IL CAPITANO PIERO GAZZETTI
UN MARTIRE VILMENTE IGNORATO |
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Il capitano Piero Gazzetti fu assassinato da un maresciallo di marina "rivoltoso" sulla piazza di Argostoli il 12 settembre 1943.
L'Esercito non lo commemorò mai ma, in compenso, promosse ai più alti gradi il "capo riconosciuto della rivolta" contro il gen. Gandin (l'espressione è del gen. Mondini che fu Capo dell'Ufficio Storico)
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All’orgia di rievocazioni menzognere dei fatti di Cefalonia, si è associato –spiace dirlo- il nostro Presidente il quale, nel discorso pronunciato il 1° marzo –me presente- a Cefalonia, ha reso un’immagine artefatta e non rispondente alla realtà, delle convulse giornate che precedettero lo scontro, attribuendo all’intera divisione Acqui l’intendimento di non cedere le armi ai tedeschi che, al contrario, fu manifestato da una minoranza di ufficiali di artiglieria in sottordine e da costoro venne trasmesso ai loro sottoposti che non furono, dunque, la “Acqui”, nella sua interezza, ma soltanto i componenti delle tre batterie costituenti il 33° reggimento di artiglieria che, forti del loro armamento ed essendo dislocati nei dintorni di Argostoli, la fecero da padroni nei confronti degli altri appartenenti alla “Acqui” –in particolare i due reggimenti di fanteria comprendenti la gran massa dei soldati- che dipendevano dal Comando di Divisione e, addirittura, dello stesso Comando di Artiglieria.
Le inoppugnabili risultanze da me raggiunte e consacrate nel mio libro, “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia”, anche sulla base degli atti relativi al processo tenutosi nel dopoguerra contro tali personaggi, hanno confermato – infatti- che essi non ebbero come complici, né i propri superiori, dal Comandante del 33° Reggimento, medaglia d’Oro, col. Mario Romagnoli, al Comandante di Gruppo delle tre batterie, medaglia d’Argento ten.col. Matteo Deodato nè, tranne poche eccezioni, gli altri ufficiali del loro reggimento, quali ad esempio i capitani Ermanno Bronzini, Italo Postal e Gennaro Tomasi che furono, anzi, insieme con don Romualdo Formato, tenente cappellano del reggimento, i loro critici più severi nel dopoguerra.
Alla luce di quanto sopra appaiono, pertanto, permeate di retorica fine a sé stessa le parole, invero toccanti ma, purtroppo non rispondenti alla realtà con cui il Presidente Ciampi, nell’evidente sforzo di conferire dignità alla tragedia di Cefalonia, ha cercato di rappresentarla come frutto di una scelta "unanime, concorde, plebiscitaria: combattere, piuttosto di subire l’onta della cessione delle armi".
Queste parole di cui spiace constatare la provenienza, confermano purtroppo la superficialità in cui anche il nostro Presidente è incorso nel trattare l’argomento, avendo omesso di citare l’ordine del Comando Supremo che costringendo Gandin ad obbedire lo mandò al macello insieme con i suoi uomini il cui parere quindi –tutt’altro che “unanime”- costituì soltanto un triste seguito a decisioni già prese e null’altro.
Ci sarebbe piaciuto, invero, che in tanto clamore rievocativo si fosse spesa una parola per ricordare un Martire, ignorato da tutti i cialtroni che pontificano su Cefalonia, la cui morte, avvenuta per mano italiana, è la conferma che, nell’ambito della “Acqui”, lungi dall’aversi la tanto strombazzata unità di intenti –fiore all’occhiello delle tesi resistenziali- prosperò un vero e proprio “Soviet” di soldati, filiazione diretta della rivolta promossa ed alimentata da alcuni ufficiali indegni di tale nome.Si tratta del capitano Piero Gazzetti nato a Stradella il 15.XI.1906, al quale toccò in sorte di venire assassinato, il giorno 12 settembre, da un sottufficiale di Marina, il Capo di 1^classe Felice Branca, nato a Torino il 20.X.1890, in circostanze delle quali riferì il sopra citato don Romualdo Formato che, nel suo libro “L’Eccidio di Cefalonia” raccontò: “(…) Ovunque si sentivano spari, detonazioni di bombe a mano, frasi provocanti e minacciose. Nessun ufficiale poteva più permettersi di pronunziare parole esortanti alla serenità e alla disciplina, senza essere, sull’istante, tacciato di “traditore” o di “vigliacco”.
