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BALLE RACCONTATE
DAI COMUNISTI
SUL COSIDDETTO 'ARMADIO DELLA VERGOGNA'
______________
° ° °
"Parlano proprio loro che di armadi pieni di scheletri
ne hanno a bizzeffe"
MF
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° ° °

Dall'articolo "GLI SCHELETRI DELL'ARMADIO" (Riv. Micromega - N° 1 del 2000):
"È VERO, I CITTADINI TEDESCHI NON POTEVANO ESSERE ESTRADATI.
Ma si sarebbe potuto chiedere una revisione del trattato che lo impediva si potevano, processare in contumacia i responsabili di tutti quei delitti, si potevano fornire alle autorità di Bonn, che li sollecitava in continuazione tutti gli elementi in nostro possesso per i processi che la magistratura tedesca aveva intenzione di condurre in Germania".
F.to Franco Giustolisi
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Tempo fa, scrivemmo l'articolo, più avanti riportato, sulla scia dello scalpore avuto dalle "rivelazioni" del giornalista Franco Giustolisi circa la "scoperta" dell'armadio, ribattezzato "della vergogna", da gran parte dei media, esultanti nell'apprendere l'esistenza di una congiura che avrebbe portato all'insabbiamento delle indagini sui fatti di Cefalonia.
Al giubilo delle sinistre nessuno osò contrapporre validi argomenti se non il sottoscritto che, però, ha il grave difetto di essere una "voce fuori dal coro", nonostante sia Vittima di quei fatti su cui tanti si arrogano il diritto di sputare sentenze, senza alcun fondamento logico, morale e, soprattutto, giuridico.
Riportiamo, perciò, volentieri e ben evidenziato in alto -a mo' di sentenza- lo stralcio di un articolo scritto dal "supervisore" in materia, cioè dallo stesso giornalista Giustolisi al quale, incredibilmente, i media -nella quasi totalità- hanno attribuito la scoperta del complotto insabbiatore che egli stesso sconfessa chiaramente, sostenendo le nostre stesse ragioni e cioè che l'inesistenza di un trattato di estradizione tra Italia e Germania non avrebbe mai potuto rendere possibile processare da noi i militari tedeschi, assassini a Cefalonia.
Naturalmente la "resa" del Giustolisi dinanzi all'evidenza non avviene in modo pacifico: egli infatti si arrampica sugli specchi affermando che il nostro governo, all'epoca, avrebbe dovuto adoperarsi in vari modi come ad esempio chiedere la revisione del Trattato tra i due Paesi ovvero processare in contumacia i colpevoli (dei quali era impossibile richiedere, sulla base di detto Trattato, perfino la data di nascita !), ovvero -dulcis in fundo- fornire elementi alle "Autorità di Bonn che "li sollecitava in continuazione": e qui il Giustolisi cade nell'assurdo più grottesco.
E' cosa notoria infatti, che la Giustizia tedesca non ha mai proceduto di sua iniziativa, e, quando fu messa al corrente dei fatti, provvide ad archiviare il tutto, adeguandosi così al silenzio più assoluto esistente in Germania sulla strage, rotto solo qualche tempo fa da timide iniziative verso cui le Autorità hanno mostrato un'indifferenza quasi assoluta, di cui si è perfino lamentato il Procuratore Maas che indaga attualmente, come riportato dal giornale "Il Resto del Carlino" in data 8 giugno 2003, nei seguenti termini:
"Il magistrato tedesco: «Mi boicottano su Cefalonia".
BERLINO — «Cercano con tutti i mezzi di sabotare il mio lavoro», denuncia Ulrich Maas, il procuratore di Dortmund che sta conducendo l´istruttoria per il massacro di Cefalonia. «Voglio lavorare senza fretta, senza rabbia, ma anche senza ostacoli superflui», aggiunge ma si rifiuta di spiegare da che parte vengano le pressioni per insabbiare ancora una volta l´inchiesta a sessanta anni esatti dalla strage compiuta per pura vendetta dall´esercito tedesco contro i soldati italiani, che l´8 settembre del ´43 da alleati divennero a un tratto nemici. Gli elementi dell´estrema destra non hanno alcun potere, ed è piú probabile che Maas si riferisca a gruppi vicini ai vertici militari. Cefalonia, infatti, non è da imputare alle SS ma ai reparti normali della Wehrmacht, in particolare degli alpini bavaresi. Per decenni, in Germania si è cercato di addossare la colpa di ogni crimine di guerra ai nazisti, come se i militari di carriera avessero dovuto subire a loro volta le decisioni del regime. A Cefalonia, gli 11mila uomini della divisione Acqui rifiutarono di consegnare le armi ai tedeschi, alcuni reparti si batterono con valore, e la resa innanzi a forze preponderanti e meglio armate giunse dopo la solenne promessa che tutti i militari sarebbero stati trattati come prigionieri di guerra. Invece gli ufficiali vennero sterminati e i soldati furono massacrati a migliaia. I superstiti furono imbarcati per venire trasportati in Germania ma le navi vennero silurate dagli inglesi e altre migliaia perirono a poche centinaia di metri dall´isola. I morti in totale furono circa 5300. I responsabili non vennero perseguiti, anche per colpa delle autorità italiane: non si volevano guastare i rapporti con la Germania negli anni della guerra fredda (su pressione degli americani). I magistrati tedeschi che chiusero l´inchiesta negli Anni Sessanta erano molto vicini agli ex nazisti.
