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INTERVENTO DI MASSIMO FILIPPINI AL CONVEGNO DI FIRENZE
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Comitato Nazionale per le celebrazioni delle Forze Armate nella Guerra di Liberazione

CONVEGNO NAZIONALE SU
"LE FORZE ARMATE OLTREMARE DOPO L'8 SETTEMBRE 1943"

FIRENZE 24 0TTOBRE 2003

Relazione: Isole Ionie: Cefalonia e Corfù. La Divisione “Acqui”.

RELATORE: avv. Massimo Filippini
TESTO DELL'INTERVENTO:

Ringrazio le Autorità intervenute e gli Organizzatori del presente Convegno che mi hanno onorato della loro considerazione non solo per i miei approfondimenti sui fatti delle isole Jonie ma, soprattutto, per la mia qualità di Orfano di un Martire dimenticato ed obliato da tutti fuorché da me.
E’ a lui, il maggiore Federico Filippini, comandante il Genio della Divisione Acqui, la cui vita fu gettata in pasto degli assassini tedeschi dalla scellerata opera di alcuni personaggi i quali, nel dopoguerra, scampati ai massacri si eressero a depositari dell’onore militare che essi avevano platealmente violato, che dedico il mio intervento.
Sono consapevole di andare controcorrente ma è ora che ciò avvenga perché la Storia reclama non le bugie ma esclusivamente la verità, qualunque essa sia.
Ciò detto passo all’argomento rilevando, preliminarmente, come il tema di Cefalonia costituisca una ferita ancora aperta non solo per il dolore dei Congiunti delle Vittime che nulla potrà mai lenire, ma anche per le roventi polemiche, su alcuni aspetti della vicenda, che si trascinano da tempo immemorabile e su cui sembra giunta l’ora di fare chiarezza, a meno di non voler perpetuare il cinico andazzo di un sistematico negazionismo sulle responsabilità che taluni ebbero in merito al verificarsi dei fatti.
Non è più ammissibile proseguire nella congiura del silenzio ovvero nel sistematico travisamento di alcune fondamentali circostanze specie ora che i vari aspetti della tragedia sono stati messi in luce attraverso testimonianze, documenti e quant’altro, che hanno ricostruito, con sufficiente chiarezza, le fasi della battaglia e le modalità dell’atroce mattanza finale, compiuta proprio da chi, in Germania, è sempre stato considerato al di sopra di ogni sospetto, cioè da membri della Wehrmacht i quali, nel caso in questione, si comportarono non da soldati ma da macellai, infangando l’onore dell’esercito tedesco.
I goffi tentativi di insabbiamento compiuti in Germania, prima che il caso venisse prepotentemente alla ribalta in tempi recenti -e riprova di ciò è la mia costituzione di Parte Civile contro i responsabili tedeschi inoltrata alla competente procura di Dortmund- sono arrivati al punto che, negli annuali Raduni, tenuti in Baviera dai Gerbisjaeger, i Reparti di fanteria Alpina autori, all’epoca, dell’efferata strage, la loro presenza assassina in quel di Cefalonia non viene neppure menzionata tra le tappe delle loro ”celebrate” imprese belliche.
Tale silenzio, invero, ha molti punti di somiglianza con quello avutosi da noi sugli accadimenti che, dall’8 al 15 settembre, precedettero l’inizio delle ostilità tra la Divisione “Acqui” e gli ex alleati tedeschi, da cui è derivato un “vulnus” alla ricostruzione degli eventi che, alla luce di quanto sto per dire, non esito a definire come una preordinata e volontaria opera di disinformazione sui fatti di Cefalonia.
