HOME
I protagonisti di una tragedia
La vera storia dell'eccidio di Cefalonia
RARITA' LIBRARIE
Convegno a Firenze 24 ott. 2003
Intervento di Massimo Filippini al Convegno di Firenze
Fango sul gen. Gandin
L' Esercito di ieri e quello di oggi
Mario Cervi su Cefalonia
Sergio Romano su Cefalonia
L'Armadio della vergogna ovvero la 'scoperta dell'acqua calda'
Le mani della Sinistra su Cefalonia
LINK
NOTIZIE DALL' ANRP
Notizie dall'Ass.ne Acqui
ULTIME dall'Ass. Acqui
LETTERE E MESSAGGI
Un Martire vilmente ignorato: il Capitano Piero Gazzetti
Il Mandolino del capitano Corelli
Un processo mai celebrato
Documenti che 'scottano'
I 'Pallonari' di Cefalonia
L'invenzione del Raggruppamento Banditi della Acqui
Le gesta di Apollonio
Una 'sinistra' icona: il compagno-capitano Amos Pampaloni
Il Reduce capitano Ermanno Bronzini racconta...
Il Reduce capitano Aldo Hengeller racconta...
Il Reduce Giovanni O. Perosa racconta...
Il Reduce Alfredo Reppucci racconta...
Il Reduce Romildo Mazzanti racconta...
8 SETTEMBRE 1943
La Storia all' amatriciana
Relazione del Console Vittorio Seganti sui fatti di Cefalonia
IO ACCUSO I TEDESCHI
La RAI e Cefalonia
Elenco Caduti
RASSEGNA STAMPA 1
Immagini Documenti e Foto
Convegno a Cefalonia 14/15. IX. 2003
Le Denuncie del dr. Triolo
Marce e Inni militari
Informazioni processuali
ARCHIVIO RASSEGNA STAMPA
RASSEGNA STAMPA
1
Da LA PADANIA
di martedì 27 aprile 2004

Cefalonia, l'altro "armadio della vergogna"
I militari ribelli condannarono tutti alla morte

Agostino Bertani
------------------------------------------------------------
È perfettamente giusto che la magistratura militare di La Spezia abbia dato inizio al processo che vede sul banco degli imputati (peraltro assenti perché la Germania non ha concesso l'estradizione) alcuni ex ufficiali delle Ss naziste ultranovantenni, ancora in perfetta salute e probabilmente privi di rimorsi per avere massacrato, sessant'anni fa, oltre seicento italiani (uomini, donne e bambini) a Sant'Anna di Stazzema, il paesino delle Alpi Apuane dove l'esercito tedesco decise una terribile rappresaglia dopo essere stato attaccato proditoriamente da partigiani comunisti, peraltro immediatamente dileguatisi (vecchia storia).
Giusto, dunque, il processo, giusta - se vi sarà - la condanna, e giuste (se dovesse passare la legge che spinse Umberto Bossi a coniare il sostantivo "Forcolandia") le manette ai polsi dei vecchietti con la croce uncinata. Ma proprio l'avere noi espresso questi concetti, ci autorizza a voltare pagina per leggere un brano sconosciuto di quell'"armadio della vergogna" gestito fino ad oggi esclusivamente dai nostalgici del comunismo. E ciò sia a livello di stampa ed editoria, sia a livello di commissione parlamentare sulle stragi dimenticate, i cui consulenti sono stati scrupolosamente scelti in base a precisi criteri politici.
Questo "brano sconosciuto" lo abbiamo tratto da un libro, "La vera storia dell'eccidio di Cefalonia", scritto dall'avvocato Massimo Filippini, figlio di uno degli ufficiali fucilati dai tedeschi, che ha anche creato un sito internet, www.cefalonia.it, per confutare le menzogne propalate fino ad oggi su uno dei drammi più sanguinosi della storia delle Forze Armate italiane. Massimo Filippini, al cui indirizzo e-mail (massimo.filippini@cefalonia.it) ci si può rivolgere per ordinare il suo libro (vano anche solamente sperare che un libro-verità come questo, e pertanto inevitabilmente non di sinistra, trovi ospitalità presso Mondadori editore et similia), ha accettato di rispondere alle nostre domande e di fare chiarezza su quello che potrebbe profilarsi per un "Armadio della vergogna numero 2", dopo quello tanto pubblicizzato in articoli, libri e commissioni parlamentari che dimostrano - ad onta di quanto si ciancia - che la situazione (ossia l'egemonia di sinistra su tutto l'universo italico) è sempre la stessa da sessant'anni a questa parte.
- Come le è venuta - chiediamo all'avvocato Massimo Filippini - l'dea di creare un sito dedicato alla tragedia di Cefalonia?
«Mi è venuta allorché, dopo anni di ricerche intese a stabilire la verità su quanto accadde realmente nell'isola greca, durante le tragiche giornate che seguirono l'8 settembre del '43, accertai senza ombra di dubbio che la realtà dei fatti ivi accaduti era stata ben diversa da quella tramandata fino ai giorni nostri. Al pari di altri eventi succedutisi dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, ma in misura forse maggiore, sulla vicenda di Cefalonia è stata infatti costruita una "vulgata" intrisa di falsità e di menzogne, intesa ad inserire la stessa nel filone tradizionale ed abusato della Resistenza che, come è noto, essendo stata egemonizzata dai comunisti - con il vile beneplacito di chi si sarebbe dovuto opporre a tale indebita appropriazione - è servita da contenitore anche per episodi che con essa poco o nulla hanno avuto a che fare».
- Parole dure, le sue, Filippini. Par di capire che la tragedia di Cefalonia fu cosa diversa dalle rappresaglie e dalle stragi attuate dalle truppe naziste sul territorio italiano.
«Esattamente. Cefalonia fu un fatto dai contorni prettamente militari di cui fu barbaro protagonista l'esercito tedesco nei confronti di militari Italiani, e che non può essere, sic et simpliciter, annoverato tra quelli che videro le spietate rappresaglie delle Ss nei confronti della popolazione civile a causa, è doloroso ammetterlo, di attentati compiuti da partigiani comunisti che, alla pochezza dei risultati, fecero seguire purtroppo la morte per mano nazista di tante innocenti vittime».
- È dunque questo l'aspetto principale cui bisogna guardare per inquadrare nei suoi giusti contorni la vicenda di Cefalonia?
«Esattamente. Non si può continuare ad affermare che a Cefalonia "la Divisione Acqui decise di resistere" addirittura per referendum!, quasi si fosse trattato di una banda di irregolari o di partigiani in cui le decisioni da prendere venivano determinate dal basso. A Cefalonia si combatté, invece, perché il generale Gandin, comandante di una grande unità del nostro esercito, la "Acqui" appunto, ricevette l'ordine di resistere ai tedeschi e obbedì, da militare disciplinato e ligio al dovere, indipendentemente dalle proprie valutazioni in merito. Famosa è rimasta, infatti, la frase profetica con cui egli si espresse in proposito ("Se perdiamo ci fucileranno tutti"), che, però, non gli impedì di eseguire un ordine al quale - come è storicamente accertato - sia lui, sia la maggioranza dei suoi diretti collaboratori erano stati, fin dall'inizio, contrari. Per buona memoria e affinché i falsari della verità se lo imprimano bene nella mente, vorrei che lei riportasse il testo di tale ordine che venne inoltrato a Cefalonia dalla stazione radio della Marina di Brindisi tramite il ponte radio di Corfù, nella notte del 13 settembre: "N.1029 Cs (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole. Firmato Generale Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore". Sulla oggettiva follia di tale ordine non vi sono dubbi e ciò è dimostrato dal fatto che nel dopoguerra nessuno volle assumersene la paternità, da Badoglio, capo del governo, al generale Vittorio Ambrosio, capo di Stato maggiore, al suo vice che lo firmò, il prefato generale Francesco Rossi. Lo scaricabarile indecoroso cui costoro dettero vita è una delle molte pagine vergognose di cui è intessuta la vicenda di Cefalonia».
- Avvocato Filippini, a proposito di Cefalonia lei ha già accennato che si è sempre parlato di un referendum che sarebbe stato indetto tra i nostri soldati e che avrebbe dato, come risultato, la volontà di resistere ai tedeschi.
«È una menzogna ancor oggi sostenuta, in perfetta malafede, dagli squallidi epigoni di una certa interpretazione populistica dei fatti, ai quali non va giù che la realtà virtuale da essi confezionata e sapientemente distribuita, secondo il classico stile marxista, sia stata smascherata per quello che è sempre stata, cioè una grande impostura. In proposito, tali inveterati fabbricanti di menzogne possono trovare sul mio sito un'ampia smentita delle loro elaborate elucubrazioni che, tra l'altro, hanno cominciato a mostrare la corda, anche in recenti dibattiti, costituendo un assioma inverosimile e ridicolo: l'asserzione della unanime volontà dei componenti la "Acqui" di combattere contro i tedeschi. Quella consultazione non fu affatto plebiscitaria, come si è sostenuto sapendo di mentire, in primo luogo perché ad essa non parteciparono tutti i soldati, in particolare quelli dei due reggimenti di fanteria decentrati rispetto al capoluogo Argostoli - sede del Comando di Divisione - e, addirittura quasi tutti gli ufficiali - in primis il Generale Gandin -, palesarono in più occasioni la loro contrarietà ad uno scontro armato, cui si videro costretti soltanto da un ordine infame di una congrega di cialtroni, Badoglio ed il Comando Supremo che, dal comodo rifugio di Brindisi, non esitarono a mandare al macello dodicimila uomini».
- Lei, però, ha lanciato un preciso atto d'accusa contro alcuni elementi di fede comunista presenti all'interno della Divisione.
«È l'aspetto più sconvolgente che caratterizzò i fatti di Cefalonia. Mi riferisco alla vera e propria rivolta sviluppatasi in seno alla Divisione ad opera di alcuni ufficiali inferiori - tenenti o capitani di complemento - che, infrangendo la disciplina ed i regolamenti militari, si resero autori di incredibili atti di sedizione meritevoli, se non di fucilazione sul posto, per lo meno di deferimento ad una corte marziale. Dimentichi di indossare una divisa e degli obblighi da ciò derivanti, costoro si arrogarono il diritto di sostituirsi ai loro superiori nelle decisioni da prendere, ed aizzarono i soldati da essi dipendenti - quasi tutti appartenenti all'artiglieria - contro il comando di Divisione, accusato addirittura di connivenza con i tedeschi per il solo fatto di condurre trattative con essi per addivenire ad una resa onorevole - che Gandin stava per concludere - a seguito di ordini ricevuti dal Comando dell'XI Armata, che, tra l'altro, salvarono da una fine analoga a quella della "Acqui" la quasi totalità degli appartenenti alle divisioni stanziate in Grecia, adeguatesi prontamente ad essi».
- Che cosa accadde, invece a Cefalonia?
«Ciò che avvenne a Cefalonia nei giorni dall'8 al 14 settembre ebbe connotazioni incredibili culminate nell'assassinio di un capitano e, addirittura, nel tentato omicidio dello stesso Gandin, oltre a fatti di inaudita gravità, quali il proditorio cannoneggiamento di due motozattere tedesche attuato per determinare una sorta di "fatto compiuto" che rendesse impossibile la continuazione delle trattative con i tedeschi il cui unico risultato fu di ritardare le stesse, permettendo al criminale ordine di Brindisi di trovare un destinatario da mandare al macello, cioè la disgraziata divisione "Acqui", in preda al caos provocato da militari indegni. I Congiunti dei Caduti debbono ringraziare in primo luogo costoro per l'immane perdita che subirono. Su tale aspetto della tragedia si è taciuto per oltre mezzo secolo, aggiungendo alle nefandezze che avvennero all'epoca anche quella di nascondere la verità, dietro una cortina di bugie e di menzogne, alle Vittime di tali fatti. Nemmeno un processo tenutosi davanti al Tribunale Militare, negli Anni 50, contro i principali responsabili, usciti indenni dalla tragedia da essi provocata, rese giustizia ai familiari dei Martiri, nonostante le numerose prove a loro carico, emergenti dagli atti».
Di tutti questi agghiaccianti particolari parla ampiamente il sito dell'avvocato Filippini (lo ripetiamo: www.cefalonia.it ), attraverso il quale, finalmente, i Martiri di Cefalonia otterranno la giustizia che più conta: quella della Storia.
Agostino Bertani
--------------------------------------------------------------------------------