Ulrich Maas ha ripreso con energia il lavoro. Ha interrogato un centinaio di superstiti, ha ritrovato i diari dei militari, ha scovato i documenti negli archivi della ex Ddr, ha sentito le deposizioni dei testimoni greci, ed ha individuato una decina di probabili colpevoli. Per il diritto tedesco non esiste prescrizione per simili reati, ma non basta aver eseguito gli ordini. Bisogna dimostrare una diretta e personale responsabilitá. La lotta è contro il tempo: i presunti colpevoli hanno da 81 a 93 anni.
Roberto Giardina"
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Ed ecco il nostro articolo sulla questione, cui abbiamo dato un titolo più appropriato ed incisivo rispetto al precedente, ("Il presunto insabbiamento dell'inchiesta sui fatti di Cefalonia"). Preghiamo il lettore di leggerlo attentamente per rendersi conto del colossale imbroglio che, anche sui riflessi giuridici della tragedia di Cefalonia, si sta cercando di compiere.


- L'ARMADIO DELLA VERGOGNA NON C'ENTRA NIENTE CON CEFALONIA -
“L’armadio della vergogna ovvero la scoperta dell’ acqua calda”


Gli strali della sinistra si sono, di recente, appuntati sull’esistenza di un “complotto” che “insabbiò” le indagini sui responsabili tedeschi degli eccidi commessi a Cefalonia, attuato, nel 1956, dalla Magistratura Militare in combutta con il potere esecutivo che, attraverso il Ministro degli Esteri Gaetano Martino – padre dell’attuale Ministro della Difesa - ed il Ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani , si sarebbe adoperato –venendo ricambiato - affinché i Magistrati Militari, in particolare il Procuratore Capo dr. Santacroce, affossassero la relativa inchiesta per evitare di mettere in cattiva luce il buon nome dell’esercito tedesco che si apprestava ad entrare nella NATO.
L’esistenza della “combine” politico-giudiziaria, sarebbe provata, appunto, dalle risultanze di un carteggio Martino – Taviani rinvenuto in un armadio, ribattezzato “della vergogna”, situato nella sede della Corte d’Appello Militare di Roma: l’autore della “scoperta” –il giornalista Franco Giustolisi- di indiscussa militanza comunista, ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia , additando alla pubblica esecrazione non solo i sunnominati Ministri, ma anche la Magistratura Militare che, prestandosi al gioco, cioè “insabbiando” l’inchiesta, avrebbe, di fatto se non addirittura consapevolmente, agevolato i criminali tedeschi autori delle stragi di Cefalonia.
Con la baldanza di chi ha fatto una scoperta da tramandare ai posteri, il Giustolisi ha riportato, infatti, su “L’Espresso” del 16/11/2000, l’intervista fatta al sen. Taviani, poco prima che questi passasse a miglior vita, titolandola “SI, HO INSABBIATO CEFALONIA - Anno: 1943. Nell’Egeo ( era lo Jonio, Giustolisi, ndr ) i tedeschi massacrano 6.500 soldati italiani. Un eccidio che non sarà mai punito. In nome della ragion di Stato”.
In detto articolo, il Nostro scrive: “…Finita la guerra, familiari delle vittime e superstiti si batterono perché i 31 militari responsabili di quell’eccidio venissero processati. Niente da fare, la politica pose il veto. Era l’ottobre del 1956: Martino, liberale, ministro degli Esteri, scrive a Taviani, dc, ministro della Difesa (facevano parte del governo presieduto da Antonio Segni, anche lui dc), proponendogli in sostanza l’affossamento di ogni percorso di giustizia. Questo in nome della resurrezione della Wehrmacht, necessaria alla Nato in funzione anti – Urss.”