Questa, dunque, era l’atmosfera –non certo idilliaca- che si respirava ad Argostoli in preda alle prepotenze ed all’arbitrio di una minoranza di facinorosi appartenenti all’artiglieria, imbevuti di odio da alcuni loro ufficiali di modesto grado che, in combutta con i greci, fecero loro credere che il Comando della Divisione e, in primo luogo, il Generale Gandin , stessero tramando –di loro iniziativa e non per aver ricevuto ordini in tal senso- per cedere l’armamento pesante ai tedeschi.
Quanto sopra, detto da un testimone oculare e degno di fede, oltretutto per la sua qualità di sacerdote, è la smentita più clamorosa del preteso clima “plebiscitario” inteso a fare olocausto di sé, che avrebbe pervaso la Divisione nel suo complesso. E’a motivo di ciò, dunque, che le parole, certamente dette in buona fede, ma non rispecchianti la realtà, (“Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la Patria”), pronunciate dal Presidente Ciampi a Cefalonia, suonano come esercizio di vuota retorica e null’altro.
Chiusa tale doverosa parentesi, proseguiamo nella lettura di quanto narrò don Formato: “Il povero capitano Piero Gazzetti –egli scrisse- addetto all’ufficio di propaganda del comando di divisione –poiché gli avvenimenti precipitavano e la situazione diventava sempre più critica- aveva ricevuto l’ordine dal generale di recarsi, con un autocarro, a mettere in salvo le suore missionarie italiane e trasportarle nei locali del 37° ospedale da campo. Poco oltre la piazza principale di Argostoli, l’autocarro fu –con brusco gesto- fermato da un maresciallo di marina, il quale intimò al capitano di destinare immediatamente quel mezzo al trasporto di un certo quantitativo di armi e di munizioni. Il capitano rispose che, per il momento, egli doveva ottemperare all’ordine del generale. Fu un attimo. Il maresciallo imprecò:”Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori!” e con mossa fulminea –estratta una pistola- sparò a bruciapelo contro il capitano che, dopo atroce agonia, spirò il giorno seguente, vittima del dovere e della pazzia criminale di un esaltato”. A tale incredibile risultato che, tra l’altro non fu l’unico, portò, dunque, la predicazione di odio sparsa a piene mani dai rivoltosi della divisione “Acqui” che, ad eccidio avvenuto anche e soprattutto per loro colpa, a guerra finita furono, e tuttora continuano ad esserlo, presentati come Eroi in un paese dedito all’esaltazione non dei propri Martiri ma di chi fu causa della loro morte.
Tanto andava detto, una buona volta, e a dirlo è proprio chi, come lo scrivente porta impresse nell’animo le stimmate per l’assassinio del proprio Padre del cui martirio i miserabili che fino ad oggi hanno disinformato il popolo italiano, si sono appropriati, insieme a quello degli altri poveri Morti, per avallare le loro elucubrazioni in merito alla diatriba, che non interessa nessuno, sulla morte o meno della Patria.
Di vero, in tutto questo, c’è soltanto una cosa: la morte di diecimila uomini usata –dopo quasi sessant’anni !- per fini politici e null’altro.Tacere la verità per far trionfare la menzogna è stata, infatti,la parola d’ordine degli sciacalli che hanno imperversato per così tanto tempo, con le loro ricostruzioni in mala fede sui fatti di Cefalonia e che, non paghi, hanno di recente imbastito – spargendo tardive lacrime di coccodrillo- una speculazione filosofico -resistenziale su una tragedia che ha distrutto migliaia di famiglie.
Emblematico è, in proposito, il silenzio sul tremendo evento relativo al Martire Piero Gazzetti, censurato perché controproducente per i loro fini, dai “notabili” dell’intellighenzia di sinistra –unica fonte di notizie autorizzata in materia- nonostante l’ampio risalto da me dato ad esso nel mio libro, “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia”, il cui successo ha gettato nella più nera disperazione quei primatisti nella falsificazione della storia che sono i comunisti, in tutte le loro accezioni e sfumature compresa quella apparentemente moderata con cui da qualche tempo amano presentarsi.
