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IL PROCESSO PER I FATTI DI CEFALONIA
Questa pagina è dedicata al procedimento penale relativo ai fatti di Cefalonia, svoltosi sul finire degli anni '50.
Il lettore potrà trovarvi la documentazione completa del medesimo.



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La narrazione dei fatti di Cefalonia è stata caratterizzata da un'approssimazione e da una superficialità tali che, ancora oggi, a distanza di oltre sessant'anni dagli stessi, non si sa nulla o quasi su un aspetto particolarmente rilevante come quello penale, oggetto, nel dopoguerra, di attività e di pronunce della magistratura ordinaria e, in maggior misura, di quella militare: da tale lacuna -volutamente taciuta- discendono, in gran parte, le inesattezze, i travisamenti e le bugie raccontate, fino ad oggi, sulla terribile vicenda.
Naturalmente non sono mancati coloro che ne furono a conoscenza sia per esperienza diretta, in quanto imputati o testimoni nei vari procedimenti ovvero indiretta, in quanto giornalisti o addetti ai lavori ma, ciò nonostante, tutto è rimasto avvolto da una fitta nebbia, volutamente creata, al fine di impedire all’opinione pubblica la conoscenza di fatti e circostanze accertati dalla magistratura militare che avrebbero fatto crollare il castello di menzogne eretto, nel frattempo, da quelle forze politiche che, nel dopoguerra, si arrogarono il diritto di scrivere la storia a senso unico e che oggi, impotenti dinanzi all’affermarsi della verità, cercano di ostacolarne quanto meno la diffusione ricorrendo, ad ogni pie' sospinto, a commemorazioni rievocative dei fatti aventi la menzogna come unico comune denominatore.
A tale immondo e squallido modo di agire noi contrapponiamo, in questa sede, la ricostruzione della vicenda di Cefalonia compiuta dagli stessi magistrati che indagarono su di essa, in particolare quelli militari i quali, come in tutte le inchieste giudiziarie, svolsero atti di indagine tesi a stabilire, in primis, la fondatezza delle denunzie presentate da un alto Magistrato, il dottor Roberto Triolo padre di un Caduto, il s. ten. Lelio, il quale dall'Italia "omertosa" del dopoguerra fu lasciato solo a denunciare i fatti e, soprattutto, i misfatti compiuti a Cefalonia non solo dai tedeschi ma anche da un certo numero di militari italiani che si arrogarono il diritto di sostituirsi ai loro comandanti in una sorta di ammutinamento che portò all'esito disastroso che tutti sanno.
Mostreremo pertanto il contenuto di tali denunzie cui la Magistratura Militare rispose con evidente imbarazzo da parte del Pubblico Ministero che dovette riconoscerne la fondatezza e del Giudice Istruttore che pensò bene di "chiudere" la questione con una Decisione ISTRUTTORIA, impropriamente denominata Sentenza, di cui si fecero forti gli imputati all'epoca e i loro epigoni oggi, tutti quanti recitando -in perfetta malafede- l'identico copione, quello degli Eroi perseguitati.
Tale decisione fu redatta dall'ineffabile Giudice Istruttore in Camera di Consiglio lasciando l'evidente impressione che con ciò egli abbia voluto evitare che si svolgesse un dibattimento da cui, probabilmente, gli imputati sarebbero usciti malconci se è vero, come è vero, che i Reati loro addebitati (Insubordinazione, Rivolta e Cospirazione) si rivelarono pienamente consumati.
Una compiuta analisi di tale aspetto della vicenda costituisce, ovviamente, parte integrante del libro “LA VERA STORIA DELL’ECCIDIO DI CEFALONIA” da me scritto sulla base di tale inoppugnabile documentazione che fui autorizzato a visionare, presso il Tribunale Militare di Roma, per la mia qualità di orfano di un Caduto della cui morte detto processo specificamente si occupò.
Passiamo ora ad esaminare le tre denunce , presentate dal dr.Roberto Triolo, in data 26 dicembre 1945, 2 aprile e 23 agosto 1946, cui fa da necessaria premessa la lettera che egli inviò ai familiari dei compagni di sventura del Figlio tra cui il Padre dello scrivente.


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In questo ECCEZIONALE documento il Dott.Roberto Triolo preannunciò ai familiari degli ufficiali fucilati insieme al figlio la presentazione di alcune denunce contro i responsabili.
Da esse prenderà avvio il processo celebrato sul finire degli anni '50.
Prima DENUNCIA del Dott.Roberto TRIOLO
______________________________________


Al Ministero della Guerra
Al Ministero della Marina
Al Procuratore Generale Militare
e p.c.
Alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Alle Associazioni dei Caduti in Guerra, dei Mutilati e dei Combattenti
All’Ammiraglio Poma, Presidente dell’Associazione PRO VITTIME di Cefalonia
R O M A

OGGETTO: Battaglia di Cefalonia fra le truppe della Divisione “Acqui” e truppe tedesche nel settembre 1943

Io sottoscritto sono padre del Sottotenente in S.P.E. della Guardia di Finanza TRIOLO LELIO, classe 1922, che il giorno 25 settembre 1943 venne prelevato dai tedeschi con altri sei ufficiali dall’Ospedale 37 di Argostoli e subito dopo fucilato dagli stessi per rappresaglia contro la fuga da detto ospedale del capitano Bianchi Pietro e del tenente Benedetti Evardo del 17° Fanteria, avvenuta nella notte precedente.
Il presente esposto che ne precede due altri (il primo dei quali diretto ad indicare il massimo numero possibile di tedeschi che comunque presero parte, dopo la resa dei nostri, all’infame massacro di 450 ufficiali e di 8000 uomini di truppa prigionieri commesso nei giorni 21, 22, 23 e 24 settembre, e che il giorno 25, non sazi ancora di innocente sangue italiano, fucilarono mio figlio e i sei compagni di sventura, ed il secondo diretto alla punizione di coloro che si resero corresponsabili dei tedeschi di tale fucilazione), muove dalla notizia che mi è di recente pervenuta, secondo la quale si starebbe procedendo ad accertamenti per la concessione di ricompense al valore per i combattimenti di Cefalonia.
Con esso, io mi propongo doppia finalità:
a) impedire la concessione di ricompense a favore di coloro, anche se morti in combattimento, o per successiva fucilazione, che, come si vedrà, costrinsero CON OGNI MEZZO VIOLENTO il Comandante della Divisione, Generale Antonio Gandin, a combattere contro i tedeschi;
b) far punire quelli fra detti ufficiali che rimasero in vita, per i reati militari che commisero onde potere raggiungere quel fine, raggiungimento che, oltre a costare la sconfitta, sia pure non disonorevole, della bella divisione, diede motivo ed occasione alle belve naziste di compiere l’orrendo massacro.
A giustificazione delle due richieste vado a dimostrare:

