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DOVE STAVANO GLI "STUDIOSI" DI CEFALONIA
NEL 1998 ?
Vedi presentazione in Home Page
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Nel 1998, quando scrissi l'articolo sotto riportato, dove stavano gli "studiosi" di Cefalonia i quali si ergono, oggi, a profondi conoscitori di un argomento all'epoca sconosciuto o quasi alla maggioranza di essi ?
Tolti quei pochi che, dopo Formato e Ghilardini, ne avevano scritto, come Venturi, Rochat e il "desaparecido" (perchè scomodo) Palmieri, gli attuali "esperti" di Cefalonia, in salsa resistenzial-popolare, non sapevano un fico secco della vicenda ma ora, atteggiandosi a storici consumati, sciorinano al colto e all'inclita una storia o "storiella" di cui nel 1998 non conoscevano -come ha scritto Mario Pirani- un tubo malgrado la sua natura (da loro accertata con appena... sessant'anni di ritardo), di evento "fondante" della Resistenza, della Costituzione e della Repubblica (!).
Il tutto nell'ambito della manovra escogitata per far iniziare la "nuova" storia d'Italia proprio dall'8 settembre, trasformato da data infausta e foriera di lutti in giorno del riscatto del popolo italiano.
I posteri giudicheranno: noi ci limitiamo a fornire il nostro contributo di studiosi "allo sbaraglio" invitando a leggere l'articolo che segue.
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Pagina iniziale
° ° °

Da "Storia del XX° Secolo" n. 42/ nov. 1998:

"CEFALONIA: LA MENZOGNA CONTINUA"