Viene spontaneo, infatti, chiedersi per quale motivo, nel dopoguerra, non fu dato seguito, invece di ordinarne l’archiviazione, ad una lettera contenente un Appunto, inviata, in data 2 maggio 1962, all’allora Capo dello SME, dal Capo dell’Ufficio Storico, col. Broggi, ove testualmente si legge: "L'episodio di Cefalonia è quanto mai scottante soprattutto per il sottofondo di grave crisi disciplinare che lo caratterizzò. Sono infatti noti i gravi episodi di sobillazione sediziosa da parte di taluni ufficiali mentre il gen. Gandin era impegnato nelle trattative con il locale comando tedesco; le arbitrarie intese segrete con elementi partigiani greci, ai quali furono perfino ceduti da qualche reparto armi e munizioni; talune gravissime iniziative individuali in contrasto con gli ordini del Comando della divisione, tendenti a forzare ad esso la mano durante i negoziati con i tedeschi; una certa quale debolezza del Comando della Divisione manifestatasi con la mancata adozione di severe misure contro i principali responsabili di attività sediziose e di intemperanze disciplinari".
Tale nota, malgrado il suo esplosivo contenuto, non determinò l’insorgere di una qualsiasi attività inquirente da parte di chi di dovere, ma rimase in pratica lettera morta.
Essa, d’altronde, non fu un’iniziativa isolata ma costituì, in certo senso, la prosecuzione di quanto aveva già scritto in una Relazione Riservata, compilata nell’autunno 1948, il ten. col. Livio Picozzi, dopo un sopralluogo a Cefalonia in qualità di membro di una nostra Missione Militare, ivi recatasi per ricostruire la vicenda in loco e per altre pietose incombenze, quali la sistemazione dei resti dei nostri Caduti.
Il suddetto Picozzi fu, dunque, il primo che, in forma ufficiale -anche se riservata- ricostruì la vicenda con dovizia di particolari, sulla base di informazioni assunte sul posto e di testimonianze di nostri superstiti e di cittadini greci, giungendo, già all’epoca, il 1948, alle conclusioni riprese, ed evidentemente condivise, dal colonnello Broggi nel suo Appunto per il Capo di SME.
Ma tant’è: la smania affossatrice delle responsabilità emergenti dai fatti, dovuta principalmente al desiderio di non mettere in cattiva luce l’esercito, a causa del comportamento di alcuni appartenenti alla divisione Acqui, spinse lo stesso Picozzi a suggerire di non far menzione di quanto da lui accertato, e così avvenne: però, come spesso accade, l’aver nascosto la testa dinanzi alle risultanze dei fatti, fu foriero di conseguenze imprevedibili che, nel caso specifico videro l’affermarsi di una “vulgata” intrisa di retorica ma scarsa di contenuti, fondata, principalmente, sul continuo rimestamento dei tristi particolari dell’abominevole strage tedesca, che però non rispose adeguatamente alla domanda che ancora oggi si pongono in tanti -i Familiari dei Caduti in primo luogo- se cioè sia stata veramente inevitabile la strage di Cefalonia.
Mi rendo conto, dicendo ciò, di andare controcorrente ma ritengo, nel contempo, che l’onestà intellettuale debba prevalere su ogni altra considerazione, essendo la verità dei fatti, il fine principale da perseguire.
L’accennato comportamento “insabbiatore” di fatti che gettarono nel lutto e nella disperazione migliaia di famiglie ha determinato, altresì, la sgradita conseguenza di vedere glorificati, immeritatamente, alcuni protagonisti della tragedia a scapito di altri e ciò, trascinandosi fino ai giorni nostri, è stato, forse, il peggior servigio che l’eccesso di prudenza ha arrecato ai fatti di Cefalonia.
La storia dell’eccidio, pertanto, non si risolve nell’elencazione delle brutture che avvennero ad opera dei tedeschi o degli atti di valore dei nostri soldati ma esige che si ricerchi, finalmente, chi, oltre agli assassini tedeschi, si comportò in modo da agevolarli, sia pure inconsciamente.
Siamo nell’anno 2003 ed è inconcepibile che su un episodio che colpì decine di migliaia di Famiglie, si continui a mantenere un assurdo ed equivoco silenzio cui, di recente, ha fatto riscontro una voce, tradotta in un inqualificabile libro, che non ha esitato a dare del “Traditore” al generale Antonio Gandin, arrivando perfino ad auspicare la revoca della Medaglia d’Oro a suo tempo conferitagli.
