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P R E M E S S A
° ° °

Il dottor Vittorio Seganti di Sarsina, console di II^ classe del Ministero degli Esteri e funzionario responsabile della gestione degli Affari Civili nelle isole Ionie, visse le terribili giornate dall'8 al 25 settembre '43, rifugiato con la sua famiglia nell'Ospedale 37 di Argostoli.
Nella sua qualità di rappresentante civile del governo egli scampò alla belluina rappresaglia scatenata dai tedeschi contro i nostri soldati, dopo la resa, e fu presente al prelevamento di sette ufficiali ricoverati in detto Ospedale -tra cui il Padre di chi scrive- i quali vennero, con un pretesto, prelevati e successivamente fucilati per ritorsione della fuga di due loro colleghi, ricoverati anch'essi, i quali, pur consci delle conseguenze del loro gesto, evasero, abbandonando gli altri alla disumana rappresaglia tedesca.
Il dottor Seganti assistette, impotente, a quanto si verificò e, anche di ciò rese testimonianza nella Relazione sui fatti presentata, il 10 gennaio 1944, a Serafino Mazzolini, Segretario Generale del Ministero degli Esteri della RSI alla quale egli aderì o probabilmente dovette aderire a causa delle circostanze in cui venne a trovarsi.
Detta Relazione appare redatta in termini e modi accesamente "fascisti", ma, nel valutarli, è necessario tener conto, tra l'altro, dei destinatari di essa, Mazzolini e, soprattutto il Duce che la lesse e, attraverso questi, encomiò il Seganti per il comportamento avuto a Cefalonia.
Per la sua adesione alla RSI il Seganti venne collocato forzatamente a riposo nel primo dopoguerra e contro il relativo provvedimento di "epurazione" propose ricorso al Consiglio di Stato, esponendo in dettaglio i motivi che lo "costrinsero" a ricoprire la carica di Primo Segretario dell' Ambasciata d'Italia a Berlino.
Di tale documento mostreremo il contenuto, non senza aver sottolineato che, lungi dal voler fare paragoni, il Seganti, al pari dell'altro "fascista" Perlasca, si attivò per salvare dalle grinfie dei tedeschi alcune vittime predestinate e, di due ufficiali ricoverati nell'Ospedale 37, riuscì a salvare la vita come è ampiamente narrato nel mio libro.
I due "miracolati" dall'intervento del Console Seganti furono i capitani Aldo Hengeller e Antonio Neri, i quali, scampati alla fucilazione da parte dei tedeschi, fingendosi morti, erano riusciti a farsi ricoverare, successivamente, nell'ospedale 37 di Argostoli, gravemente feriti ed impossibilitati a muoversi.
Merita di essere riportato, in questa sede, un breve stralcio del racconto di uno di essi, l'Hengeller, su quei tragici momenti che li videro scampare alla terribile sorte toccata agli altri sette colleghi.
" La notte seguente (successiva cioè al ricovero n.d.a.) - raccontò questi- accadde un fatto strano all'ospedale. Si era diffusa tra i ricoverati, la voce -riportata dai soldati spauriti- che i tedeschi avevano ricevuto l'ordine di fucilare tutti gli ufficiali italiani, rastrellati in seguito ai combattimenti, e che siffatti massacri erano già a buon punto...
" Impressionati da queste notizie, due ufficiali -ricoverati anch'essi in ospedale- evasero, col favore delle tenebre.
" I tedeschi, che avevano preso l'elenco di tutti i degenti, si accorsero che ne mancavano due e chiesero ragione. Bisognò confessare che erano evasi durante la notte. Grande preoccupazione da parte di tutti i medici, e, specialmente del direttore. Per quel giorno, però, non avvenne nulla di allarmante.
" La mattina seguente, (il 25 settembre), all'improvviso, vennero a prenderci con una barella. Ci fu detto che -per ordine del comando tedesco- dovevamo essere tutti trasportati nel luogo della prigionìa comune, (cioè in quello della fucilazione, n. d. a.).
"Al cancello ci attendeva un'autombulanza, dentro la quale vi erano già una diecina di ufficiali.
"Si trovò a passare, in quel momento, il console italiano, che era in ottimi rapporti con i tedeschi. Quando -dietro sua domanda- gli fu detto che quegli ufficiali venivano trasportati al luogo della prigionia comune, lo sentimmo protestare vivacemente; PER TUTTI, ma, specialmente, per noi due, che, frattanto, ci avevano deposti a terra nelle nostre barelle.
" Ma non vedete che sono più morti che vivi ? Come faranno a stare con gli altri ? Chi potrà curarli ? E' impossibile...Questi due sono intrasportabili"...
" La discussione durò qualche tenpo.
" Il Console s'impose. Fummo ripresi a trasportati nuovamente nella nostra cameretta.
