stilnovo lo riproponesse con Guinizzelli.
Nel mandolino vive di vita propria il sentimento italiano, inteso non come limite alla riflessione e alla conoscenza intellettiva, quanto piuttosto come carattere distintivo di una riconosciuta civiltà d’arte e di poesia —quale appunto è l’Italia—, che nell’epilogo rincontra finalmente la perduta civiltà della filosofia e della scienza dell’antica Grecia, interamente calata nella scarna figura dello iathròs (John Hurt), padre di Pelaghìa (Penélope Cruz), la cui metaforica azione, nel prologo del romanzo e del film, si sostanzia nel cavar fuori un pisello dall’orecchio di un suo paziente cefalleno, impossibilitato a “sentire” la felicità e a poterne godere, poiché perso nel turbine della mera passione, esteticamente materializzatasi nel pisello o fallo che voglia più propriamente e correttamente intendersi.
Infine, l’endiadi sentimento-pensiero, arte-filosofia, passione-amore, cuore-cervello, intuizione pura (àisthesis) e conoscenza intellettiva (nòesis) —rispettivamente rappresentati dal capitano Corelli e dal medico—, è resa possibile da Pelaghìa (tò pèlagos è il mare): l’acqua che avvicina e affratella le civiltà, e che purifica i due elementi dai periodici eccessi della reciproca tendenza a prevalere e dalla loro apparente contrapposizione. Endiadi violentemente negata dalla cultura della presunta superiorità della razza degli algidi Talebani d’Occidente: da quel pangermanesimo cui tiene volentieri bordone il fascismo italiano con la truce retorica della virilità. Che non è fortitudo né andrèia, ma ressentiment e intolleranza per le altre civiltà.
Io non so se Paoletti abbia letto con attenzione il prologo del romanzo di de Bernières, ricco di riferimenti alla civiltà classica: altro che razzista, come ebbe a definirlo Pampaloni in un articolo del 2000 apparso su Il Giornale.
Ma poi, possibile che Paoletti non abbia riflettuto sui nomi?
Antonio Corelli non richiama forse la metafora del cuore? E per essere ancor più puntuale, potrei ricordare che il nome Antonio trova la sua radice nel sostantivo greco ànthos che indica il fiore —ossia la delicatezza che del fiore è propria—, e che Corelli ha il suo chiaro riferimento al cuore: Antonio Corelli è dunque bellezza del cuore, ossia delicatezza, purezza di sentimento. Se Paoletti volesse perciò spiegare su cosa poggia la sua polemica, non potrebbe che rendere un servigio alla logica formale: a meno che non rinneghi algidamente la cultura italiana per calarsi nelle vesti dell’intellettuale impegnato, dimentico della poesia stilnovista che non dovrebbe sfuggire a un toscano quale lui è.
Negando lo spirito del film, Paoletti nega la realtà e quindi la Storia: gli uomini della Divisione Acqui erano italiani che, dopo l’armistizio, volevano ritornare a casa per godere dei loro autentici sentimenti. Come Amedeo Arpaia, capitano del 33° Rgt. Art., che sognava di prendere in sposa una ragazza di Argostoli e di condurla nella sua nobile dimora di Torre Annunziata. Non era forse questa la poetica di Ludovico Ariosto? Se il Presidente Ciampi, dunque, vuol continuare ad avallare la leggenda d’una parata d’eroi che volle resiste ai macellai tedeschi —fomentati dalla sapiente propaganda e dalle azioni di taluni ufficiali incoscienti che trovarono legittimità nell’altrettanto dissennata condotta del Comando Supremo—, spieghi almeno che il movente dei 9400 uomini della Acqui non era la morte, ma la vita: è proprio su questa sottile distinzione che potrà consegnarsi alla Storia la memoria di una tragedia incomprensibile e quanto mai attuale a causa della cortina di fraudolenta menzogna in cui è ancora calata per ignobili ragioni di parte.
Il mandolino del capitano Corelli è anche un concentrato di autentica democrazia, poiché presuppone la coesistenza delle individualità (sentimento e pensiero) cui viene garantita la diversità, e non già un coagulo di fazioni contrapposte, di turbe pericolosamente inquiete, di informi masse umane che premono minacciosamente, e malignamente tentano con ogni mezzo di sopraffarsi e annientarsi a vicenda: come può essere infatti possibile che esista sentimento senza ragione, liberalismo senza socialismo, religiosità senza laicità?
E come, d’altra parte, potrebbe essere possibile il contrario?
Il tutto, calato nella dimensione immaginifica del sogno, dove gli elementi primari del racconto vengono sapientemente occultati con il manto dell’arte e in una scansione temporale perfetta in cui è organizzata la drammatizzazione: valga per tutte, nel film, l’eloquente inquadratura di Corelli che ha in spalla il mandolino al posto del fucile, a rappresentare la sventura dell’Italia che s’è lasciato dietro il cuore per combattere la “sporca guerra” del duce, ma anche quella degli indolenti e codardi pacifisti della politica dell’appeasement, quali furono a Monaco, nel ’38, quelli d’Inghilterra e di Francia.
Se proprio di scarso rispetto della Storia vuol parlarsi, a questo punto, lo si faccia con riferimento al cinema-propaganda di Carlo Lizzani, ai film-comizio di Francesco Rosi, ai lungometraggi in forma di cronaca di Giuseppe Ferrara: tutti minati dal veleno ideologico, tanto che ci si potrebbe convincere che dopo quella “rivoluzionaria”, e prima ancora di quella “giudiziaria”, tra gli Anni Sessanta e Ottanta si stesse preparando in Italia una “via cinematografica al socialismo”.
Un ultimo rilievo. A me stesso, questa volta.
Nella recensione del 2001 sul film di John Madden parlai anch’io di “primo atto della resistenza italiana” a proposito della tragedia della Divisione Acqui. Chiedo perciò umilmente venia per la mia crassa ignoranza, che sto tentando di vincere —sine ira e cum studio— per contribuire a rendere onore alle anime solitarie degli uomini della Acqui, che dall’Isola della Morte salgono periodicamente in cielo.

gianfrancoianni@virgilio.it

Benevento, 3 settembre 2004
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