Da "LA PADANIA" del 25.04.2004
In un saggio sul "Domenicale", ecco i veri liberatori
La Resistenza tradita, ancora ostaggio degli storici di sinistra


Ugo Finetti*
--------------------------------------------------------------------------------
De Gaulle - esule a Londra e al comando delle truppe francesi a fianco degli Alleati - quando ebbe la guida della Francia fu decisamente ostile ai britannici e agli americani. Forse influì il risentimento per quelli che considerò torti subiti durante la lotta contro tedeschi e collaborazionisti francesi: la censura dei suoi discorsi operata dalla Bbc inglese e la preferenza accordata a suo danno dagli americani all'ammiraglio François Darlan. A capo della Francia pose il veto all'ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea, uscì dalla Nato, fece una "sua" politica verso l'Unione Sovietica e nel Mediterraneo. Eppure quando celebrava la Resistenza francese e la cacciata dei tedeschi, non mancava mai di coinvolgere le rappresentanze politico - diplomatico - militari di Londra e Washington esortando i francesi a rendere omaggio al tributo di sangue e all'apporto determinante dei soldati britannici e statunitensi. I cimiteri degli Alleati sul suolo francese sono terreno sacro e condiviso, parte integrante della memoria e della storia nazionale. In Italia no. Il ricordo della Liberazione dall'occupazione tedesca e dal regime collaborazionista di Salò non prevede celebrazioni per i soldati americani e britannici morti combattendo nazisti e fascisti. Si fatica persino a commemorare i militari italiani che fecero la guerra al loro fianco e perirono in quei 20 mesi di marcia verso la libertà. Ha prevalso e tuttora domina una retorica basata su una spregiudicata menzogna storica secondo cui la Liberazione sarebbe stata frutto di una insurrezione popolare, filiata da una Resistenza a sua volta animata prevalentemente dai comunisti e cresciuta nonostante e contro gli Alleati.
Gli americani sono dipinti da storici alla Paul Ginsborg non come forza di liberazione, ma come forza di occupazione, con tinte che ricordano i proclami fascisti: «L'occupazione alleata della città (Napoli, ndr) fu un disastro assoluto. La città acquistò un aspetto di degradazione e di malessere quale non si conosceva dai tempi delle grandi epidemie del XVII secolo». «Il contatto con la civiltà americana, o meglio con i suoi aspetti più appariscenti (cioccolato, boogiewoogie, chewing gum) - incalza Giovanni De Luna - non risolvevano certo i gravi problemi di sopravvivenza degli italiani».
La celebrazione della Resistenza è così diventata idealizzazione di un orgoglio antifascista, polemico nei confronti dell'alleanza occidentale e della democrazia che in quel quadro si consolidò, democrazia non a caso dipinta nel dopoguerra come "tradimento" degli ideali e degli obiettivi della lotta antifascista. Gli stessi organismi che si impongono oggi come depositari dei valori della Resistenza sono stati denominati a suo tempo dal Pci "Istituti di Storia del Movimento di Liberazione italiano" con la strumentale pretesa di evocare un parallelismo con i "movimenti di liberazione" antimperialisti, antiamericani e antioccidentali in Africa e Sud America.
Ma come può sopravvivere ed essere ancora dominante questa impostazione, nonostante il comunismo sia ormai declinato? Di sicuro, perché in Italia è mancata non solo una reale contestazione, ma anche un'effettiva rottura da parte della storiografia con l'impostazione organizzata dal Pci a partire da Un popolo alla macchia di Luigi Longo, vice segretario del Pci e ed ex comandante delle Brigate Garibaldi, e continuata con la ricostruzione compiuta dal giornalista de l'Unità, Roberto Battaglia, nel saggio Storia della Resistenza italiana edito da Einaudi, primo titolo della collana di studi storici.
Ancora oggi siamo di fronte a una filodrammatica di storici che blindano la Resistenza in sostanziale continuità da Battaglia a Spriano e Ragionieri, da Quazza, Rochat e Collotti fino a Pavone e Tranfaglia: per questo motivo il muro di Berlino nelle scuole italiane non è ancora caduto.
In che senso? In cosa consiste questo "comunismo senza i comunisti"? Nessuno storico infatti si dichiara ancora comunista o marxista. Si rimane però - nella ricostruzione e interpretazione dei fatti - nel solco del "materialismo storico" e sull'onda lunga della lettura classista del fascismo, dell' antifascismo e della Resistenza. Siamo cioè di fronte al permanere nella storiografia italiana di una sorta di "storicismo marxista in un paese solo" che continua l'embargo culturale nei confronti degli studi e delle indicazioni di Furet, De Felice, Nolte, Pipes, Courtois e Conquest.
LA TRITA LETTURA CLASSISTA
Permane - nei principali luoghi di insegnamento della storia - quello che è ormai un irriducibile provincialismo culturale e cioè l'ostinazione della lettura del Novecento come teatro di scontro tra capitalismo reazionario e movimento operaio, tra schieramento borghese a deriva fascista da un lato e raggruppamento democratico in difesa delle classi sfruttate imperniato sui comunisti dall'altro. Così il fascismo è presentato come una montatura di capitalisti e agrari, l'antifascismo "borghese" come episodio secondario quando non controproducente.
Al contrario, la Resistenza viene rievocata sin dagli inizi attraverso un falso storico e cioè come figlia di un movimento sindacale, di uno sciopero operaio, e non fondata, come fu realmente, dalla lotta dei militari italiani contro i tedeschi. Quando le origini della Resistenza vengono però fatte risalire agli scioperi del '43 sembra di assistere alla proiezione di film dell'epoca del "realismo socialista" (basti ricordae che quella vertenza, importante, ma circoscritta, si concluse con aumento salariale in coincidenza della celebrazione da parte del regime fascista del Natale di Roma).
L'altra falsificazione consiste nel rappresentare la Resistenza come una "coda" della politica dei Fronti Popolari (lanciata da Stalin al VII Congresso del Komintern nel 1935) e della Guerra di Spagna. La Resistenza italiana, in realtà, non può assolutamente essere avvicinata alla Guerra di Spagna: basti ricordare il ruolo dei cattolici, dello stesso clero, dei tanti sacerdoti che si schierarono a sostegno dei partigiani. In soldoni, del determinante appoggio dato dalla popolazione contadina che, sopportando rappresaglie e massacri, consentì la sopravvivenza delle formazioni partigiane.
Una delle ragioni della cancellazione dei militari è appunto legato all'impossibilità per la tradizione comunista di vedere contraddetto il cliché che assimila Resistenza e Guerra di Spagna. E ammettere, di conseguenza, che la lotta partigiana vide in prima fila comandanti militari - come Montezemolo e Sogno - che avevano sì partecipato alla Guerra di Spagna, ma sotto bandiera italiana a sostegno di Franco.
Questa è la verità storica. La Resistenza italiana non è stata infatti un movimento rivoluzionario di classe, non aveva come obiettivo la dittatura del proletariato e la collettivizzazione. Fu storicamente analoga a quella francese e non identificabile con quella jugoslava. Essa fu animata dai militari italiani che rifiutarono il collaborazionismo nelle giornate del settembre del 1943, da Roma a Cefalonia, e si sviluppò come movimento pluralista per la cacciata dei tedeschi affiancando gli Anglo-americani e avendo chiaro e primario obiettivo il ripristino di una democrazia parlamentare plu ripartica di stampo occidentale.
Proprio per negare questa verità, la storiografia ancora prevalente ha cancellato i nomi dei capi effettivi della Resistenza: il Presidente del Cln dell'Alta Italia, Alfredo Pizzoni, e il Comandante del Corpo dei Volontari, il generale Raffaele Cadorna, a cui facevano capo tutte le formazioni partigiane.
È significativo che per giustificare questa manipolazione si ricorra all'argomento che Pizzoni e Cadorna erano "legati" agli Alleati. In effetti è stato così: la Resistenza non è infatti leggibile in contrapposizione con il ruolo degli Alleati.
E la scissione artificiosa tra Resistenza e Alleati ha avuto una conseguenza: in Italia non esiste una storia della Seconda guerra mondiale e si dimentica il ruolo stesso dei militari italiani: 600.000 internati, più di 78.000 morti nei lager, più di 35.000 caduti in combattimento con importanti azioni condotte autonomamente contro la Wehrmacht come la liberazione della Corsica.
LO SBARCO IN SICILIA: ALTRO CHE MAFIA
Vediamo a titolo esemplificativo i principali falsi storici imbastiti contro gli angloamericani. La tesi secondo cui, nello sbarco in Sicilia, gli americani si siano affidati alla mafia è ormai un luogo comune consolidato: «Da quando gli alleati sbarcarono in Sicilia - scrive la Procura di Palermo guidata da Giancarlo Caselli - legarono la loro trionfante avanzata all'accordo stipulato con alcuni esponenti di Cosa Nostra americana...
Quando la DC si fece alleato sicuro del grande fratello di oltreoceano, il blocco sociale di agrari conservatori e mafia fu cooptato a sostegno dell'anticomunismo».
Generazioni di italiani hanno dunque recepito senza ombra di dubbio la folle idea secondo cui Stati Uniti e Gran Bretagna, nel luglio 1943, avrebbero diretto le loro armate da Malta e Gibilterra, migliaia di aerei e carri armati, nonché centinaia di migliaia di uomini, con l'obiettivo di sbaragliare la Wehrmacht in Sicilia, senza sapere esattamente dove andare e cosa fare.
Mancando la minima documentazione, si dipingono comandanti del calibro di Patton e Montgomery quali sprovveduti che sbarcano in Italia mettendosi nelle mani di una decina di mafiosi alla Calogero Vizzini e Genco Russo.
Il piano di infiltrazione in previsione dello sbarco alleato era in verità nato nell'agosto del '42 presso i servizi segreti americani del Si (Secret Intellicence/Italy). A promuoverlo, italo-americani - da Max Corvo a Vincent Scamporino e Frank Tarallo - per nulla coinvolti con ambienti mafiosi che erano animati da un doppio patriottismo: amavano il nostro Paese e operarono affinché gli Stati Uniti non considerassero gli italiani un popolo nemico.
PARRI E PAJETTA NON PARLAVANO INGLESE
Altro falso storico: come viene tramandato l'appello del generale Alexander che, alla vigilia dell'inverno 1944, invitava i partigiani a una pausa in attesa della primavera 1945 in cui sarebbe scattata l'offensiva finale. Si usa questo testo a prova di una scissione tra Resistenza e Alleati. Una leggenda assurda basata su due cancellazioni: la missione al Sud del Cln dell'Alta Italia guidato da Pizzoni e il ruolo moderato svolto dal Pci in quelle settimane in cui pensava a un governo senza socialisti e azionisti. Il proclama Alexander venne infatti corretto e superato dal proclama del generale Clark proprio in seguito all'intervento di Pizzoni e Sogno (Parri e Pajetta facevano parte della delegazione del Clnai, ma - anche perché non parlavano inglese - furono una presenza del tutto irrilevante e subalterna).
Pizzoni e Sogno riuscirono dunque a far cambiare idea agli Alleati stabilendo le intese organizzative, militari e finanziarie che rilanciarono la lotta partigiana. In quel novembre - dicembre 1944, perfino Togliatti puntava a diventare vicepresidente del Consiglio del secondo governo Bonomi, spaccando lo schieramento di sinistra in seno al Cln e cercando di accreditare il Pci agli occhi degli Alleati come "veritable instrument d'ordre et de concorde" per usare le parole di Marchesi, delegato di Togliatti nell'incontro con il colonnello Roseberry.
La collaborazione tra Alleati e partigiani fu talmente intensa e decisiva che la storiografia marxista per rimuoverla non ha esitato a negare l'esistenza persino dei militari dichiaratamente di sinistra e filocomunisti (in particolare il ruolo svolto durante la lotta di liberazione dai militari americani reduci della Brigata Lincoln che aveva combattuto in Spagna e che svolsero un'intensa attività di raccordo con le brigate partigiane).
La Resistenza non può quindi essere raccontata e compresa come una sorta di corpo separato, del tutto avulso dallo schieramento militarmente in lotta contro i tedeschi.
Vi fu - è vero - una resistenza particolare da parte comunista, una sorta di "resistenza parallela". Che si svolse prescindendo dal Cln, tradendo a favore degli jugoslavi (Porzus), oppure dando vita coi Gap al terrorismo urbano. Ma va pure ricordato che le principali azioni dei Gap non vennero condivise dagli altri partiti antifascisti: il Cln bocciò il documento comunista di appoggio all'attentato di via Rasella e l'uccisione di Giovanni Gentile venne bollata come "assassinio" proprio dai leader degli altri due partiti di sinistra del Cln e cioè dall'azionista Tristano Codignola e dal socialista Pietro Nenni.
*da "Il Domenicale"
------------------------------------------------------------