" SAPEMMO POI CHE QUEGLI UFFICIALI, ai quali dovevamo unirci anche noi quella mattina fatale, FURONO TRASPORTATI TUTTI ALLA FUCILAZIONE, COME RAPPRESAGLIA PER QUELLI CHE ERANO EVASI LA NOTTE PRECEDENTE DALL'OSPEDALE !....
" E NOI DUE FUMMO RISPARMIATI PER IL CASUALE INTERVENTO DEL CONSOLE E PER LE SUE VIVACI INSISTENZE".
(Per completezza di trattazione si precisa che i due ufficiali che, evadendo, causarono la fucilazione degli altri sette, furono il capitano Pietro Bianchi ed il tenente Evardo Benedetti: la vicenda è ampiamente trattata ne "La vera storia dell'eccidio di Cefalonia").

Riportiamo ora detta Relazione -da noi rinvenuta nell'Archivio del Ministero degli Esteri- nella speranza di contribuire all'accertamento dei fatti di Cefalonia sui quali, come è noto, la disinformazione, il travisamento ed il mendacio sono una costante che non fa certo onore a chiunque la compia.
______________________
TESTO DELLA RELAZIONE
"All'Eccellenza Serafino Mazzolini
Segretario Generale del Ministero degli Esteri
SALO'
Caro Mazzolini,
mi sono astenuto dal fare un rapporto ufficiale sugli avvenimenti di Cefalonia perchè l'esposizione di quanto colà è avvenuto potrebbe apparire come una apologia del contegno da me tenuto prima,durante e dopo i tragici fatti che hanno dato a quell'isola un triste primato dopo l'8 settembre.
Desidero dunque soddisfare il tuo desiderio di conoscere quanto colà è successo senza buttare nella bilancia l'opera mia come è mia consuetudine e come già feci nel giugno 1940 dopo aver perduto quasi tutte le cose mie, ritornai da Le Havre con quell'autocarro inglese di cui feci dono al Duce.
Tu ricorderai certamente come, di ritorno dalla Finlandia, io abbia avuto modo di riferire al Sottosegretario Bastianini le conversazioni avute con Risto Ryti, Presidente della Repubblica finlandese,e con il prof. Linkomies, capo di quel Governo, convrsazioni che avevano particolare interesse per il carattere non ufficiale al quale le stesse erano improntate, data la personale amicizia e simpatia di cui mia moglie ed io abbiamo il privilegio di godere presso quei due eminenti uomini di Stato, così come lo stesso Ministro Guarnaschelli (Ministro plenipotenziario ad Helsinki, n. d. a.) ha a suo tempo riferito ufficialmente.
Nel corso della conversazione con Bastianini (Sottosegretario agli Affari Esteri, n. d. a.), fu deciso in un primo momento che io non andassi a Cefalonia, essendo quella residenza ritenuta più adatta per uno scapolo, anzichè per me che ho una numerosa famiglia, e mi venne offerta una migliore residenza all'estero.
Quando poi seppi che questa residenza era Costantinopoli, tu ricordi che io vi rinunciai, considerandola una comoda poltrona che non si addiceva al mio passato di combattente, specie dopo le sedi di Le Havre e di Helsinki, preferendo correre quei rischi che la residenza di Cefalonia comportava.
Di questa mia decisione tu stesso, con il Sottosegretario Bastianini e con il Ministro Pietromarchi, mi lodaste disponendo che tale elogio fosse iscritto nel mio incartamento personale.
Lasciai così i miei bambini a Roma, giungendo con mia moglie a Cefalonia ai primi di luglio, sotto i migliori auspici, sia perchè la residenza non mi era invidiata da nessuno, sia perchè ero sotto un capo che mi conosceva fin da quando a Neuchatel avevo a mie spese inaugurato quella Casa d'Italia nel giorno stesso delle sanzioni, sia perchè ero sorretto dalla fiducia del Ministero.
Ebbi subito contatto con il Generale Antonio GANDIN, comandante la Divisione Acqui, che mi appariva particolarmente adatto per instaurare una cordiale collaborazione in quell'isola, dove vi era tradizione di dissidio fra le autorità militari e quelle civili.
Il Generale Gamdin infatti era stato per molto tempo al Comando Supremo come ufficiale di collegamento fra il Quartier Generale italiano e quello tedesco, e mostrava particolare simpatia verso le camicie nere che chiamava i suoi triarii.
Egli aveva subito chiesto ed ottenuto dei contingenti di truppe tedesche per stabilire, con nuove direttive, la difesa dell'isola, attraverso una cameratesca collaborazione con gli alleati tedeschi, che spesso riuniva tenendo loro dei discorsi ed organizzando delle manovre per cementarne i vincoli di fratellanza nati sui campi dell'Africa, di Russia e di Sicilia.
Tale situazione era durata fino ai primi di settembre, e dei primi di settembre erano state appunto le manovre organizzate in occasione della visita del Generale Lanz, Comandante un Corpo d'Armata di cacciatori tedeschi e del Generale Marghinotti, comandante l'8° Corpo d'Armata, poi.