Alla lettera del ministro Martino, Taviani rispose apponendovi in calce, poche ma, secondo Giustolisi, significative parole, ( ”Concordo pienamente con il ministro Martino” ), seguite dalla sua sigla e con ciò “consentì l’affossamento della giustizia”...
Questa, in sintesi, la “scoperta”, che, alla luce delle considerazioni che seguono, può, ben a ragione, definirsi “ dell’acqua calda”.
Passando, infatti, a dimostrare il nostro assunto, rileviamo anzitutto, che egli ha scritto di “familiari delle vittime e di superstiti” che si batterono perché i 31 responsabili tedeschi venissero processati: ciò non è vero poichè chi si “battè” affinché si facesse giustizia sui fatti di Cefalonia - NEL LORO COMPLESSO - cioè per accertare e punire TUTTE le responsabilità penali da essi emergenti - non solo di militari tedeschi, ma ANCHE ITALIANI - fu soltanto una persona cioè il dottor Roberto Triolo, padre di un sottotenente della Guardia di Finanza, fucilato, tra l’altro, insieme con il Padre dello scrivente.
Di conseguenza, se parlare di “familiari e di superstiti” è cosa non vera, assai più grave è l’aver fatto cenno solo ai 31 militari tedeschi - individuati dal Triolo - come possibili autori delle stragi e non anche ai 27 militari italiani indicati come autori di altri reati –ovviamente diversi da quelli dei tedeschi- ma pur sempre afferenti alla vicenda di Cefalonia, i quali, in applicazione delle norme procedurali sulla c.d. “connessione dei procedimenti” vennero rinviati a giudizio congiuntamente ai primi: per chi non parla a vanvera come taluni giornalisti ignoranti ed alcuni storici faziosi, ma conosce il diritto, come lo scrivente, in tale “ iter giudiziario” furono applicate, in modo conforme alla legge, le norme procedurali, e quindi, non è ravvisabile nulla di scandaloso, come si è malignamente insinuato dai predetti personaggi ignoranti e/o in malafede.
Ma c’è di più. L’autore della “scoperta”, parlando di “familiari e superstiti”, ha omesso di menzionare proprio il dottor Roberto Triolo, cioè l’unica persona alla cui instancabile opera di denuncia di tutte le malefatte avvenute a Cefalonia, si dovette l‘individuazione dei suddetti responsabili italiani (27) e tedeschi (31), con ciò determinando nel lettore del suo articolo un’idea errata sull’andamento delle indagini.
Fuori dai piedi, pertanto, un galantuomo come il Triolo e dentro l’ormai 88enne Taviani, sedicente “affossatore” di processi e di indagini che, in barba alla sua qualità di Presidente dei Partigiani Cattolici, qualora la “scoperta” di Giustolisi fosse fondata, si sarebbe macchiato, tenendola nascosta fino alla vigilia della sua dipartita, dell’infamante colpa di aver agevolato l’impunità degli assassini tedeschi, il tutto stranamente raccontato da Giustolisi senza particolare acrimonia verso il defunto senatore, forse in considerazione del fiero antifascismo che il “de cuius” non mancò mai di mostrare, naturalmente dopo il 25 luglio 1943.
Riteniamo utile rammentare, in questa sede, un brillante articolo di Mario Cervi –riportato nel sito– il quale ha esattamente rilevato che la separazione tra poteri –anche in un paese disastrato come l’Italia del dopoguerra- non avrebbe consentito, come infatti avvenne, che il preteso “insabbiamento” avvenisse, stante l’indipendenza del Potere giudiziario, cioè della Magistratura, Ordinaria e Militare, dal Potere esecutivo: con la conseguenza che il carteggio tra i due Ministri, rappresentò una “dichiarazione di intenti”, di certo poco edificante, ma sicuramente non produttiva di effetti al di fuori degli stessi interlocutori.
A motivo di ciò, abbiamo definito quella di Giustolisi la “scoperta dell’acqua calda”, e ciò apparirà ancor più evidente alla luce del fatto che sia il Pubblico Ministero dr. Piero Stellacci, nella sua Requisitoria finale del 20 marzo 1957, che il Giudice Istruttore gen. Carlo Dal Prato, nella Sentenza Istruttoria, dell’8 luglio 1957 con cui venne posto fine -in modo vergognoso- al procedimento penale contro i 27 militari italiani, (tra cui Pampaloni ed Apollonio), imputati di gravissimi reati, mostrarono di conoscere bene, menzionandoli nei loro atti, i documenti "scoperti" da Giustolisi dei quali, peraltro, non tennero alcun conto, il primo nella Requisitoria ed il secondo nella Sentenza istruttoria.