Questo, dunque, il risultato cui si è giunti attuando la politica dello “struzzo” da parte delle competenti Autorità Militari che, anziché prendere una decisa posizione, fin dall’inizio, nei confronti delle azioni che esse ben sapevano essere state commesse a Cefalonia, preferirono tacere con il risultato di vedere, oggi, gettata in pasto, ad una invereconda canea, la testa di un Martire.
Ciò premesso, approfondirò gli aspetti salienti della tragedia di Cefalonia, attraverso la “RELAZIONE RISERVATA”, scritta nel novembre1948, dal predetto Ten. Col. Livio Picozzi, dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore, il quale fece parte della Missione Italiana recatasi quell’anno a Cefalonia, dal 21 ottobre al 3 novembre, per ricostruire “in loco” gli avvenimenti e per studiare la sistemazione dei resti dei Caduti.
E’ conservata nell’Ufficio Storico dell’Esercito e contiene spunti ed osservazioni in netto contrasto con quello che, fino ad oggi, è considerato il pensiero ufficiale dell’Esercito sulla vicenda e, di conseguenza il suo esame riveste una grande importanza ai fini storici.
Detta Relazione, “Relativa agli avvenimenti di Cefalonia”, fu inviata al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, con un Promemoria del Capo dell’Ufficio Storico, gen. Mondini, in cui, in armonia con i criteri di estrema cautela, con cui venne trattato l’argomento, questi scrisse testualmente:
la Relazione “ha carattere riservatissimo: propongo perciò che venga in seguito conservata come tale, presso questo Ufficio, senza che ne sia data ulteriore diffusione”.
E’ evidente che oggi i criteri di riservatezza devono cedere il passo alla ricerca storica e quindi ne illustrerò, sinteticamente, i punti salienti iniziando dall’introduzione in cui l’autore specifica che “ …nella ricerca di dati effettuata sul posto, nella visita estesa a quasi tutto il campo di battaglia, nei numerosi interrogatori di testimoni oculari e di autorità greche, nei confronti fra superstiti, sono emersi numerosi elementi che, senza modificare la sostanza delle cose, mettono i fatti di Cefalonia in una luce più completa”.
Ciò premesso, al punto B, intitolato “All’atto dell’armistizio”, egli scrive:
” Si giunge alle giornate dell’8-9 settembre. E’ già in atto una crisi disciplinare che si rivela attraverso una accesa propaganda, dal nervosismo e da qualche atto di indisciplina che andrà a toccare la persona del Comandante stesso.
“ Da questo momento si inizia un drammatico contrasto fra il Generale Gandin e una larga parte dei suoi dipendenti.
“ La sua azione di comando è messa a dura prova e intralciata nei primi giorni da una pressione che viene dal basso, che assume in certi momenti un carattere sedizioso e che, pure essendo basata su una imperfetta conoscenza della situazione, tende a forzargli la mano per fare iniziare, comunque, le operazioni a criterio degli elementi in sottordine.
“ E’ un motivo del tutto ideale quello che spinge una forte parte delle truppe a voler combattere contro i tedeschi ? Non sembra. Le testimonianze raccolte in proposito -vecchie e nuove- mettono in evidenza la stanchezza della guerra; la speranza del prossimo rimpatrio salutata con gioia anche se a un caro prezzo per la Nazione intera.
“ I sentimenti affettivi e familiari prevalgono; soprattutto prevale la ferma intenzione di ritornare al più presto in Italia per non combattere né con l’una né con l’altra parte. Si era creata l’errata persuasione che l’Italia o gli anglo-americani, mandassero delle navi ad imbarcare la Divisione “Acqui”. Perciò si assiste ad uno strano fenomeno che si conclude con una disordinata e prevalente volontà di combattere avente per finalità la pronta liberazione dall’onere di dover combattere per chicchessia.
“ In Cefalonia si viene a conoscenza -il 10 settembre- del telegramma che il Gen. Gandin ha ricevuto dal Comando 11^ Armata, e che egli stesso comunica: cedere ai tedeschi le armi pesanti e le artiglierie, e questa circostanza spinge ad atti di ribellione vera e propria o di eccessiva iniziativa, atti destinati in seguito ad avere un forte peso, sia per avere accelerato il crearsi di una situazione male elaborata, sia perché tali da fornire ai tedeschi motivo di gravi rappresaglie”.