UN ORDINE DIRAMATO DAL COMANDO SUPREMO, FUGGITO A BRINDISI, ALL'ORIGINE DELL'ECCIDIO.
LA RECENTE COMMEMORAZIONE SI E' SVOLTA ALL'INSEGNA DELLA CONSUETA IPOCRISIA.
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L’Italia è l’unico tra i paesi partecipanti all’ultimo conflitto mondiale, nel quale le classi governanti succedutesi nel dopoguerra, si sono opposte a qualsiasi revisione, in sede storica, dei fatti avvenuti in quel periodo, anche in presenza di dati inoppugnabili che ne esigevano, quanto meno, una riscrittura più obiettiva.
In particolare, per quanto riguarda gli eventi successivi all’8 settembre ’43, ha trovato piena attuazione il detto secondo cui la storia è scritta dai vincitori che, nel caso dell’Italia, si sono identificati nei sostenitori della Resistenza i quali hanno imposto, in maniera egemonica, il loro punto di vista. Ciò ha portato alla creazione di un vero e proprio mito –quello della Resistenza- che, alimentato a dismisura da storici molto spesso faziosi, ha pervaso di sé la narrazione di qualsiasi evento, al punto che i suoi estensori, essendone divenuti prigionieri, sono quanto meno restii a rivedere gli aspetti, anche i più inverosimili, della storia da essi raccontata.
Per dirla con il De Felice “il dramma vissuto dagli italiani fra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, è stato sfigurato da una storiografia che ha ridotto la Resistenza a oggetto di culto”, dando vita ad “una vulgata storiografica, aggressivamente egemonica, costruita per ragioni ideologiche, spesso usata per scopi politici”, che “ha creato una serie di stereotipi che ci hanno impedito di dipanare quell’intricata matassa in cui si aggrovigliano i nodi irrisolti degli ultimi cinquant’anni della storia d’Italia”.
Ecco perché, ancora oggi, alle soglie del duemila, miti e leggende che farebbero sorridere un bambino, continuano ad avere dignità di fatti storici di cui è vietato dubitare e sui quali è preclusa ogni indagine, pena il più completo isolamento culturale rievocante il “dalli all’untore” di manzoniana memoria.
In tale sconsolante panorama si colloca quanto, fino ad oggi, si è detto e scritto sull’eccidio della divisione “Acqui” compiuto dai tedeschi a Cefalonia, all’indomani dell’armistizio.
Anche in questo caso, la manipolazione, in chiave ideologica, dei fatti, è servita ad omologare la vicenda nel calderone della Resistenza, in forza dell’abusato teorema per cui, essendo la “Acqui” perita per mano tedesca, i suoi membri andavano considerati –in blocco- “partigiani”, nel caso specifico addirittura “ante litteram”. Viene spontaneo rilevare, a questo punto, che una tale operazione, se compiuta acriticamente e per soli scopi ideologici, può risolversi in un danno per l’immagine della Resistenza, qualora ne sia dimostrata l’infondatezza, come il libro dello scrivente, ”La vera storia dell’eccidio di Cefalonia”, ha ampiamente documentato.
“La Resistenza –osserva giustamente il De Felice- è stata un grande evento storico. Nessun "revisionismo" riuscirà mai a negarlo. Ma la storia, al contrario dell’ideologia e della fede, si basa sulla verità dei fatti piuttosto che sulle certezze assolute. Descrive il mondo come è stato, non come si vorrebbe che fosse stato”.
La più importante conseguenza, derivante dall’accertamento della verità sui fatti di Cefalonia è stata il venir meno della leggenda sulla “unanime volontà”, degli appartenenti alla “Acqui”, di non cedere le armi ai tedeschi, diversamente da quanto fecero le altre divisioni in Grecia che, tra l’altro, obbedirono all’ordine in tal senso, ricevuto dal Comando di Armata. ”Sull’arma si cade ma non si cede” fu il motto, penosamente retorico, con cui si vollero giustificare i fatti ad opera di interessati cantori, i quali crearono un mito dagli epici contorni che, in definitiva, servì solo a mascherare le responsabilità di quanti concorsero a provocare la tragedia, i quali, nel dopoguerra, profittando dell’impunità loro concessa da uno Stato imbelle, si atteggiarono ad eroi e depositari della verità.
Attraverso il travisamento delle cause che originarono la tragedia e delle circostanze entro cui essa maturò, storici di mezza tacca o sedicenti tali, attuarono, nel resoconto dei fatti, la ben nota tecnica di narrare ciò che faceva comodo, omettendo il resto: tutto ciò, ovviamente, a maggior gloria della Resistenza.
Si è taciuto, pertanto, sul fatto che, per ben sette giorni una parte, sia pure minoritaria, delle truppe, aizzata da uno sparuto gruppo di ufficiali in sottordine, responsabile –si fa per dire- della sua disciplina, si agitò contro il comando della divisione, convinta dai predetti, dell’esistenza di una complicità con i tedeschi del generale Gandin e dei suoi collaboratori diretti: di qui, per accennare ai fatti più clamorosi, attentati alla vita del generale e di altri ufficiali superiori nonché l’assassinio (!) di un capitano da parte di un maresciallo di marina imbevuto di odio contro i presunti “traditori”.
Si è sostenuto, altresì, che tutti gli ufficiali fossero contrari alla cessione delle armi ai tedeschi, mentre è vero e risulta provato il contrario e cioè che, salvo poche eccezioni, la quasi totalità di essi fu pronta ad eseguire gli ordini del generale Gandin, fino all’ultimo favorevole ad essa, stante la situazione disperata e l’ordine del Comando di Armata cui, come s’è detto, si adeguarono le altre divisioni evitando, con ciò, di essere massacrate anch’esse dagli inferociti tedeschi.
Si è fatto coincidere l’inizio delle ostilità con il cannoneggiamento di due motozattere tedesche avvenuto, il mattino del 13 settembre, nella rada di Argostoli da parte di tre batterie che, al comando di ufficiali rivoltosi aprirono proditoriamente il fuoco con l’intento di dar vita ad una sorta di “fatto compiuto”, atto a troncare le trattative tra il generale Gandin ed i tedeschi.
Tale iniziativa irresponsabile venne fatta cessare dallo stesso Comando di Divisione, come è ampiamente documentato nel mio libro, ma, fino ad oggi, la data del 13 settembre è rimasta a rappresentare qualcosa che non avvenne, cioè l’inizio della battaglia dovuto “all’unanime volontà dei gregari indipendentemente da quella dei capi responsabili” come ebbe l’ardire di affermare un cappellano militare, Ghilardini, il cui operato ebbe risvolti assai discutibili finalmente venuti alla luce nel mio libro.
Ciò indusse in errore anche scrittori onesti che, come Mario Cervi, riportano come veritiera tale circostanza, a dimostrazione di come il travisamento dei fatti abbia spesso prevalso sulla verità.
Nel libro “L’Italia della guerra civile” egli scrive, infatti: ”All’alba del 13 settembre il capitano Renzo Apollonio, un triestino intrepido, vedendo due grossi pontoni da sbarco che doppiavano il Capo San Teodoro, ordinò alle sue batterie di aprire il fuoco. Cominciò così la battaglia”.
Viceversa, ad onta delle suddette fantasie, le trattative con i tedeschi proseguirono ma, purtroppo, mentre se ne intravedeva la conclusione pervenne, il giorno 14, dal Comando Supremo riparato a Brindisi, dopo la vergognosa fuga di Pescara, un radiogramma contenente l’ordine, a dir poco criminale, di resistere ai tedeschi.Il tenore di esso fu il seguente: "N.1029/CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole alt F.to gen.Francesco Rossi – Sottocapo di Stato maggiore”
Il Comando Supremo, dunque, pur sapendo di non poter aiutare in alcun modo il povero Gandin –stretto nella morsa delle minacce tedesche da un lato e dell’opera nefasta dei rivoltosi dall’altro –non ebbe scrupoli nel mandarlo allo sbaraglio contro un avversario potentemente armato e, per di più, inferocito per l’armistizio ritenuto, non a torto, un tradimento.
“Al governo badogliano –scrisse lo storico Attilio Tamaro- occorreva che si combattesse a qualunque costo, occorrevano anche quei morti per tentare di forzare il suo riconoscimento da parte degli alleati e per giocare quella carta insanguinata a favore della vanamente invocata alleanza”
All’ordine di cui sopra è, dunque, da imputare la decisione del generale Gandin di interrompere i parlamentari con i tedeschi ed il conseguente rifiuto, comunicato loro il giorno 15 settembre, di cedere le armi, e non certo all’eccitazione antitedesca che pur pervadendo gli animi di molti, non ebbe altra influenza sugli avvenimenti se non quella di imprimere un ritardo alla conclusione delle trattative che si rivelò fatale, avendo permesso allo sciagurato ordine di Brindisi di trovare un destinatario da mandare al macello: la sfortunata divisione “Acqui”.
Questa, in sintesi, la verità che un’ultracinquantennale opera di disinformazione ha travisato onde annoverare quanto avvenne, "tout court", nel filone della Resistenza, assimilando una Grande Unità del nostro sfortunato esercito, che combattè in obbedienza ad un ordine superiore, sia pure scellerato, ad una banda di partigiani nella quale le decisioni sarebbero provenute dal basso, legittimando –soltanto esse- l’operato del capo.
Tale trasformismo, inoltre, servì a coprire le responsabilità di coloro che si ribellarono al generale Gandin i quali, a guerra finita, pur sottoposti a processo per i gravi reati commessi, se la cavarono grazie ad un compiacente tribunale militare che, addirittura, ne fece degli eroi, con buona pace della giustizia e dei parenti delle vittime provocate dalle loro azioni.
Emblematico di ciò, fu il trattamento ricevuto dal principale responsabile, il menzionato capitano Apollonio, cui, oltre al proscioglimento con tante scuse dai reati di cui era imputato, venne riservata una trionfale carriera che lo portò al grado di generale di corpo d’armata, con licenza di raccontare la sua personale versione su Cefalonia che, dalle compiacenti autorità militari, venne innalzata al rango di storia ufficiale ed intangibile.
Alla congerie di menzogne o, nella migliore delle ipotesi, di errate ricostruzioni dei fatti, si è dunque contrapposto il libro dello scrivente nel quale, alla luce di un’inedita documentazione comprendente anche gli atti del processo su accennato, la vicenda è narrata con la dovuta obiettività.
Molte le manifestazioni di stima pervenute al sottoscritto, a conferma della sete di verità tuttora viva in molti cuori che, ancora oggi, non riescono a placare il loro risentimento per quanto accadde.
Tra esse riveste un particolare rilievo quella proveniente da un Superstite, l’allora fante del 317° reggimento fanteria, Olinto Giovanni Perosa, autore di un libro di memorie, ”Divisione Acqui – Figlia di nessuno – Memorie di un fante superstite”, nel quale la drammatica sequenza degli avvenimenti viene riportata con mirabile precisione, fornendo –unica fra tutte- un quadro degli stessi completo ed esauriente.
La lettera, da questi inviatami, ha costituito la miglior ricompensa per il sottoscritto, stante la sua provenienza da chi visse sulla propria pelle la tragica esperienza di Cefalonia.
Eccone il testo:

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“Roma 1 0ttobre 1998 – Caro dott.Filippini, ho appena finito di leggere, con grande curiosità ed interesse il suo recente saggio “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia”, ed in qualità di superstite di quei tragici avvenimenti ed anche come “studioso” sia pur dilettante con vari riconoscimenti e qualcuno anche prestigioso, posso dire che in esso ho letto quanto di più vicino alla verità abbia fino ad ora potuto leggere sull’argomento.
Dunque un giudizio molto positivo. Aleggia tra le righe, un pur comprensibile risentimento, per quanti in quelle circostanze abbiano (consapevoli o no) contribuito a dare una svolta ai tragici avvenimenti, di un figlio rimasto, per questo, orfano a soli sette anni!
Ma questo comprensibile risentimento non toglie veridicità ai fatti, anche se per qualche altra discutibile generalizzazione (vedi ELAS) a me resta qualche dubbio.
Particolarmente apprezzato il giudizio sul Radiogramma del Comando Supremo a firma del generale Rossi che di fatto dà il via libera al povero generale Gandin.
Ho trovato qualche refuso e qualche raro sbaglio sui nomi che segnalo con nota a parte.
In complesso l’opera è interessante e veritiera ed aiuta a capire le vere responsabilità dei fatti! Se mai,ha un solo torto: di essere uscita troppo tardi.
In fede, Olinto Giovanni Perosa”.