Dai loro atti di Istruttoria si evince, infatti, che il carteggio tra i due Ministri, costituente il nocciolo della “scoperta” di Giustolisi, era ben noto ai due Magistrati che lo richiamarono ampiamente negli atti in questione, a proposito delle difficoltà che resero loro impossibile ottenere l’estradizione, dalla Germania in Italia, dei presunti colpevoli di nazionalità tedesca.
A dimostrazione di ciò, riportiamo testualmente quanto entrambi scrissero riferendosi ad altri atti di istruttoria compiuti dalla Magistratura Militare - anche prima di detto processo - e purtroppo non approdati ad alcunché di concreto non per “insabbiamenti” o “pateracchi”, di cui va farneticando la sinistra nostrana, ma esclusivamente per insormontabili difficoltà oggettive, di natura diplomatico – giuridica, che non consentirono di fare giustizia appieno.
Alle pagine 109 e segg. della Requisitoria, infatti, il P.M. Militare, dottor Piero Stellacci, scrisse :
” Non è a dire che non si sia fatto il possibile per la identificazione e il rintraccio di tutti gli imputati, come di seguito si dimostrerà, ma bisogna prendere atto che la fatica è riuscita in gran parte vana. Se il programma consigliabile era apparso quello di apprendere, attraverso gli interrogatori dei tedeschi già identificati, almeno le generalità degli altri, sono venuti a mancare i presupposti per la realizzazione del programma stesso. Né si possono ritenere note persone per le quali si rinviene in atti appena una tenuissima traccia, quale un nome enunciato una volta o due, senza che si sappia se sia o meno esatto e soprattutto se risponda a un uomo fisicamente certo. (…).
Già nella sentenza del G.I.M. (Giudice Istruttore Militare), in data 7 agosto 1952 si ricorda come, per la identificazione e la consegna di alcuni militari tedeschi, fosse stata inoltrata richiesta alla apposita Commissione delle Nazioni Unite, con nota 1188 del 28 marzo 1946, dalla Procura Generale Militare, tramite il Ministero degli Affari Esteri.
Con altra nota, però, del 27 settembre 1948, la stessa Procura Generale Militare comunicava che il Consolato d’Italia a Bad Salzuflen aveva fatto presente che, per ottenere l’estradizione dei militari tedeschi responsabili dei fatti di Cefalonia, era necessario corredare la domanda delle relative testimonianze, sì da dimostrare trattarsi di un caso di evidente responsabilità.
La Procura Militare trasmetteva, allora, con nota del 7 ottobre 1948, una nuova domanda corredata di tutti gli elementi emersi nel corso della già compiuta istruzione, segnalando anche altri nomi denunciati nel frattempo, e raccomandando anche il rintraccio dei testi tedeschi che venivano indicati.
Inutilmente, sicchè, con la stessa sentenza di cui si tratta, constatato che era mancata la identificazione delle persone indicate come responsabili, si dichiarava non doversi procedere per essere rimasti ignoti gli autori del reato.
Nel corso della successiva istruzione formale (si tratta del procedimento avviato nel ’56 e concluso nel ’57, ndr) ulteriori tentativi sono stati compiuti. Notizie venivano, anzitutto, richieste all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Ma tale Ufficio (se si escludono informazioni, del resto modeste, sul conto del generale Lanz, del generale Speidel, del ten. Col. Barge, del maggiore von Hirschfeld, del tenente Fauth e del sottotenente Rademaker) comunicava che: “Nessuna altra notizia si rileva dagli atti circa i comandi tenuti dagli ufficiali tedeschi di grado più elevato, dal 15 al 26 settembre 1943, aventi giurisdizione sulle isole di Cefalonia e Corfù, e circa la loro eventuale partecipazione, diretta o indiretta, al massacro dei prigionieri italiani; non risulta parimenti se essi siano ancora tutti in vita, né la loro attuale residenza”; e precisava: “La documentazione dell’ Ufficio relativa ai fatti di Cefalonia del settembre 1943 è limitata a dichiarazioni di militari reduci rese dopo il loro rientro in patria, mancando qualsiasi relazione di comandanti di grado elevato, tutti deceduti. Le notizie che da essi si rilevano, generiche e imprecise, non contengono dati sufficienti a individuare con chiarezza i criminali germanici e i singoli crimini da loro commessi. In particolare, non si è in grado: di stabilire da quale comandante di grande unità sia stato trasmesso l’ordine di Hitler di eseguire le fucilazioni in massa degli italiani prigionieri di guerra; di accertare i nomi dei dipendenti gerarchici del predetto comandante di grande unità, che l’abbiano ritrasmesso o fatto eseguire materialmente l’eccidio; di fornire ulteriori dati atti all’identificazione degli imputati germanici” (vol.XII, pag. 50 e segg.).