In tali occasioni, come in quella della visita di Parini (Governatore civile delle isole Jonie con sede a Corfù, n. d.r.), il Generale Gandin si era compiaciuto di affermare pubblicamente e solennemente che mai gli inglesi avrebbero posto piede nell'isola, e quando, dopo il 25 luglio, mi recai a visitarlo per confidargli il mio timore che gli avvenimenti politici interni d'Italia potessero preludere ad una pace separata o magari ad un tradimento verso l'alleata Germania, egli mi tranquillizzò dicendomi che non dovevo assolutamente cessare dal considerarmi funzionario anche se poteva essere per me, come lo era per lui, doloroso il cessare di essere agli ordini di colui di cui per vent'anni si erano così utilmente seguite le direttive in ogni campo.
Il fatto che il Sovrano avesse preso il comando supremo dell'esercito e che un uomo di provate virtù militari avesse assunto la direzione dello Stato, davano garanzia che la guerra avrebbe potuto essere in avvenire condotta con nuovo impulso e con maggiore unità di indirizzo, assicurando alle nostre armi quel successo di cui molti cominciavano a dubitare negli ultimi tempi. Il proclama di Badoglio era esplicito nei riguardi dell'alleanza militare con la Germania. Così parlava il Generale Gandin all'indomani del 25 luglio.
Mi sembrava, infatti, almeno nei primi tempi, impossibile, ai fini stessi dell'antifascismo, che si volesse prendere una successione fallimentare, quando un eventuale fallimento poteva essere demagogicamente attribuito al fascismo stesso.
Ma se il contegno del Generale Gandin non poteva lasciarmi supporre che costui fosse o potesse divenire strumento di un tradimento, molti altri settori richiedevano una particolare mia attenzione sulle ripercussioni della nuova situazione italiana nell'isola di cui ero il Commissario civile e politico.
La sera stessa del 25 luglio infatti il Capitano Gasco, da cui dipendevano i Carabinieri per i servizi di istituto del Commissariato, si abbandonava in mia presenza ad indecorose manifestazioni di giubilo per la caduta del fascismo ed in seguito quasi tutti i fascisti si tolsero il distintivo costringendomi a riprenderli severamente.
Fu infatti solo il 29 luglio che io feci riunire i connazionali nella sede del Fascio, per dare loro l'ordine di togliere il distintivo, la cui mancanza non doveva quindi significare un mutamento di fede, ma semplicemente un atto di disciplina verso un ordine dato da chi, non essendo stato destituito da nessun Governo, era tuttora il rappresentante della Patria, ed in tale veste non temevo di commemorare in quel giorno il sessantesimo compleanno del Duce, nel cui nome tanti connazionali avevano offerto la vita alla Patria sui campi di battaglia. I morti non dovevano essere dimenticati.
Ma la situazione andava peggiorando continuamente, nonostante ogni mio appello alla dignità, specie nei confronti della popolazione greca dell'isola. Di giorno in giorno l'antifascismo diventava più aperto e baldanzoso. Nulla la collaborazione dei carabinieri, inutili le mie minacce di sanzioni verso i più scalmanati. Lo stesso Capitano dei Carabinieri, anzichè considerarsi ai miei ordini, dichiarava di essere esecutore di ordini direttamente giuntigli dal Comando Generale dell'Arma, giungendo a dirmi di togliere dagli uffici il ritratto del Duce e permettendosi perfino di criticare la mia decisione di sostituirlo con quello del Fuhrer. Invitato anche a far cancellare alcune scritte sugli edifici pubblici come quella di : "CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE", mi rifiutai obiettando che la nuova parola d'ordine non poteva essere quella di "diffidare, disobbedire e disertare". Ma le mie decisioni restavano praticamente vane perchè le scritte venivano senza mio ordine, ugualmente obliterate a cura dei carabinieri stessi, e mi veniva solo inviato il conto da pagare. Non mi restava altra soddisfazione che quella di conservare nei miei uffici il ritratto del Fuhrer, per il semplice fatto che questo mi veniva periodicamente chiesto in prestito dal Comando della Divisione ogni qualvolta vi fosse la visita di qualche ufficiale o Generale tedesco.
Privo così della collaborazione dei Carabinieri, in un ambiente ostile, chiesi a Parini la sostituzione del Capitano Gasco, e quindi il 15 agosto mi recai personalmente a Corfù per esaminare insieme la nuova situazione e per proporgli di prendere con me una decisione prima che si perfezionasse il tradimento che vedevo profilarsi. Proposi cioè a Parini di arruolarsi con me nelle S.S. o di recarsi in Germania dove sembrava dovesse aver sede il movimento della riscossa fascista, senza attendere che gli avvenimenti ci impedissero di poter prendere una qualsiasi iniziativa.