Il successivo punto C , dal titolo “I vari stati d’animo - opinioni e atteggiamenti” è illustrato –scrive Picozzi - attraverso l’esame di “alcuni episodi di opposta tendenza confortati da elementi raccolti durante interrogatori effettuati in Cefalonia nell’ottobre 1948 e in Taranto, presso alcuni reduci colà incontrati”. In esso si legge testualmente:
1 – “E’ importante e complesso, quanto -alla luce di tali informazioni- emergerebbe nei riguardi del capitano di art. Apollonio Renzo triestino, comandante di una btr. del 33° rgt. Art., dislocato presso il ponte di Argostoli, che fu uno degli animatori della “sedizione” del primo tempo.
“Subito dopo l’annuncio dell’armistizio, mentre il Comando della Divisione stava trattando con quello tedesco per addivenire ad una chiarificazione, egli attaccò con i propri pezzi tre zatteroni tedeschi che da Lixuri trasportavano ad Argostoli alcuni pezzi di artiglieria; tali zatteroni vennero affondati e si ebbero vari morti nemici. Quasi contemporaneamente, egli diresse l’attacco in Argostoli contro un fabbricato, in cui esisteva un Comando del genio tedesco; vi fu ucciso un ufficiale tedesco.
“E’ noto che fece anche opera non tanto di propaganda, quanto sobillatrice fra le truppe, per forzare la mano al Comando della Divisione.
Non risulta che il Gen. Gandin abbia preso provvedimenti contro tale ufficiale; né che le truppe tedesche lo abbiano arrestato insieme a tutti gli altri ufficiali italiani.
“Subito dopo la resa, l’Apollonio sparì. Non fu tra gli ufficiali arrestati. Venne visto vestito da soldato, guidare autocarri per i tedeschi, mentre quasi tutti i suoi artiglieri erano caduti. Si constata poi il fatto che il Comando tedesco si servì di tale ufficiale in varie circostanze; 10-15 giorni dopo la resa avvenuta il 22.9.1943 a Keramies, l’Apollonio ricomparve insieme ai tedeschi. Egli si recò in tale località nel villino Vallianos, dove la resa aveva avuto luogo e (secondo le affermazioni di certo Spiros Vallianos, custode della villa e che aveva assistito alla resa stessa), si adoperò per ricercare alcuni documenti che sperava che il Gen. Gandin non avesse distrutto e che voleva consegnare al Comando tedesco.
“ Processato dai tedeschi -in un secondo tempo- per l’uccisione dell’ufficiale del genio, sarebbe stato prontamente assolto in seguito ad alcune testimonianze a lui favorevoli; è certo che dopo pochi giorni egli sedeva alla mensa degli ufficiali tedeschi, in perfetta armonia.
Il Comando tedesco dette successivamente al cap. Apollonio il comando di una compagnia lavoratori – prigionieri italiani, e la riorganizzazione di una batteria italiana; risulta infine da testimonianze come egli fosse stato inviato in missione dal Comando tedesco ad Atene ed a Belgrado, allo scopo di effettuare colà ricerche e rifornimenti di materiali.
“Durante tutto il periodo dell’occupazione tedesca dell’isola, l’Apollonio tenne, all’insaputa del Comando tedesco e in modo assai abile, contatti con l’E.A.M. dell’isola, tanto è vero che appena le truppe tedesche ebbero sgomberato l’isola stessa, egli passò immediatamente a prestare servizio con le forze partigiane, dimostrando molto e prezioso attaccamento alla nuova terza causa.
“ Non è azzardato affermare che se il Gen. Gandin avesse subito adottato le più severe misure nei confronti del cap. Apollonio per le sue errate iniziative individuali, per gli atti da lui compiuti, mentre si svolgevano le trattative con i tedeschi e per la azione sobillatrice da lui condotta, avrebbero potuto essere evitate non poche delle tragiche conseguenze. Non si hanno elementi per stabilire a cosa sia dovuta questa mancata energica azione. Probabilmente essa fu imposta dalla convinzione che poco vi era da fare di fronte allo stato di confusione e allo sfaldamento morale che già l’8 settembre si diffondevano quasi dovunque con crescente intensità”.