1°) che a costo di essere costretti a cedere ai tedeschi le armi (COSA CHE IN QUELLE PARTICOLARISSIME CIRCOSTANZE DI TEMPO E DI LUOGO NON SAREBBE STATA PER NULLA DISONOREVOLE – come non lo era stato la cessione del naviglio mercantile e da guerra, di tutti gli aerei e di ogni armamento agli “Alleati” in conseguenza delle necessità che portarono all’armistizio dell’8 settembre, né quella avvenuta in Tunisia il 13 maggio dell’anno medesimo) – LA BATTAGLIA DI CEFALONIA NON POTEVA, E PERCIO’ NON DOVEVA PER NESSUNA RAGIONE ED A NESSUN COSTO ESSERE COMBATTUTA.

2°) che il generale Gandin NON AVREBBE VOLUTO, DA SAGGIO QUALE ERA, COMBATTERLA, perché matematicamente certo sia di non poterla vincere, sia di provocare, a sconfitta avvenuta, le più gravi rappresaglie di cui sapeva capaci i tedeschi, i quali, già furenti per l’armistizio che ritenevano un tradimento, non potevano non inferocirsi ancora di più nel vedersi opporre in Cefalonia una resistenza che altrove, a cominciare dalla madre-patria e sul continente greco, non avevano trovata.

3°) che se il Gandin si decise alfine per il combattimento, non lo fece già per obbedire all’ordine di resistere impartitogli ancora una volta –con telegramma a firma del generale Francesco Rossi- il 14 settembre, dal Comando Supremo italiano al quale egli si era rivolto per istruzioni, MA PERCHE’ SOTTOPOSTO PER SEI GIORNI CONSECUTIVI AD OLTRAGGI, MINACCE, ATTENTATI CONTRO LA PERSONA, E A DISOBBEDIENZE DI OGNI GENERE, culminati in gravissimi atti di ostilità contro i tedeschi a sua insaputa, che gli fecero temere, non senza ragione, di uscire disonorato dalla tragica situazione in cui l’armistizio l’aveva posto, nel caso in cui avesse ordinato la cessione delle armi ai tedeschi. (..)

4°) che l’opera svolta in tali sensi da alcuni ufficiali e da soldati da loro dipendenti per imporre al Gandin la loro insana ed assurda volontà di resistere, non solo è condannabile moralmente per essere stata la causa prima dell’irreparabile disastro in cui perdettero la vita DEL TUTTO INUTILMENTE, ben 9000 uomini e 450 ufficiali, ma è anche perseguibile in via penale, integrando – per buone che possano esserne state le intenzioni – vari reati previsti e puniti dal codice penale militare in tempo di guerra.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
I

Non pure a conoscenza di arte militare che al sottoscritto manca del tutto, ma il più elementare buon senso dell’uomo della strada, non ignaro, da una parte, di ciò che sia un’isola, per giunta piccola come quella di Cefalonia, e dall’altra, della situazione politica e militare determinatasi in Italia subito dopo l’armistizio, porta ad affermare senza timore di errare che, atteso il più completo difetto in cui versava la divisione “Acqui” di aviazione e di navi, e la non meno assoluta impossibilità in cui si trovava il Comando Supremo Italiano di inviarne perché tutto già ceduto agli “Alleati”, mentre nel vicino continente greco i tedeschi avevano centinaia e centinaia di “stukas”, e navi, che certamente non avrebbero lasciati inoperosi, l’anzidetta Divisione, benché fornita di effettivi quasi cinque volte superiori a quelli germanici nell’isola, non aveva neppure UNA PROBABILITA’ SU CENTO di vincere una battaglia.

