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LA TRAGEDIA DI CEFALONIA di Massimo Filippini
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L I N K
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IL CORRIERE DELLA SERA DEFINISCE GANDIN UN TRADITORE
NON CI FU REFERENDUM
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UNA 'SINISTRA' ICONA: il compagno-capitano Pampaloni
DOVE STAVANO GLI STUDIOSI DI CEFALONIA NEL 1998 ?
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Il mandolino del capitano Corelli e...un mandolinista mancato
Fango sul gen. Gandin
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Il mandolino del capitano Corelli e un mandolinista mancato
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I DIMENTICATI DI CEFALONIA
LA RELAZIONE DEL CONSOLE V. SEGANTI
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CEFALONIA:
LA 'SAGRA' DELLE BUGIE
Vedi presentazione in Home Page
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Per dare al lettore un'ulteriore prova dei travisamenti subìti dalla vicenda di Cefalonia, sulla quale ormai il primo che si alza si sente in diritto di dire la sua - ancorchè completamente sballata- riportiamo in questa pagina, traendole dal web, alcune "bugìe" o "bufale" che dir si voglia propinate alla pubblica opinione, nelle quali ci è capitato e ci capita di imbatterci durante le nostre ricerche.
Dalla loro lettura è possibile rendersi conto di come, sulla tragedia di Cefalonia, si sia ormai toccato il fondo della mistificazione.

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PER LA SERIE "NUN CE FATE RIDE"

ovvero

"ANNATELO A RACCONTA' A QUALCUN ALTRO"
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(I combattimenti "accettati" dai soldati

ovvero

i soldati della Acqui scelgono "deliberatamente" la morte !)
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La tragedia di Cefalonia

Segnalo in apertura un ottimo esempio di ricorso pubblico alla storia: mi riferisco ai recenti articoli di Mario Pirani su "La Repubblica" (15 e 27 settembre, 11 e 25 ottobre 1999) dedicati ai 6.500 soldati italiani della divisione Acqui vittime della repressione tedesca a Cefalonia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Ne furono trucidati 5.000 dopo la fine dei combattimenti

accettati (sic !!!)

con un referendum dalle truppe del presidio per opporsi all'occupazione dell'isola (1). Più che il dato macroscopicamente quantitativo di tale tragedia, a farne l'incunabolo della nuova Italia (e a smentire chi ancora denuncia una generica "fine della Patria" con quella uscita dell'Italia dalla guerra fascista) sta appunto il significato qualitativo del

sacrificio deliberatamente voluto (sic !!!)

dai soldati della Acqui così difforme dagli schemi disciplinari dell'esercito regio. Notazione certo non nuova, ripresa da Pirani, ma consolidata nella storiografia italiana (2).

Un'osservazione (che non riguarda soltanto gli articoli di Pirani) attiene piuttosto al contesto in cui si svolse la tragedia di Cefalonia, da leggere non solo come incipit di una nuova storia, ma come conclusione di un intero capitolo della politica estera italiana.

NOTE
1 - Mi riferisco all'opera più storiograficamente fondata prodotta in Italia, La Divisione Acqui a Cefalonia. Settembre 1943 (a cura di Giorgio Rochat e Marcello Venturi), Milano, Mursia, 1993. torna su

2 - Quanto al giudizio di Pirani su Cefalonia "atto d'inizio di una Resistenza che ebbe un carattere assai più largo e nazionale di quanto la vulgata corrente, con un marchio soprattutto di sinistra, ha finito per imprimerle" (Non tutti a casa quell'8 settembre, Repubblica del 25 ottobre) ricordo almeno l'ampio spazio e significato dedicato nel 1953 a Cefalonia da Roberto Battaglia nella sua Storia della Resistenza italiana (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945), Torino, Einaudi. Si veda a proposito: Nicola Labanca, La memoria della strage di Cefalonia: il silenzio delle immagini in La Divisione Acqui, cit. pp. 329-344. torna su

(Dal Sito http://www.novecento.org/Balkan1.htm )
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UN CONSIGLIO PER IL LETTORE:

Al termine della lettura si consiglia un bicchierino di cognac per riprendersi dallo shock subìto...
MF

.
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DAL LIBRO "RITORNO A CEFALONIA E CORFU'
di Carlo Palumbo

"I capitani Apollonio e Pampaloni convincono il colonnello Romagnoli a chiedere un incontro al comando per comunicare gli orientamenti della truppa. Si tratta di una richiesta non protocollare, ma anche lo stato maggiore divisionale ha bisogno di capire e di condividere la decisione finale.