Parini fu d'accordo con me, se pure ritenne di soprassedere per il momento alla decisione che io gli proponevo, in attesa di precise notizie da Roma. Gli avvenimenti che seguirono confermarono appieno tutte le mie previsioni.
Mentre io attendevo così qualche comunicazione da Parini in un linguaggio convenzionale, che avevamo concordato, cominciavano i primi attriti con la divisione, nonostante ogni mia cura di evitare degli incidenti nei quali io potessi essere dalla parte del torto. Continuavo a mantenere contatti con quegli ufficiali che, per il loro passato ed il loro contegno presente, mi consentivano di aprire con loro l'animo mio e di tenere delle utili discussioni sulle ripercussioni della situazione politica negli ambienti militari.
Qualche giorno prima dell'8 settembre giunse, come ho detto, ad Argostoli il Generale Marghinotti, Comandante l'8° Corpo d'Armata, e lo ebbi mio ospite al Commissariato, aderendo ad una preghiera rivoltami in tal senso dal Generale Gandin. Tale ospitalità si era limitata semplicemente all'alloggio, poichè mi era giunta l'eco di discorsi di intonazione antifascista che egli aveva tenuto ai soldati.
Il Generale Marghinotti chiese di avere contatto col Prefetto greco dell'Isola, dott. Della Porta, ed io volli essere presente a tale colloquio perchè desideravo vegliare a chè nessun discorso fosse tenuto in senso contrario a quelle direttive di cui solo io avevo la responsabilità.
La mia diffidenza era fondata.
Infatti il Prefetto Della Porta mi aveva chiesto l'autorizzazione di far contribuire la popolazione di Cefalonia ad una sottoscrizione indetta in Grecia per raccogliere 50 miliardi di dracme, che dovevano servire a riscattare 50 ostaggi da giustiziarsi per atti di sabotaggio compiuti ad Atene su 50 vetture tramviarie.
Io avevo nettamente sconsigliato tale iniziativa che serviva, non fosse altro, a scopi propagandistici per mostrare l'identità politica delle isole joniche con la Grecia: il Generale Marghinotti invece, considerò di sua competenza negare o concedere tale autorizzazione, senza tenere in nessun conto i criteri politici che avevano determinato la mia decisione.
Non drammatizzai questo sgarbo riservandomi di intrattenermi su tale argomento con Parini che continuava a dirigere gli affari civili delle Isole Joniche, nonostante il suo collocamento a riposo dal grado di Prefetto del Regno.
Non ebbi il tempo di farlo perchè l'indomani stesso giunse a Cefalonia la notizia del cosiddetto armistizio.
A mezzo dell'aereo giunto ad Argostoli all'alba dell'8 settembre, Parini mi aveva fatto sapere che egli si disponeva a lasciare la sua carica a Corfù e che il Ministero (Conte Pietromarchi) aveva con lui concordato il ritiro di tutti i funzionari degli Esteri per lasciare me solo a Corfù con giurisdizione su tutte le Isole Joniche.
Assistetti la stessa sera ad un drammatico pranzo di addio offerto dalla Divisione al Generale Marghinotti. Nel corso di quel pranzo avevo apertamente esposto tanto al Generale Marghinotti quanto al Generale Gandin e Gherzi e a tutti gli ufficiali della Divisione il mio punto di vista sulla situazione che avevo definita di volgare ed indecoroso tradimento, di disonore e di infamia che si riversava sugli artefici stessi della turpe macchinazione che ci scaraventava, senza nessuna speranza, all'ultimo rango delle Nazioni civili ed incivili.
La violenza del mio linguaggio, le aperte allusioni alla parte di responsabilità che poteva ricadere anche sui presenti, il mio deciso atteggiamento a non essere neppure passivamente complice del tradimento nei confronti della Germania, avevano determinato uno stato di tensione tra me e la Divisione, di cui avevo la prova in alcuni provvedimenti ostili adottati nei miei riguardi.
Mi veniva infatti ritirato il presidio dei Carabinieri di guardia al Commissariato e perfino l'appuntato dei Carabinieri addetto al centralino telefonico, e veniva dato ordine a tutti gli ufficiali di non mostrarsi con me in pubblico e di non frequentare la mia casa.
Già il 9 settembre si iniziarono le trattative per la consegna delle armi da parte della Divisione, forte di 12 mila uomini, al presidio germanico dell'Isola che contava appena 1800 uomini, in mezzo ad una caotica situazione piena di sparatorie, di rapine e di assassinii.
Il giorno 10 mi giungeva da Corfù il seguente telegramma: "N.11369 C. ripiegate subito con tutto il personale su Corfù lasciando costì solo un impiegato per reggere l'ufficio. Utilizzerete per il viaggio possibili mezzi di fortuna sino a Corfù. Distruggerete archivio e materiale crittografico portando con voi relativi verbali. Accusate ricevuta. Parini".