Dal Sito http://www.megachip.info

GIORNALISMO IN ITALIA, A SCUOLA D'IMPREPARAZIONE - di Vincenzo Maddaloni
Lunedì, 19 aprile @ 00:28:57 CEST

Si ha un bel tentare di parlare di democrazia nella comunicazione, della qualità dell’informazione, dei valori dell’identità e della memoria. Si ha un bel voler analizzare i problemi che il presente ci pone nelle loro oggettività e senza pregiudizi. Tentativi falliti, sforzi frustrati perché rispunta sempre quel qualcosa che ti riporta in fondo, ti obbliga a riconsiderare per l’ennesima volta il fondo del pozzo dal quale bisognerebbe risalire.
Ne è un esempio la nuova classe di giornalisti che l’Ordine dei giornalisti va omologando.
Che disgrazia, che crimine etico-politico attuato con dolosa coscienza e un pressappochismo da far paura da chi del giornalismo ha una conoscenza precisa e la utilizza per conquistare e mantenere il potere, proponendosi ogni volta come il prototipo da imitare, da seguire.
Parliamo dei Vespa, dei Mimun, dei Ferrara, dei Mentana, dei Costanzo, delle Parodi - l’elenco potrebbe continuare - che sono diventati per moltissimi degli aspiranti giornalisti un punto di riferimento, la lezione vivente di come si deve fare giornalismo e accaparrarsi il successo.
Settecento i candidati agli esami (83a commissione) d’idoneità alla professione, quasi il 20 per cento di bocciati, ma molti hanno superato l’esame pur non sapendo cosa era accaduto a Cefalonia, chi era Luigi Barzini, quali poteri ha il presidente della Repubblica, cos’è la legge Gasparri, cosa significa infotainment (informazione più intrattenimento), cosa sono le soft news. Beninteso non per un’eccessiva benevolenza della Commissione, ma perché alla fine si è cercato di salvare il meno peggio con la speranza che qualcosa cambi. Paolo De Fiore, magistrato, membro del Comitato Scientifico di Megachip, ne ha indicato i punti - in un convegno indetto dall’Ordine dell’Emilia Romagna - che riproponiamo in un intervento che sarà pubblicato su questo sito. Saranno presi in considerazione? Qualcosa cambierà? Certo è che una generazione impreparata di giornalisti è l’immagine del vuoto, dell’impero della tecnica e dell’effimero che possono precipitare le persone in una condizione servile. Anzi ci siamo già. Ci mobilitiamo per uscirne? Apriamo il dibattito
_______________________________

BREVE COMMENTO:
Se lo dicono da soli che di Cefalonia non sanno niente (e quel poco che sanno lo sanno male,ndr ), e malgrado ciò si ostinano a parlarne sui "giornaloni" che contano.....

______________________________________________

Dal CORRIERE DELLA SERA del 7.2.04

«Sì al 10 febbraio per ricordare gli istriani»

Fassino a Trieste: è il giorno giusto per la memoria dell’esodo, il Pci sbagliò. An: parli anche delle foibe


TRIESTE - Tre parole chiare e nette: «Il Pci sbagliò». Ieri Piero Fassino le ha pronunciate a Trieste insieme a Luciano Violante, condannando il «colpevole oblìo» che per 50 anni ha ammantato la tragedia dell’esodo di 350 mila italiani dall’Istria per effetto della guerra perduta. Quelle parole Fassino le ha messe per iscritto in una lettera a Guido Brazzoduro, presidente della Federazione degli esuli, sposando la data del prossimo 10 febbraio per l’istituzione della Giornata della memoria dell’esodo. E non è stato un passo facile: quella data, in cui nel 1947 venne firmato il Trattato di pace che comportò per l’Italia la cessione dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, viene da sempre richiamata e auspicata non solo dagli esuli, ma anche da An. Proprio il 10 febbraio, martedì prossimo, la Camera discuterà due proposte di legge: quella di An, primo firmatario il deputato triestino Roberto Menia, prevede la celebrazione per quello stesso giorno; quella dei Ds, sottoscritta da Fassino e Violante, proponeva il 20 marzo, data dell’ultima partenza da Pola del piroscafo «Toscana» carico di profughi. Ieri i Ds hanno deciso di convergere sul 10 febbraio. Ma un importante distinguo rimane: la lettera del segretario Ds si sofferma sull’esodo ma non fa cenno alle foibe, le cavità del Carso in cui i partigiani di Tito gettarono i corpi degli italiani massacrati, da tre a cinquemila. Un silenzio censurato da An: «Apprezzo le parole di Fassino e Violante - dice Menia - ma la rilettura non è ancora sgombra dall’ideologia. Non si possono staccare i morti delle foibe dai vivi che, a causa delle foibe, fuggirono. Una legge che menzioni l’esodo ma non le foibe sarebbe ipocrita». Sul punto, in mattinata, Violante si era espresso con prudenza: «Ne discuteremo - ha detto -. Ma la storia va letta tutta, non se ne possono isolare dei pezzi secondo convenienza».
Ieri il segretario e il presidente dei deputati Ds hanno voluto simboleggiare la rottura con il passato con una visita a Trieste, fortemente voluta dal segretario provinciale Bruno Zvech. Il suo predecessore, Stelio Spadaro, aveva avviato otto anni fa l’autocritica su foibe ed esodo. Nella lettera al presidente degli esuli istriani, Fassino affronta l’esodo come «una tragedia che ogni italiano deve considerare parte della storia del suo Paese», da ricordare «superando definitivamente ogni forma di reticenza o rimozione». Il segretario dei Ds sottolinea che l’Italia firmò «doverosamente e necessariamente il Trattato di pace», ma che «gli istriani, i fiumani e i dalmati pagarono per tutti gli altri italiani il prezzo imposto a un Paese aggressore e sconfitto». Da quel carico di sofferenze «l’Italia rapidamente distolse gli occhi. Lo fece per ragioni internazionali, ma anche perché non pochi colsero opportunisticamente quella tragedia per rimuovere la sconfitta e per eludere l’assunzione collettiva di responsabilità». Come dire: lo strappo di Tito con Mosca indusse a tacere sugli orrori jugoslavi, ma anche alla destra fece comodo così.
Lo «sbaglio» del Pci fu condizionato dalla guerra fredda, ma non solo: il partito «non avvertì le tragiche conseguenze dell’espansionismo slavo». E «lo schema della lotta tra fascismo e antifascismo si mostrò inadeguato perché non coglieva la natura dello scontro fra nazionalità, che il regime comunista anzi esasperò ulteriormente». Fassino accetta quindi la data del 10 febbraio come «il modo giusto» per ricordare. E auspica «una larghissima maggioranza» per martedì prossimo alla Camera. Ma a dividere i poli, per ora, rimane la parola «foibe».