Da una parte sono Gandin, con Gherzi e Fioretti, dall'altra Cessari, Ricci, Romagnoli, Mastrangelo, Apollonio, Pampaloni, Ambrosini, Pantano. Una delegazione fuori dell'ordinanza, ci sono giovani capitani, ma anche ufficiali superiori come Romagnoli (artiglieria), Ricci e Cessari (fanteria)".

Lo scontro è duro, le posizioni nette" (pag. 90).

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Quanto scrive l'autore è quasi del tutto falso poichè degli Ufficiali Superiori l'unico ad essere contrario a Gandin fu il cap. di freg. Mastrangelo che, tra l'altro, essendo della Marina, non apparteneva alla div. 'Acqui'.
Dei tre colonnelli Comandanti di reggimento i primi due (Ricci e Cessari) si manifestarono favorevoli alla cessione delle armi fin da subito ed il com. te del 33° Artiglieria col. Romagnoli -pur essendo titubante- dichiarò che avrebbe eseguito gli ordini del Generale e chiese solo che gli fossero impartiti per "iscritto".

Gli unici a fare i "ribelli" ed a trascinare con il loro atteggiamento la Divisione nel caos e nella tragedia, furono gli altri nominati.

EGREGIO PROFESSOR PALUMBO LEI NON PUO' IGNORARE CIO': PERCHE' ALLORA SCRIVE COSE NON VERE CHE ALTRI POTREBBERO ANCHE CHIAMARE "BUGIE" ?

SE INVECE LE HA SCRITTE IN BUONA FEDE LE CONSIGLIO DI STUDIARE ANCORA PERCHE' NON FA CERTO UNA BELLA FIGURA A MOSTRASI IGNORANTELLO.

LO STESSO CONSIGLIO DO' ALL'AVV. SANSEVERINO CHE LE HA COMPILATO LA PREFAZIONE DEL LIBRO.

MF

P. S. Il mio libro è chiaro sul punto in questione: qualora Le sia sfuggita la circostanza di cui sopra lo integri con quello del prof. G. E. Rusconi e vedrà che non sbaglierà più....
-1-

Dal Sito www.lancora.com:

TESTIMONIANZA GRECA SU CEFALONIA

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L'OPERA DI VANGHELIS SAKKATOS, INEDITA PER L'ITALIA
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Il romanzo storico "La Divisione Acqui", di cui è autore Vanghelis Sakkatos (Cefalonia, 1930), ha vinto nel 1993 il Premio “Auriga” dell’Anfizionìa Delfica.
L’autore, che giovanissimo partecipò alla resistenza greca sull’isola (1), perseguitato e incarcerato per motivi ideologici in Grecia negli anni Cinquanta, emigrò in Germania come rifugiato politico.
Giornalista e scrittore, solo nel 1992 è rientrato in patria, continuando le sue ricerche sui fatti bellici di Cefalonia.
Dall’opera, portata a termine nella seconda metà degli anni Ottanta, mai pubblicata in Italia, traiamo alcune pagine nella traduzione dal neogreco del dott. Massimo Rapetti (nostro concittadino, laureato in Lettere Antiche presso l’Università di Genova).
Quest’ultimo, su suggerimento del prof. Agostino Sciutto (Liceo “Saracco”), ha allestito una versione integrale del romanzo in lingua italiana in accordo con l’Autore.
Manca ora solo l’attenzione di un editore per far conoscere l’opera al grande pubblico.
“L’Ancora” presenta qui alcuni passi dal manoscritto - gentilmente messo a disposizione dal dott. Massimo Rapetti - scelti e lievemente adattati per la pubblicazione sul giornale dal prof. Giulio Sardi.

"DOPO L'ULTIMATUM DEL 14/9/’43 ALLE FORZE TEDESCHE"