Al punto F, intitolato “Contegno dei tedeschi e degli italiani” , dopo aver definito quello dei primi “ inqualificabile sotto l’aspetto cavalleresco, per la mancata osservanza delle leggi dell’onor militare e di ogni civile convenzione” egli aggiunge: “Non giustificabile, quindi, il contegno dei tedeschi: spiegabile tuttavia in parte, se ci si sforza di trovare un motivo, tenendo conto della loro mentalità e del risentimento per gli atti “proditori” che essi imputavano agli italiani. Infatti, l’aver colpito natanti dei tedeschi e l’avere ucciso un loro ufficiale, in sede di trattative, furono gesti che per primi provocarono quel risentimento”.
Sugli italiani, dopo aver reso “un particolare ed ammirato omaggio a coloro che hanno più valorosamente combattuto e dato la vita a caro prezzo, resistendo fino all’ultimo”, egli osserva:
“La massa, negli ultimi giorni, non ha però combattuto con uguale fierezza. Nella commemorazione effettuata recentemente da Don Romualdo Formato, confortato da concordi testimonianze, è ricorsa la frase “tamquam agnus ad occisionem perductus”. In altre descrizioni, si è udito che i caduti sono andati alla fucilazione rassegnati e invocando la “mamma”. Dal punto di vista religioso ed umano, queste circostanze sono profondamente toccanti e drammatiche. Dal punto di vista militare non costituiscono certo motivo di gloria”.
“Si ha poi che, conclusesi le tragiche giornate del settembre ’43, dal 24 in poi la totalità quasi assoluta dei superstiti aderì ai tedeschi, collaborazionista. Ci furono degli ufficiali che dopo aver resistito in un primo tempo, si diedero ad inquadrare unità dei servizi per i tedeschi. Ci furono italiani, autisti, che caricarono salme di fucilati per trasportarle alle zattere da cui dovevano poi essere gettate in mare.
“Naturalmente –egli aggiunge- non sarebbe possibile erigersi a giudici, senza essersi prima compenetrati profondamente nel dramma di Cefalonia…senza tener presente lo stato d’animo di coloro che -ignari di gran parte degli avvenimenti in Italia,… tutto speravano e attendevano dal Paese, che non fu in grado di mandare soccorso. Giunse solo un telegramma di compiacimento”.
In sede di CONCLUSIONI, il Relatore si pone la domanda “Cosa conviene fare ?”, formulando alcuni suggerimenti cui gli organi militari responsabili si sono attenuti fino ad oggi, purtroppo a scapito della verità. Ecco, di seguito, il testo:
1) “Lasciare che il sacrificio della div. “Acqui”, sia sempre circonfuso da una luce di gloria. Molti, per fortuna -egli scrive- sono gli episodi di valore, sia pure più individuali che collettivi. Sembra opportuno che siano messi in sempre maggior luce”.“Insistere sul “movente ideale” che spinse i migliori alla lotta. Non insistere sulla disparità di vedute, sulla crisi iniziale, sugli atti di indisciplina con i quali fu messo a dura prova il comando.
2) “Non modificare la “storia” già fatta, non perseguire i responsabili di erronee iniziative, anche se dovessero sopraggiungere nuove emergenze e ciò per non incorrere nel rischio che il “processo” a qualche singolo, diventi il processo di Cefalonia.
3) “Spogliare la tragedia dal suo carattere “compassionevole”. Fare dei morti di Cefalonia, altrettanti “caduti in guerra”; non presentarli come poveri uccisi.
“Questo vuole il rispetto ad essi dovuto; il riguardo alla sensibilità di migliaia di famiglie e l’opportunità di secondare il “mito” di gloria che si è già formato intorno a questa vicenda, in una larga parte della pubblica opinione”.