Roberto Morelli
------------------------
Breve commento:

Finalmente a sinistra si cominciano riconoscere pubblicamente le malefatte del vecchio PCI che fu complice non solo morale degli assassini comunisti slavi.
Quando cominceranno. i signori della Sinistra, a parlare chiaro anche sulla vicenda di Cefalonia del cui ricordo si sono impossessati per darne una versione falsa e rispondente ai loro fini ideologici ?

MF
--------

I comunisti italiani (da www.legnostorto.it)
Mandato da Mino Bartoli Lunedì, 19 May 2003, 23:15 uur.
I comunisti italiani sono coloro, che sulla Resistenza hanno puntato moltissimo, con il fine di poter politicamente conquistare l'Italia, e far diventare la nostra patria un satellite di Mosca. I loro nemici, oltre a fascisti e tedeschi, erano anche i partigiani delle formazioni non di sinistra, che cercarono di conglobare, e quando questa azione non fu possibile, usarono le armi e li liquidarono senza tanti complimenti. Oltre a denunce al nemico, affinché provvedesse lui a togliere di mezzo un concorrente politico del dopoguerra. Con le armi partigiane, pensarono addirittura di fare la rivoluzione, ma ne furono scoraggiati dallo stesso Stalin, in attesa di tempi migliori, quando gli Alleati fossero ritornati alle loro case. Nel frattempo decisero di organizzare la Gladio Rossa ed il Partito, con il famoso "oro di Dongo", oltre ai dollari che provenivano direttamente dal Cremlino.
Tutta questa preparazione la troviamo nella sua storiografia che parla di riorganizzazioni periodiche dell'apparato militare 1945-1965; della stretta relazione tra Partito, Anpi, Fgci; dello scenario insurrezionale; degli anni di incubazione del terrorismo rosso 1960-1965; delle squadre locali d'azione; dei piani e preparativi insurrezionali; dei corsi di spionaggio, di guerriglia e di sabotaggio; delle liste di proscrizione; dell'infiltrazione comunista nelle Forze armate, nella Polizia e nelle Amministrazioni dello Stato (vedi anche Giustizia); del Pci contro la Nato, oltre l'opposizione politico-parlamentare; dell'azione di massa e la struttura clandestina del Pci nelle grandi città.
Di fronte all'emersione di tutti questi fatti, il Partito Comunista Italiano, non era più presentabile e da quì la necessità occhettiana di cambiargli nome, pur mantenendo la stessa nomenclatura, con le medesime persone, che se ne sono ben guardate, da prendere le distanze dal loro passato. Questo per quanto riguarda la maggioranza di loro, mentre per i comunisti italiani e quelli di rifondazione, vale sempre ed in primo luogo, l'orgoglio di essere comunisti nel più profondo del loro animo. Tutti assieme, con l'aiuto della Giustizia italiana, sono riusciti a distruggere la Democrazia Cristiana ed il Partito Socialista, e fa particolarmente impressione che gli "utili idioti" di Castagnetti e di Boselli, siano loro alleati, anziché antagonisti.
Da quanto sopra ho voluto sottolineare che ha perfettamente ragione Silvio Berlusconi, quando afferma di essere entrato in politica, sospinto da un vento di pazzia erasmiana, al fine di combattere il Comunismo, evitando che vada al Governo. Mentre invece hanno torto gli ex democristiani, e soprattutto i cattocomunisti, che sono andati e vanno a braccetto con la sinistra, e sono stati dalla stessa, uccisi. Alla stessa stregua ha torto il buon Ciampi, quando afferma che tutti i partiti italiani appartengono alla sfera democratica, e sono idonei a governare. Capisco che il nostro presidente, è stato eletto anche dalla Sinistra, alla quale deve qualcosa. Ma un presidente quindi sarà veramente imparziale, solo quando verrà votato, non più dai partiti, ma dal popolo.

Mino Bartoli
Le opinioni de "L'ESPRESSO" di Giampaolo Pansa

VECCHI STALINIANI E NUOVI TROMBONI
Come si muove la sinistra regressista. Ecco qualche esempio fresco fresco
------

Come ti muovi, ti fulmino! È diventato questo il motto della sinistra regressista, quella con la testa inchiodata nel passato, anche nel passato più torbido e da rifiutare. Appena qualcuno, di sinistra o ulivista che sia, s'azzarda a tentare questa necessaria operazione di onestà storica e politica, ecco che si alza qualche superstite del socialismo reale che lo fulmina. Ossia gli grida: vade retro!, gli impone di stare zitto e lo copre di tutte le maledizioni.

In questi giorni è accaduto a Piero Fassino, leader dei Ds, e a Luciano Violante. Colpevoli di aver detto parole chiare sul crimine spaventoso delle foibe e sul dramma dell'esodo dall'Istria di 240 mila italiani (qualcuno sostiene 350 mila) che non volevano vivere sotto il regime comunista di Tito. Bene, su Fassino e Violante sono caduti i fulmini di un loro alleato nel centro-sinistra, Armando Cossutta, l'ultimo staliniano d'Italia. Infuriato perché i due compagni della Quercia avevano osato parlare degli errori del Pci di quel tempo (1945-1947), guidato da Palmiro Togliatti, detto il Migliore.
Cossutta ha accusato Fassino di un "inaccettabile revisionismo storico", anzi di "una forma vera e propria di abiura". Due peccati mortali che, dice sempre l'Armandone, "contribuiranno a disorientare il grande popolo comunista, il quale sempre meno vede nei Ds una forza di sinistra". In soccorso del fantomatico grande popolo rosso e confuso, è poi arrivato un'alta autorità del cossuttismo, Marco Rizzo. Lui ha inchiodato al muro Fassino, imputandogli di "aver sposato le tesi estreme della destra anticomunista, con una banalizzazione del passato degna del linguaggio della guerra fredda".

L'Armandone è poi ritornato alla carica con un'intervista al 'Corriere della sera'. Stimolato con intelligenza da Marco Cianca, ha svelato che i Ds stanno subendo "mutazioni genetiche, che creano sconcerto e disaffezione". Poi ha rivelato che, tra una via Togliatti e una via delle Foibe, lui andrebbe a stare in quella dedicata al Migliore. E infine ha tirato il calcio del mulo a Fausto Bertinotti, che si era permesso di organizzare un convegno sulle foibe. Il vecchio staliniano ha spiegato, sprezzante: "Cos'ha a che fare lui con il comunismo? Bertinotti non è mai stato comunista". Dimenticando di aver arruolato il Parolaio Rosso per farne il segretario di Rifondazione.
Ma lo stile Cossutta non è un vizio isolato. Fa scuola anche dentro il nocciolo duro dell'Ulivo. Ne sa qualcosa Francesco Rutelli. Che, per aver votato la legge sulla fecondazione assistita e aver detto che bisognerebbe alzare a 67 anni l'età per l'ingresso nella pensione, si è visto sbertucciare dall''Unità'. E non in un corsivo polemico, bensì in un paginone a colori che lo raffigurava come un flâneur ubriacone, che fa tardi la notte con il fiasco di vino. E quando rientra a casa scopre la moglie (Fassino vestito da donna) che lo aspetta armata di un robusto matterello.

Qui non siamo più al reparto stalinista, ma a quello dei tromboni arroganti. Il vero campione della nuova trombonaggine regressista sta annidato in un'ansa del girotondismo più duro e puro. Parliamo dell'ideologo supremo dell'estremismo perdente, Paolo Flores d'Arcais, direttore del bimestrale 'MicroMega'. Flores ha inaugurato il 2004 chiedendo uno scoop a uno storico titolato, Angelo d'Orsi, chiamato familiarmente 'Costui', perché è così che identifica gli esseri umani da biasimare. 'Costui' gli ha confezionato un elenco di signori che non debbono scrivere di storia perché sfornano soltanto manipolazioni e falsi.
La lista è lunga, ciucciatevela con pazienza, almeno nei cognomi: Romano, Perfetti, Galli della Loggia, Belardelli, Sabbatucci, Oliva, Mieli, Battista, Pansa, Ferrara, Bertoldi, Spinosa, Petacco, Cecchi Paone, Guzzanti, Adornato, Renzo Foa, Socci. Diciotto da interdire, "e l'elenco potrebbe continuare" ci avvisa 'Costui'. Capriccio stizzoso di accademico in preda all'invidia, poiché poco letto? Non soltanto. Perché il diretur di 'MicroMega' ha pensato bene di trasferire una parte dell'elenco in un'inserzione pubblicitaria comparsa su 'Repubblica' di domenica 8 febbraio. Ma sì!, una gogna stampata su 646 mila copie. Con un titolo di cortesia: 'Basta con i falsi storici. La manipolazione permanente della verità da parte dei vari ecc. ecc.'.

Credevo di aver visto tutto, lavorando nei giornali da 44 anni. Ma non avevo visto questo: un tizio che butta via dei bei soldi per rendere pubblica una lista di appestati da evitare. Immaginate se il vituperato ca-valier Berlusconi ricorresse al sistema Flores-'Costui'. E ogni sera facesse leggere dalle sue tivù i nomi di magistrati, giornalisti, intellettuali, calciatori, show girls, alleati rognanti, cantanti napoletani... Verrebbe giù il mondo. Ma Flores, lo zietto girotondino, può. Se vincerà l'Ulivo, mandiamolo al Viminale. Come compila lui certe liste, non le compila nessuno.

17.02.2004
________________________________________________________________
BREVE COMMENTO
Alle "liste di proscrizione" redatte da Flores d'Arcais ne contrapponiamo una, riguardo a Cefalonia, recante in prima fila il nome di Mario Pirani autore della "riscoperta" di Cefalonia in salsa sinistrorsa da cui prese l'avvio, sempre su "Repubblica", il battage pubblicitario inteso a trasformare una Divisione dell' esercito italiano in una banda di partigiani possibilmente comunisti.
Con tale manovra i comunisti, usufruendo di complicità più o meno consapevoli anche ai più alti livelli, hanno allungato le loro rapaci mani su una tragedia sulla quale. dopo aver taciuto per decenni, fingono oggi di spargere calde lacrime da rispedire al mittente con un sentito e forte :'No grazie'.
L'augurio da fare a questi signori è quello di trovare, prima o poi, il Pansa di turno.