Da quel momento arrivarono a Cefalonia almeno 300 stukas e distrussero ogni città e ogni villaggio in cui vi fossero gli italiani.
E, per spirito umanitario, per proteggere le popolazioni civili dalle bombe di Hitler, i comandanti dell’esercito italiano, insieme ai soldati, presero la via dei monti (2).
Salirono così sul Falàri, un rilievo brullo, inospitale e roccioso. Era estate, nel mese di settembre; senza acqua e senza viveri gli italiani erano esposti per tutto il giorno alla vampa del sole e agli assalti degli stukas.
Appena albeggiava arrivavano a ondate da Araxos, da Pàpas, vicino a Patrasso, e da Agrìnio; scendevano di quota e falciavano con le bombe e le mitragliatrici i militari che si trovavano allo scoperto. E questo fino a che non calava la notte, continuamente sostituiti da altre ondate.
Dal villaggio di Milio [il protagonista], che non distava molto dal luogo della carneficina, per tutto il giorno si sentiva il crepitìo e le raffiche delle mitragliatrici.
Dicevano che i comandanti delle forze italiane ribelli avessero stabilito un contatto e, comunicando con gli Inglesi in Sicilia, avessero chiesto soccorsi.
Gli Inglesi, sempre generosi di promesse, si congratularono con loro per la lotta, li esortarono a resistere ad oltranza e li rassicurarono sull’invio in breve tempo di convogli di sussistenza, navi e aerei in loro aiuto. Però, per tutta la durata di quella guerra, non si vide neppure un loro aereo, fosse pure per dimostrazione…
Al contrario la popolazione di Cefalonia e l’allora costituito EAM [il fronte di liberazione greco] dell’isola non solo offrirono tutto l’aiuto possibile agli italiani antifascisti, ma, all’interno dell’esercito italiano, la propaganda, con abbondanza di volantini scritti nella lingua dei militari italiani, costituì uno dei fattori decisivi nello sviluppo di questa vicenda.
Si diceva che il comandante delle forze italiane a Cefalonia, il generale Gandin, esitasse, e che il giorno della ribellione, il 12/9/’43, avesse tenuto un consiglio di guerra nel comando della città, dal momento che si trattava di decidere la rivolta degli italiani di Cefalonia dopo la resa di Badoglio.
Perciò la popolazione di Argostoli si raccolse numerosa nella piazza centrale della città per indurre il comando militare italiano ad una sollevazione antifascista(3).

"LE AZIONI DI GUERRA"

Lo sbarco tentato dai tedeschi due giorni prima, da Lixùri ad Argostoli, era stato fronteggiato con successo dalle batterie italiane di Faraòs, Mìli di Kùtavos e di Aghìa Barbara.
Vi avevano preso parte anche dei mitraglieri greci dell’EAM (4). Alle due del mattino del 16/9/’43 seguì la resa delle forze tedesche di Argostoli, con 500 prigionieri e il successivo suicidio del loro comandante. Il totale dei tedeschi morti ad Argostoli in questi scontri ammontò a 250 e i feriti a 70 (5).
Dopo la scadenza dell’ultimatum italiano e la sua proroga chiesta dai tedeschi, questi ultimi diedero il via ad uno spietato bombardamento aereo di tutte le postazioni italiane sulle colline di Argostoli, causando gravi perdite.
I tedeschi avanzavano un po’, erano affrontati dai soldati e dai marinai italiani, e si ritiravano nuovamente.
Seguì il già citato tentativo di sbarco dei tedeschi di Lixùri, fallito e conclusosi con la suddetta resa dei tedeschi di Argostoli. Anche il presidio tedesco di Lakìthra, composto da 75 uomini si arrese agli italiani.
I giorni che seguirono possono essere definiti come la seconda fase. Si susseguirono tanto violenti bombardamenti dell’isola e delle postazioni italiane da parte dell’aviazione tedesca, quanto sbarchi di rinforzi tedeschi.
In seguito gli italiani si trasferirono sul massiccio montuoso del Falàri, occupandone gli accessi al Pìlaros, a Davgàta e a Fàrsa. Intanto, in conseguenza dello spietato bombardamento con ordigni incendiari, erano stati distrutti interi quartieri di Argostoli, bruciati e ridotti in ruderi il teatro invernale e alcune storiche chiese. Lo stesso accadde anche ai vicini villaggi.
Gli aerei tedeschi sganciavano pure grandi quantitativi di volantini che, nella loro lingua, invitavano gli italiani ad arrendersi e ad andarsene a casa; diversamente sarebbero stati annientati.
Continuarono numerosi gli sbarchi tedeschi e dopo il 20 di settembre incominciò la terza fase del conflitto con un ben congegnato piano di accerchiamento.
L’avanzata tedesca proseguiva: a Rizovùni sul Falàri si svolse una grande battaglia; il 21 di settembre, con una manovra avvolgente, i soldati germanici arrivarono fino a Dilinàta, dove si scontrarono con le batterie degli italiani antifascisti comandate da Ambrosini e Pampaloni, che in collaborazione con l’EAM diedero vita a duri scontri in cui morirono anche due partigiani della stessa organizzazione.