Mi recavo così alla Divisione chiedendo al Generale Gandin di lasciarmi usufruire di un motoscafo veloce con i contrassegni della Croce Rossa, abbandonato nel porto dai reparti dell'aviazione e della marina che avevano lasciato l'isola nella notte dall'8 al 9 settembre.
Il Generale me lo concesse, semprechè avessi ottenuto dal Presidio tedesco l'autorizzazione di lasciare le acque di Cefalonia. Ma l'autorizzazione tedesca non mi fu rilasciata immediatamente, perchè gli ordini vigenti erano quelli di impedire con ogni mezzo che qualsiasi galleggiante lasciasse le acque dell'isola. Mi fu solo promesso che la mia richiesta sarebbe stata inoltrata, con parere favorevole, al Comando Superiore e che mi sarebbe stata comunicata la risposta. Rimasi così in contatto col Comando della 201^ Batteria germanica di Semoventi, che era accantonata in un edificio scolastico accanto alla sede del Commissariato.
Trasmisi il testo del telegramma di Parini al Comm. Rostagno, che reggeva il Commissariato nella vicina isola di Itaca, ed egli mi raggiunse immediatamente.
Le trattative fra italiani e tedeschi frattanto continuavano e tutto lasciava supporre che si sarebbe giunti ad un'intesa, nonostante si moltiplicassero gli incidenti italo-tedeschi. Tale speranza era basata sulla convinzione che il Generale Gandin nutrisse effettivamente quei sentimenti che professava almeno in mia presenza. Egli infatti mi aveva assicurato che tutta l'opera sua mirava appunto ad un pacifico accordo e si era mostrato lieto di sapere da me che un gran numero di ufficiali non attendevano altro che una sua decisione di intesa con le truppe tedesche.
Durante continue sparatorie, che erano costate la vita a ufficiali e soldati tedeschi isolati o alla finestra, il Commissariato era diventato il centro di rifugio di tutto il personale civile dell'isola di idee non sovversive e di alcuni ufficiali, i quali, nonostante il divieto di frequentarmi, si rivolgevano a me o per essere aiutati a passare con i tedeschi o per mettersi al corrente della situazione e del corso delle trattative, o dei pericoli che minacciavano, od infine per invocare miei nuovi interventi presso il Generale per scongiurare un mostruoso quanto inutile spargimento di sangue, che comunque sarebbe stato inglorioso per l'enorme sproporzione numerica e di mezzi fra gli italiani ed i tedeschi.
Il Generale Gandin sedeva giorno e notte nel suo ufficio, dove aveva fatto trasportare una branda e dove tratteneva presso di sè tutto lo Stato Maggiore.
In un primo tempo era stato deciso di fare una specie di votazione fra gli ufficiali e fra la truppa invitandoli a scegliere fra una delle seguenti soluzioni:
1) Volete continuare a combattere con i camerati tedeschi ?
2) Volete depositare le armi ?
3) Volete combattere contro le truppe tedesche ?
Ma senza nemmeno aspettare l'esito di questo curioso sistema di votazione, si preordinava tutto per un combattimento, sebbene le trattative restassero sempre aperte e s'arrivasse, almeno apparentemente, ogni giorno ad un accordo grazie al sincero desiderio d'intesa che animava i germanici.
Venivano così operati dislocamenti di truppe nell'isola, minate delle strade, spostate batterie e depositi di viveri e di munizioni, e gli incidenti antitedeschi si moltiplicavano pur venendo attribuiti ad elementi isolati irresponsabili.
Fra gli elementi più accesi che spingevano il Generale Gandin ad atti di ostilità verso i tedeschi, vi era il Comandante della Marina, (Cap. Freg. Mario Mastrangelo, n. d. a.), il Comandante di Artiglieria, (Col. Mario Romagnoli,n.d.a.), il Capo di Stato Maggiore,(ten. col. Fioretti, n. d. a.), con tutti gli ufficiali addetti ed infine il Capitano dei Carabinieri, (Mario Gasco, n. d. a.), il quale organizzava l'armamento di bande greche per creare quegli episodi di violenza che dovevano mettere il Generale Gandin di fronte ad una situazione ormai insostenibile.
Solo il Comandante del Genio, Maggiore Filippini ed il Ten. Colonnello di Sanità Briganti, erano per fraternizzare coi soldati tedeschi, mentre il Generale Comandante la Fanteria ed i Colonnelli comandanti il 17° e il 317° Reggimento, (t. col. Ernesto Cessari e col. Ezio Ricci, n. d. a.), erano per la soluzione di deporre le armi.
Al Commissariato tutto il personale di servizio greco mi aveva frattanto abbandonato e numerosi connazionali erano stati consigliati a non frequentare la mia casa, perchè delle bande greche armate insieme a carabinieri in borghese e a marinai, avrebbero potuto "far fuori" il Console fascista, con lancio di bombe a mano e dando fuoco all'edificio che io abitavo ormai solo con mia moglie.