UNICUIQUE SUUM NON PRAEVALEBUNT
Massimo Filippini
Dedicato ai tromboni del 'resistenzialismo antifascista' che hanno messo le mani anche su Cefalonia
Da Libertà online del 12 marzo 2004

Scomparso Mario Betti reduce di Cefalonia
-----------------

Tre anni fa era stato premiato con la medaglia d'oro al valor militare e riconosciuto partigiano nazionale. Oggi pomeriggio saranno celebrati i funerali
CodognoMario Betti, classe 1923, che riuscģ a salvarsi dall'“inferno” di Cefalonia, una delle pagine pił tragiche della seconda guerra mondiale, č spirato ieri mattina nella casa di riposo dove era ospite da poco tempo: avrebbe compiuto 81 anni il prossimo 2 ottobre. I funerali del reduce codognino, che lascia tre figli, si svolgeranno oggi pomeriggio quando il feretro, partendo alle 14 e 30 dalla struttura assistenziale di via Bassi, giungerą in chiesa parrocchiale di San Biagio dove verrą officiata la messa di suffragio. Raccontava con grande luciditą e con una memoria di ferro i fatti che lo videro coinvolto, insieme migliaia di altri soldati italiani, dopo l'armistizio di Badoglio dell'8 settembre del 1943. Si ricordava con precisione date e fatti. Non cancellņ mai dalla sua mente in che modo diecimila soldati italiani furono trucidati dalle divisioni germaniche, tramutatesi, in poche ore, da alleate in nemiche, ma nemmeno come lui fu in grado di tornare a casa. Tre anni fa fu premiato con la medaglia d'oro al valore militare, riconosciuto come “partigiano nazionale”. «Partii l'8 gennaio del '43, arruolato nella 17esima Fanteria ed in luglio ero gią a Cefalonia», aveva ricordato alcuni anni fa. Dopo l'8 settembre, gli alleati divennero nemici e chi non si arrendeva veniva sterminato. Il 21 settembre di quell'anno tragico Betti fu fatto prigioniero e cosģ iniziņ la sua odissea in diversi campi di prigionia di mezza Europa: in Lituania, in Polonia, in Germania. Mesi trascorsi in treno «con le pareti bianche dal gelo» ed in tutto mille chilometri percorse a piedi, prigionieri delle truppe di Hitler, mentre i russi avanzavano. Poi l'arrivo a Varsavia il 30 marzo del 1945 e la liberazione. A Codogno Mario Betti ritornņ nell'ottobre del '45. Durante le manifestazioni di commemorazione in cittą, Betti era sempre in prima fila. Nel gennaio del 2001, presso il teatro alle Vigne di Lodi, ricevette la medaglia d'oro, la massima riconoscenza per chi riuscģ a scampare all'eccidio di Cefalonia, rifiutandosi di sottostare agli ordini dei tedeschi. m.s.
-------------------------------

Breve Commento:

Nell'associarmi al cordoglio per la morte del Reduce Betti non posso, però, non rilevare la faciloneria e l'approssimazione con cui vengono riportati i particolari relativi alla vicenda di cui fu parte e la solita faciloneria con cui, da parte della stampa, si parla di Medaglie in relazione ai fatti di Cefalonia.
Sembra impossibile, infatti, che una 'Medaglia d'Oro' possa essergli stata conferita dalle Autorità Militari appena tra anni fa, essendo la relativa procedura sottoposta a rigide regole ad accertamenti che è impossibile siano stati compiuti a distanza di circa sessant'anni dai fatti: l'attribuzione della qualifica di "partigiano nazionale (?)", invece, non è una novità essendo stata conferita a tutti i membri della div. Acqui, anche a quelli che non furono ispirati da un particolare "animus pugnandi" contro i tedeschi, considerando, giustamente, le ferali conseguenze che ne sarebbero derivate come, purtroppo, avvenne.
Si tratta, in sostanza, del solito "clichè" in base al quale i Reduci, che ebbero - malgrado tutto- la fortuna di tornare a casa, vengono esaltati alla stregua di EROI mentre, per dirla con John F. Kennedy, che si oppose all'esaltazione delle proprie gesta militari, quando fu eletto Presidente degli Stati Uniti,
" I VERI EROI NON SONO QUELLI CHE SONO TORNATI, MA QUELLI CHE SONO RIMASTI LI' ".

Massimo Filippini

____________________________________________________

Da "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 14.03.04
Intervista con Vito Antonio Leuzzi, direttore dell'Istituto per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia contemporanea
Quelle vittime pugliesi di Cefalonia
«Fu una rivolta contro l'atteggiamento violento e bestiale dei tedeschi»
Nelle Fosse Ardeatine caddero persone di spicco come don Pietro Pappagallo

Circa un anno fa, e precisamente il giorno del 25 aprile, veniva riscoperto e ricordato ad Andria Nicola Moschetta, un soldato scampato a Cefalonia, ma in seguito morto in un campo di sterminio dove era stato avviato dai tedeschi. E' ora ricordato con una lapide muraria sulla sua abitazione ed iscritto nell'elenco dei Caduti del Sacrario di Bari, ove giacciono 149 vittime massacrate nell'eccidio di Cefalonia e un centinaio di salme non riconosciute. A Cefalonia furono trucidati più di 5.300 fra ufficiali, sottufficiali e uomini di truppa. Ma più di 3000 soldati morirono in mare mentre erano condotti in prigionia, e tanti altri perirono a Corfù, in Grecia, in Albania, in Jugoslavia e nelle isole dell'Egeo. Tantissimi soffrirono la durezza della deportazione e della prigionia. La Puglia, la terra di Bari e il Nord Barese in questa immane tragedia immolarono innumerevoli martiri, di cui molti decorati al valor militare.
Ricordiamo tra questi il maggiore Aurelio Gismondi di Minervino Murge, i soldati Salvatore Del Vento di Canosa e Giuseppe Di Palo di Ruvo, i fanti Nicola Di Buduo di Bisceglie e Matteo Lobascio di Ruvo, il tenente Michele Lo Russo di Andria, il sergente Donato Raimondo di Andria. E poi ancora Antonio Campania (Barletta), Andrea Cassano (Ruvo), Geremia D'Ascoli (Barletta), Francesco De Cillis (Bisceglie), Pasquale Marcadonna (Trani), Giuseppe Lo Sapio (Bisceglie) e tanti altri ancora in una lunga, lunghissima scia di sangue che vide tanti nostri conterranei a Coo, Lero, Scarpanto vittime di un crimine che si credeva estinto: l'eliminazione fisica dei prigionieri di guerra. Torneremo in altra occasione sui loro nomi, per non fare torto alle loro famiglie.
Colpisce ancora oggi che questi eccidi siano non molto noti in Italia, molto meno in Grecia, in Germania e nel resto d'Europa. Eppure non la vendetta ma solo la giustizia e più ancora la memoria richiederebbero che, al di là della retorica, venisse fatta luce su queste vicende, visto che la stessa Procura di Dortmund ha riaperto il caso di Cefalonia nel novembre del 2001 e che lo stesso Presidente della Repubblica pochi mesi fa, nel rivolgere un deferente pensiero ai Caduti della Divisione Acqui, invitò la nazione a ricordare il sacrificio di questi eroi. Solo recentemente, e dopo un silenzio di cinquant'anni, hanno visto la luce libri e film che hanno riportato alla memoria la storia di questi martiri, come ad esempio «I giorni dell'amore e dell'odio» di Claver Salizzato o «Il mandolino del capitano Corelli» con Nicholas Cage.
Al professor Vito Antonio Leuzzi, storico, docente universitario e direttore dell'Istituto Pugliese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia contemporanea abbiamo rivolto alcune domande.
Perché la vicenda dell'eccidio di Cefalonia e dei Caduti nel Dodecanneso che ha visto migliaia di fucilati, dispersi e deportati, è stata per diverso tempo una pagina poco considerata della nostra partecipazione al secondo conflitto mondiale?
«Si è data in realtà poca rilevanza alla resistenza militare che si registrò dopo l'8 settembre 43 nei Balcani, nelle isole dello Ionio, dell'Egeo ed anche in Puglia. Però l'opposizione militare al nazismo fu netta e decisa: si pensi ai 600.000 militari catturati e deportati nel Terzo Reich e ai 50.000 morti nei campi di concentramento tedeschi. Un po' per le vicende legate alla guerra fredda e all'ingresso dell'Italia in un nuovo sistema politico militare i governi di quegli anni considerarono poco opportuno mettere in evidenza queste drammatiche vicende e i tanti crimini di guerra commessi con inaudita ferocia dalla Wehrmacht».
Dopo decenni di polemiche intercorse anche fra i reduci stessi ed in una ricostruzione più suffragata e rigorosa che voglia consegnare alla storia gli accadimenti di Cefalonia, Coo, Lero e Rodi, può affermarsi che i tragici fatti avvenuti sul fronte greco-albanese sono da annoverare in quella grande rivolta morale che fu la Resistenza?
«Senz'altro. Fu una rivolta contro la guerra e l'atteggiamento violento e bestiale dell'esercito tedesco che aveva calpestato tutte le convenzioni internazionali. Lo rilevò con chiarezza il processo di Norimberga che dichiarò oltraggiose per l'umanità le vicende accadute a Cefalonia e in quelle altre località, ove i crimini di guerra furono tantissimi».
Nel Dodecanneso hanno perso la vita centinaia di soldati, fanti, marò, ufficiali pugliesi, molti dei quali nati a Barletta, Bisceglie, Ruvo, Canosa, Andria, Minervino Murge, Trani, Corato e Terlizzi. Perché il loro sacrificio insieme a quello dei deportati non ha avuto la giusta "memoria" nella storiografia ufficiale e nel tributo popolare?
«Le vicende in generale dell'ultima guerra non sono state presentate adeguatamente alle nuove generazioni. Solo con Pertini e con l'attuale Presidente Ciampi è stata possibile una grande inversione di tendenza. Ma la sensibilità è forse ancora debole. Pochi sanno di queste tragedie, dell'eccidio di Barletta ed anche per esempio che nelle Fosse Ardeatine sono caduti quindici pugliesi e personalità di spicco come don Pietro Pappagallo e il professor Gioacchino Gesmundo di Terlizzi, il Capitano Manfredi Azzarita di Molfetta». g.centr.
------------------------
BREVE COMMENTO:
L'illustre professor Leuzzi, dall'alto della sue innumerevoli qualità di "docente universitario e direttore dell'Istituto Pugliese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia contemporanea "definisce come "una rivolta contro la guerra e l'atteggiamento violento e bestiale dell'esercito tedesco che aveva calpestato tutte le convenzioni internazionali", la resa di un'intera Armata (l'XI^) avvenuta -come testualmente scrisse Mario Cervi, ivi presente come ufficiale di complemento- in un clima da "TUTTI A CASA".
Come si possa definire atto di resistenza una simile resa a discrezione, solo Dio lo sa.
Quanto a Cefalonia, dove alla base della tragedia vi furono i ben noti atti di sedizione e di ammutinamento, che fecero precipitare la situazione in uno scontro senza scampo, anch'egli preferisce puntare il dito sulla criminale rappresaglia tedesca 'glissando' sulle responsabilità gravissime di alcuni militari della "Acqui" che, ormai, grazie all'opera dello scrivente, sono divenute di dominio pubblico, anche se molti 'storici' infedeli fingono di ignorarlo.
Ma la storia non finisce qui e, prima o poi, saranno messi definitivamente alla gogna i bugiardi e i mentitori che di tali tragedie hanno fatto oggetto di indegne speculazioni politiche.
UNICUIQUE SUUM NON PRAEVALEBUNT
MF
__________________________________________________

Dal "GIORNALE" del 10 novembre 2000, un articolo di MARIO CERVI su un tema riportato alla ribalta dalla truffaldina storiografia di Sinistra: "il presunto insabbiamento delle indagini su Cefalonia".