Trascrivo dalla pubblicazione del Tenente Colonnello Ugo Maraldi (TRIARIUS) “La tragedia di Cefalonia”, Edizione Pinnarò, Roma, pagina 12:…”Dopo questo radiogramma (quello ricevuto dal generale Gandin nella notte dell’8 settembre dal comandante della XI^ Armata in Atene) nessuna voce amica giungeva più da oltremare.Né si riuscì a stabilire alcun collegamento nemmeno con le vicine isole di Zante, Santa Maura e Corfù. – Nella notte, i MAS ed altre unità della Mrina, in obbedienza agli ordini ricevuti, salpavano dalle coste verso i porti del sud.RIMANEVA A CEFALONIA UN MOTOSCAFO DELLA CROCE ROSSA. L’isolamento era completo…”:
A pagina 13:…..”Nel pomeriggio del giorno 9, corrono voci che nel vicino continente greco i tedeschi abbiano catturato di sorpresa i nostri Comandi di Armata e di Corpo di Armata.Il Comandante Generale dell’isola si preoccupa –A RAGIONE- della sorte della nostra Divisione, PRIVA DI COLLEGAMENTI ED ABBANDONATA A SE STESSA.
Verso le ore 20 del 9 arriva un secondo radiogramma da parte dell’Armata, con cui si ordina la resa e la consegna delle armi ai tedeschi.Tale telegramma, in netto contrasto col precedente, viene giudicato apocrifo e se ne chiede conferma…”.
A pag.16, dove viene riferito il discorso del generale Gandin ai cappellani della Divisione, dai quali pure –nel suo giusto scrupolo- volle sentire il parere, (e che fu favorevole, con sei voti su sette, per la pacifica cessione delle armi come una suprema NECESSITA’-, si leggono le seguenti parole del generale Gandin:…..”SE DOVESSE SORGERE UN CONFLITTO ARMATO CONTRO I TEDESCHI, NOI, NUMEROSI E FORTI COME SIAMO IN QUEST’ISOLA, POTREMMO AVERE IN UNA PRIMA FASE IL SOPRAVVENTO. MA NON DIMENTICHIAMO CHE SIAMO CIRCONDATI DA OGNI PARTE DAL MARE, E CHE DIETRO DI NOI, SUL VICINO CONTINENTE GRECO, CI SONO OLTRE 300.000 SOLDATI TEDESCHI, CERTAMENTE DECISI AD ACCORRERE CON AIUTI DI UOMINI E DI MATERIALI, NOI, INFINE, NON ABBIAMO SOLO VELIVOLO .I TEDESCHI POTREBBERO SCARAVENTARE SULL’ISOLA LE LORO SQUADRIGLIE DI “STUKAS” E MASSACRARCI IMPUNEMENTE. E LA TRUPPA? COMBATTEREBBE DI BUON ANIMO? RESISTEREBBE, INDIFESA, AI BOMBARDAMENTI AEREI?:”.
Ed a pagina 17, dove è riportata la risposta dei cappellani:”….Per evitare una lotta IMPARI E FATALE contro l’alleato di ieri, …..e soprattutto PER EVITARE UN INUTILE SPARGIMENTO DI SANGUE , altra via non c’è, signor generale, non resta che cedere le armi. – Dinanzi al tenore dell’ultimatum germanico, Voi, ISOLATO DA TUTTI, IMPOSSIBILITATO DI METTERVI IN COMUNICAZIONE COI SUPERIORI COMANDI DI GRECIA E D’ITALIA, VI TROVATE NELLA INELUTTABILE NECESSITA’ DI DOVERE CEDERE AD UNA DURA IMPOSIZIONE PER EVITARE L’INUTILE SUPREMO SACRIFICIO DEI VOSTRI UFFICIALI E DEI VOSTRI SOLDATI …..”.
Ed ancora a pagina 22 scrive il Maraldi:….”Si deve considerare che la situazione dell’Acqui si presentava più tragica di quella di altre Grandi Unità distaccate in continente.In territorio balcanico, infatti, fu possibile ad uomini decisi ed energici di sganciarsi dalla pressione tedesca e darsi alla macchia. Ma ogni tentativo di tal genere era impossibile ad una Divisione BLOCCATA SENZA RIFORNIMENTI in un’isola e COSTRETTA QUINDI A RISOLVERE UNA SITUAZIONE OBBLIGATA, DIPENDENTE DAL PREVEDIBILE IMPIEGO IN GRANDE STILE DI FORZE E DI MEZZI AVVERSARI….”
Trascrivo dall’articolo del capitano Bronzini, addetto al Comando di Divisione “Acqui” sul settimanale “Il Progresso” di Roma, del 1° ottobre 1945:…..Il giorno 10 i germanici precisano tre condizioni:continuare la lotta insieme ad essi, o dichiararsi decisamente contro oppure cedere le armi. – Il generale Gandin davanti ad un consiglio di guerra, esamina la situazione:In Cefalonia siamo 11000 italiani e 2000 tedeschi, MA LA NOSTRA SUPERIORITA’ E’ SOLTANTO APPARENTE, PERCHE’ QUESTE MODESTE FORZE GERMANICHE HANNO A TERGO BEN 3OO.000 UOMINI PRONTI AD ACCORRERE IN LORO AIUTO, NOI VICEVERSA SIAMO SOLI PERCHE’ LA NOSTRA ARMATA IN GRECIA E’ IN DISSOLUZIONE, NON ABBIAMO AEREI, NE’ DISPONIAMO DI ARMI CONTRAEREE IDONEE;COME MEZZI NAVALI, INFINE, NON ABBIAMO CHE UN PICCOLO MOTOSCAFO DELLA CROCE ROSSA. CHE COSA POSSIAMO SPERARE DI FARE?
Di fronte a tale situazione di cose, qual è quel Maresciallo di Esercito o generale di Armata o di Corpo d’Armata o di Divisione che si sentirebbe la forza d’animo di sostenere, non dico col senno di oggi, ma con quello di allora, che la battaglia di Cefalonia NON DOVESSE ESSERE A QUALUNQUE COSTO EVITATA?
Chi, fra essi, si sentirebbe di obiettare che in quel vicolo cieco in cui l’armistizio trovò il generale Gandin, la cessione delle armi, A PREZZO DI RISPARMIARE UNA SCONFITTA MATEMATICAMENTE CERTA, ED IL PREVEDIBILISSIMO MASSACRO DEI SUPERSTITI
avrebbe disonorato l’Esercito italiano?
Forse che lo stato di necessità è soltanto una speculazione filosofica scritta nei codici, o non è, invece, un principio immanente di ordine morale, come riconobbero i cappellani nel parere dato al generale Gandin?
Si obietta che questi, soldato, doveva obbedire senza discutere all’ordine di resistere impartitogli col radiotelegramma del giorno 14 dal Comando Supremo. Ma siffatto ordine, del quale, non per rispetto degli uomini che IN QUELLA SITUAZIONE lo impartirono e che non possono meritarne alcuno, ma per carità di Patria è meglio tacere, aveva forse la virtù taumaturgica di cambiare le co
se, di fare spuntare dal cielo gli aerei da combattimento e da caccia, e dal mare i mezzi necessari ad impedire ai tedeschi il trasporto nell’isola di truppe fresche in soccorso di quelle che si trovavano nell’isola, e cessato il combattimento, a trasportare le nostre in Italia o altrove?
Teneva forse in riserva il Comando Supremo UN SOLO aeroplano da mandare in aiuto al generale Gandin? Una nave da battaglia? Un sottomarino? Un MAS? Non aveva consegnato ogni cosa, in virtù dell’armistizio, agli “Alleati”? Era forse prevedibile che questi, quando il piano armistiziale era naufragato ed i tedeschi occupavano l’Italia settentrionale ed occorreva fronteggiarli con tutti i mezzi, si privassero di quanto loro occorreva –fosse pure di provenienza nostra – per mandare aiuti al generale Gandin, tanto più che da quando avevano invaso l’Italia avevano rinunziato ad attaccare i tedeschi nei Balcani?