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Ai motivi di legittimo orgoglio per le parole di chi -come il Perosa- costituisce la testimonianza vivente dei fatti di Cefalonia, si è contrapposta, di recente, una circostanza che la dice lunga sul clima di intolleranza esistente in Italia verso le ricostruzioni storiche che, come quella del sottoscritto, contengono elementi di novità e, come tali, non sono gradite ai padroni del vapore.
Lo scorso giugno, infatti, la stampa riportò che il Presidente della Camera Violante, in polemica con il segretario monarchico Boschiero, sostenne che la nostra è l’unica monarchia in Europa che è scappata”, aggiungendo che mentre “quelli scappavano, c’erano migliaia di militari italiani a Cefalonia che venivano massacrati dai tedeschi perché si erano rifiutati di obbedire all’ordine di soggiacergli”. Il riferimento a Cefalonia indusse chi scrive ad informare l’on.Violante della pubblicazione del proprio libro, specificando nella lettera che, ”non soltanto il Re,il suo capo del governo, Badoglio ed il loro stato maggiore fuggirono a Brindisi, ma che (…) ad opera del loro Comando Supremo inviarono al generale Gandin, comandante della divisione “Acqui” (…) l’ordine di resistere ai tedeschi che, nella fattispecie, equivalse ad una sentenza di condanna a morte”.
L’on.Violante, molto cortesemente rispose il 14 luglio e, pur mantenendo un tono cattedratico di chi ritiene di non aver nulla da imparare, mostrò di condividere la circostanza comunicatagli scrivendo testualmente che “(…) i vertici militari diramarono l’ordine di non cedere ai tedeschi”.
L’ammissione di Violante sembrò di buon auspicio, se non addirittura un primo passo verso la stesura più obiettiva di eventi controversi della nostra storia, come fu quello di Cefalonia, su cui egli nella lettera preannunciò “in coincidenza con il 55° anniversario un’iniziativa di studio e di commemorazione ..”.
Purtroppo, il perdurare delle menzogne su Cefalonia, avutosi successivamente, ci ha costretti a ritirare l’apertura di credito nei confronti dell’on.Violante.
Il quotidiano “L’Avvenire” del 23 settembre scorso ha riportato, infatti, la notizia della predetta commemorazione in termini per nulla dissimili dalle precedenti, caratterizzate dall’ipocrisia e dalla menzogna.
In esso si legge che alla presenza del Capo dello Stato, il Presidente della Camera, Violante, ha ricordato “la straordinaria impresa militare e civile (sic!)” compiuta dalla divisione “Acqui” a Cefalonia nel ’43, ove “11 mila tra soldati e ufficiali decisero all’unanimità (sic!) di resistere combattendo l’esercito nazista”.
La lettura di tale prosa non può che lasciare esterrefatti, per cui, astenendoci da sin troppo facili commenti sulla fiaba narrata da Violante a papà Scalfaro, ci limitiamo a consigliare al primo di leggersi il nostro libro, qualora non lo abbia già fatto, ed al secondo di procurarselo onde evitare commemorazioni che i Congiunti dei Martiri rifiutano perché incomprensibili e menzognere.
La storia non ha bisogno di celebrazioni basate sul nulla, ma di verità inoppugnabili.

MASSIMO FILIPPINI
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Bibliografia:
Renzo De Felice – Rosso e nero
Massimo Filippini– La vera storia dell’eccidio di Cefalonia
Montanelli – Cervi - L’Italia della guerra civile
L’Eco di Bergamo del 21.9.1972
L’Avvenire del 23.9.1998.

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Lettera di Perosa 1.10.98
IL GIUDIZIO SUL MIO LIBRO DEL SUPERSTITE GIOVANNI O. PEROSA,
(che per anni milito' nel PCI).

ANCHE LUI, COME LO SCRIVENTE, SARA' UN VISIONARIO O, PEGGIO ANCORA, UN "PIDOCCHIO REVISIONISTA" ?
(la gentile definizione è del Vate Giorgio Bocca).
 
 
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