"QUEL SEGRETO DI STATO SULLA STRAGE DI CEFALONIA"

In un'intervista all'Espresso -della quale conosco solo le anticipazioni rese note dalle agenzie di stampa- l'anziano politico democristiano Paolo Emilio Taviani ammette ora d'aver contribuito all'insabbiamento d'una nchiesta contro i responsabili dell'orrenda strage di Cefalonia.
Nel 1956, quando Taviani era ministro della Difesa in un governo Segni, il ministro degli Esteri Gaetano Martino, liberale, gli suggerì in una lettera che fossero evitate iniziative giudiziarie per inchiodare alle loro responsabilità i militari tedeschi dai quali erano stati sterminati - dopo la resa - 6.500 ufficiali e soldati della divisione Acqui (molti altri perirono per l'affondamento, causato dalle mine, delle navi che li portavano verso la prigionia). Taviani scrisse in calce alla lettera "concordo pienamente con il ministro Martino": e oggi spiega che la decisione fu determinata dall'esigenza di non compromettere la resurrezione della Wehrmacht, necessaria alla Nato in funzione antisovietica. "In quei giorni -ha sottolineato Taviani- l'Urss stava invadendo l'Ungheria".
Non v'è dubbio che lo stop sia stato deliberato in ossequio alla ragion di Stato: così come non v'è dubbio che adesso questa piccola rivelazione verrà inserita nella "vulgata" delle trame di destra, delle verità negate, della strategia della tensione, del grande complotto che ha impedito alla sinistra, nobile e patriottica, di avere quanto per i suoi meriti le spettava: ossia il potere. Con maggior sensatezza d'altri esponenti della sua area politica, il senatore Pellegrino, presidente della Commissione Stragi, ha dichiarato che vi fu il parallelismo di due insabbiamenti: quello dei crimini nazisti da parte della Procura militare e quello, da parte della magistratura ordinaria, dei crimini titini nel nord est del paese.
Ma un'osservazione va fatta a questo punto. Taviani ricorda male non per il particolare della lettera e della sua sigla, MA PER LE CONSEGUENZE CHE NE DERIVARONO. IL VETO MINISTERIALE A PROCEDIMENTI GIUDIZIARI NON FUNZIONO' PERCHE' NON POTEVA FUNZIONARE, ESSENDO LA MAGISTRATURA INDIPENDENTE. Un giudice genovese, Roberto Triolo, padre del sottotenente Lelio caduto a Cefalonia per mano tedesca, aveva presentato denunce ed esposti a raffica contro militari tedeschi e militari italiani. Dopo estenuanti rimpalli tra ufficio e ufficio, il 26 febbraio 1955 la Cassazione aveva stabilito che toccasse alla Procura militare di Roma d'occuparsi della vicenda, e il 20 marzo 1957 (ossia diversi mesi dopo la lettera di Martino) il Pubblico Ministero Stellacci aveva chiesto il rinvio a giudizio di trenta ufficiali e sottufficiali tedeschi. A costoro erano stranamente associati, nella richiesta d'incriminazione, ventisette sopravvissuti alla carneficina cui s'imputava, paradossalmente, d'avere " rifiutato obbedienza agli ordini del comandate la divisione Acqui, generale Antonio Gandin, di astenersi da ogni attività ostile ai tedeschi e di predisporsi alla cessione delle armi pesanti".
(1- La richiesta di rinvio a giudizio dei militari italiani con quelli tedeschi non ebbe nulla di strano essendo prevista, nel codice di procedura penale, l'unificazione dei procedimenti per motivi di "connessione oggettiva", quando, cioè, i fatti cui il processo si riferisce, sono gli stessi: 2- I reati posti a carico dei militari italiani non ebbero nulla di paradossale essendo stati individuati dal Pubblico Ministero nel corso dell'istruttoria che precedette il rinvio a giudizio e confermati dallo stesso nella Requisitoria finale depositata in Cancelleria il 20 marzo 1957; v."La vera storia dell'eccidio di Cefalonia, Parte 2", N.d.R.).
Il processo si trascinò stancamente fino al 14 giugno 1960, quando il fascicolo fu chiuso per il decesso o per la dichiarata irreperibilità degli imputati tedeschi. TUTTO SOMMATO MARTINO E TAVIANI DECISERO CIO' CHE NON ERANO IN GRADO DI DECIDERE. E L'ISTRUTTORIA S'IMPANTANO' PER ALTRI MOTIVI. FORSE FU SVOGLIATA O IMPERFETTA, COME INNUMEREVOLI ALTRE ISTRUTTORIE ITALIANE. MA TAVIANI E MARTINO NON RIUSCIRONO A IMPEDIRLA. MI SEMBRA CHE QUESTO DISATTIVI PARECCHIO L'ENNESIMA MICCIA CHE, CON QUESTO SUO QUASI - SCOOP, "L'ESPRESSO" VORREBBE INNESCARE A SOSTEGNO DI TESI STRARIPETUTE, E A MIO AVVISO IN BUONA PARTE DESTITUITE D'OGNI FONDAMENTO.
Non deve esservi nemmeno un'ombra di equivoco su ciò che penso del bestiale eccidio. Fu una mattanza feroce di prigionieri, una vendetta sanguinaria e disumana: la cui spiegazione - non giustificazione - sta nella rabbia dei tedeschi per essersi trovati di fronte come nemici - dopo l'8 settembre 1943 - quei reparti italiani che fino a qualche giorno prima avevano considerato alleati. La vendetta fu organizzata e sistematica, non iniziativa di gruppi sbandati. Venne dall'alto, addirittura dal quartier generale di Hitler. Questo la distingue da altre mattanze -come quella di fascisti o presunti tali, a molte migliaia, dopo il 25 aprile 1945- che vanno addebitate a fanatici criminali: e che per lo più non ebbero, al riparo di successive amnistie, adeguata punizione.
La furia tedesca ebbe connotazioni ignobili. Ma sul piano storico -non certo sul piano giudiziario- io affianco ai tedeschi, nella responsabilità dell'immane tragedia, la dirigenza politica e militare italiana. L'armistizio fu annunciato e realizzato, ai vertici dello Stato, in un'atmosfera di panico e di viltà. Il comandante tedesco in Italia, maresciallo Kesserling, si proponeva una rapida ritirata fino al Po per la superiorità delle forze italiane, ma chi avrebbe dovuto a quelle forze impartire ordini si precipitò verso Pescara e Ortona a mare per trovare posto sulla corvetta "Baionetta" con la quale la famiglia reale, Badoglio, e i più alti generali raggiunsero lestamente Brindisi. Le truppe italiane in Italia e fuori dai confini furono abbandonate al loro destino dopo l'emanazione di ordini balbettanti e imprecisi. Si aggiunga a questo la miopia degli angloamericani che sospettavano della dirigenza italiana e che non si mossero -con il loro imponente apparato navale e aereo- per portare soccorso a una divisione che era su un'isola quasi contigua all'Italia: dalla quale la separava solo uno stretto braccio di mare. Impedirono perfino che un animoso ammiraglio inviasse un'unità italiana in soccorso della Acqui, obiettando che le clausole armistiziali non consentivano questa azione.
LA ACQUI E' STATA MACELLATA DAI TEDESCHI, MA MANDATA O OFFERTA AL MACELLO DA ALTRI.
Mario Cervi

------------------------------------------------------------

Dal "GIORNALE DI BRESCIA" del 21 dicembre 2000

LETTERE AL DIRETTORE
Non oblìo per Cefalonia

In questi giorni di Natale ho ultimato la lettura dei libri: «Italiani dovete morire» di Alfio Caruso e «La vera storia dell’eccidio di Cefalonia» di Massimo Filippini. In queste pagine quei pochi lettori veramente interessati alla storia, potranno trovare la verità sulla tragica fine della Divisione «Acqui» senza alcuna retorica. Scopriranno anche che i due massimi «fautori» della ricerca dello scontro con gli ex-alleati tedeschi, e cioè i capitani Apollonio e Pampaloni, dopo la battaglia dell’isola greca, riuscirono, per ironia della sorte, a salvare entrambi la loro pelle ed a rientrare a Brindisi nel novembre del 1944. Alla fine della guerra furono denunciati insieme ad altri «ribelli» alla Magistratura militare italiana dal giudice Triolo di Genova, poiché da lui ritenuti corresponsabili insieme ai tedeschi della morte del proprio figlio caduto a Cefalonia. Le accuse per gli inquisiti erano pesantissime: «Rivolta continuata - cospirazione - insubordinazione - ecc. ecc.» tutte pene che contemplano la pena capitale per soldati ed ufficiali in tempo di guerra. Il processo si protrasse stancamente per 12 anni ed alla fine il giudice istruttore Carlo Del Prato prosciolse tutti gli imputati. Nel frattempo «Apollonio e Pampaloni si rivolsero insinuazioni pesantissime. Apollonio disse e scrisse che Pampaloni durante la sua militanza con le formazioni comuniste dei partigiani greci aveva mandato a morte sei ufficiali italiani. Pampaloni replicò affermando che Apollonio dall’ottobre del 1943 al settembre del 1944 era stato al servizio dei tedeschi, che girava armato con una fascia di riconoscimento». (da «Italiani dovete morire» di Alfio Caruso - pagina 275). Fra i responsabili tedeschi delle fucilazioni in massa di 5.000 militari italiani, solo il gen. Lanz scontò cinque anni di prigionia, il nuovo clima politico internazionale sconsigliava di «infierire sulla Germania e sull’onore della Wehrmacht». Di conseguenza e di comune intesa, alcuni politici italiani e tedeschi si diedero da fare per stendere un pietoso velo di oblìo sull’eccidio di Cefalonia, come se nulla di così grave fosse mai accaduto!
MARZIO ZIZIOLI
Brescia

