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8 SETTEMBRE '43:
la tragedia del nostro rovesciamento di campo

di Indro Montanelli

Caro Montanelli,
Sono uno studente della facoltà di Scienze politiche. A proposito di un punto cruciale della nostra storia contemporanea riguardante l’8 Settembre ’43, cioè la sorte del nostro esercito dopo quella data, secondo lei sarebbe stato possibile un atteggiamento di resistenza organizzato dal governo Badoglio contro i tedeschi senza che succedessero terribili carneficine come a Cefalonia?
Oppure pensa che con lo sbando dell’esercito si sono evitate tragedie peggiori rafforzando in parte le forze partigiane appena dopo formatesi?
Infine: secondo lei, gli Alleati avrebbero collaborato con i nostri militari oppure si sarebbero comportati come a Cefalonia dove li vedo come corresponsabili dell’eccidio, visto che fermarono due fregate cariche di rifornimenti per il generale Gandin e non mandarono un aereo in soccorso?
Calogero Conigliano
Palermo

Caro Calogero,
Anche a costo di tirarmi addosso insulti e contumelie, le dirò ciò che penso dell’intera vicenda.
Volendo fare il trasferimento di campo da quello perdente a quello vincente, non credo che avremmo potuto farlo meglio di come lo facemmo, cioè lanciando un «Si salvi chi può» a centinaia di migliaia di soldati che, operando negli schieramenti e agli ordini degli Alti comandi tedeschi, non potevano salvarsi che a titolo individuale e mimetizzandosi con la popolazione locale, come in parecchi casi avvenne. Gli altri, cioè la quasi totalità, furono trattati non solo da nemici (visto che non avevamo dichiarato guerra agli ex-alleati), ma da traditori.
E guardiamoci negli occhi: non lo eravamo, forse? Visto dalla nostra parte, l’episodio di Cefalonia fu fulgido. Ma i tedeschi, dopo il nostro no alle loro intimazioni di resa, che cosa avrebbero potuto fare di diverso da ciò che fecero e che anche noi, al loro posto, avremmo fatto?
Quanto ai rifornimenti bloccati dagli Alleati, lo furono perché era chiaro che sarebbero finiti in bocca ai tedeschi, non ai nostri. Lo so che ora me ne diranno di tutti i colori. Ma questi sono i fatti.
L’errore quindi va caso mai ricercato, come si suol dire, «a monte», cioè nell’impostazione della nostra condotta che secondo me avrebbe dovuto essere non un rovesciamento di campo, ma una resa pura e semplice.
Mi chiedo, mi sono sempre chiesto, che cosa sarebbe successo se il Re, convocato l’ambasciatore di Germania, gli avesse detto: «Riferite al vostro governo che l’Italia, esaurita ogni capacità di resistenza, si arrende al vincitore e gli ha mandato una delegazione armata di bandiera bianca per ricevere le condizioni della resa. Ci asterremo da qualsiasi atto ostile nei vostri confronti. Reagiremo, coi nostri residui mezzi, a quelli vostri».
I tedeschi avrebbero occupato militarmente l’Italia? L’Italia lo era già. L’avrebbero trasformata in un campo di battaglia per contenere l’avanzata verso le Alpi del nemico già sbarcato e padrone della Sicilia? E’ quello che comunque avvenne. Il Re sarebbe stato deportato in qualche castello tedesco? Sì, ma avrebbe salvato la monarchia affidandola a un erede cui nessuna delle passate responsabilità avrebbe potuto essere addebitata. Dubito che le truppe, una volta ricevuto l’ordine di smobilitazione, sarebbero state (a che scopo) deportate, come furono dopo, e non potevano non esserlo, dopo il passaggio nel campo nemico. Ma soprattutto ci saremmo risparmiati quella nomea di «infidi», «doppiogiochisti» e «traditori» che ci perseguita da secoli e di cui l’8 Settembre, così come si svolse,
costituì una clamorosa conferma.
Quanto al resto, non credo che sarebbe cambiato granché. Una «Resistenza» contro l’occupazione militare tedesca sarebbe nata ugualmente, così come si sarebbero ricostituiti dei focolai fascisti sotto protezione tedesca, cioè quella situazione di guerra civile quale fu - come oggi tutti riconoscono - la Resistenza.
Insomma, da tutto quel cataclisma in cui eravamo entrati di nostra volontà e senza averne i mezzi, saremmo usciti con una rinnovata fama di popolo di scarsa spina dorsale, militarmente fragile se non addirittura imbelle. Ma traditore, no.
Forse i giovani di oggi, lontani da quegli avvenimenti, non se ne rendono conto. Ma per un loro coetaneo di allora come il sottoscritto, ufficiale del Regio Esercito, l’8 Settembre fu una tragedia, da cui uno Stato tornato per sconfitta e per resa alla neutralità, ci avrebbe messo al riparo.