L’argomento venne poi ripreso dallo stesso Ufficio in una lettera del 2 maggio 1962, indirizzata al Capo di S. M. dell’epoca, in cui, il Capo Ufficio, col. Broggi, riferendosi ad un articolo apparso sul settimanale “Gente”, scrisse: “ L’episodio di Cefalonia è quanto mai scottante soprattutto per il sottofondo di grave crisi disciplinare che lo caratterizzò. Sono infatti noti i gravi episodi di sobillazione sediziosa da parte di taluni ufficiali mentre il gen. Gandin era impegnato nelle trattative con il locale comando tedesco; le arbitrarie intese segrete con elementi partigiani greci, ai quali furono perfino ceduti da qualche reparto armi e munizioni; talune gravissime iniziative individuali in contrasto con gli ordini della divisione, tendenti a forzare ad esso la mano durante i negoziati con i tedeschi; una certa quale debolezza del Comando della Divisione manifestatasi con la mancata adozione di severe misure contro i principali responsabili di attività sediziosa e di intemperanze disciplinari “.
Dopo tale premessa, l’autore aggiunse: “Il Gen. Gandin, fiducioso nel proprio prestigio per aver svolto delicati incarichi presso i tedeschi, dai quali era stimato, tendeva in effetti a ottenere, mediante abili trattative in corso, una onorevole soluzione per la “Acqui”, conscio che sulla sua coscienza gravava l’enorme responsabilità della vita di oltre diecimila uomini. Ma il 13 settembre - com’è noto- la situazione precipitò allorché il capitano Apollonio, d’intesa con altri comandanti di batteria, aprì il fuoco contro due grosse motozattere tedesche, con a bordo uomini e artiglierie, che si dirigevano su Argostoli. Fu l’inizio della tragedia della Divisione Acqui”.
Infine, al punto 6, così concluse: “Una rivalutazione della figura e dell’operato del Gen. Gandin a Cefalonia, da ottenere mediante una rettifica, potrebbe apparire desiderabile. Un’azione in tal senso però obbligherebbe a riconsiderare globalmente la delicatissima questione Cefalonia, rimettendo per ciò stesso in discussione il noto dissidio fra il comandante e le truppe dell’isola e riportando di conseguenza sul tappeto il “caso Apollonio”, a tutto danno del nostro prestigio militare. Il “caso Apollonio”, com’è noto, fu risollevato anche nel 1948, con la “Relazione riservata” dell’allora Ten. Col. Picozzi dell’Ufficio Storico che fece parte della Missione recatasi quell’anno a Cefalonia per ricostruire in posto gli avvenimenti e per studiare la sistemazione dei resti dei Caduti. Tale relazione riservata (di cui l’Ufficio ha copia) fu trasmessa dal Capo dell’Ufficio Storico dell’epoca (Gen. Mondini) al Capo di S. M. dell’Esercito (Gen. Marras). E’ anche noto che sul “caso Apollonio” si è avuta in tempo successivo una sentenza della Magistratura.
Per queste considerazioni sembra conveniente rinunciare all’idea di una rettifica su “Gente”, rettifica che probabilmente potrebbe avere l’effetto di risollevare polemiche sulla delicata questione di Cefalonia”.
A piè di lettera è ben visibile, infine, l’eloquente poscritto appostovi, a penna, dal col. Broggi: “Conferito il 30/5/62 con Capo di S. M. Ha disposto di archiviare la questione.(…). Broggi”.
Questo, in estrema sintesi, il contenuto dei documenti esistenti nell’Archivio dell’Ufficio Storico dello SME che è della massima importanza poiché esprime “l’autentico” pensiero dell’Esercito italiano sulla tragedia di Cefalonia, in netto contrasto con quello “ufficiale” tramandato, fino ad oggi, tra silenzi, reticenze e “archiviazioni” ormai non più giustificabili.