------------------------------------------------------------

Da "BRESCIAOGGI" del 14 novembre 2001
- LA VERITA' SU CEFALONIA -

Gentile direttore, con riferimento alla lettera "Martiri di Cefalonia" di Renato Bettinzioli pubblicata il 24 ottobre scorso, mi sembra giusto contestare alcuni punti esposti dall'autore, non per dare adito a polemiche a sfondo politico, ma per amore della verità storica. Infatti, nonostante io condivida la considerazione del Sig. Bettinzioli nei confronti dei Caduti alla tragedia di Corfù e Cefalonia, il cui sacrificio deve essere "monito e insegnamento per tutti, ma soprattutto per le giovani generazioni" (cito testualmente dalla sua lettera), devo purtroppo constatare come egli riproponga vecchi cliché molto cari ad una parte degli storici italiani, ma che recenti ed approfondite indagini hanno dimostrato essere privi di fondamento. In primis, il famoso referendum. A proposito di questo vorrei citare un passo del libro «La vera storia dell'eccidio di Cefalonia» di Massimo Filippini, figlio del maggiore comandante del Genio Federico Filippini, fucilato alla "Casetta Rossa" il 25 Settembre 1943. «D. Non si fa che parlare, negli ultimi tempi, di un referendum con il quale i soldati della Divisione avrebbero all'unanimità deciso di combattere contro i tedeschi. Lei partecipò ad esso e cosa può dirci in merito? R. Non ho partecipato a quello che viene chiamato referendum per il semplice motivo che non ci fu. Il gen. Gandin cercò di sapere quello che pensavano i soldati su un eventuale scontro con i tedeschi, ma furono ben pochi coloro i quali ebbero modo di esprimersi e più che altro si trattò di un imbroglio manovrato da pochi caporioni. Se non sono stato interpellato io che mi trovavo a pochi metri dal comando figuriamoci se risponde al vero che a "tutti" i soldati della Acqui specie a quelli più lontani sia stato richiesto il loro parere». (Testimonianza di un Reduce, Alfredo Reppucci di Napoli). A questo si aggiungono fatti a dir poco riprovevoli: - L'ordine dato dai capitani Pampaloni e Apollonio alle proprie batterie di aprire il fuoco contro alcune motozattere tedesche che si avvicinavano al porto di Argostoli (senza aver ricevuto disposizioni in merito da chicchessia, essendo il Gen. Gandin impegnato nelle trattative con i tedeschi), provocando sia l'affondamento dei natanti che la violentissima reazione armata delle truppe germaniche. - L'arbitraria distribuzione di armi, operata dal capitano Pampaloni, ai partigiani dell'ELAS che erano abituati a tagliare la gola ai soldati italiani e tedeschi loro prigionieri. - Gli attentati alla vita del Gandin ad opera di alcuni facinorosi che lo consideravano un traditore. - L'assassinio del capitano Piero Gazzetti ad opera del maresciallo di Marina Felice Branca, che nello sparare al povero capitano disse: "Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori!" In secundis, il fatto che la Divisione abbia attaccato battaglia con i tedeschi per libera decisione dei suoi ufficiali e soldati, allo stesso modo di una formazione partigiana. Ciò non è assolutamente vero dato che l'ordine di combattere fu dato dal Comando Supremo, che dal comodo rifugio di Brindisi, il 13 settembre trasmise il seguente messaggio: N.1029/CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole alt Firmato. Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore. Il generale Gandin, in qualità di soldato si vide costretto a rispettare l'ordine, ma, conoscendo profondamente il carattere dei tedeschi, profeticamente affermò: "Se perdiamo ci fucileranno tutti". In definitiva fu proprio il Comando Supremo, insieme a coloro che arbitrariamente aprirono il fuoco sui militari germanici, a detenere la responsabilità di quanto successo nell'isola greca. La battaglia di Cefalonia non fu quindi il risultato di una decisione plebiscitaria, ma della follia di pochi scellerati che trascinò nell'inferno della rappresaglia tedesca migliaia di giovani vite innocenti, il cui sacrificio dev'essere ricordato con maggior onestà, dopo anni di travisamenti operati in per scarsa informazione o tornaconto politico (ad esempio vedasi il discorso di Pertini citato da Bettinzioli).
Gianmaria Spagnoletti Ghedi
------------------------------------------------------------

Da "LA PADANIA" del 10 gennaio 2003

Arrigo Petacco: facciamo studiare la storia locale
«NEI LIBRI LA PROPAGANDA DI SINISTRA HA DISTORTO LA REALTA' INGANNANDO GENERAZIONI»
di Roberto Brusadelli

La storia che ritorna, con il rientro dei Savoia in Italia. La storia che divide, con i manuali scolastici sotto accusa perchè infarciti di errori, gravi fraintendimenti o vere e proprie menzogne. La storia in tv, con la divulgazione destinata al fermento sul versante della ricerca, dei testi, dei programmi d'insegnamento, delle polemiche: e inevitabilmente è contagiato lo stesso dibattito politico. Ne parliamo con Arrigo Petacco, uno dei maestri più noti di narrazione storica sulla pagina stampata e sul piccolo schermo.
Gli eredi Savoia rimettono piede in Italia, con immancabili polveroni. Qual è il suo giudizio?
«Ritengo fosse semplicemente un atto dovuto. Detto questo, non penso che lo spessore culturale di Vittorio Emanuele e del figlio sia tale da permettere un qualsiasi dialogo che interessi gli storici. Li considero personaggi da rotocalco. Qualche giorno fa ho ricevuto la lettera di uno studioso importante, Aldo A. Mola, autore di Storia della monarchia in Italia appena pubblicata: e giustamente faceva riferimento alla contraddizione per cui Vittorio Emanuele si è recato subito in Vaticano come a voler baciare la pantofola al successore di quel Papa, Pio IX, che voleva negare in punto di morte i conforti religiosi all'usurpatore, Vittorio Emanuele II. Comunque, se fossi monarchico, il mio sostegno andrebbe tutto al cugino, Amedeo d'Aosta, che si è sempre dimostrato una persona seria e responsabile».
E sulla vicenda dell'archivio scomparso, o meglio occultato dagli eredi Savoia per il periodo comprendente gli avvenimenti più controversi: appoggio al fascismo, leggi razziali, guerra?
«Io ho visto quei documenti, che la principessa Maria Gabriella ha donato all'Archivio di Stato di Torino. Non penso ci siano grandi lacune. ANche perchè non è dimostrato che Vittorio Emanuele III tenesse documenti relativi a ogni decisione, per quanto politicamente rilevante, mentre i diari conservati e noti agli studiosi dimostrano che egli era un nemico delle penna: più che diari parlerei nel suo caso di agende, con annotazioni del tutto sintetiche e di interesse nullo o quasi. Poi c'è da considerare che certi documenti sono diventati autentici misteri storici: come il presunto carteggio Mussolini-Churchill o il famigerato rapporto sull'omosessualità del principe di Piemonte, Umberto, che il duce avrebbe conservato nella sua borsa fino a Dongo».
Parlare dell’ex dinastia regnante significa parlare di unità d’Italia e di storia, e storiografia, nazionali. In Italia si sente invece la mancanza di una solida corrente di studi rivolti alle realtà locali, a partire dalle regioni. Una lacuna grave rispetto per esempio alla Francia, che almeno da ottant’anni, con la scuola delle “Annales”, ha valorizzato con criteri moderni la ricerca in questo ambito.
«Bisogna considerare che tutta la vicenda del periodo risorgimentale e quindi sabaudo è stata spesso raccontata in una chiave, diremmo così, “piemontesizzante”: nel senso di un’esaltazione della dinastia che aveva reso indipendente la penisola, a detrimento di altre case regnanti preunitarie. Pensiamo alla Lombardia: molto più evoluta del Piemonte, ma penalizzata nell’immagine tradizionalmente accreditata perché sotto il dominio di un governo straniero. Certo, gli Asburgo erano forcaioli, ma amministravano in modo efficiente».
Pensa dunque che con la nuova organizzazione prevista dalla Devoluzione cambierà il quadro? O fare della storia “locale” è davvero così arduo, nel senso di una particolare difficoltà nel reperimento delle fonti sul territorio?
«No, assolutamente. Mi auguro davvero che ogni Regione, ogni Università si attivi in questo senso. Archivi, biblioteche, fondi documentari molto ricchi sono diffusi ampiamente, almeno nelle regioni del Nord. Penso alla mia terra, la Liguria: quanti archivi da scoprire o riscoprire, quante storie da far emergere».
Recentemente si è menato scandalo per presunti intenti censori della maggioranza di centrodestra sui libri di storia nelle scuole. Ma gli studenti del 2003 che tipo di storia apprendono sui banchi?
«Prima di tutto non condivido l’impostazione, voluta dall’ex ministro Berlinguer, che privilegia lo studio del Novecento. La storia è una catena di collegamenti: ogni anello richiama il precedente. E per gli ultimi cinquant’anni almeno è indispensabile lasciare che gli avvenimenti si sedimentino: esistono ancora troppi testimoni in vita, troppe ferite aperte nella coscienza collettiva, troppi documenti da scoprire o desecretare. Non si parli poi di censura: è sufficiente il buon senso del singolo insegnante per rendersi conto che, ad esempio, chi descrive le foibe istriane come prodotti delle rappresaglie naziste fa semplicemente disinformazione, distorce e inganna. E spesso lo fa, o lo ha fatto, per eccesso di zelo nella propaganda alle tesi della sinistra, superando quelle che erano le direttive generali dei vertici politici del Pci e dei suoi successori. Poi si consideri che parecchi autori di questi manuali scolastici sono semplicemente dei compilatori: redigono antologie, non fanno vera ricerca».
E la storia in televisione?
«Non se ne è fatta sostanzialmente fino agli anni Sessanta. Poi la divulgazione è partita in contemporanea, con me per la storia e con Piero Angela per la scienza. Ma, proprio per non disturbare l’egemonia marxista, o si facevano trasmissioni molto controllate o si dava fastidio. Per cui, mentre Angela ha continuato con successo, i programmi di storia sono stati o confinati sulla terze rete Rai o strangolati da orari impossibili».
Lo scorso 31 dicembre la Padania ha pubblicato in prima pagina l’articolo di un collaboratore, l’avv. Antonio Sulfàro, di Genova, che parla di errori riscontrati nel suo libro Ammazzate quel fascista. Vita intrepida di Ettore Muti. Cosa risponde?
«Non voglio fare polemiche, ma mi permetto di ricordare che l’argomento l’ho trattato in modo molto più approfondito in un altro saggio, uscito l’anno scorso da Mondadori: L’armata scomparsa. Il segreto di El Alamein. In sintesi confermo che la cosiddetta Marcia della gioventù partì, nell’agosto ’40, come movimento spontaneo dai Campi Dux, che erano colonie estive riservate ai ragazzi della Gil, la Gioventù italiana del littorio. Che fossero 24 o 25mila non cambia la sostanza. Resta che di questi ragazzi, tra i 16 e i 18 anni, solo 2.500 furono selezionati e combatterono poi con grande valore in Africa: diverse lettere di ex giovani di allora me lo confermano ancora oggi».
------------------------------------------------------------