Non si è mancato allora, di interessare (vol. XIII, pag. 64 ) il MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI, ma tale Ministero, dopo avere “ attentamente esaminata la questione “, rispondeva che “anche a prescindere da considerazioni di carattere politico che porterebbero a sconsigliare di promuovere l’estradizione dei militari anzidetti (ritenuti responsabili della esecuzione dei noti eccidi commessi a Cefalonia e Corfù), tenuto conto del lunghissimo tempo trascorso dall’epoca in cui i fatti si sono verificati, nonché della circostanza che buona parte (?) dei militari incriminati risulterebbe essere già stata giudicata e condannata dalle Corti Alleate nell’immediato dopoguerra“, doveva ritenersi l’estradizione stessa NON PROPONIBILE in virtù delle disposizioni in vigore tra l’Italia e la Germania (vol. XIII, pag. 88).
Vero è, infatti, che con scambio di note effettuato a Roma il 1° aprile 1953, tra il Ministro per gli Affari Esteri della Repubblica Italiana e l’Ambasciatore della Repubblica Federale di Germania, è stato rimesso in vigore tra l’Italia e la Germania, con decorrenza dal 1° marzo 1953, il trattato di estradizione e di assistenza giudiziaria in materia penale stipulato a Roma il 12 giugno 1942 (e reso esecutivo nello Stato italiano con la L. 18 0ttobre 1942, n. 1344), AD ESCLUSIONE del paragrafo 2 dell’art. 4 del trattato stesso. Detto paragrafo stabiliva : “Agli effetti del comma precedente (il comma precedente dispone che “l’estradizione non è concessa per i delitti politici e quelli commessi per prepararli o aventi comunque connessione con tali delitti”), non sono considerati come delitti politici i delitti seguenti, compreso il tentativo: a) i delitti dolosi contro la vita; b) le lesioni dolose che mettono in pericolo la vita o cagionano un grave danno all’integrità od alla sanità della persona offesa; c) i delitti che mettono in grave pericolo la collettività”.
Interpellato lo stesso Ministero degli Affari Esteri perché fossero almeno richieste in via diplomatica alla Repubblica Federale germanica le complete generalità dei militari tedeschi anzidetti (vol. XIII, pag.91), si faceva presente, in risposta, che “non era possibile richiedere alla Repubblica Federale germanica, in via diplomatica, le generalità dei militari oggetto della presente corrispondenza, né la eventuale conferma dell’avvenuto decesso di qualcuno degli imputati, senza specificare il motivo di tale richiesta. NE’ SI VEDE SU QUALE BASE POTREBBE ESSERE AVANZATA UNA RICHIESTA IN TAL SENSO, ESSENDO STATO RICONOSCIUTO CHE LA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE DEI MILITARI TEDESCHI IN QUESTIONE NON E’ PROPONIBILE” (vol. XIII, pag. 110). (REQUISITORIA P.M. pagg. 109 e segg.).
Queste, dunque, le argomentazioni del Pubblico Ministero dalle quali soltanto chi è ignorante e, soprattutto, in malafede, come la maggior parte di coloro che da qualche tempo si occupano dei fatti di Cefalonia, potrebbe trarre illazioni strumentali, spargendo veleni su inesistenti complotti orditi dai Giudici Militari dell’epoca.
Quanto affermiamo, trova, altresì, conferma nella Sentenza “ istruttoria” emessa l’8 luglio 1957 dal Giudice Istruttore Militare Designato, gen. Carlo Del Prato, nel procedimento penale contro i già menzionati militari italiani (27) e tedeschi (31) imputati, a vario titolo, di reati commessi a Cefalonia dall’8 al 25 settembre 1943.
Di tale sentenza siamo stati accaniti critici, nel libro “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia”, per lo scandaloso “proscioglimento istruttorio” , (non “assoluzione” a seguito di dibattimento, si badi bene) degli imputati italiani, pronunciato nonostante le evidenti prove di colpevolezza emergenti dagli atti istruttori, ma, per quanto concerne le difficoltà riscontrate nel procedere contro gli imputati tedeschi, non possiamo non essere d’accordo con quanto in essa scrisse il G.I., a pag. 80 e segg.:
“(…) Con successiva nota n. 11142 / P.O. in data 29 settembre 1956, in cui venivano elencati gli attuali imputati tedeschi, il Giudice Istruttore militare designato interessava il Ministero degli Affari Esteri – Affari Politici – Ufficio I – per sapere se fosse stato o meno possibile interessare, in via diplomatica, la Repubblica Federale Germanica, per procedere alla loro identificazione ed eventualmente di altri militari tedeschi che fossero risultati responsabili dell’eccidio di Cefalonia.