Per completezza di informazione preciso che il col. Broggi usò impropriamente il termine Sentenza per indicare un atto che fu solo una "Decisione" di carattere istruttorio, adottata "in istruttoria", dal Giudice Istruttore, nulla avente, quindi, dei requisiti propri di una Sentenza vera e propria, pronunciata, cioè, in chiusura di dibattimento, la quale diventa "definitiva" al termine degli eventuali gradi di giudizio, determinando la c. d. "cosa giudicata".La provvisorietà contraddistinse, invece, tale atto che ripeto, fu di mera istruttoria, sopraggiunto al termine di indagini provocate dalle denunzie del dr. Roberto Triolo, padre di un Caduto, fucilato insieme con mio Padre, con cui il G. Istruttore prosciolse in modo scandaloso, cioè contro la schiacciante evidenza delle prove raccolte, un certo numero di militari italiani imputati per i reati di cospirazione, rivolta e insubordinazione, afferenti ai fatti. Detto proscioglimento non avrebbe certo pregiudicato -in qualunque momento- ulteriori indagini istruttorie, all'emergere di nuovi elementi, se il denunziante non fosse deceduto addirittura prima dell'8 luglio 1957, data in cui la decisione fu pubblicata.
All' aspetto giudiziario della vicenda è dedicata un' analisi accurata nella seconda parte del mio libro, "La vera storia dell'eccidio di Cefalonia", sul quale chiunque lo voglia può documentarsi ampiamente.
Mi auguro che storici e ricercatori, esperti non solo di documenti, ma anche di diritto penale comune e soprattutto militare, traggano da quanto sopra, la spinta per progredire ulteriormente nei loro studi, non essendo lecito che si prosegua all’infinito in ricostruzioni ipocrite e mendaci dei fatti a scapito di ciò che oggi deve unicamente interessare, cioè l'assoluta verità dei fatti.
Analizzando, ora, in breve i fatti di Corfù è da notare che colà non si verificarono, con altrettanta virulenza, episodi analoghi a quelli di Cefalonia ed il comandante del 18° Reggimento “Acqui”, il col. Luigi Lusignani, non si trovò a fronteggiare una situazione di vera e propria rivolta come toccò al gen. Gandin.
Ad onor del vero anche il colonnello Lusignani ebbe dubbi e perplessità non dissimili da quelli di Gandin, circa il comportamento da tenere verso i tedeschi, tenuto conto della loro indiscutibile supremazia militare che, anche se non palesatasi immediatamente era ben nota e la riprova di ciò sta nel fatto che il giorno 10 settembre egli chiese –senza essere esaudito- al Comando Supremo di poter sgomberare l’isola e tornare in Patria.
Tale atteggiamento dettato da preveggenza e non da un inesistente filogermanesimo, anche a lui - come a Gandin - venne poi rimproverato da facili critici come alcuni suoi dipendenti usciti, peraltro, illesi dalla vicenda o da suoi Superiori che, come il gen. Ambrosio, dal comodo rifugio di Brindisi, non esitò ad inviargli ordini draconiani di resistenza cui egli, malgrado non nutrisse negli stessi gran fiducia, si adeguò.
Ciononostante nel dopoguerra tornarono a circolare su di lui voci di “tradimento” da parte di invasati ed ignoranti subordinati, così come avvenuto per il gen. Gandin e ciò indusse il fratello, il dr. G. Battista Lusignani a scrivere al colonnello Palmieri, autore del libro “Quelli delle Jonie e del Pindo” in cui si rievocava obiettivamente la vicenda di Corfù, in questi termini:
"...ho letto con interesse il Suo libro "Quelli delle Jonie e del Pindo" confermando il mio atteggiamento nei riguardi di quei partecipi della tragedia che ne hanno fatto ragione di onori. - Il libro di Padre Ghilardini "Sull'arma si cade non si cede" non espone verità, nemmeno nei riguardi di mio fratello, ma forse chi lo ha scritto o ispirato non è stato certamente il buon cappellano."

Pavia 11-2-1983

dr. G. Battista Lusignani, fratello del col. Luigi Lusignani com.te il 18° rgt. fanteria "Acqui", medaglia d'Oro V.M.fucilato a Corfù il 25.9.1943.
La carneficina avutasi a Cefalonia, fortunatamente non fu replicata dai tedeschi anche a Corfù, anche se circa seicento Caduti sono un dato impressionante che deve far riflettere, oggi, a distanza di sessant’anni se valeva la pena di far combattere dei soldati nella quasi assoluta certezza di non poterli aiutare in alcun modo.

Grazie.
MASSIMO FILIPPINI
Firenze 24 ottobre 2003

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