II

Il Generale Gandin, Capo intelligente, saggio ed umano, scartata a priori la prima condizione offertagli dai tedeschi , la collaborazione con loro, e giustamente convinto, come si è visto, di non poterli sconfiggere in combattimento, si orientò ab initio, COME SOLTANTO POTEVA E DOVEVA, verso la terza (cessione delle armi), che IN QUELLE CONDIZIONI, non era affatto disonorevole e nello stesso tempo avrebbe salvato la vita agli UNDICIMILA “FIGLI DI MAMMA” come egli chiamava paternamente i suoi soldati che non voleva sacrificare SENZA SCOPO ALCUNO , essendo fuor di luogo l’onore delle armi
Uomo di carattere, e nulla essendo del resto sopravvenuto che potesse fargli cambiare parere, rimase sempre, fino alla fine, della stessa opinione.- Pensare, come molti fecero, che egli accettasse di buon grado, per tedescofilia, questa soluzione, significherebbe fare offesa gratuita a tutto il suo lungo passato di soldato valoroso.- Il tentativo compiuto da qualcuno di far credere, forse ritenendo di difenderne la memoria, che egli le armi non le avrebbe mai cedute, è smentito dalla realtà dei fatti, e tanto più deve escludersi in quanto egli era stato in Germania e, conoscendo perciò la mentalità teutonica in genere e quella delle alte gerarchie militari in particolare, non poteva farsi illusione di potersi sottrarre ad una delle tre condizioni dell’ultimatum, e pertanto dei tre mali sceglieva il minore.
E' vero che egli non accettò subito la terza condizione, ma ciò che lo distolse dal farlo fu la corrente contraria incontrata, come si dirà fra breve, da parte di due membri del consiglio di guerra.
Che trovava ragion d’essere nella volontà altrettanto ferma quanto perniciosissima di alcuni ufficiali che PRETENDEVANO trovare una ragione d’onore dove ASSOLUTAMENTE non esisteva, mentre non è da escludere per qualche altro che potessero ottenebrargli l’intelletto sentimenti di odio contro i tedeschi, che, IN QUELLE PARTICOLARISSIME CONDIZIONI, ogni persona di buon senso avrebbe dovuto far tacere.
La prova che il generale Gandin fu sempre dell’opinione che convenisse cedere le armi piuttosto che combattere (opinione che TUTT’ALTRO CHE DISONORARLO, costituisce IL MIGLIORE ELOGIO che possa farsi alla sua memoria) è manifesta. Tutto il suo contegno durante le lunghe e laboriose trattative col Comando locale tedesco, non ebbe che una mira: far di tutto perché il durissimo e dolorosissimo MA INEVITABILE sacrificio della cessione delle armi seguisse nella maniera meno umiliante possibile, nella speranza che ciò potesse anche valere a smontare l’acerrima opposizione degli anzidetti ufficiali, o almeno di quelli che facevano questione erroneamente di onor militare.
Scrive il Maraldi a pagina 14, che il giorno 10, quando ebbero inizio i contatti tra i due comandi, e quello tedesco chiese la cessione delle armi, nel termine di 24 ore, nella piazza di Argostoli, il generale Gandin non rigettò senz’altro la proposta, ma si limitò, da un canto, a fare rilevare l’impossibilità di fare arrivare nel tempo fissato le armi pesanti dislocate in posti lontani da Argostoli, e dall’altro, a richiedere che per la consegna fosse scelto un luogo solitario invece di una pubblica piazza e sotto gli occhi dei cittadini greci.
Scrive ancora il Maraldi, a pagina 14, che il giorno 11, durante nuove trattative col colonnello Barge, comandante del presidio tedesco nell’isola, “il generale Gandin ottiene una nuova dilazione e l’accettazione di una formula generica di accordo onorevole per le nostre armi e di tutela per la vita dei suoi soldati. I reparti sarebbero rimasti sulle rispettive posizioni fino al giorno della partenza per l’Italia; tutte le armi della fanteria sarebbero trasportate in Italia lasciando in Cefalonia soltanto le artiglierie….”.
Scrive il sottotenente medico Boni sul giornale “Il Momento”del 15 settembre 1945, che verso le ore 17 del giorno 12, il Gandin, preannunziò ai tre comandanti di reparto l’ordine di consegnare le armi, ordine che poi PURTROPPO ritirò “dopo un colloquio drammatico di due ore con quattro ufficiali “ sempre pronti ad ostacolargli la GIUSTA E DOVEROSA iniziativa.
Ed anche il giorno 13 il Gandin compie un passo quasi decisivo.Scrive il Maraldi a pagina 23:….”Nella mattina del 13 arriva un idrovolante tedesco.E’ il nuovo parlamentare inviato dal Comando tedesco in Atene.Costui dichiara di non poter riconoscere gli impegni assunti dal suo predecessore ed intima sollecita risposta sui noti tre punti. Il plenipotenziario è accompagnato è accompagnato da un capitano della regia aeronautica, il quale dichiara ai colleghi che l’XI^ Armata è passata in massa ai tedeschi (e, aggiungo io, dà del pazzesco al movimento di resistenza in Cefalonia.Quanto aveva ragione!!). Il colloquio, svolto segretamente fra il Generale e il plenipotenziario ha esito negativo.Alle 12, l’inviato tedesco riparte con l’intesa che il Comando della “Acqui” darà risposta definitiva alle 12 del giorno seguente. A conclusione delle nuove trattative, il generale emana gli ordini per il trasferimento della Divisione sulla zona Sami-Digaleto-Porto Poros. All’atto dell’imbarco per l’Italia, la Divisione avrebbe deposto le armi. La fanteria comincia ad effettuare i movimenti…”.
Scrive ancora il Boni, che perfino la mattina del giorno 15, il generale Gandin effettuò “un ultimo tentativo di aderire alle richieste tedesche, SVENTATO PERO’ ANCHE QUESTO DAL DECISO INTERVENTO DEGLI UFFICIALI”.
Come dubitare, perciò, seriamente che egli dall’inizio alla fine delle trattative, fu sempre proclive, si ripete GIUSTAMENTE, a cedere pacificamente le armi?
Ma allora quale fu il vero motivo per cui, dopo tanti sforzi, compiuti per non condurre la Divisione alla pure prevista sconfitta ASSOLUTAMENTE INUTILE, il Gandin decise di percorrere la via errata che ad essa lo conduceva?