Si chiedeva, inoltre, al predetto Ministero di far conoscere se, a seguito di tali accertamenti, nel caso di emissione di mandati di cattura nei confronti di quelli che fossero risultati responsabili della fucilazione in massa di 450 ufficiali e 5.500 uomini di truppa italiani, appartenenti quasi tutti a reparti della divisione “Acqui”, già catturati come prigionieri di guerra, avvenuta tra il 15 e il 26 Settembre 1943 nelle isole di Cefalonia e di Corfù, fosse stato o meno possibile ottenere l’estradizione dei colpevoli, unendo alla domanda la relativa documentazione.
Ciò perché, con scambio di note effettuato a Roma il 1° Aprile 1953 tra il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e l’Ambasciatore della Repubblica Federale Germanica, era stato rimesso in vigore tra l’Italia e la Germania, con decorrenza dal 1° Marzo 1953, il Trattato di Estradizione e di Assistenza Giudiziaria in materia penale firmato a Roma il 12 Giugno 1942, AD ESCLUSIONE DEL PARAGRAFO 2 DELL’ART.4 DEL TRATTATO STESSO.
L’ABOLIZIONE DI DETTO PARAGRAFO NON CONSENTIVA PIU’ LA ESTRADIZIONE NEMMENO PER I DELITTI DOLOSI CONTRO LA VITA, CHE NON ERANO CONSIDERATI DELITTI POLITICI.
Avendo il Giudice Istruttore Militare Designato chiesto, con la stessa nota, copia della sentenza che per crimini di guerra, tra cui l’eccidio di Cefalonia, era stata emessa nel novembre 1947 dalla V Corte Americana in Norimberga nei confronti dei generali LANZ e SPEIDEL, il predetto Ministero, trasmetteva, in visione e con carico di restituzione, il volume XI delle sentenze emesse dal Tribunale Militare in Norimberga dal titolo: “ TRIALS OF WAR CRIMINALS BEFORE THE NUERNBERG MILITARY TRIBUNALS ” – “ THE HIG COMMAND CASE “ – “ THE HOSTAGE CASE “.
Con telespresso n.12531 in data 19 Novembre 1956 (v.foglio 88 – vol. XII ), il Ministero degli Affari Esteri – D.G.A.P. – Ufficio 2°, in risposta alla suddetta richiesta, comunicava quanto segue: “anche a prescindere dalle considerazioni di carattere politico, che porterebbero a sconsigliare di promuovere l’estradizione dei militari tedeschi, imputati di crimini di guerra, tenuto conto del lunghissimo tempo trascorso dall’epoca in cui i fatti si sono verificati, nonché della circostanza che buona parte dei militari incriminati risulterebbe essere già stata giudicata e condannata dalle Corti Alleate nell’immediato dopoguerra, si concorda con il parere espresso in proposito dal Ministero della Difesa, NEL SENSO CHE L’ESTRADIZIONE STESSA NON SIA PROPONIBILE.”.
Ciò in conseguenza anche dell’emendamento apportato, con decorrenza dal 1° Marzo 1953, al paragrafo 2 dell’art.4 del Trattato sopra citato.
Con successivo telespresso n.12/204 del 7 Gennaio 1957, lo stesso Ministero degli Affari Esteri faceva presente che non era possibile richiedere alla Repubblica Federale Germanica, in via diplomatica, nemmeno le generalità dei militari tedeschi, imputati di crimini di guerra, né la eventuale conferma dell’avvenuto decesso di qualcuno di essi ( tra cui l’HIRSCHFELD ), senza specificare il motivo di tali indagini, tanto più che non si sapeva su quale base appoggiare simili richieste, non essendo proponibile quella di estradizione“.
Concludendo, alla luce di quanto sopra esposto, si può tranquillamente affermare che fu del tutto ineccepibile l’operato dei Magistrati Militari dell’epoca verso i quali, pertanto, si rivelano infondate le accuse di connivenza con il potere politico per insabbiare le indagini su Cefalonia: se mai tentativi in tal senso ci furono, risulta chiaro, alla luce di quanto s’è visto, che essi furono opera solo di politici a conferma che l’intrallazzo e la menzogna sistematica furono la caratteristica principale dell’Italia nata dalla Resistenza.
Non se la prenda, dunque, Giustolisi; un infortunio sul lavoro può capitare a chiunque. L’importante è non perseverare.