"LE FASI DELL'ECCIDIO"

I tedeschi trucidarono tutti gli italiani delle due batterie che si arresero e avanzarono occupando un paese dopo l’altro. A Fàrsa da parte italiana fu opposta una potente resistenza e la battaglia che seguì procurò perdite su entrambi i fronti; al termine gli italiani cedettero e i tedeschi avanzarono nella zona di Argostoli, catturando dei prigionieri italiani e uccidendoli senza tregua.
Il 22 settembre, a Keramiès, un villaggio del Livathò, fu firmata dal comando italiano la resa incondizionata. E il maggiore tedesco Harald von Hirschfeld, con un suo ordine, accordò ai suoi assoluta libertà d’azione, a piacere, per 48 ore. «Le prossime quarantotto ore sono a completa disposizione dei tedeschi, senza restrizioni». E gli “eroi” della divisione Edelweiss si scagliarono con sacro furore sugli indifesi prigionieri italiani, sterminandoli in massa con ogni mezzo. Tutte le valli, i dirupi, le pianure e gli altipiani, da Argostoli fino ad Aghiathimià, si trasformarono in macelli collettivi. Qui, degli uomini annientati moralmente e fisicamente, ipnotizzati e inerti, andavano in massa all’inferno, senza neppure la reazione di gruppo. La Fossa del Sorcio, tra Fàrsa e Faraklàta, si riempì di cadaveri.
Le stragi di prigionieri italiani avvennero su larga scala anche nei paesi. A Troianàta gli aguzzini appiccarono il fuoco al mucchio di cadaveri e l’aria s’appestò per l’odore di carne umana bruciata. Col permesso degli assassini, gli abitanti gettarono nei pozzi i cadaveri semi bruciati e li ricoprirono di terra.
Il 24/9/1943, in una grotta alle falde della collina ad Aghii Theodòri, i carnefici di Hitler giustiziarono gli ufficiali italiani che tenevano prigionieri, per vendicare la sconfitta subita in quella località il 15 di settembre.
Ne uccisero 186 fino alle 11, ora in cui scadevano le quarantott’ore. Lo scoccare di questo termine decretò la sopravvivenza di 39 persone. Allo spuntar del giorno li conducevano laggiù e li giustiziavano a piccoli gruppi.
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NOTE:

(1) L' autore, di provata fede comunista, (donde la considerazione in cui è tenuto), è del 1930 e quindi "partecipò" alla Resistenza a 13 anni: complimenti !!
(2) Quali monti ? Forse il Monte di Pietà dove l'autore sembra aver impegnato il cervello.
(3) Il periodo si può definire come il delirio di un velleitario esaltato
(4) Pure i mitraglieri greci !! Ciò conferma i nostri dubbi di cui ai punti 2 e 3
(5) Bugiardone !! Ad Argostoli i tedeschi, comandati dal ten. Fauth si arresero senza colpo ferire e non subirono perdite. Il Fauth in seguito venne processato e degradato per essersi arreso senza sparare un colpo.
I morti tedeschi a Cefalonia furono 120 "compresa una fila di deceduti nel 1941 e quelli morti per malattia o per cause varie, prima e dopo dell' 8 - 22 settembre 1943". (Relazione Picozzi del 1948).

CONCLUSIONI

Incredibile ma vero, l'inverecondo ammasso di "fregnacce" di questo signore, trattato da storico provetto anzichè da "cantastorie", potrebbe essere pubblicato anche in Italia magari da un editore che "conta".
In tal caso c'è la concreta possibilità che vadano ad insidiare le "Barzellette di Totti".
Stai attento Francesco: in Grecia c'è uno che ti vuol fare le scarpe !.

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- 2 -

IL SOGNO DEL "PICCOLO PARTIGIANO" SAKKATOS E' DIVENUTO REALTA'

I ricordi del tredicenne "andartes" comunista finalmente pubblicati in Italia

Dal sito www.lancora.com del 23 novembre 2003:

LA DIVISIONE ACQUI DI VANGHELIS SAKKATOS

Acqui Terme.
Ancora buone notizie per la memoria. Quella della Divisione Acqui, da cui nasce anche il Premio “Acqui Storia”, ormai proiettato verso la XXXVII edizione.
L’opera di Vanghèlis Sakkàtos La Divisione Acqui. Cefalonia: l’eccidio degli italiani e la Resistenza, inedita per il nostro Paese, ma più volte ricordata da “L’Ancora” (che ne pubblicò già cinque anni fa una pagina, quale anticipazione, sempre disponibile nella sezione “Per Cefalonia” del nostro sito lancora.com) e da tutte le bibliografie utili per qualsivoglia ricostruzione del settembre 1943 nelle Isole Jonie, sarà pubblicata in traduzione italiana dalla casa Edizioni Impressioni Grafiche (EIG) di Acqui Terme.
Promossa dalla Provincia di Alessandria, la lodevole impresa editoriale - cui si augurano fortune analoghe a quelle maturate in Grecia; del resto il libro, a conferma della sua validità, è ormai disponibile anche in tedesco - coinvolge, nelle vesti di traduttore, l’acquese prof. Massimo Rapetti, che ormai da anni si sta applicando alla versione italiana.
Già nella prossima primavera il saggio/romanzo, arricchito da inediti apparati fotografici, potrà essere disponibile in libreria.