III

Qui si entra nel terzo punto della dimostrazione.
Non mi occupo neppure di un cosiddetto plebiscito che il Gandin, dicesi, avrebbe indetto il 14 fra le truppe e conclusosi con l’UNANIMITA’ per la resistenza, perché vorrei sapere quello che direbbe in proposito anche sul modo col quale il plebiscito si sarebbe svolto, l’unico comandante di reparto sopravvissuto all’immane tragedia, il colonnello Ricci del 317° Fanteria, che fu sempre favorevole, col Gandin, alla cessione delle armi.
Comunque il plebiscito sarebbe una ragione di più per confermare l’opera DELETERIA E NEFASTA che erano riusciti a svolgere i PAZZI ufficiali fra esse truppe a favore della tesi della resistenza, alle quali avevano persino parlato o almeno fatto credere col loro contegno, al tradimento (!!!) da parte del generale Gandin, mentre se mai, sia pure involontario ed incosciente, il tradimento stava dalla parte loro.
Un osservatore superficiale, data l’immediata sequenza fra l’ordine del Comando supremo del giorno 14 e l’inizio delle ostilità, potrebbe pensare che il Gandin abbandonò l’idea della cessione delle armi per dovere di obbedienza verso i superiori. Ma un’acuta analisi di tutta la sua condotta fa invece presumere con certezza che tale sentimento non entrò per nulla (e ripetesi, ancora una volta, a suo onore, IN QUELLE CIRCOSTANZE) nella decisione finale, o se mai, in minima parte come l’ultima goccia che fa traboccare il vaso già colmo, essendo indubitabile che se anche quell’ordine egli non avesse ricevuto, la situazione determinatasi fra lui, da una parte, e pochi ufficiali PAZZI dall’altra, era tale come si è potuto già intravedere, che egli NON POTEVA FARE A MENO di scegliere la via che sapeva essere, e fu, della perdizione: come accadde pochi giorni dopo al mio innocente figliolo ed a cinque tra i suoi compagni di fucilazione (il sesto fu uno degli ufficiali contrario alla cessione delle armi), era un Martire predestinato a morire per colpa non sua.
Ecco ciò che scrive il Maraldi, sotto la data del 10 settembre, dopo la narrazione del colloquio Barge – Gandin, a pag.14: ”…mentre intercorrevano queste trattative, piccoli gruppi di ufficiali pensano di FORZARE LA MANO dei comandi, per una decisa azione antitedesca. Tra questi sono il capitano Apollonio, il capitano Pampaloni e il capitano di corvetta Barone. Con rara abilità e decisione, il S.T. (…) medico Boni riesce a stabilire fra loro il necessario collegamento procurando poi i primi contatti con i capi dei patrioti greci….”.
E più in là, sotto la data del giorno 11, a pag.18:”…molti ufficiali dichiarano APERTAMENTE (perciò avanti le proprie truppe) che dev’essere senz’altro respinto ogni ultimatum tedesco incompatibile con l’onore (?) e che essi NON OBBEDIREBBERO all’ordine di cedere le armi. Un ufficiale GRIDA AI SUOI CANNONIERI: SULL’ARMA SI CADE, NON SI CEDE. GLI UOMINI RISPONDONO CON UN GRIDO DI ENTUSIASMO E CORRONO AI PEZZI NELL’ANSIOSA ATTESA DI APRIRE FINALMENTE IL FUOCO.- LA RIVOLTA contro il tedesco (o meglio, contro il generale Gandin e la maggioranza del suo Stato Maggiore) divampa indomabile. I soldati gridano:morte ai tedeschi e AI TEDESCOFILI (leggi generale Gandin).
E più in là ancora, a pag.20”…il colonnello Romagnoli, per iniziativa di un suo energico (!!!) ufficiale, il capitano Apollonio, partecipa ad un colloquio con due ufficiali greci che offrono e garantiscono (!!!) la collaborazione dei loro partigiani in colpi di mano e in servizi di vigilanza sui movimenti tedeschi. Il capitano dei carabinieri Gasco, mobilissima figura di soldato, acconsente a liberare prigionieri politici greci detenuti nelle carceri e provvede alla distruzione di elenchi di ufficiali greci patrioti e di altri documenti che non dovranno cadere assolutamente in mani tedesche….Qualche ora dopo, si sparge improvvisamente la voce che il Comando stia per decidere la cessione delle armi. La notizia provoca turbamento ed eccitazione tra le truppe. Il capitano Apollonio si reca al Comando dove fa intervenire pure il capitano Pampaloni ed il tenente Ambrosiani e chiede di conferire col generale. Giunge allo stesso scopo il capitano Pantano del 3° Batt. del 317° Fant.- Il Comandante dell’artiglieria Divisionale, colonnello Romagnoli, presenta gli ufficiali al generale. SI SVOLGE UN DRAMMATICO COLLOQUIO. Gli ufficiali esprimono chiaramente lo sdegno e il dolore dei loro soldati (aizzati da loro…) alla notizia della cessione delle armi. DICHIARANO CHE A TALE ORDINE, QUALORA VENISSE IMPARTITO, NESSUNO OBBEDIREBBE….A conclusione del colloquio, il generale Gandin assicura che l’ordine di cedere le armi NON SARA’ ESEGUITO”.
E sotto la data del 13, pagina 23, dopo avere parlato della cattura di uomini e pezzi nostri da parte tedesca nella zona di Lixuri, in seguito alla quale “…..le truppe esasperate si preparano ad agire anche di iniziativa”, e di soldati di un reparto che pretendevano dal colonnello l’ordine immediato di attacco contro i tedeschi, il Maraldi aggiunge “….la reazione scatta con la massima violenza allorché alle prime luci dell’alba del 13 due grosse motozattere germaniche tentano di entrare nel porto di Argostoli. Gli artiglieri corrono ai pezzi e invocano dagli ufficiali l’ordine di sparare. I comandanti le tre batterie del 33° Regg. Artiglieria, capitani Apollonio e Pampaloni e tenente Ambrosini, si consultano rapidamente per telefono. Non c’è un minuto da perdere ! Il capitano Apollonio grida:1^, 3^.5^ batteria: FUOCO ! Le tre batterie entrano simultaneamente in azione al grido Viva l’Italia ! Dopo pochi minuti sentono uno stormo di proiettili sibilare sopra la loro testa: E’ un momento di entusiasmo, di commozione; la Marina ha mantenuto la parola data. Infatti per un precedente accordo stipulato tra il capitano Apollonio ed il comandante Marina, Mastrangelo, questi col pieno consenso dei suoi ufficiali –capitano di corvetta Barone, capitano Serafini, tenente Diamantini, tenente Seggiaro, ha aperto immediatamente il fuoco. Entrano anche in azione i mortai del valoroso tenente Cei. Colpite da un fuoco d’inferno, le imbarcazioni tedesche affondano”.