M.F.

P. S.
E' stata di recente istituita con l'unanime consenso del Parlamento una Commissione di inchiesta sulle stragi nazi-fasciste che indagherà anche su Cefalonia.
C'è da sperare che, almeno in tale sede, le "palle" su Cefalonia vengano smascherate essendo oltretutto assai avvilente che in un consesso istituito ad hoc e composto, presumibilmente, da "Esperti" di diritto si continuino -nella scia delle 'panzane' provenienti da Sinistra- a rimescolare menzogne ed inesattezze tali da degradare l'Italia da 'Patria del Diritto' a 'Tomba del diritto'.
MF
Febbraio 2004
L'Armadio della Vergogna:
quando se ne occuperà il Parlamento?
di Franco Giustolisi

Non ha ancora avuto la dignità, sentito il pudore, avvertito la necessità di affrontare l'antica e drammatica questione dell'Armadio della Vergogna. Parliamo del Parlamento eletto il 14 di maggio del 2001 Ecco perché pubblichiamo il "registro nero", ad ulteriore stimolo, e i fatti dicono che ce n'è bisogno, e per colmare una lacuna enorme, creata colpevolmente, della nostra storia. Elenca tutti i crimini commessi dai nazifascisti in Italia durante il periodo dell'occupazione tedesca, dal '43 alla Liberazione. Reati orribili contro l'umanità: bambini, donne, vecchi, uomini furono trucidati in base alla feroce legge del più forte. Tutti civili, gente senz'armi. Le uniche divise che indossavano erano i panni da lavoro. Nella grande maggioranza dei casi si trattò di una carneficina neanche giustificata dalla rappresaglia, ammesso e non concesso che quest'ultima possa godere di un beneficio di esenzione. I 560 morti di Sant'Anna di Stazzema di quale conto potevano essere mai il saldo? Il saldo di niente. Gli scherani di Hitler e Mussolini fecero montagne di morti: quindicimila? Probabilmente anche di più; neanche questa tragica conta è stata ancora fatta.
Dei tantissimi eccidi, il registro ne enumera 2274 (oltre a Sant'Anna, Capistrello, Roccaraso, Gubbio, Turchino, Benedicta, Pedescala, lager di Fossoli e di Bolzano, Matera, piazzale Loreto...), solo due, quelli di Marzabotto e delle Ardeatine, arrivarono a processo. Tutti gli altri fascicoli riguardanti quei crimini, compresi quelli commessi contro i militari italiani sterminati a migliaia come a Cefalonia per non essersi immediatamente arresi, tutti gli altri furono sotterrati per mezzo secolo nell'Armadio della Vergogna. L'ordine lo diede un governo di centro destra a guida De Gasperi, presumibilmente tra il 1947 e il 1949.

I procuratori generali militari dell'epoca, che allora venivano nominati dal consiglio dei ministri, si misero sull'attenti ed eseguirono. Ma per una resipiscenza burocratica non fecero distruggere le carte. Riemersero casualmente nel 1994. Ma questa notizia clamorosa passò criminalmente sotto silenzio: in pratica ne scrissero soltanto L'Espresso e qualche giornale locale. Cinque anni dopo, nel 1999 si è avuta autorevole ed indiscutibile conferma, attraverso un'inchiesta del Consiglio della Magistratura Militare della colossale ingiustizia perpetrata a danno del popolo italiano. Ma il silenzio ancora perdura per il colpevole atteggiamento dell'informazione scritta e parlata e per la stupefacente indifferenza e passività della politica.
Qualcosa, ora, sta muovendosi grazie anche ad alcuni ds ed al duro documento della Confederazione tra le associazioni reducistiche e partigiane, presieduta dal senatore Gerardo Agostini. Le commissioni Giustizia di Camera e Senato hanno messo in calendario le proposte di legge presentate da parlamentari della sinistra per l'istituzione di una commissione di inchiesta. Dovrebbe accertare chi dette l'ordine, perché lo dette, e come lo Stato si dovrà comportare verso gli eredi delle vittime, non solo, ma verso tutti i cittadini del nostro Paese. Ma sembra che si voglia smuovere un gigantesco macigno solo con la piccola forza di un bambino.
Per questo Giampiero Lorenzoni, sindaco di Stazzema, decorata di medaglia d'oro al valor militare, ed io a nome del "Comitato per la verità e la giustizia sulle stragi nazifasciste", il 7 febbraio abbiamo inviato una lettera ai presidenti dei due rami del Parlamento. Contiene parole dure, indignate, rabbiose. Ma così deve essere e così sarà sino a che verità e giustizia non prevarranno. Ve ne proponiamo il testo.