LA STRUTTURA DELL'OPERA

Il racconto - che ha molto in comune con la tecnica della sceneggiatura cinematografica - è giocato su di un lungo flash back. Esso permette al Narratore il recupero memoriale dei ricordi personali e dei fatti storici che si intrecciano con l’invenzione fantastica.
Quanto alla trama, eccone alcuni accenni.
Nell’Atene degli anni ‘50 ancora profondamente segnata dalle conseguenze della guerra, Milio - il giovane protagonista - ripensa agli anni passati e alle drammatiche vicende di cui è stato spettatore e protagonista.
Quasi una pellicola, la narrazione scorre dal periodo prebellico ai tragici avvenimenti del secondo conflitto mondiale, per proseguire con le vicende della Lotta di Resistenza greca, come anticipa l’Autore stesso nel Prologo: «Anche se l’argomento fondamentale dell’opera è la rivolta antifascista degli italiani a Cefalonia nel settembre del 1943, la tragica e macabra strage di massa attuata dai carnefici di Hitler in seguito alla repressione di quella rivolta, il mio racconto prosegue con l’epopea della Resistenza Nazionale, come la vissi allora, da ragazzo».
Certo la sezione sul dopo-strage risulta - per il lettore italiano - la più valida ed inedita: qui si evidenziano gli elementi di novità che affiorano dalla fitta rete di ricordi personali dello Scrittore.
E il merito di testimonianza, informazione e documentazione costituisce la cifra più pregevole dell’opera.

LE EDIZIONI GRECHE

La prima edizione de La Divisione Acqui, pubblicata da Hestìa nella Serie Testimonianze, in occasione del cinquantenario dell’eccidio dei soldati italiani a Cefalonia nel settembre 1943, ha avuto un’egregia accoglienza da parte di pubblico e stampa. E subito ha ricevuto il premio Iniochos dell’Anfizionìa Delfica.
La seconda edizione, del febbraio 2002, si presenta accresciuta di nuove parti, in particolare da interviste a testimoni oculari (di parte greca e italiana: tra questi Amos Pampaloni) e da un rapporto militare proveniente dagli archivi tedeschi.

RASSEGNA CRITICA

Conosciutissima il tutta la Grecia, l’opera è stata accolta positivamente dalla comunità culturale ellenica.
Ecco alcuni giudizi. Cominciamo da Dionìsis Kostìdis, “Eolika Grammata”, fasc. 1 2, (151 152), gennaio - febbraio 1996, pp. 3-4.
“…Con ammirevole semplicità di esposizione Sakkàtos descrive tutti gli avvenimenti, offrendoci uno spaccato di vita. Lo stesso testo comprende pure numerosi particolari autobiografici desunti dai turbolenti anni della gioventù dello scrittore da cui scaturisce anche una rappresentazione molto chiara e interessante di quell’epoca storica”.
Iànnis Karavìdas, poeta e critico, Presidente della Società degli Scrittori Greci scrive: “Si scorge nel libro uno stile degno di Ioannis Makrighiànnis, ma anche il tono di un ragazzo che racconta oggi ciò che ha vissuto allora, con le stesse sensazioni giovanili, quasi che con il passare degli anni non sia diventato adulto. Siamo di fronte ad un quadro di morte tracciato mediante la descrizione della barbarie più efferata. Il macabro vissuto da Milio, paragonabile allo stile di Edgar Allan Poe, si imprime per sempre come un’immagine indelebile attraverso la raffigurazione dei corvi che, levandosi in volo, alzano verso il cielo per tutta la loro lunghezza gli intestini dei soldati trucidati. E certo il messaggio è: «Mai più fascismo»”.
Fedra Zambathà Pagulàtu, poetessa, saggista e traduttrice, segretaria generale della Società degli Scrittori Greci, infine, esprime l’impressione “che proprio su questo fatto, la strage degli italiani a Cefalonia e la Resistenza, non esista un racconto più documentato e minuzioso”.
Concludiamo tracciando una sintetica biografia del narratore e dell’artefice della versione italiana.