A pagina 24, sotto la data del 13 settembre, il Maraldi scrive che quando il generale, a conclusione delle trattative col nuovo plenipotenziario tedesco emanò gli ordini per il trasferimento della Divisione nella zona Sami – Digaleto – Porto Poros, da dove avrebbe avuto luogo il rimpatrio delle truppe che man mano avrebbero deposto le armi, “il comandante Mastrangelo, il Ten.Col.Deodato, i capitani Gasco ed Apollonio, hanno sentore (?) della mala fede dei tedeschi e intervengono per comunicare al generale la loro diffidenza. Così l’ordine VIENE SOSPESO…”.
Ed il capitano Longoni del 33° artiglieria, sul settimanale “Oggi” di Milano del 21 luglio 1945, scrive a sua volta “….La nostra tenda divenne così, fin dall’inizio, il centro del movimento:di lì sorse la ventata di ardore (o di follia) che, convincendo i dubbiosi e trascinando i pavidi (o gli obbedienti?) doveva fare della Divisione un’anima sola;di lì furono fatte le PRESSIONI sul Comando di Divisione perché alla pretesa tedesca di cessione delle armi fosse opposto un netto rifiuto;lì convennero i capi ribelli dell' isola per studiare una collaborazione venuta poi del tutto a mancare (era tanto evidente…:greci!) per l’assenteismo dei locali nei giorni del combattimento.In questa atmosfera nettamente ostile si iniziarono le trattative del generale Gandin coi tedeschi…”.
E’ del resto notorio che in uno di quei giorni, alcuni soldati vedendo passare il generale in macchina, gli gridarono che era un traditore (!), gli strapparono la bandierina di comando dalla macchina e attentarono alla sua vita tirandogli contro due bombe a mano.
In tale clima arroventato di follia collettiva, dilagante di ora in ora e sempre più travolgente, che cosa più poteva fare il povero generale Gandin, quando, sicuramente da lui inattesa, perché ASSURDA E INUMANA, gli pervenne la risposta laconica, glaciale, del Comando Supremo, subito sbandierata dai ribelli come una grande vittoria, fra le truppe, con cui gli si confermava –NONOSTANTE LA PREVEDIBILE SCONFITTA- l’ordine di resistere ai tedeschi?
Solo adunque in apparenza il povero generale obbedì a tale ordine scegliendo la via del combattimento, perché in realtà vi fu trascinato dalle FOLLI imposizioni di quegli ufficiali ribelli facinorosi e dissennati, che in buona o in mala fede, direttamente con la parola o indirettamente con l’esempio avevano incessantemente, fin dall’inizio delle trattative, sobillato ed aizzato le truppe, coraggiose certamente, ma ignoranti e perciò facilmente suggestionabili, contro di lui, che invece di averne la gratitudine, ne raccoglieva il disprezzo!!!!
Senza tali imposizioni, il Gandin, SAGGIO, non avrebbe ordinato il combattimento, chè troppo gli premeva non esporre sé stesso ad una sicurissima sconfitta, ed i suoi “figli di mamma” ad INUTILE MORTE - Non avrebbe neppure telegrafato al Comando Supremo.- Con atroce strazio del suo cuore di vecchio soldato, ma SENZA DISONORARE AFFATTO SE’ STESSO ED I SUOI DIPENDENTI (che dovevano obbedire ai suoi ordini senza discuterli) NE’ LA DIVISIONE, NE’ LA GLORIOSA BANDIERA ITALIANA, avrebbe ceduto ai tedeschi le armi perché così NECESSARIO.- Se avesse potuto farlo, avrebbe salvato tutto e tutti; fu soverchiato, e fu il disastro militare prima, e poi il massacro dei suoi “figli di mamma”, ribelli e non ribelli.
L’unico torto che egli ebbe, fu di aver peccato di debolezza, evidentemente per innata bontà d’animo.- Doveva stroncare fin dall’inizio la ribellione facendo mettere al muro i pochi ufficiali da cui partì.- Sarebbe stato estremamente doloroso, ma era il suo dovere, di fronte al quale nessuno deve transigere, costi che costi, prima di tutti un ufficiale e capo di un esercito per giunta.
Egli ha scontato!
Sarebbe ora sommamente ingiusti ed immorale che non fosse altrettanto per i VERI COLPEVOLI dell’immane disastro scampati al massacro delle fucilazioni, alle quali, essi, SE FOSSERO STATI VERAMENTE, COME VORREBBERO FAR CREDER, DEGLI UOMINI D’ONORE, dovevano offrirsi spontaneamente, INVECE DI FUGGIRE, per salvare la vita di tutti gli incolpevoli che avevano combattuto soltanto per dovere di obbedienza.
Ma oltre a non essere degli uomini d’onore, erano degli amorali, perché se tali non fossero stati, la sola vista della orrenda strage da loro provocata di 8000 soldati e più di 450 ufficiali, ed il pensiero di almeno altri 30.000 fra madri, padri, figli, vedove e fratelli che non avrebbero più riabbracciato i propri cari non avrebbe potuto non portarli al manicomio oppure al suicidio!
Invece….
Invece, tornati sani e salvi alle loro case dove nessuno piange, e dimentichi della grande tragedia provocata, pretendono delle ricompense al valore militare!!!!
IN NOME DI MIO FIGLIO E DI TUTTI GLI ALTRI COME LUI INUTILMENTE CADUTI IN QUELLA TERRA STRANIERA, IN NOME DELLE LORO MAMME, DEI LORO ORFANI, DELLE LORO VEDOVE E DEI LORO FRATELLI, dei quali tutti sono certo di interpretare lo sdegno e la volontà;in nome ancora della Giustizia, della dignità umana, dell’onore dell’esercito e della Patria, io insorgo contro il turpe tentativo, gridando con tutta la forza dell’animo, con quanto fiato ho in gola: NO! NO! NO! : nessuno dei colpevoli, morto o vivente, deve ottenere onori e ricompense di sorta; i viventi siano puniti per i gravissimi reati commessi. Tanto chiedendo, compio il mio sacro dovere di padre e di cittadino ed ho ferma fiducia di non farlo invano. (…)
Faccio seguire l’elenco per ordine alfabetico dei colpevoli della ribellione detratto da “La tragedia di Cefalonia” di Triarius:
1°) tenente di artiglieria Ambrosini, morto in combattimento;
2°) capitano di artiglieria APOLLONIO RENZO, residente in Roma, via Asmara 1;
3°) capitano di corvetta BARONI VITTORIO, residente a Camogli (GE), via Regina Margherita 39
4°) sottotenente BONI PIETRO (medico), residente a Napoli, via Imbriani 148;
5°) tenente di art. CEI, morto in combattimento;
6°) tenente di art. DIAMANTINI di cui ignoro la sorte;
7°)capitano dei carabinieri Gasco, fucilato il 24 settembre;
8°) capitano di artiglieria LONGONI ANGELO, residente in Milano via Filippo Juvara 26;
9°) capitano di fregata Mastrangelo, fucilato il 24 settembre;
10°) capitano di artiglieria PAMPALONI AMOS, residente in Firenze via Cavour 18;
11°) colonnello di artiglieria Romagnoli, fucilato il 24 settembre;
12°) tenente di artiglieria Seggiaro del quale ignoro la sorte.