Da "LA GAZZETTA DI REGGIO" del 2 gennaio 2003

La profonda crisi del sentimento nazionale e le divisioni storiche sono la maggior preoccupazione del presidente della Repubblica Ciampi. In più occasioni ha esortato una riappacificazione tra opposte idee, tentativo sempre vanificato come viene dimostrato dagli atti di vandalismo compiuti da ignoti nei confronti dei monumenti alla memoria della Resistenza a Bologna e più recentemente nei confronti del Centro Studi Italia a Reggio Emilia.
Questo perché il presidente parte da un presupposto discutibile, cioè che la coscienza degli italiani si sia formata dall'eredità risorgimentale e resistenziale. Da qui viene rispolverato il 2 giugno come festa degli italiani, vengono restaurati e ripuliti i monumenti dedicati al risorgimento, ne vengono via via riscoperti luoghi e personaggi con il coinvolgimento di strutture scolastiche, pubblicazioni, mass-media, in una sorta di pedagogia nazionale. Si cerca di creare quasi un filo conduttore tra Risorgimento e Resistenza, identificandoli come movimenti di liberazione nazionale, esaltandone la spinta liberatoria e lo spiccato eroismo, per l'appannaggio delle nuove generazioni. E' un ambizioso e subdolo tentativo di costruir una memoria storica in senso ideologico dove l'uso strumentale della storia ha soltanto fini politici.
Da 50 anni la Repubblica italiana, cullata nel mito dell'antifascismo, assiste ad operazioni di questo tipo: alla cancellazione di qualsiasi tesi revisionista, al tentativo di creare una storiografia ufficiale inoppugnabile (naturalmente in senso marxista), alla trasmissione al popolo italiano dei presunti valori resistenziali come base costituzionale, dimenticando i contesti storici dei due movimenti e dimenticando le violenze spesso impunite nei confronti di Meridione e della Chiesa nel risorgimento e nei confronti di civili e avversari politici nel caso della Resistenza.
Il sentimento patriottico nasce da una memoria storica condivisa da tutti, scevra da ogni contaminazione ideologica, che non tende alla cancellazione ne dei vinti ne dei vincitori. Ben venga il revisionismo dei testi scolastici, pieni di superficialità e inesattezze, non studiato in senso repressivo, ma in senso educativo, fornendo tutti gli elementi per lo sviluppo conoscitivo. Ben vengano i confronti politici e dialettici sulla rivoluzione e sulla controrivoluzione, sul risorgimento, sul fascismo, sulla Resistenza e la guerra civile, su nazismo e comunismo, affinché le esperienze totalitarie non siano più ripetibili.
E' finito il tempo di una storiografia di sinistra ideologizzata e demagogica chiusa in se stessa e nelle sue piccole convinzioni, sempre pronta a recitare la parte del vincitore virtuoso, ostile a qualsiasi confronto democratico e al rispetto per i vinti. E' tempo di ricostruire un sentimento nazionale e concedendo anche monumenti ai caduti dell'RSI e alle vittime della violenza partigiana, dove i parenti possano pregare e rendere omaggio ai loro cari. E' tempo di scaricare vecchie e arrugginite mitologie culturali la cui forza propulsiva e propagandistica non ha più alcun senso di esistere, se non per nascondere, confondere, cancellare oggettive responsabilità.
Fabiana Setti Centro Studi Italia

------------------------------------------------------------
Dal sito del Quirinale:
C O M U N I C A T O

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CARLO AZEGLIO CIAMPI HA INVIATO AL GENERALE MARIO ARPINO, CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA, IL SEGUENTE MESSAGGIO:
"REDUCI DELLA DIVISIONE 'ACQUI', IL VOSTRO RADUNO, IN OCCASIONE DEL 56° ANNIVERSARIO DELL'ECCIDIO DI CEFALONIA, RINNOVA IN NOI LA MEMORIA DI UN EVENTO TRAGICO ED EROICO, MOMENTO DI GLORIA PER LE FORZE ARMATE ITALIANE, MA ANCHE ATTO DI FONDAZIONE DELLA RINASCENTE DEMOCRAZIA ITALIANA. IL CONSAPEVOLE SACRIFICIO DEI SOLDATI ED UFFICIALI DELLA DIVISIONE ACQUI A CEFALONIA, FRUTTO DI UN LIBERO VOTO DELL'INTERA DIVISIONE, NON FU SOLTANTO UN ATTO DI FEDELTÀ AL GIURAMENTO E ALL'ONORE MILITARE. QUEL GESTO RIVELÒ QUANTO FOSSERO VIVI E FORTI NELLA COSCIENZA DELLA GIOVENTÙ ITALIANA, IN UN MOMENTO DI DRAMMATICO SBANDAMENTO DELLE ISTITUZIONI, L'AMORE DELLA LIBERTÀ E L'AMOR DI PATRIA. QUEI SOLDATI E QUEGLI UFFICIALI, LASCIATI AD AFFRONTARE IL NEMICO SENZA L'APPOGGIO DI UNO STATO CHE SI ERA DISSOLTO, GETTARONO CON LA LORO SCELTA LE FONDAMENTA DI UN NUOVO STATO. SU QUEI VALORI È FONDATA LA NOSTRA DEMOCRAZIA. A QUEI VALORI CONTINUANO A ISPIRARSI CON ORGOGLIO LE NOSTRE FORZE ARMATE, CHE RAPPRESENTATO OGGI CON CORAGGIO E CON FEDELTÀ AL LORO GIURAMENTO LA NOSTRA PATRIA IN ARDUE MISSIONI DI PACE, IN PAESI VICINI E LONTANI. IL SENTIMENTO DI AMORE PER L'ITALIA SI NUTRE DEL RICORDO DI COLORO CHE CON LA LORO MORTE DIEDERO NUOVA VITA ALLA NOSTRA PATRIA."
ROMA, 21 SETTEMBRE 1999
------------------------------------
BREVE COMMENTO:

Il messaggio del Presidente è penoso: vi si parla di CONSAPEVOLE SACRIFICIO quando è dimostrato che la decisione di andare contro i tedeschi derivò da una sedizione di una parte della divisione, artiglieri e marinai, i quali forti della sproporzione iniziale di forze con i tedeschi ritennero di farne un solo boccone ed accusarono di viltà chi predicava la calma: se fossero stati veramente consapevoli di quel che li attendeva si sarebbero certo mantenuti calmi. Di uomini che scelsero "consapevolmente" di farsi ammazzare a Cefalonia, a me che ho sviscerato più di tanti altri, i fatti, non è risultato che ce ne siano stati.
Del resto come risulta da molte testimonianze, comprese le ultime di fonte tedesca, interi reparti si arresero sperando di aver salva la vita, quando si resero conto della supremazia germanica.
Dove finì, in tali casi, il "cupio dissolvi" di cui si parla anche in alto loco ?
E lo stesso Apollonio, capo indiscusso della resistenza antitedesca, invece di mostrare il petto al nemico e farsi ammazzare, non trovò di meglio che collaborare (!) -insieme con altri ufficiali e soldati superstiti- passati al servizio con gli assassini dei loro compagni, facendo successivamente passare il loro comportamento per quello di "Banditi" che avrebbero resistito sulle montagne (!) di Cefalonia
Come può il Presidente far finta di credere a certe balle e ignorare a bella posta la verità dei fatti, affermando che quanto avvenne fu il " FRUTTO DI UN LIBERO VOTO DELL'INTERA DIVISIONE, quando gran parte di essa non espresse alcun "voto" che sarebbe stato, tra l'altro, dal punto di vista militare un atto di prevaricazione nei confronti del generale Gandin, unico soggetto cui spettava di decidere il da farsi.
Egli parla anche di DI UN ATTO DI FEDELTÀ AL GIURAMENTO e potremmo essere d'accordo, ma il giuramento i soldati l'avevano prestato al Re e allora che cosa c'entra, con tutta la storia, la Resistenza dei partigiani ?
Mi fermo qui per non infierire ulteriormente su di un messaggio tanto retorico da ricordare il vecchio "Cuore" e, al pari di quest'ultimo, poco rispondente alla realtà.
Massimo Filippini

_____________________________________________


__________________________________________________
 
 
    [informazioni footer]    
HOME | I protagonisti di una tragedia | La vera storia dell'eccidio di Cefalonia | RARITA' LIBRARIE | Convegno a Firenze 24 ott. 2003 | Intervento di Massimo Filippini al Convegno di Firenze | Fango sul gen. Gandin | L' Esercito di ieri e quello di oggi | Mario Cervi su Cefalonia | Sergio Romano su Cefalonia | L'Armadio della vergogna ovvero la 'scoperta dell'acqua calda' | Le mani della Sinistra su Cefalonia | LINK | NOTIZIE DALL' ANRP | Notizie dall'Ass.ne Acqui | ULTIME dall'Ass. Acqui | LETTERE E MESSAGGI | Un Martire vilmente ignorato: il Capitano Piero Gazzetti | Il Mandolino del capitano Corelli | Un processo mai celebrato | Documenti che 'scottano' | I 'Pallonari' di Cefalonia | L'invenzione del Raggruppamento Banditi della Acqui | Le gesta di Apollonio | Una 'sinistra' icona: il compagno-capitano Amos Pampaloni | Il Reduce capitano Ermanno Bronzini racconta... | Il Reduce capitano Aldo Hengeller racconta... | Il Reduce Giovanni O. Perosa racconta... | Il Reduce Alfredo Reppucci racconta... | Il Reduce Romildo Mazzanti racconta... | 8 SETTEMBRE 1943 | La Storia all' amatriciana | Relazione del Console Vittorio Seganti sui fatti di Cefalonia | IO ACCUSO I TEDESCHI | La RAI e Cefalonia | Elenco Caduti | RASSEGNA STAMPA 1 | Immagini Documenti e Foto | Convegno a Cefalonia 14/15. IX. 2003 | Le Denuncie del dr. Triolo | Marce e Inni militari | Informazioni processuali | ARCHIVIO RASSEGNA STAMPA