L’AUTORE

Vanghèlis Sakkàtos (1930), è nato nel villaggio di Niochòri, a Cefalonia. Dopo l’eccidio degli italiani da parte della Wehrmacht nel settembre del 1943, partecipa alla Resistenza nelle file dell’EAM. Tra il 1944 e la fine del conflitto vive ad Itaca; dal 1945 al 1960, ad Atene dove lavora come a meccanico.
Dal 1950 circa incomincia ad occuparsi di giornalismo e, più tardi, di editoria. Al termine del servizio militare (1954) è incarcerato per motivi politici e nel gennaio del 1960 viene perseguito legalmente per la pubblicazione dell’opera di Anatolij Lunacarskij (1875-1933, letterato di idee marxiste, assai vicino alle avanguardie), ma il procedimento a suo carico si conclude con l’assoluzione.
Nel settembre del 1960 si trasferisce in Germania Ovest (RFT). Qui per 8 anni, dall’ottobre del 1966 fino alla caduta della giunta dei colonnelli, è rifugiato politico.
Esponente della comunità greca antidittatoriale, ma anche dei sindacati tedeschi (miniere, edilizia, stampa e cartiere) ha vivacizzato l’ambiente culturale e letterario tedesco con innumerevoli interventi.
Ha fatto ritorno in patria nel 1992.

IL TRADUTTORE

Il prof. Massimo Rapetti (1968), già allievo della scuola del prof. Agostino Sciutto (Lingua greca antica e moderna) presso il Liceo Classico “Saracco” di Acqui, dopo aver conseguito a Genova la Laurea in Lettere, con una tesi in Storia della Lingua greca, ha continuato ad approfondire i suoi interessi verso la traduzione letteraria dal neoellenico.
In questo ambito ha tradotto integralmente il Rapporto a EL Greco, autobiografia di Nikos Kazantzakis, uno dei maggiori esponenti della letteratura del Novecento, autore - tra l’altro - di Zorba il greco, L’ultima tentazione di Cristo, Il poverello di Dio.
Già membro della sezione acquese della Ass. Italiana di Cultura Classica, già docente presso l’IPSIA “Fermi” della nostra città, oggi è titolare della cattedra di Lettere e Storia presso l’ITIS “Barletti”.

(Giulio Sardi)

(Pubblicato su L'Ancora del 23 novembre 2003)

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NOTE:
Ci permettiamo di non condividere, perchè riduttiva, la frase d'apertura dell'articolo su riportato ("Buone notizie per la memoria"), in quanto a nostro parere le notizie sono ottime -se non superlative- risultando le memorie del "piccolo partigiano", ancor più "affidabili" per l'intervista, in esse contenuta, al "compagno - capitano" Amos Pampaloni, il quale "è uomo di sinistra, legge tutti i giorni due giornali, "La Repubblica" e "L'Unità", come è scritto in un libro agiografico nei suoi riguardi.
Non c'è dubbio che, soprattutto a motivo di ciò, l'opera del "piccolo partigiano Vangelis" sia destinata a passare ai posteri, non importa se un po' ignorantelli sui fatti, irradiando una luce di obiettività e di serietà anche sul Premio Acqui qualora, come è auspicabile, gli venga conferito.
I primi a gioirne sarebbero certamente i Caduti tra cui ovviamente non sono annoverati nè Apollonio nè Pampaloni i quali nella vicenda non ebbero l'opportunità di morire che lasciarono agli altri, avendo rivestito ruoli ben più importanti, giustamente messi in luce dal "piccolo partigiano".
A suggello della farsa di cui sopra riportiamo la "comica finale" costituita dal commento sull'opera di un'altra illustre personalità, Fedra Zambathà Pagulàtu, poetessa, saggista e traduttrice, segretaria generale della Società degli Scrittori Greci, la quale -senza vergogna alcuna- ha avuto il coraggio di affermare come “proprio su questo fatto, la strage degli italiani a Cefalonia e la Resistenza, non esista un racconto più documentato e minuzioso”.
(Povera Cefalonia in mano ai....turchi, pardòn ai greci).

(...e se non piangi, di che pianger suoli? -Dante - Inf. C. 33)

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Dal sito "Storiaememoria"
(per il quale l''8 settembre è la data della Rinascita !! della Patria)
riportiamo la COMMOVENTE "STORIELLA" CHE SEGUE DI CUI SCONSIGLIAMO LA LETTURA AI VISITATORI DEBOLI DI STOMACO:

"I protagonisti –Eroe a Cefalonia, misconosciuto in patria"