«Comune di Stazzema Medaglia d'Oro al Valor Militare 7 febbraio 2002

Al Presidente del Senato
Sen. Marcello Pera
Palazzo Madama

Al Presidente della Camera
Pierferdinando Casini
Palazzo di Montecitorio

Signor Presidente, faccio seguito alla lettera mia e del "Comitato per la verità e la giustizia delle stragi nazifasciste" del 23 ottobre 2001 con la quale, a seguito del documento finale approvato il 6 marzo 2001 dalla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, si chiedeva il Suo autorevole impegno affinché si desse corso all'istituzione di una "commissione d'inchiesta parlamentare" per far luce sulle stragi di civili compiute dai nazi-fascisti dal settembre '43 alla Liberazione, oltre ad accertare le responsabilità di chi provvide e di chi dette l'ordine di occultare, "nell'Armadio della Vergogna", centinaia di fascicoli contenenti le denunce e le indagini di quei tremendi reati, macchiandosi di tanta clamorosa ingiustizia.
Le ricordo ancora che tra quei fascicoli c'era anche quello di S. Anna di Stazzema. Era il 12 agosto del 1944 quando la ferocia e la furia omicida di squadre nazi-fasciste strapparono alla vita 560 civili innocenti: erano vecchi, donne e 117 tra bambini e ragazzi al di sotto dei 14 anni.
La più piccola, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni. Signor Presidente torno a scriverLe, ancora una volta, e spero vorrà "perdonare" la mia insistenza, ma dalla cronaca di questi giorni è possibile apprendere l'impegno profuso dalle Assemblee Parlamentari per consentire agli eredi maschi dei Savoia il probabile rientro in Italia. Il senato per primo è riuscito a dare il suo parere favorevole. E' strabiliante. Si trova il tempo per modificare una parte della Costituzione al solo scopo di far acquisire ai discendenti di colui che ha la tremenda responsabilità dei lutti e delle rovine del nostro popolo i diritti (e speriamo anche i doveri) che appartengono ai cittadini italiani. Allo stesso modo però non si trova il tempo, nel rispetto della stessa Carta Costituzionale, per consentire che sia fatta luce sulla pagina più buia della storia del nostro Paese.
Non si trova il tempo per far conoscere la verità su chi dette l'ordine di occultare quelle centinaia di fascicoli contenenti le denunce di tremendi reati: eccidi, omicidi, violenze, stupri e torture. Furono ben oltre 15 mila i morti, tra i civili, che, ancora oggi, reclamano e gridano giustizia.
Se tutto questo è vero, come è vero, signor Presidente, sono a richiedere, ancora una volta, il Suo prezioso e autorevole impegno affinché, attraverso l'articolo 82 della Costituzione, sia costituita la Commissione d'Inchiesta parlamentare, così come già proposto all'unanimità dalla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. E' giunto il momento di "aprire l'Armadio della Vergogna", per l'impegno che la storia ci impone.
Ce lo chiedono le vittime e gli eredi delle vittime delle stragi compiute in Italia e quelle commesse dagli uomini di Hitler a Cefalonia, a Spalato, a Coo e in tante altre località. Rimango in attesa di una Sua sempre gradita risposta, e compatibilmente con i Suoi innumerevoli impegni, confido ancora in un incontro, per dare concretezza, visibilità ed efficacia a quelle azioni che richiamano la nostra coscienza di uomini al dovere di dare giustizia a quei cittadini innocentemente caduti per la mia e la Sua libertà, come per quella di ogni italiano.
Con profonda e reverente stima, cordialmente La saluto
Il Sindaco di Stazzena
arch. Gian Piero Lorenzoni
per il Comitato per la Verità e la Giustizia sulle stragi nazifasciste
Franco Giustolisi»
A voi il commento.

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BREVE (ED ENNESIMO) COMMENTO SULL'ARMADIO DI GIUSTOLISI

L' esperto di armadi continua nella sua azione scrivendo alle più alte cariche dello Stato.
Per quanto riguarda Cefalonia gli ripetiamo, per l'ennesima volta, che sta "toppando" di brutto.
Se gli riesce veda di far approvare una legge che consenta l'estradizione dei cittadini tedeschi in Italia oppure, come avvenne per Priebke, di farli estradare in Italia da un altro paese ove, eventualmente, risiedono.
In tal caso saremo d'accordo con lui se la Magistratura Italiana non si darà da fare ma, allo stato attuale, gli consigliamo di pensarne "un'altra" come dicono a Roma.
MF
aprile 2004

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