Mi riservo di denunziare per altri fatti e chiedo intanto che si sospenda di provvedere –se del caso- alla concessione di ricompense al valore in loro favore, i seguenti ufficiali, di cui sto accertando le responsabilità nella fucilazione di mio Figlio e di cinque suoi compagni di sventura (maggiore del genio Filippini; tenente del genio Fraticelli; tenente di fanteria Cirillo; S.Tenente di fanteria La Sala; S.Tenente di fanteria Zanello) fucilati dai tedeschi prelevandoli dall’Ospedale 37 di Argostoli:

1°) capitano di fant.BIANCHI PIETRO
2°) tenente di fant.BENEDETTI EVARDO;
3°) tenente col.medico Briganti Antonio;
4°) capitano medico VIGANOTTI GIAMPIERO;
5°) capitano medico CUNICO BELLINO;
6°) tenente medico LAMPITELLA PAOLO;
7°) tenente cappellano GHILARDINI LUIGI;
8°) tenente cappellano Formato Romualdo.

Genova 26 dicembre 1945

f.to ROBERTO TRIOLO
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-SECONDA DENUNCIA DEL DOTT. ROBERTO TRIOLO-

Al Ministro della Guerra
Al Ministro della Marina
Al Procuratore Generale Militare

ROMA

Faccio seguito all’esposto-denunzia trasmesso con racc.27 dicembre 1945, per segnalare i nomi di altri tre ufficiali e di un sottufficiale che si resero colpevoli, con quelli già denunziati e con altri a me ignoti, della ribellione al generale Gandin, Comandante della Divisione “Acqui”, allo scopo di costringerlo –come riuscirono- a combattere contro i tedeschi (vedi in proposito, oltre “La tragedia di Cefalonia” di Triarius, le due nuove ubblicazioni “Cefalonia” di Giuseppe Moscardelli e “L’eccidio di Cefalonia” del tenente cappellano padre Romualdo Formato), e che pertanto, lungi dal meritarsi qualsiasi ricompensa al valore, devono essere puniti per il gravissimo reato commesso.
I tre ufficiali sono:
1°) il sottotenente di vascello DI ROCCO;
2°) il capitano del 17° fanteria BIANCHI Pietro;
3°) il tenente del 33° art. FERRARA Ermete.
Del sottufficiale ignoro le generalità, ma trattasi di quel maresciallo di marina che uccise a colpi di pistola per le vie di Argostoli il capitano PIETRO GAZZETTI addetto all’ufficio propaganda del Comando di Divisione, e le cui generalità potrebbero essere chieste al capitano di corvetta Barone Vittorio, uno degli ufficiali ribelli di cui alla mia precedente denunzia.

In ordine al DI ROCCO, la prova della sua partecipazione alla ribellione risulta dal libro del Moscardelli, a pag.25 del quale si legge: “…il S.Tenente medico BONI aveva un colloquio col sottotenente di vascello DI ROCCO e col capitano di corvetta BARONI, i quali dichiaravano che non avrebbero mai consegnato le armi e lasciavano intravedere che se qualcuno avesse cominciato a combattere, la Marina si sarebbe senz’altro associata alla lotta…”.

In ordine al BIANCHI, la prova della sua partecipazione risulta da due lettere che ha scritto a me il 10 dicembre 1945 e il 2 gennaio 1946, nelle quali, contrariamente a quanto risulta a pag.52 e 95 del Moscardelli, definisce nel modo seguente il comandante del 317° Fanteria, colonnello Ricci ed il proprio colonnello Cessari (fucilato il giorno 24 !) del 17°: “Il colonnello Ricci è un vigliacco ed un traditore. Sin dal primo momento fu contrario al combattimento (aggiungo io: suo titolo di onore !). Il mio colonnello Cessari era un germanofilo ed ha fatto propaganda affinché i soldati non combattessero. A me personalmente disse: “Voi giovani non capite niente (SANTA VERITA’ !!!)”.
Il Bianchi si guarda bene, naturalmente, dal dire, lui che è riuscito a salvarsi fuggendo di notte dall’Ospedale 37 e facendo fucilare, per rappresaglia, il mio amato Figliuolo ed i sei compagni di sventura, che il colonnello Cessari, pur essendo GIUSTISSIMAMENTE contrario al combattimento di cui prevedeva intelligentemente la fine disastrosa, quando ebbe ordine di combattere, si batté fino all’estremo limite di ogni possibilità umana sino alle ore undici del giorno 22, quando veniva catturato e fucilato dai tedeschi nel vallone di Santa Barbara (Moscardelli, pag.95); Autentica figura di soldato disciplinato, obbediente, meritevole della suprema ricompensa al valor militare come il Generale Gandin!
In ordine al terzo ufficiale, il Ferrara Ermete, la prova della sua partecipazione alla ribellione risulta a pag. 54 del libro di padre Formato, dove, a proposito dell’affondamento delle due motozattere tedesche, la mattina del 13, dalle artiglierie italiane, si legge “…INVANO IL COMANDO DI DIVISIONE DIRAMAVA ORDINI PERENTORI DI CESSARE IMMEDIATAMENTE IL FUOCO. ALCUNI COMANDANTI DI BATTERIA SI RIFIUTARONO APERTAMENTE DI OBBEDIRE. ALCUNE SEZIONI DI ARTIGLIERIA SI SPOSTARONO SENZA ALCUN ORDINE DAI DIVERSI PUNTI DELL’ISOLA VERSO LA CITTA’. UNA BATTERIA DEL 94° GRUPPO, AL COMANDO DEL TENENTE ERMETE FERRARA, LASCIO’ IN GRAN FRETTA LA SUA POSIZIONE E VENNE A PIAZZARE I SUOI PEZZI SOTTO IL COMANDO DI DIVISIONE SBARRANDONE LE VIE DI ACCESSO. UN GRUPPO DI UOMINI, CON A CAPO IL CAPITANO APOLLONIO, (della cui massima partecipazione alla ribellione mi sono intrattenuto nel precedente esposto-denunzia) PRESERO D’ASSALTO ED ESPUGNARONO UNA CASA NELLA QUALE SI TROVAVA UN COMANDANTE TEDESCO DEL GENIO. VI RIMASE UCCISO IL COMANDANTE STESSO E FURONO FATTI PRIGIONIERI GLI ALTRI UFFICIALI….”.

In ordine al maresciallo di marina, la prova è a pagina 51 del libro di padre Formato.