Lo stesso Maggiore Filippini col suo aiutante Ten.Fraticelli vennero a trovarmi durante la notte per scongiurarmi di domandare l'intervento del Generale contro questa macchinazione ai miei danni, ed infatti il Generale, a mia richiesta, diede ordine che fosse ristabilita una guardia di carabinieri alla mia abitazione, pur dichiarando di nulla sapere di bande greche armate.
Tale guardia fu tuttavia per ordine del Capitano dei Carabinieri stabilita in 6 militi che dovevano essere nell'interno dell'abitazione anzichè fuori, col compito quindi di sorvegliarmi piuttosto che di difendermi, dato che lo stesso Capitano dei Carabinieri era il Comandante di quelle bande di greci armati che avevano avuto il mandato di "farmi fuori". Fui così protetto da quegli stessi carabinieri che si vantavano di aver già "fatto fuori" alcuni tedeschi.
La mattina del giorno 14 verso le 9 fui chiamato al telefono dal Gen.Gandin che mi annunciò di lasciare la città e di essere dolente di non potere prendere personalmente congedo da me e mia moglie, come avrebbe desiderato. Gli ricordai che la mia partenza era sempre subordinata a quel permesso che avevo chiesto alla Wehrmacht e gli chiedevo se egli confermava di lasciare a mia disposizione quell'idrosoccorso della Croce Rossa che egli mi aveva promesso. Il Generale Gandin mi rispose molto gentilmente che per questo come per ogni altra occorrenza dovevo ormai rivolgermi alla Wehrmacht.
Dal tono della conversazione telefonica avuta con lui non credetti di rilevare nessuna intonazione ironica nelle sue parole. Ritenevo cioè che si fosse finalmente giunti ad un accordo con le truppe tedesche e che tutta la divisione si trasportasse con le armi portatili nella parte orientale dell'isola, lasciando ai tedeschi la piazzaforte di Argostoli, come le ultime fasi delle trattative lasciavano supporre.
Fu l'ultima volta che io ho sentito la voce del Generale Gandin: poco dopo il capitano dei carabinieri veniva a visitarmi annunciandomi che fra poco tempo sarebbe stato aperto il fuoco su Argostoli e che urgeva quindi che io prima di mezzogiorno mi mettessi al sicuro in campagna con mia moglie e col personale civile. Egli avrebbe a tal fine mandato tra breve un autocarro a mia disposizione. Mentre mia moglie si interessava a preparare i bagagli, ed io mandavo in giro per radunare i civili e le suore da portare in salvo, il maggiore Filippini mi comunicava a mezzo del Ten. Fraticelli, che avrei dovuto ad ogni costo evitare di lasciare la città col mezzo messomi a disposizione dal Cap.Gasco, perchè in aperta campagna e senza testimoni, mi avrebbero "fatto fuori".
Mi fu facile non partire con l'autocarro inviatomi dal Capitano dei Carabinieri, perchè la preannunciata imminenza del bombardamento della città aveva terrorizzato molti animi e specialmente il Comm. Rostagno il quale, non appena vide giungere l'automobile, vi salì con pochi altri dando immediatamente ordine di proseguire senza attenderne il carico completo e caricando in tale terrore la valigia di un mio impiegato anzichè la propria. Il mio segretario cercò di fermare la fuga del Comm. Rostagno, ma egli promise che avrebbe rimandato immediatamente indietro l'autocarro.
Non mi basai su tale promessa sapendo bene che il Comm. Rostagno aveva in animo di raggiungere Sami, a 25 chilometri da Argostoli, dove sperava di trovare colà ancorata la maona "Taxiarchi" su cui imbarcarsi per raggiungere Corfù. Io rimasi dunque in Argostoli in attesa che i miei impiegati e 12 suore preordinassero il loro bagaglio e, ad un sollecito telefonico del Cap.Gasco, potei tranquillamente rispondere che, come capo dell'amministrazione civile dell'isola, dovevo essere l'ultimo ad abbandonare la città. Io avevo frattanto deciso di trasportarmi all'ospedale da campo n.37 di cui conoscevo il direttore Cap. Viganotti ed il chirurgo Cap. Cunico che mi erano devoti per i loro sentimenti politici e che avrebbero potuto giustificare la mia presenza in ospedale dato che mia moglie è infermiera della Croce Rossa e le suore avrebbero potuto prestare utilmente la loro opera in favore dei feriti.
Per recarmi all'ospedale, sito alla periferia della città, era tuttavia necessario un automezzo che mi venne gentilmente offerto dal Cap. Piero Gazzetti di Pavia, del Comando della Divisione. Ma quando questi, per raggiungere la mia abitazione dovette passare per il centro della città, venne fermato da un sottufficiale di marina il quale, quando seppe che l'autocarro si recava dal Console, estrasse la rivoltella e tirò contro il Cap.Gazzetti. Questi, ferito alla spina dorsale, morì tre giorni dopo presso di me all'ospedale, vittima del suo gesto di volere favorire il Console fascista.