A Costui, anziché il silenzio vigliaccamente riservatogli dalle Autorità politiche e militari, che dettero alla Sua morte il rilievo che, normalmente, si dà a quella di un cane, andava dedicato un monumento o una apposita menzione d’onore per l’assurdo ed incredibile martirio che dovette subire.
Un cenno su tale fatto, invero, lo si riscontra nel libro ”Bandiera bianca a Cefalonia”, che ebbe la benedizione della sinistra nel suo complesso e del presidente Pertini in particolare, di cui fu autore lo scrittore comunista Marcello Venturi che, nella prefazione, scrisse: ”I fatti bellici narrati in questo romanzo sono realmente accaduti: la loro ricostruzione mi è stata resa possibile da documentazioni e testimonianze di superstiti”.
In merito all’assassinio del capitano Gazzetti ci sembra, però, che tale dichiarazione di nobili intenti non abbia trovato applicazione, avendo l’autore riportato il fatto come “l’uccisione di un capitano che predicava l’alleanza e la fedeltà ai tedeschi”, in altri termini descrivendo – in modo arbitrario- il povero Gazzetti come un filo tedesco che, quasi quasi -ci si passi la malignità- se l’era andata a cercare.(op.cit.pag.184).
Questo modo disinvolto di descrivere un così grave episodio, la dice lunga sull’obiettività e sulla veridicità delle ricostruzioni dei fatti di Cefalonia, compiute da uomini legati alla sinistra, i quali l’hanno fatta da padroni – per disgrazia del popolo italiano – fino ad oggi.
Auguriamoci che la fine dell’egemonia politica di costoro si estenda presto anche all’ambito storico - culturale per restituire all’Italia la dignità di Paese civile troppo a lungo oltraggiata dagli epigoni di un’ideologia che ha dato luogo alla più criminale impresa della storia : quella comunista.
P.S. Nei confronti dell’autore dell’omicidio non venne preso alcun provvedimento. Il maresciallo Branca risultò disperso in combattimento e ciò facilitò il compito di insabbiare l’episodio alle Autorità dell’epoca.
Massimo Filippini
marzo 2001 |
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IL PROCESSO VERBALE
di constatazione di morte e di identificazione salma del Capitano P. Gazzetti del Quartier Generale Divisione Ftr. "Acqui" ferito a morte il 12 settembre 1943 e deceduto il 17.
l'omicidio fu opera del M.llo di Marina italiano Felice Branca. |
Nessuno si è mai degnato di piangere la morte del capitano Gazzetti ed anzi si è mantenuto un assoluto silenzio su di essa perchè suscettibile, qualora risaputa, di inquinare la falsa ed ipocrita atmosfera -artatamente creata sui fatti di Cefalonia- allo scopo di attribuire ad essi un'immagine di unanimità, come ripetuto perfino da Ciampi, di certo in buona fede ma altrettanto certamente in netto contrasto con la realtà storica.
E' sufficiente leggere le modalità in cui avvenne il ferimento del poveretto, certificate nel Documento per rendersi conto che voler negare, come si è fatto ultimamente in un libro sacrilego o soltanto mettere in dubbio che a Cefalonia vi fu una Rivolta è una bugìa che grida vendetta di fronte a Dio ed alla Storia.
Il cap. Gazzetti, si legge nel documento, "mentre trovavasi su un autocarro veniva ferito da un militare (ferimento doloso)" : ciò avvenne, come si è detto, per opera del M.llo di Marina Felice Branca, e il 17 settembre il poveretto spirò.
Come riferì il ten. Cappellano don Romualdo Formato l'uccisore nello sparare urlò al Gazzetti: "Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori !" con ciò alludendo al Comando della Divisione da cui il predetto dipendeva.
Nonostante tale drammatica conferma si ha ancora oggi il coraggio di affermare che la Divisione 'Acqui' decise
-addirittura all'unanimità- di resistere ai tedeschi.
Le ossa del Martire Gazzetti si rivolteranno sotto la terra che le ricopre presso "il ricovero dei vecchi" di Argostoli dove, a quanto risulta dal Documento, venne sepolto. |
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