Non mi sembra inopportuna l’occasione per mettere ancora una volta in rilievo –per chi eventualmente ne dubitasse- che la prima decisione del gen. Gandin di cedere le armi pacificamente, tutt’altro che disonorevole, LO GLORIFICA, essendo l’UNICA VIA CHE IN QUELLE CIRCOSTANZE, poteva e doveva essere seguita.
A pag.19 e 20 del Moscardelli si legge infatti: “…Il quadro della situazione generale diceva crudamente questo: che gli anglo-americani non potevano avere ormai alcun interesse a distrarre forze dalla direttrice principale delle operazioni, l’Italia, per portarle nei balcani, e che essi non avrebbero sacrificato certo aliquote del loro tonnellaggio all’azione aerea tedesca nello Jonio e nell’Egeo per ritirare le truppe italiane che in qualche isola greca fossero riuscite a sopraffare i tedeschi. I dati reali, in sostanza, erano solo questi: la madre patria, paralizzata; esclusa la possibilità di aiuto da parte delle nostre forze dislocate sul continente greco; esclusa ogni speranza di aiuto da parte degli anglo-americani; sicché, una volta sopraffatto il presidio tedesco, Cefalonia si sarebbe trovata isolata di fronte alla reazione tedesca che non avrebbe tardato a manifestarsi. (Eppure, lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano,allontanatosi da Roma la notte dell’8 settembre, ebbe il CORAGGIO, il giorno 14, di ordinare al Gandin la resistenza !!!).

Ed ecco quanto scrive il “GRANDE EROE” di Cefalonia, aspirante notoriamente alla medaglia d’oro, per giunta, capitano Apollonio, a pag.94 del Moscardelli: “…Quali i motivi del successo tedesco? La preponderanza numerica. Infatti essi avevano quattro battaglioni schierati contro tre nostri. Ed esisteva anche la ben nota superiorità del loro armamento. Ma più di tutto bisogna tener conto del fattore addestrativo. Il nostro 317° fanteria vedeva per la prima volta il campo di battaglia;i tedeschi, come al solito, bene addestrati, avevano già combattuto in Polonia, in Francia e soprattutto in Russia. Essi disponevano pure di quattro semoventi da 105 e di 12 pezzi anticarro da 55. La nostra preponderanza di artiglieria a causa dell’aviazione e della crisi dei collegamenti non si potè sfruttare. La cooperazione aero-terrestre del nemico fu di una perfezione addirittura meravigliosa. Soltanto gli Stukas però determinarono la vittoria tedesca. Anche lo sfruttamento del successo i tedeschi lo affidarono esclusivamente all’aviazione, la quale, trasformatasi quasi direi in fanteria, compì addirittura dei miracoli nel mitragliare le nostre truppe a pochi metri dal suolo.”.

MA TUTTE QUESTE COSE CHE “ L’EROE “ APOLLONIO NARRA CON TANTA PRECISIONE ED EFFICACIA, NON ERANO FORSE PERFETTAMENTE PREVEDIBILI ANCHE DA UN BAMBINO DI 5^ CLASSE ELEMENTARE, SE NON ADDIRITTURA DI PRIMA, FIN DALLA SERA FATALE E TRAGICA DELL’8 SETTEMBRE ? Aveva avuto torto il SAGGISSIMO generale Gandin ad orientarsi immediatamente per la cessione pacifica delle armi, facendo buon viso a cattivo gioco, ed il colonnello Cessari a dire al ribelle capitano Bianchi : “Voi giovani non capite niente ?”
Come avvenne, dunque, che il gen. Gandin finì col decidersi per il combattimento ?
Lo dissi già nel precedente scritto e lo ripeto: vi fu costretto dalla ribellione di alcuni ufficiali e di parte della truppa (parlare di unanimità è evidentemente cosa ridicola) come conferma anche padre Formato, pur nell’evidente sforzo che egli compie di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte: “…Ora sorge gravissima la domanda: come mai un generale, così schiettamente amato dalla truppa, si vide in un momento critico repentinamente contrastato ed avversato dalla truppa medesima ? Poiché un fatto è certo:che nei giorni dal 10 al 14 il generale Gandin fu MANIFESTAMENTE INSULTATO DAGLI UOMINI DELLA SUA DIVISIONE, GLI SI GRIDO’ “TEDESCOFILO”. FU VIOLENTEMENTE STRAPPATA DALLA SUA MACCHINA LA BANDIERINA TRICOLORE PERCHE’ NON ERA DEGNO DI PORTARLA. FURONO COMPIUTI DUE ATTENTATI CONTRO LA SUA PERSONA…”.
Anche a non voler pensare ad una vera e propria istigazione da parte degli ufficiali ribelli, chi può dubitare che tali delitti di diffamazione INFAME e di doppio tentato omicidio erano la conseguenza naturale della loro disobbedienza nei confronti del Comandante, al quale, TUTTE LE VOLTE che si parlava di cessione delle armi dichiaravano APERTAMENTE di non volere obbedire né fare obbedire le truppe che da loro direttamente dipendevano ?
Il torto del gen. Gandin fu originario: quello di non aver messo al muro, fin da principio, il capitano Apollonio dell’artiglieria e qualche altro esponente della Marina. Non avendolo fatto subito , non potè più farlo dopo, quando la ribellione si era propagata fra le truppe le quali –illudendosi che la guerra in Italia fosse finita mentre invece si preparava l’altra contro la Germania – credevano che, accoppati i pochi tedeschi nell’isola, sarebbero stati immediatamente rimpatriati dagli anglo-americani evitando la prigionia…!
Se Egli avesse persistito nell’idea di cedere le armi, non soltanto avrebbe perduto la vita (il che certamente poco gli importava) ma, benché sapesse di non meritarlo, l’onore di fronte alla sua amata Divisione che, incredibile a dirsi, lo tacciava di tradimento!!! Fu perciò che cedette, non per obbedire all’INCREDIBILE ordine del Comando Supremo rifugiatosi a Brindisi per preparare la cobelligeranza: lo dice anche padre Formato che quando il telegramma giunse, già la decisione di combattere era stata presa (pag.283).
Chi dunque provocò in primo luogo il combattimento e la strage che ne seguì, furono i ribelli, sui quali, anche come monito per l’avvenire, deve cadere inesorabile la spada della Giustizia.

Genova 2 aprile 1946

f.to Roberto Triolo

( Da notizia ricevuta successivamente, risulta che il tenente Ermete Ferrara cadde in combattimento e che il maresciallo di Marina che uccise il capitano Gazzetti, si chiama Branca.)

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