Esattamente 60 anni fa, all’alba del 13 settembre, Renzo Apollonio, tenente d’artiglieria del Regio Esercito, 33° reggimento della Divisione Acqui, ordina: «Prima, terza, quinta batteria, fuoco». Vuole bloccare i tedeschi che, violando gli accordi, cercano di far attraccare motozattere cariche di uomini e cannoni nel porto di Argostoli, per garantirsi la supremazia sull’isola. Quella di Cefalonia, mar Jonio. I nove giorni della battaglia iniziano così; alla fine, gli ufficiali e molti soldati italiani, 4.905 persone secondo lo storico tedesco Gerhard Schreiber ma per altri fino a 5.326, passati per le armi. Anche Apollonio; che però incredibilmente si salva. Questa è la sua storia: di come ha combattuto con la Resistenza; come s'è ritrovato bistrattato al ritorno in Italia: «Ha dovuto attendere 20, o forse 35 anni, per ottenere il riconoscimento dei propri meriti ed avere giustizia», spiega Vito Gallotta, docente all'Ateneo di Bari che ha studiato il caso sui documenti dello Stato Maggiore (non facili da ottenere), e quelli che conserva a Firenze la vedova, Giuliana. La quale dice: «Ci siamo sposati nel ’50, avevo 21 anni. Di Cefalonia sapevo assai poco, e non capivo il continuo soffrire di Renzo. Non s’è goduto le due figlie piccole, tutta la sua vita è stata una lotta per far affermare la verità. Non c’è riuscito». «Renzo Apollonio, triestino, padre e nonno incarcerati dagli austriaci per italianità , era un archeologo. Laureato a Padova, con la pubblicazione della tesi; va a Berlino per specializzarsi: Massimo Pallottino, poi uno dei grandi del settore, è un suo compagno. Ancora un anno nella capitale tedesca, poi il perfezionamento ad Oxford: questo era il progetto. Ma nel ’39, gli ufficiali in congedo, come lui, non possono più espatriare», dice Gallotta. Il nazismo, visto da vicino, non gli piace: «Già all’inizio della relazione che poi scriverà su Cefalonia, spiega che “tra la truppa divampa l’indistruttibile odio contro i tedeschi”». La storia dell’epopea di Cefalonia è nota, anche se non quanto meriterebbe: dall’8 settembre, cinque giorni senza contatti con gli alti comandi; il generale Antonio Gandin decide di consultare i suoi 11 mila uomini. Non vogliono cedere le armi; arrendersi ai tedeschi che, sull’isola, sono appena duemila. La battaglia: i primi precari successi italiani; anche 500 prigionieri ad Argostoli. L’intervento degli Stukas . Lo sbarco delle truppe alpine del Tirolo. La resa. E le fucilazioni in massa: «Uno tra i più orribili crimini della II Guerra mondiale» (ancora Schreiber). «Anche Apollonio va al plotone d’esecuzione. Il soldato che lo precede gli rovina addosso; lo credono morto. Si mescola tra i superstiti destinati alla prigionia; quando sa che è condannato a morte e ricercato, si consegna: per evitare altre rappresaglie. Ha salva la vita, perché dei tedeschi, che aveva fatto prigionieri ad Argostoli, spontaneamente dichiarano che li aveva risparmiati. Mobilita in cellule clandestine i prigionieri italiani, a fini d'informazione e sabotaggio; per gli alleati e l’Elas, la resistenza greca, è lui il capo dei “Banditi della Acqui”, come, rivendicando con orgoglio il nome sprezzante loro dato dai tedeschi, i 1.286 resistenti si definiscono. A settembre 1944, con gli alleati, organizza l’insurrezione, che evita la distruzione ad Argostoli e al suo porto», continua Gallotta. A novembre ’44, i “Banditi della Acqui” sono rimpatriati a Taranto: dal Cairo, gli alleati concedono che, solo loro, restino in armi e inquadrati; quasi come cobelligeranti. Il ministro della Guerra invia un «plauso riconoscente per eroiche gesta compiute»; il capo di Stato maggiore propone una promozione; nel ’47, il generale Infante, comandante in Grecia all'epoca, una medaglia d’oro al valor militare; un tenente colonnello del Sim, il servizio segreto, infiltrato come finto giornalista tra i superstiti che rientrano per ricostruire la vicenda, scrive che il mancato archeologo (ormai, è soldato in servizio permanente effettivo) ha «non comune coraggio» ed è «vero trascinatore di uomini». Anche ad Apollonio si chiede una relazione; forse, dice Gallotta, «era un po’ sopra le righe; certo, conteneva anche critiche agli spostamenti di truppe decisi dal generale Gandin»; sta di fatto che inizia a non essere creduto. Perfino punito per collaborazionismo con i tedeschi, senza prestar fede a quanto garantivano i suoi soldati, ritenuti non veritieri e interessati: decisione annullata dopo due anni; e così, a otto dai fatti, giunge anche la promozione. Ma il calvario è appena iniziato. Il padre di un caduto, Roberto Triolo giudice d’Appello a Genova, lo denuncia. Ha aperto il fuoco senza ordini, e per questo anche suo figlio (sottotenente della Finanza) è morto: era in ospedale ad Argostoli; prelevato con altri sei, e passato per le armi. Apollonio e altri superstiti accomunati agli ufficiali tedeschi fucilatori, davanti al tribunale militare di Roma: prosciolti solo nel 1957. «Tre anni dopo, il nostro, ormai colonnello, è a Verona, comando Nato; incontra un maggiore greco, John Làzaris: con il nome di Kostas Moth, era un tenente, in clandestinità, nella resistenza a Cefalonia. Làzaris scrive una testimonianza completa di quanto il suo vecchio amico aveva compiuto. Apollonio la consegna al proprio comandante: e questi, al capo di Stato maggiore dell’Esercito, chiedendo l’apertura della pratica per la medaglia d’oro». Capo dell’Esercito era Giuseppe Aloja: che incaricherà Pino Rauti e Guido Giannettini (condannato, poi assolto, per la strage di Piazza Fontana) di un libello, Le mani rosse sulle forze armate , per contrastare un rivale. E in quanto alla medaglia d’oro, risponderà che erano ormai scaduti i termini. «Nel ’77, chi l’aveva denunciato», dice Gallotta, «ritratta, parlando di forti pressioni da parte di non meglio precisati generali; e chiede che le sue accuse siano “distrutte col fuoco”. Carino, vero?». Apollonio, «gioioso ma sempre turbato» ricorda la moglie, diventa generale “a tre stelle”: comandante della Regione militare tosco-emiliana; nel ’75, nell’anniversario della Liberazione, fa sfilare i soldati con i partigiani, e si fa molti (nuovi) nemici: candidato ad alte cariche, finisce al “cimitero degli elefanti”, a capo del tribunale militare. Muore nel 1995; «nel ’91, aveva chiesto, ma invano, la revisione del processo chiuso nel ’75». La sua medaglia d’oro, non l’ha mai avuta; a Roma, il generale Gandin non ha una strada a suo nome; di Cefalonia, a lungo, quasi non si è parlato; lo Stato maggiore ha pubblicato uno studio, semiclandestino, nel ’45: poi, basta. «Contro Apollonio c’è stata anche qualche gelosia di mestiere: perché non era un militare di carriera», dice Gallotta; «e a lungo, Cefalonia è stata assai scomoda per i vertici militari: anche perché gli ufficiali avevano agito di loro iniziativa; la medaglia d’oro a Gandin e alle bandiere non bastava a sanare quella singolarità», conclude il professore di Bari. «I reduci di Cefalonia, fino all’ultimo, facevano la coda per venire a salutare Renzo a casa, tanto lo amavano e rispettavano», aggiunge la signora Giuliana; "no, non ha avuto giustizia".
Fabio Isman
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BREVI NOTE A COMMENTO:

L'articolista ha scritto: "Il padre di un caduto, Roberto Triolo giudice d’Appello a Genova, lo denuncia. Ha aperto il fuoco senza ordini, e per questo anche suo figlio (sottotenente della Finanza) è morto: era in ospedale ad Argostoli; prelevato con altri sei, e passato per le armi".

Tra i sei prelevati era il magg. Federico Filippini Padre dello scrivente ma ciò è evidentemente, per l'articolista e per i suoi suggeritori, un dettaglio di scarsa importanza rispetto alle eroiche imprese del ten. Apollonio.
A costoro, ma soprattutto alla vedova che si lamenta del fatto che al marito -oltre alla promozione a gen. di Corpo d'Armata (sic !) - non fu concessa la medaglia d'oro, bisognerebbe domandare se risulta loro di quali argomenti parlò il defunto con i suoi colleghi germanici, mentre consumava i pasti
"alla mensa degli ufficiali tedeschi"
dove -come ci informa la Requisitoria del Pubblico Ministero-
egli era stato ammesso "dopo breve tempo dall'eccidio".

Affinchè non si dica che Filippini, al pari di Triolo, "vaneggia" per la morte del Padre, riportiamo di seguito la prova documentale della sua ammissione al "desco" degli assassini tedeschi contenuta a pagina 82 della Requisitoria del Pubblico Ministero dr. Stellacci del 20 marzo 1957.

UNICUIQUE SUUM NON PRAEVALEBUNT

MF

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pag. 82 Requisitoria
 
 
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