(dal Corriere della Sera, 26 giugno 2001)

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Il dibattito sui caduti di Cefalonia

AMOR DI PATRIA E CONFORMISMO

di INDRO MONTANELLI

Ho sentito dire che se il presidente Ciampi avesse immaginato il mezzo putiferio che il suo omaggio ai morti di Cefalonia ha provocato, si sarebbe ben guardato dall’andarci. Non ci credo. Quell’omaggio era doveroso; e, caso mai, in ritardo di oltre cinquant’anni. Purtroppo era inevitabile, e quindi prevedibile, anche il putiferio. E siccome in esso mi trovo coinvolto anch’io, ecco, ridotta all’osso, la mia deposizione, basata su una personale esperienza che per me vale più di qualunque trattato di politologia. Due volte mi sono sentito, nel mio Paese, assolutamente solo. La prima fu quando, qualche settimana dopo l’8 settembre 1943, mi trovai scodellato prima nel carcere di Gallarate, poi in quello di San Vittore a Milano. Eravamo tutti «isolati» nel senso che non potevamo parlare nemmeno tra noi. Ma io lo ero più degli altri in quanto erano gli altri, e non soltanto gli aguzzini, che non volevano parlare con me perché ero stato catturato in Val d’Ossola nella mia divisa che tuttora portavo, di ufficiale del Regio Esercito, e come tale non avevo diritto alla qualifica di «resistente». Con beffardo spregio mi chiamavano «il badogliano».
Sicché quando Galli della Loggia, che è il maggior responsabile del putiferio, dice che di Resistenze ce ne furono due - una, quotata in Borsa come tale perché avallata dai partiti politici; l’altra esclusa dal listino dei titoli perché quelli a cui s’intestava (la Patria e la Nazione) erano considerati scaduti - dice la verità, anche se la dice calcandone troppo le tinte.
L’altro momento di solitudine lo attraversai quando, proprio per far valere tali verità, dovetti, alla testa di un folto gruppo di «corrieristi» di lungo corso (che poi un direttore del Corriere , Franco Di Bella, definì «l’argenteria di famiglia»), abbandonare questo giornale e fondarne un altro, la cui testata non era, proprio per questo motivo, politically correct pronunciare. Anzi, era talmente uncorrect che quando da due bravi ragazzi delle Br ne ricevetti il meritato castigo, i due maggiori giornali italiani cancellarono il mio nome, e quello del Giornale , dal titolo che ne recava la notizia. Sto arrossendo per la meschinità di questi episodi. Ma che questi episodi ci siano stati è vero, anche se Galli della Loggia non ci va per il sottile. Scalfari ha ragione a negare che per cinquant’anni mezza Italia sia andata la sera a letto con la paura di risvegliarsi, l’indomani mattina, in un gulag (cosa che, a dire il vero, non mi pare che Galli della Loggia abbia detto).
Ma che la storiografia e gran parte della stampa italiane abbiano offerto un preclaro esempio di codardia e di conformismo nel fornire alle giovani generazioni una «patacca» della Resistenza più falsa di un Festival di Sanremo, è innegabile.
Bocca dice che da quasi mezzo secolo sta cercando di spiegare al suo amico (quale davvero è, perfettamente ricambiato) Montanelli, che «una guerra partigiana ci fu, e fu una guerra di popolo». Ma, caro Bocca, che ci sia stata, solo i ritardati mentali possono dubitarne (e sui suoi valori più profondi non c’è da discutere).
Che sia stata una «guerra di popolo», ho qualche dubbio. Ed è da questo dubbio che vorrei partire per chiudere il mio modesto intervento con un’altrettanto modesta proposta. Perché non la piantiamo, tutti, con queste baruffe che interessano soltanto a noi, reduci?
Che la Storia sia sempre una Storia di parte, cioè che riflette la convinzione di chi la scrive è accettato, o almeno tollerato, in tutto il mondo. Ma il modo in cui lo fa la maggior parte degli storici italiani è nauseabondo, e giustifica in pieno l’ignoranza, che contrassegna la nostra audience , del proprio passato, anche il più recente. Quando ci stancheremo di disseppellire cadaveri alla ricerca di indizi che giustifichino l’ennesima riapertura di processi che non riescono mai ad approdare a una sentenza definitiva?
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