Giunto all'ospedale, vi trovai quella accoglienza e quella assistenza su cui avevo contato e che potei in seguito meritare con l'opera che io ed i miei potemmo colà svolgere.
La battaglia cominciò quindi e la prima fase si concluse nella notte dal 15 al 16, quando cioè tutto il presidio tedesco della città di Argostoli venne fatto prigioniero coi sei cannoni semoventi di cui disponeva.
Restavano circa 1.500 uomini di truppa di fanteria con 4 cannoni che erano in marcia dalla penisola di Lixuri lungo le montagne verso il nostro schieramento, e su cui era concentrato il fuoco delle nostre batterie.
Il giorno 16 apparvero nel cielo di Cefalonia degli stukas che si susseguirono ininterrottamente per tutta la giornata riversando il loro carico di bombe sulle nostre posizioni e sulle nostre truppe in combattimento. Dopo due giorni di bombardamento aereo tutta la divisione fu completamente disorientata. Anche le nostre artiglierie tacevano durante il giorno al fine, mi si diceva, di non rivelare al nemico la loro esatta ubicazione. Le truppe tedesche frattanto avanzavano seguendo in piccoli gruppi l'itinerario montagnoso, senza trovare nessuna seria resistenza ed ostacolati, semplicemente, dal tiro dei grossi calibri che bersagliavano la montagna nelle ore notturne.
La notte del 18 aerei tedeschi lanciarono numerosi volantini di cui trascrivo il testo :
" ITALIANI DI CEFALONIA !
Camerati italiani, ufficiali e soldati !
Perchè combattete contro i tedeschi ? Voi siete stati traditi dai vostri capi ! Voi volete ritornare nel vostro paese per stare vicini alle vostre donne, ai vostri bambini, alle vostre famiglie ? Ebbene la via più breve per raggiungere il vostro paese non è certo quella dei campi di concentramento inglesi.
Conoscerete già le infami condizioni imposte al vostro paese con l'armistizio anglo-americano.
DOPO AVERVI SPINTO AL TRADIMENTO CONTRO I COMPAGNI D'ARMI GERMANICI, ORA VI SI VUOLE AVVILIRE CON IL LAVORO PESANTE E BRUTALE NELLE MINIERE D'INGHILTERRA E D'AUSTRALIA CHE SCARSEGGIANO DI MANO D'OPERA.
I VOSTRI CAPI VI VOGLIONO VENDERE AGLI INGLESI : NON CREDETE LORO !
Seguite l'esempio dei vostri camerati dislocati in Grecia, a Rodi e nelle altre isole, i quali hanno tutti deposto le armi e già rientrano in Patria: come hanno anche deposto le armi le divisioni di Roma e delle altre località del vostro territorio nazionale.
E voi invece -proprio ora che l'orizzonte della Patria si delinea ai vostri occhi- volete proprio ora preferire morte e schiavitù inglese. Non costringete, no, non costringete gli Stukas germanici a seminare morte e distruzione.
DEPONETE LE ARMI ! LA VIA DELLA PATRIA VI SARA' APERTA DAI CAMERATI TEDESCHI".
"CAMERATI DELL'ARMATA ITALIANA
Col tradimento di Badoglio l'Italia fascista e la Germania nazionalsocialista sono state abbandonate vilmente nella loro lotta fatale.
La consegna delle armi dell'armata di Badoglio in Grecia è terminata completamente, senza sparger sangue. Soltanto la Divisione Acqui, al comando del Generale Gandin, partigiano di Badoglio, dislocata sulle isole Cefalonia e Corfù, ed isolata colà dagli altri territori, ha respinto l'offerta di una consegna pacifica delle armi ed ha cominciato la lotta contro i camerati tedeschi e fascisti.
Questa lotta è assolutamente senza speranza. La divisione è divisa in due parti e circondata dal mare, senza alcun rifornimento e senza possibilità di aiuto da parte dei nostri nemici. Noi camerati tedeschi non vogliamo questa lotta. Vi invitiamo perciò a deporre le vostre armi e ad affidarvi ai presidi tedeschi dell'isola. Allora anche per voi, come per gli altri camerati italiani, è aperta la via verso la patria.
Se però sarà continuata l'attuale resistenza irragionevole, sarete schiacciati e annientati tra pochi giorni dalle forze preponderanti tedesche, che stanno raccogliendosi. Chi verrà fatto prigioniero allora, non potrà tornare in Patria.
Perciò, camerati, appena otterrete questo manifestino passate subito ai tedeschi.
E' l'ultima possibilità di salvarvi!
IL GENERALE TEDESCO DI CORPO D'ARMATA"
Nella stessa notte l'idro soccorso delle Croce Rossa, che avrebbe dovuto restare a mia disposizione, veniva trasportato via terra nella costa meridionale dell'isola da dove fece rotta per l'Italia occupata con una dozzina di ufficiali dell'esercito e della marina, incaricati di richiedere rinforzi terrestri e interventi aerei degli alleati.
Nella giornata del 18, nessun aereo comparve sul cielo dell'isola, probabilmente per lasciare al presidio italiano il tempo di decidere sulla offerta di cessare le ostilità comunicata coi volantini, ma il comando della divisione approfittò di questa tregua aerea per riordinare le truppe sbandate, emanando un proclama nel quale il Gen.Gandin spronava le truppe a tenere duro, in attesa di rinforzi anglo-americani e dell'intervento dell'aviazione alleata. In tale proclama il Gen.Gandin dichiarava che il nemico dava ormai segni di stanchezza, mentre l'armata sovietica avanzava trionfalmente avendo già raggiunto Odessa a Kiev (19 settembre !!) e l'aviazione alleata aveva così efficacemente bombardato gli aerodromi della Grecia da far ritenere che ormai più nessun pericolo vi fosse di nuovi attacchi aerei germanici. Bisognava vincere -aggiungeva il proclama- come già a Corfù aveva vinto il 18° Regg. Fanteria, meritando quell'elogio del Gen. Ambrosio che, non a lui era dovuto, ma alle truppe di Cefalonia che sarebbero state ricompensate del loro sforzo.
L'assenza di aerei tedeschi aveva infatti notevolmente sollevato il morale delle nostre truppe, e di questo nuovo spirito offensivo ne avevo avuto atto io stesso all'ospedale, dove alcuni volontari si erano presentati per "far fuori" i feriti tedeschi. Va da sè che tali iniziative non ebbero alcun seguito per il deciso contegno del Cappellano Militare Don Luigi Ghilardini che da solo respinse i volontari a pedate nel sedere !
Frattanto alcune mie critiche al proclama del Generale erano giunte all'orecchio del Comando della Divisione. Io mi ero permesso infatti di non credere che Odessa e Kiev fossero cadute in mano ai russi ed avevo criticato il piazzamento di alcune nostre batterie da campagna nelle immediate vicinanze dell'ospedale, fatto questo che aveva provocato dei tiri di bombe troppo vicini al muro di cinta con rottura di infissi ed anche con un morto. Tale batteria, fra l'altro, era mascherata da alcuni alberi di olivo che prendevano fuoco ad ogni colpo dei pezzi.
Si ritenne quindi alla Divisione che io fossi in possesso di un apparecchio radio clandestino per potere affermare con tanta sicurezza che Odessa era tuttora in solido possesso tedesco. Dopo una ispezione nel mio alloggio, che era poi una camera da bagno, effettuata al mattino alle 7 dal Comandante della Marina, fu deciso che io dovessi lasciare l'ospedale, per evitare che vi svolgessi opera di propaganda.
Di tale decisione fui informato dal Colonnello Briganti e dal Maggiore Filippini che mi vennero a trovare durante la notte e mi sconsigliarono di seguire tale ordine per evitare fosse infine realizzato il progetto di "farmi fuori".
Non essendo stata accettata l'ultima offerta fatta dai tedeschi di cessare le ostilità, venne effettuato il giorno 19 uno sbarco nella parte occidentale della penisola di Lixuri e, con l'aiuto dell'aviazione venne conquistata Argostoli il giorno 22 da reparti di Gebirgsjager che avevano raggiunto la capitale a marce forzate, con l'ordine di non fare prigionieri. Fu così che interi reparti vennero mitragliati e venne anche ordinata la fucilazione di tutto il comando della divisione.
Solo una quarantina di ufficiali, su oltre 500, sono scampati all'eccidio, qualche altro, forse, vive tuttora alla macchia o confuso fra i soldati nei campi di concentramento. Ad aggravare tale dolorosa situazione, vi sono stati parecchi battelli che sono saltati in aria sulle mine durante il trasporto dei prigionieri in terra ferma, tanto che si possono valutare a circa 6.000 i morti italiani in Cefalonia.
Ogni mio intervento è stato purtroppo vano in molti casi tanto che non sono riuscito a salvare neppure il Maggiore Filippini ed il Tenente Fraticelli che per ben tre volte mi avevano salvata la vita dall'ira antifascista di alcuni scalmanati.
Di molti ufficiali, che oggi non sono più, come di altri che sono miracolosamente sopravvissuti potrei farti avere i nomi se, come credo, riterrai opportuno onorare la memoria o premiare il valore ed il coraggio del loro atteggiamento politico.
Del resto della mia odissea che mi ha portato finalmente a Berlino il 4 dicembre, ti ho già riferito.
f.to Seganti

Roma,lì 10 gennaio 1944 - XXII
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